Pompeo accusa in modo manipolatorio l’Iran  

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di Juan Cole –  15 settembre  2019

I ribelli Houthi sciiti zaydi dello Yemen, che controllano il nord-ovest del paese tra cui la capitale Sana’a, hanno affermato sabato di aver lanciato i dieci droni che hanno colpito le maggiori istallazioni saudite di produzione e raffinazione di petrolio di Abqaiq e Khurais.

Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha negato che i droni siano arrivati dallo Yemen incolpando invece l’Iran dell’attacco. L’Iran offre un certo minore sostegno agli Houthi, ma questi ultimi non hanno il controllo di un porto o di vie terrestri sicure fuori dal paese e così l’Iran non poteva aver dato un grande aiuto. Gli Houthi sono un movimento indigeno yemenita di yemeniti in contrasto con l’Arabia Saudita.

Il frettoloso tweet di Pompeo, come quelli provenienti dal suo presidente, non è stato accompagnato da alcuna prova e ha configurato un conflitto locale come un maggiore conflitto geopolitico. Pompeo ha da tempo cercato un pretesto per rovesciare il governo iraniano e per muovere guerra all’Iran.

Quello che Pompeo non vi dirà è che l’attuale principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman ha lanciato una brutale guerra aerea contro lo Yemen nel 2015 nella speranza di cacciare gli Houthi non a causa di un qualsiasi collegamento con l’Iran, bensì perché l’Arabia Saudita era abituata ad avere una grande influenza sullo Yemen tramite il dittatore Ali Abdullah Saleh e ne aveva perso il controllo quando Saleh era stato rovesciato dalla rivoluzione giovanile del 2011-2012.

I sauditi, gli Emirati Arabi Uniti e altri alleati hanno per quasi quattro anni e mezzo bombardato intensamente Sana’a e altre cittadine e città civile nello Yemen del nord. Circa un terzo degli attacchi aerei ha colpito strutture civili, tra cui edifici residenziali, scuole, ospedali, porti e ponti. Circa 10 milioni di yemeniti su 18 soffrono di insicurezza alimentare a causa della guerra, con il colera e altre malattie debilitanti rampanti, e alcune stime del pedaggio dei morti da interventi militari diretti da ogni parte arrivano a 80.000.

I sauditi si ritenevano evidentemente immuni da qualsiasi contrattacco significativo. Gli Houthi non hanno una forza aerea e sono principalmente un movimento guerrigliero con base terrestre. Ma in qualche modo (probabilmente attraverso l’Iran, anche se avevano anche catturato molti componenti statunitensi dai magazzini governativi degli armamenti) hanno acquisito droni e hanno introdotto l’Arabia Saudita nell’era delle micro-guerre. I droni non attivano i sistemi antiaerei perché sono troppo piccoli da rilevare.

Il Congresso statunitense ha chiesto agli USA di smettere di sostenere la guerra saudita in Yemen, ma Pompeo ha insistito nella sua prosecuzione e Trump ha opposto il veto alla risoluzione.

Pompeo stesso ha perciò parte della colpa per l’attacco di Abqaiq, che è un contrattacco degli Houthi, in risposta ad anni di intensi bombardamenti sauditi contro lo Yemen (uno dei paesi più poveri e più deboli del mondo).

I sauditi hanno imparato ieri quello che gli israeliani avevano imparato durante la loro invasione del Libano nel 2006. Avere una grande superiorità militare convenzionale sul nemico non è il non plus ultra in un conflitto con un movimento guerrigliero. Hezbollah in Libano fu in grado di usare piccoli razzi Katiusha e alcuni razzi più grandi a più ampio raggio per cacciare di casa un quarto degli israeliani e minacciare magazzini chimici ad Haifa. Gli israeliani, scoprendo di non essere invulnerabili, erano furiosi con il loro governo per aver scatenato un conflitto simile. Dopo quel conflitto un generale israeliano in pensione mi ha detto  di aver desiderato che Hezbollah avesse avuto missili grandi, poiché quelli l’aviazione israeliana avrebbe potuto individuarli e distruggerli. Furono i piccoli razzi, spesso lanciati da piattaforme mobili che poi potevano essere sgomberate, o da caverne montane non individuabili, cui non furono in grado di far fronte efficacemente.

Avrebbe dovuto risultare chiaro ai sauditi che uno stato petrolifero lancia una guerra contro un vicino a proprio grande rischio, poiché le installazioni petrolifere sono particolarmente vulnerabili ad attacchi. Quando l’esercito iracheno Baath in ritirata incendiò le piattaforme petrolifere nel 1991 mentre era forzato fuori dal paese da George H.W. Bush, esso scatenò una conflagrazione che richiese anni per essere estinta e costò ai kuwaitiani centinaia di miliardi di dollari.

Fino a ieri il mondo produceva un po’ più di cento milioni di barili di petrolio al giorno.

Oggi produce un po’ più di 95 milioni di barili al giorno. Questo perché 5,7 milioni di barili al giorno sono stati tolti dal mercato nell’attacco con i droni alle maggiori strutture petrolifere di Abqaiq in Arabia Saudita.

In mesi recenti i sauditi producevano 9,8 milioni di barili al giorno, circa il 10 per cento dell’offerta mondiale.

Ma non è questa la statistica importante. Essi esportavano quasi 7,4 milioni di barili al giorno, usando solo da 2,5 a 3 milioni di barili al giorno in patria.

Nel 2018 le entrate petrolifere saudite ammontavano a circa 163 miliardi di dollari. Ma giusto oggi hanno perso il 60 per cento della produzione, secondo stime del governo saudita.

Fermo il resto (ma non lo è) se l’interruzione della produzione durasse un anno, ciò ridurrebbe nozionalmente le entrate petrolifere saudite dell’anno prossimo a solo 65 miliardi di dollari o giù di lì.

Il blocco della produzione probabilmente non durerà un anno, ma anche se proseguisse per poche settimane o mesi, non sono in grado di dirvi quale grosso colpo ciò costituisca per l’economia saudita. Il governo riceve tali entrate e le utilizza per costruire aeroporti e strade e edifici, e per gestire università e scuole e offrire servizi sanitari. Tutti quei piani di costruzione, comprese intere nuove città, sono già in corso e improvvisamente un mucchio di essi finirà privo di finanziamenti. La disoccupazione giovanile saudita è già molto elevata, ma immaginate i posti di lavoro che saranno messi a rischio da questa catastrofe.

Grazie alla fratturazione idraulica (un processo estremamente distruttivo dell’ambiente che si lascia dietro acqua tossica e terremoti e rilascia grandi quantità di pericoloso gas metano che riscalda il pianeta) gli Stati Uniti oggi producono 12 milioni di barili di petrolio al giorno.

Ma non è questa la statistica importante. Gli Stati Uniti consumano 20,5 milioni di barili al giorno di prodotti del petrolio greggio. Dunque utilizzano teoricamente tutto ciò che producono e in aggiunta più di altri 8 milioni di barili al giorno. (Gli USA in effetti esportano un po’ di petrolio, perché è più economico trasportare, diciamo, il petrolio dell’Alaska in Giappone piuttosto che sulla costa orientale degli Stati Uniti, ma importano più petrolio per compensare quello che inviano all’estero).

Gli USA sono perciò irrilevanti per i mercati mondiali di esportazione del petrolio perché sono consumatori netti e non hanno alcuna possibilità di rimpiazzare le esportazioni saudite; anche se intensificassero la propria produzione l’anno venturo gli Stati Uniti probabilmente la aumenterebbero a 13 milioni di barili al giorno e la userebbero tutta e poi altra ancora.

Il paese con la maggiore possibilità di approfittare del taglio saudita è l’Iran, che è stato costretto dal blocco economico di Trump a tenere quest’anno sottoterra la maggior parte dei 2,5 milioni di barili al giorno che esportava, anche se si afferma che la Cina stia oggi comprandone 1 milione o più di barili al giorno. Le possibilità dell’Iran di contrabbandare parte della sua capacità oggi bloccata sono aumentate considerevolmente.

Nel frattempo i prezzi della benzina saliranno mentre gli USA entrano nella stagione elettorale del 2020, che è l’ultima cosa di cui Trump vuol sentir parlare.

  

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/pompeo-manipulatively-blames-iran/

Originale: Informed Comment

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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