Il neoliberismo ha trovato pane per i suoi denti in Cina  

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di Ellen Brown  – 22 agosto 2019

Quando la Federal Reserve ha tagliato i tassi d’interesse la settimana scorsa commentatori hanno chiesto perché. Secondo dati ufficiali l’economia si stava riprendendo, la disoccupazione era sotto il 4 per cento e la crescita del prodotto interno lordo era sopra il 3 per cento. Caso mai, secondo il ragionamento della Fed, avrebbe dovuto aumentare i tassi.

Guru del mercato hanno spiegato che siamo in una guerra commerciale e in una guerra monetaria. Altre banche centrali stavano tagliando i loro tassi e la Fed doveva seguirne le orme al fine di impedire che il dollaro si sopravvalutasse rispetto ad altre monete. La teoria è che un dollaro più debole renderà i prodotti statunitensi più attraenti in mercati all’estero, aiutando la nostra base manifatturiera e occupazionale.

Nel weekend il presidente Trump ha fatto seguito ai tagli dei tassi minacciando di imporre, il 1° settembre, un nuovo dazio del 10 per cento su 300 miliardi di dollari di prodotti cinesi. La Cina ha reagito sospendendo le importazioni di prodotti agricoli statunitensi da parte delle imprese statali e lasciando scendere il valore dello yuan. Lunedì l’indice industriale Dow Jones è precipitato di quasi 770 punti, il suo giorno peggiore dal 2019. La guerra era iniziata.

Il problema con una guerra delle valute è che si tratta di una guerra senza vincitori.  Questo è stato dimostrato nelle politiche di scaricamento delle difficoltà su altri [beggar thy neighbor] degli anni ’30, che non fecero che aggravare la Grande Depressione. Come ha osservato l’economista Michael Hudson in un’intervista a giugno alla giornalista Bonnie Faulkner, rendere più a buon prezzo all’estero i prodotti statunitensi farà poco per l’economia statunitense, perché non abbiamo più una base manifatturiera competitiva o prodotti da vendere. I lavoratori di oggi sono in larga misura nelle industrie dei servizi: autisti di taxi, lavoratori ospedalieri, agenti di assicurazioni e simili. Un dollaro più deboli all’estero rende semplicemente più costosi i beni di consumo al Walmart e le materie prime importate per le imprese statunitensi.

Quello che è principalmente svalutato quando è svalutata una moneta, dice Hudson, è il prezzo della manodopera del paese e le condizioni di lavoro dei lavoratori. Il motivo per cui i lavoratori statunitensi non possono competere con i lavoratori stranieri non è che il dollaro è sopravvalutato. E’ dovuto ai loro costi più elevati per la casa, l’istruzione, i servizi medici e i trasporti. In paesi concorrenti tali costi sono solitamene sussidiati dal governo.

Il principale concorrente degli Stati Uniti nella guerra commerciale è ovviamente la Cina, che sovvenziona non solo i costi del lavoratore ma anche i costi delle sue imprese. Il governo possiede l’80 per cento delle banche, che concedono prestiti a condizioni favorevoli ad aziende nazionali, specialmente aziende statali. Se le aziende non riescono a rimborsare i prestiti, né le banche né le aziende solitamente finiscono in bancarotta, poiché ciò significherebbe perdere posti di lavoro e fabbriche. I prestiti incagliati sono semplicemente portati avanti nella contabilità o cancellati. Nessun creditore privato è danneggiato, poiché il creditore è il governo e i prestiti sono stati creati innanzitutto sui libri delle banche (seguendo una pratica bancaria standard globalmente). Come osservato da Jeff Spross in un articolo del maggio 2018 della Reuters intitolato “Le banche cinesi sono grandi. Troppo grandi?”:

Poiché il governo cinese possiede la maggior parte delle banche e stampa la propria moneta può tecnicamente mantenere tali banche attive e finanzianti per sempre…

Può suonare bizzarro dire che le banche della Cina non crollano mai, indipendente da quanto assurde finiscano per essere le loro posizioni creditorie. Ma i sistemi bancari sono semplicemente una questione di flussi di denaro.

Spross ha citato l’ex dirigente bancario Richard Vague, presidente della The Governor’s Woods Foundation, che ha spiegato: “La Cina si è dedicata a un elevato livello di crescita. E la crescita, molto semplicemente, dipende dalla finanza”. Pechino “interverrà a determinare la redditività, il capitale, i debito cattivo, delle banche statali… con ogni varietà di mezzi che voi e io non vedremo mai negli Stati Uniti”.

L’instabilità politica e sindacali è un grosso problema in Cina. Spross ha scritto che il governo mantiene felici tutti mantenendo elevata la crescita e distribuendo gli utili alla cittadinanza. Circa due terzi del debito cinese è dovuto solo dalle imprese, che sono anche in larga parte di proprietà statale. I prestiti alle imprese sono così una forma circolare di politica industriale finanziata dal governo, una politica finanziata non mediante tasse ma mediante il privilegio unico delle banche di creare denaro nei loro libri.

La Cina ritiene che questo sia un modello bancario migliore del sistema occidentale privato concentrato sui profitti a breve termine per gli azionisti privati. Ma i decisori della politica statunitense considerano i sussidi cinesi alle proprie imprese e lavoratori “pratiche commerciali scorrette”. Vogliono che la Cina abbandoni i sussidi di stato e le sue altre politiche protezioniste che giocare alla pari. Ma Pechino sostiene che le riforme pretese corrispondono a un “cambio di regime economico”. Come dice Hudson: “Questa è la lotta che Trump ha contro la Cina. Lui vuole dirle di lasciare che siano le banche a gestire la Cina e di avere un libero mercato. Dice che la Cina è diventata ricca negli ultimi cinquant’anni con mezzi sleali, con gli aiuti governativi e le imprese pubbliche. In effetti lui vuole che i cinesi siano tanto minacciati e insicuri quanto i lavoratori statunitensi. Dovrebbero liberarsi dei loro trasporti pubblici. Dovrebbero liberarsi loro sussidi. Dovrebbero lasciate che molte delle loro imprese vadano in bancarotta in modo che gli statunitensi possano comprarle. Dovrebbero avere lo stesso genere di libero mercato che ha devastato l’economia statunitense. [Corsivo aggiunto].

Kurt Campbell e Jake Sullivan, scrivendo il 1° agosto su Foreign Affairs (la rivista del Comitato sulle Relazioni con l’estero) lo definiscono “un’emergente gara di modelli”.

 

Una Guerra Fredda economica

Per capire che cosa sta succedendo qui, è utile ripassare un po’ di storia. Il modello del libero mercato ha svuotato la base manifatturiera degli Stati Uniti a partire dall’era Thatcher/Reagan degli anni ’70 e ’80, quando hanno fatto presa le politiche economiche neoliberiste. Nel frattempo economie asiatiche emergenti, guidate dal Giappone, stavano esplodendo sulla scena con un nuovo modello economico chiamato “capitalismo di mercato a guida statale”. Lo stato stabiliva le priorità e commissionava il lavoro, poi assumeva imprese private per realizzarlo. Il modello superava i difetti del sistema comunista, che poneva proprietà e controllo nelle mani dello stato.

Il sistema di mercato giapponese a guida statale era efficace ed efficiente, così efficace che era considerato una minaccia esistenziale al modello neoliberista di denaro basato sul debito e di “liberi mercati” promosso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Secondo l’autore William Engdahl in “A Century of War” [Un secolo di guerra], arrivati alla fine degli anni ’80 il Giappone era considerato la prima potenza economica e bancaria del mondo. Il suo modello a guida statale si stava dimostrando vincente anche nella Corea del Sud e in altre economie delle “Tigri asiatiche”. Quando l’Unione Sovietica è crollata alla fine della Guerra Fredda, il Giappone ha proposto il proprio modello ai paesi ex comunisti, e molti hanno cominciato a guardare a esso e all’esempio sudcoreano come ad alternative percorribili al sistema statunitense del libero mercato. Il capitalismo a guida statale provvedeva al benessere generale senza distruggere gli incentivi capitalisti. Engdhal ha scritto:

Le economie delle Tigri erano un grosso imbarazzo per il modello di libero mercato del FMI. Il loro successo nel fondere impresa privata con un forte ruolo economico dello stato era una minaccia per il programma di libero mercato del FMI. Fintanto che le Tigri apparivano vincenti con un modello basato su un forte ruolo dello stato, gli ex stati comunisti e altri potevano schierarsi contro il corso estremo del FMI. Nell’Asia orientale negli anni ’80 i tassi di crescita economica del 7-8 per cento l’anno, la crescente previdenza sociale, l’istruzione universale e un’elevata produttività dei lavoratori erano tutti sostenuti dalla guida e dalla pianificazione dello stato, pur se in un’economia di mercato, una forma asiatica di paternalismo benevolo.

Proprio come gli Stati Uniti erano impegnati in una Guerra Fredda per distruggere il modello comunista sovietico, così interessi finanziari si erano prefissi di distruggere questa emergente minaccia asiatica. Essa è stata disinnescata quando economisti neoliberisti occidentali hanno convinto il Giappone e le Tigri Asiatiche a adottare un sistema di libero mercato e ad aprire le loro economie e imprese a investitori stranieri. Speculatori occidentali hanno poi smontato i paesi vulnerabili uno alla volta nella “crisi asiatica” del 1997-98. La sola Cina era rimasta come minaccia economica al modello neoliberista occidentale, ed è questa minaccia esistenziale che è il bersaglio della guerra commerciale e delle valute di oggi.

 

Se non puoi batterli…

Nel loro articolo del 1° agosto su Foreign Affairs intitolato “Concorrenza senza catastrofe”, Campbell e Sullivan scrivono che la tentazione è di paragonare queste guerre commerciali economiche con la Guerra Fredda con la Russia; ma l’analogia è inappropriata:

La Cina oggi è un concorrente alla pari che è più formidabile economicamente, più sofisticato diplomaticamente, e più flessibile ideologicamente di quanto sia mai stata l’Unione Sovietica. E, diversamente dall’Unione Sovietica, la Cina è profondamente integrata nel mondo e interconnessa con l’economia statunitense.

Diversamente dal sistema comunista sovietica, non ci si può attendere che il sistema cinese “crolli sotto il suo stesso peso”. Gli USA non potrebbero aspettarli di distruggere la Cina, né dovrebbero volerlo, affermano Campbell e Sullivan. Invece dovremmo mirare a uno stato di “coesistenza in termini favorevoli agli interessi e ai valori statunitensi”.

L’implicazione è che la Cina, essendo troppo forte per essere buttata fuori dal gioco come lo fu l’Unione Sovietica, deve essere forzata o convinta a adottare il modello neoliberista e ad abbandonare il sostegno statale alle sue industrie e la proprietà delle sue banche. Ma il sistema cinese, anche se ovviamente non perfetto, ha un passato impressionante di sostegno della crescita e dello sviluppo a lungo termine. Mentre la base manifatturiera statunitense è stata svuotata sotto il modello del libero mercato, la Cina è andata sistematicamente costruendo la propria base manifatturiera e investendo pesantemente in infrastrutture e tecnologie emergenti, e lo ha fatto con credito generato dalle sue banche statali. Anziché tentare di distruggere il sistema economico cinese, potrebbe essere per noi più “favorevole agli interessi e ai valori statunitensi” adottare le pratiche bancarie e industriali più efficaci.

Non possiamo vincere una guerra delle valute mediante l’uso di svalutazioni competitive che scatenano una “corsa verso il basso” e non possiamo vincere una guerra commerciale installando barriere doganali competitive che ci escludono dai benefici di un commercio collaborativo. Più favorevole ai nostri interessi e valori di muovere guerra ai nostri partner commerciali, sarebbe cooperare nel condividere soluzioni, comprese soluzioni bancarie e creditizie. I cinesi hanno dimostrato l’efficacia del loro sistema bancario pubblico nel sostenere le loro industrie e i loro lavoratori. Anziché considerare ciò una minaccia esistenziale, potremmo ringraziarli messo alla prova sul campo il modello e provarlo anche noi.

Ellen Brown è un avvocato, presidente del Public Banking Institute, e autrice di tredici libri, tra cui il suo più recente “Banking of People: Democratizing Money in the Digital Age”.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/neoliberalism-has-met-its-match-in-china/

Originale: Truthdig

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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