Cosa c’è di sbagliato, se c’è, nella ricchezza estrema? – Parte 3

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di Ingrid Robeyns – 24 giugno 2019

 

  1. Implicazioni

Ho introdotto l’espressione “limitarismo economico” nella letteratura sulla filosofia politica normativa alcuni anni fa e anche alcuni altri filosofi hanno sviluppato argomenti e analisi circa i motivi a favore del limitarismo economico (ad. Esempio Zwartoed 2018, Volacu e Dumitru 2019, Timmer, di prossima pubblicazione). Quali lezioni possiamo ricavare in questa fase per quelli che lavorano all’approccio al potenziale e al paradigma dello sviluppo umano? Quali lezioni vi esistono per praticanti e decisori della politica?

Ci sono almeno tre lezioni per la società. Innanzitutto, un’analisi della disuguaglianza economica e l’analisi etica e politico-economica dei super-ricchi sono non solo materia di disuguaglianze monetarie, bensì, in essenza, riguardano la protezione di alcuni valori pubblici chiave, quali la giustizia sociale, la sostenibilità ecologica, la democrazia e le parti opportunità. Un’analisi che non si spinga oltre i dati monetari mancherà la parte più cruciale della comprensione di ciò che c’è di sbagliato nell’essere super-ricchi. Questo è anche un motivo importante che giustifica analisi multidimensionali e multidisciplinari.

Secondo: il cambiamento climatico è una questione di etica e di politica, e non può essere considerato separatamente dalle disuguaglianze di consumi e ricchezza. La giustizia climatica e le questioni di giustizia distributiva sono profondamente interconnesse e il limitarismo può contribuire ad abbozzare una visione di un mondo che sia meno ingiusto e anche ecologicamente più sostenibile. Fino a molto di recente il cambiamento climatico era considerato una questione tecnica. Forse eventi recenti hanno testimoniato un cambiamento di questa mentalità, considerato le proteste profondamente moraliste e politiche dei giovani contro il cambiamento climatico, l’ascesa della disobbedienza civile con la richiesta di robusti interventi climatici da parte dei governi e il fatto che le conseguenze distributive del cambiamento climatico sono sempre più dibattute nella sfera pubblica. Tuttavia, dobbiamo comprendere che l’intervento climatico a tutti i livelli non è solo una questione “opzionale” che possiamo decidere se affrontare o no, ma piuttosto una questione di giustizia. Una volta riconosciuto che c’è una grande sensazione d’ingiustizia a circondare il cambiamento climatico, relativa a chi produce le emissioni e a chi ne sopporta il peso, l’argomento di usare il denaro in eccesso per fronteggiare la sfida climatica diviene, a mio parere, molto ragionevole e molto meno radicale.

Una lezione finale riguarda l’affermazione che viviamo in tempi post-ideologici e che la caduta del Muro di Berlino nel 1989 ha segnato la fine delle lotte tra idee differenti di una società e di sistemi economici buoni. L’affermazione è semplicemente non vera. E’ vero che virtualmente tutte le società hanno sposato una qualche forma di capitalismo, tuttavia ci sono differenze importanti tra tali generi diversi di capitalismo. Una differenza importante è se il genere di capitalismo consente o no una ricchezza eccessiva Quando studiavo economia, appena dopo la caduta del Muro di Berlino, mi insegnavano che nel Nord Globale c’erano fondamentalmente tre tipi di sistemi economici nel mondo: il capitalismo come esemplificato dagli Stati Uniti, il comunismo come esemplificato dall’URSS e dal blocco dell’Europa Orientale, e le economie miste dell’Europa Occidentale. Il motivo dell’uso dell’espressione “economia mista” era che si trattava di una miscela tra l’efficienza economica che comporta il capitalismo e tuttavia senza i suoi duri e feroci estremi in contrasto al quale sistemi (coercitivi) di solidarietà erano posti in atto nelle economie comuniste. Oggigiorno a malapena sentiamo l’espressione “economia mista”. Tuttavia, che vogliamo ricominciare a usare l’espressione o a difendere più vigorosamente lo stato sociale o altre forme di economia di condivisione della proprietà, il dibattito s quale forma di sistema economico dovremmo desiderare non è fuori dal tavolo. E i motivi proposti in questo documento mostrano che per valutare la giustizia sociale, la sostenibilità ecologica, la democrazia e le pari opportunità, occorre domare il capitalismo e sono necessari anche sistemi di sicurezza sociale e solidarietà collettivi.

 

Quali sono le lezioni degli argomenti presentati per l’approccio dello sviluppo umano e per quello del potenziale? Per l’approccio dello sviluppo umano una lezione importante è che dovremmo includere nella nostra analisi i ricchi e i super-ricchi. Indubbiamente lo scopo più importante del paradigma dello sviluppo umano consiste nel minimizzare la sofferenza di quelli che stanno peggio e nel migliorarne la qualità della vita. Tuttavia, se ciò richiede, ad esempio, di avere un sistema economico che dia un accesso prioritario a una vita decente per tutti rispetto alla possibilità per pochi di diventare super-ricchi, o se ciò richiede che la protezione della vera democrazia per tutti comporti limitare le libertà economiche dei super-ricchi, allora questo deve far parte della nostra analisi.

 

La seconda lezione per l’approccio dello sviluppo umano consiste nel comprendere appieno l’urgenza del cambiamento climatico. Senza dubbio il cambiamento climatico è stato discusso in forum sullo sviluppo umano, anche se c’è bisogno che sia più spesso posto al centro del dibattito. La limitata attenzione al cambiamento climatico è degna di nota, poiché i popoli svantaggiati o i paesi i via di sviluppo saranno colpiti più duramente dal cambiamento climatico. Ci sono grandi ingiustizie economiche associate al cambiamento climatico e vanno analizzate e comprese, e dovrebbero essere promosse soluzioni eque. C’è una considerevole letteratura sulla giustizia climatica e sull’etica climatica che spiega chi dovrebbe fare cosa e per quale ragione (ad esempio, Gardiner et al. 2010, Gardiner 2011, Broome 2012, Caney 2014, Shue 2014). L’approccio dello sviluppo umano dovrebbe dedicarsi di più a tale letteratura, poiché la prosperità umana non è possibile su un pianeta che non può più assicurarci le necessità fisiche per una vita umana sicura, e questo corpo di letteratura ci aiuta ad analizzare questo non come un problema tecnico, bensì come un problema morale e politico.

Per studenti e studiosi dell’approccio del potenziale possono essere apprese due lezioni addizionali. La prima è che un’analisi monetaria e un’analisi del potenziale possono essere complementari; tutto dipende da che cosa si intende analizzare. Questo sottolinea un punto di Burchardt e Hick (2018). Poiché l’approccio del potenziale in economia è stato in larga misura introdotto come una critica della metrica monetaria, ciò è stato a volte interpretato come un’idea che l’analisi monetaria possa essere abbandonata. Tuttavia, non deve essere così.  In realtà, quando discutiamo di denaro in eccesso dobbiamo riconcentrarci sulla distribuzione del reddito, ma questa volta a motivo dei suoi effetti negativi sulle libertà e i potenziali degli altri e sul bene comune.

 

Secondo: questo documento ci ha offerto motivi per integrare la distinzione sui bisogni/scarsità in un’analisi del potenziale. Se analizziamo la qualità della vita dei super-ricchi o il motivo per il quale qualcuno vorrebbe avere un tenore di vita che determina l’emissione di GHG equivalenti a 300 tonnellate di CO2 l’anno piuttosto che 10 tonnellate (o meno), allora dobbiamo discutere se spendere denaro o emettere GHG sia necessario per soddisfare i nostri bisogni fondamentali o salvaguardare i nostri potenziali fondamentali oppure se ci sono soddisfazioni di potenziali o di preferenze che corrispondono a scarsità che trascendono i bisogni.  Nell’economia convenzionale è quasi impossibile mettere al centro la distinzione bisogni/scarsità principalmente a causa della centralità delle preferenze e dell’idea radicale che gli estranei non possano mai giudicare il livello di benessere in termini di preferenze-soddisfazioni di un’altra persona. Nella filosofia politica normativa convenzionale c’è più spazio per mettere al centro la distinzione bisogni/scarsità. Tuttavia, a causa dell’avversione a dire qualsiasi cosa che violi principi liberali centrali, c’è una considerevole esitazione a farlo, anche se ci si può chiedere se, dopo attento esame, questa sarebbe una ragione solida. In un modo o nell’altro, considerati gli elevati livelli di persistente povertà che il mondo ha di fronte accanto alla crisi ecologica, non possiamo permetterci più a lungo di operare con teorie e quadri normativi che non ci consentono di affermare che a un certo punto si ha, prende o consuma troppo.

 

Ringraziamento

Questo documento è la versione rivista del mio discorso presidenziale del 30 agosto 2019 alla Human Development and Capability Association (HDCA) di Buenos Aires. Sono grata ai partecipanti alla conferenza per la discussione, nonché per i commenti di Enrica Chiappero Martinetti, Colin Hickey, Matthias Kramm e Dick Timmer. La ricerca presentata in questo documento è sostenuta finanziariamente dal Consiglio Europeo per la Ricerca (ERC-CoG), finanziamento #726153.

Trasparenza

Nessun conflitto di interessi è stato denunciato dall’autrice.

Codice ORCID

Ingrid Robeyns http://orcid.org/0000-0002-2893-1814

L’autrice

Ingrid Robeyns ha studiato da economista e filosofa e detiene la Cattedra di Etica delle Istituzioni presso l’Istituto di Etica dell’Università di Utrecht. E’ presidente dell’HDCA dal settembre 2018 con un mandato di due anni. Ha recentemente pubblicato il libro di Pubblico Accesso, ‘Wellbeing, Freedom and Social Justice: The Capability Approach Re-examined’ (Cambridge, Open Book Publishers). www.ingridrobeyns.info

[Note omesse]

 

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Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19452829.2019.1633734

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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