La parola mancante nella crisi iraniana

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di Michael T. Klare – 18 luglio 2019

E’ sempre il petrolio. Mentre il presidente Donald Trump si intratteneva con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman al vertice del G-20 in Giappone, ignorando un recente rapporto dell’ONU sul ruolo del principe nell’assassinio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, il Segretario di Stato Mike Pompeo era in Asia e in Medio Oriente a implorare leader stranieri di sostenere “Sentinel”. Lo scopo di quel piano dell’amministrazione: proteggere i trasporti nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. Sia Trump sia Pompeo hanno insistito che i loro sforzi erano mossi dalla preoccupazione per cattivi comportamenti iraniani nella regione e dalla necessità di garantire la sicurezza del commercio marittimo. Nessuno dei due, tuttavia, ha citato una parola scomoda – PETROLIO – che sta dietro le loro manovre iraniane (così come ha incitato ogni altra incursione statunitense in Medio Oriente dalla Seconda guerra mondiale).

Ora, è vero che gli Stati Uniti non dipendono più da petrolio importato per una larga parte delle proprie necessità energetiche. Grazie alla rivoluzione della fratturazione idraulica il paese oggi ottiene del grosso del proprio petrolio – circa il 75 per cento – da fonti nazionali. Alleati chiave della NATO e rivali come la Cina, tuttavia, continuano a dipendere dal petrolio mediorientale per una percentuale considerevole delle loro necessità energetiche. Accade così che l’economia mondiale – di cui gli Stati Uniti sono i principali beneficiari (nonostante le guerre commerciali autodistruttive di Trump) – dipenda da un flusso ininterrotto di petrolio dal Golfo Persico per mantenere bassi i prezzi dell’energia. Continuando a operare da principale controllore di quel flusso, Washington gode di impressionanti vantaggi geopolitici che le élite della sua politica estera non abbandonerebbero più di quanto abbandonerebbero la supremazia nucleare del loro paese.

Pompeo arriva ad Abu Dhabi il 24 giugno 2019 (Dipartimento di Stato /Ron Przysucha)

Questa logica è stata espressa chiaramente dal presidente Barack Obama in un discorso del settembre 2013 all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel quali ha dichiarato che “gli Stati Uniti d’America sono pronti a usare tutti gli elementi in proprio possesso, compresa la forza militare, per garantire i nostri interessi chiave” in Medio Oriente. Ha poi indicato che, anche se gli USA stavano costantemente riducendo la propria dipendenza dal petrolio importato, “il mondo dipende ancora dall’offerta energetica della regione e una grave turbativa potrebbe destabilizzare l’intera economia globale”. Perciò, ha concluso, “garantiremo il libero flusso dell’energia dalla regione al mondo”.

Ad alcuni statunitensi tale dichiarazione – e il suo continuo abbraccio da parte di Trump e Pompeo – può parere anacronistica. Vero, Washington ha combattuto guerre in Medio Oriente quando l’economia statunitense era ancora gravemente vulnerabile a qualsiasi problema nel flusso del petrolio importato. Nel 1990 questa fu la ragione fondamentale che il presidente George H.W. Bush offrì per la sua decisione di cacciare le truppe irachene dal Kuwait dopo l’invasione di quel paese da parte di Saddam Hussein. “Oggi il nostro paese importa quasi metà del petrolio che consuma e potrebbe subire una grave minaccia alla sua indipendenza economica”, dichiarò a un pubblico televisivo nazionale. Ma i discorsi sul petrolio scomparvero presto dai suoi commenti riguardo a quella che divenne la prima (ma non certo l’ultima) Guerra del Golfo di Washington dopo che la sua dichiarazione aveva suscitato diffusa indignazione pubblica.  (“Niente sangue per il petrolio” divenne una cartello di protesta diffusamente utilizzato allora). Suo figlio, il secondo presidente Bush non ha nemmeno mai menzionato quella parola nell’annunciare la sua invasione dell’Iraq nel 2003. Tuttavia, come ha reso chiaro il discorso di Obama all’ONU, il petrolio restava, e rimane tuttora, a centro della politica estera statunitense. Una rapida scorsa alla tendenze energetiche globali aiuta a spiegare perché le cose hanno continuato a rimanere tali.

 

La dipendenza non ridotta del mondo dal petrolio

Nonostante tutto quanto è stato detto a proposito del cambiamento climatico e del ruolo del petrolio nel causarlo – e a proposito dell’enorme progresso compiuto nell’introdurre in rete l’energia solare ed eolica – restiamo intrappolati in un mondo rimarchevolmente dipendente dal petrolio. Per afferrare questa realtà è sufficiente leggere l’edizione più recente dell’”Analisi Statistica dell’Energia Mondiale” del gigante petrolifero BP pubblicata lo scorso giugno. Nel 2018, secondo tale rapporto, il petrolio rappresentava ancora la quota di gran lunga più vasta del consumo energetico mondiale, così come in ogni anno da decenni. Nel complesso, il 33,6 per cento del consumo energetico mondiale l’anno scorso è stato costituito da petrolio, il 27,2 per cento da carbone (esso stesso una disgrazia globale), il 23,9 per cento da gas naturale, il 6,8 per cento da energia idroelettrica, il 4,4 per cento da energia nucleare e un mero 4 per cento da rinnovabili.

La maggior parte degli analisti dell’energia ritiene che la dipendenza globale dal petrolio come quota dell’uso mondiale dell’energia diminuirà nei prossimi decenni, con più governi che imporranno restrizioni alle emissioni di carbonio e con i consumatori, specialmente nel mondo sviluppato, che passeranno da veicoli a benzina a veicoli elettrici. Ma è improbabile che tali diminuzioni prevalgano in ogni regione del globo e il consumo totale di petrolio potrà nemmeno non scemare. Secondo proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel suo “Scenario delle nuove politiche” (che presume sforzi governativi considerevoli ma non drastici di tagliare globalmente le emissioni di carbonio) è probabile che Asia, Africa e Medio Oriente vivranno una domanda notevolmente accresciuta di petrolio negli anni a venire il che, abbastanza sinistramente, significa che il consumo globale di petrolio continuerà ad aumentare.

Concludendo che l’accresciuta domanda di petrolio in Asia, in particolare, supererà la riduzione della domanda altrove, l’IEA ha calcolato nella sua “Prospettiva dell’Energia Mondiale” 2017 che il petrolio rimarrà la fonte mondiale dominante dell’energia nel 2040, rappresentando uno stimato 27,5 per cento del consumo energetico mondiale. Si tratterà, in effetti, di una percentuale minore rispetto al 2018, ma poiché il consumo globale di energia nel suo complesso è atteso aumentare considerevolmente durante tali decenni, la produzione netta di petrolio potrebbe continuare ad aumentare, da 100 milioni di barili al giorni stimati nel 2018 a circa 105 milioni di barili nel 2040.

Ovviamente nessuno, compresi gli esperti della IEA, può essere certo di come future manifestazioni estreme del riscaldamento globale, come le gravi ondate di calore che hanno recentemente tormentato Europa e Asia Meridionale, potrebbero cambiare tali proiezioni. E’ possibile che una crescente indignazione del pubblico possa condurre a restrizioni molto più rigorose delle emissioni di carbonio tra oggi e il 2040. Anche sviluppi inattesi nel campo della produzione di energie alternative possono avere un ruolo nel cambiare tali proiezioni. In altri termini il continuo dominio del petrolio potrebbe ancora essere frenato in modi che oggi non sono prevedibili.

Nel frattempo, da un punto di vista geopolitico, sta avendo luogo una profonda svolta nella domanda mondiale di petrolio. Nel 2000, secondo la IEA, le nazioni industrializzate più vecchie – la maggior parte di esse partecipanti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – rappresentavano circa due terzi del consumo globale di petrolio; solo circa un terzo andava a paesi del mondo in via di sviluppo. Nel 2040 gli esperti della IEA ritengono che tale rapporto sarà invertito, con l’OCSE che consumerà circa un terzo del petrolio mondiale e le nazioni non-OCSE il resto. Ancor più spettacolare è la crescente centralità della regione Asia-Pacifico per il flusso globale del petrolio. Nel 2000 tale regione costituiva solo il 28 per cento del consumo mondiale; nel 2040 la sua quota è attesa arrivare al 44 per cento, grazie alla crescita di Cina, India e altri paesi asiatici, i cui consumatori di nuovo benessere stanno già comprando auto, camion, moto e altri prodotti alimentati a petrolio.

Da dove prenderà il suo petrolio l’Asia? Tra gli esperti dell’energia ci sono pochi dubbi al riguardo. In mancanza di proprie riserve significative i maggiori consumatori asiatici si rivolgeranno all’unico luogo con una capacità sufficiente di soddisfare i loro crescenti bisogni: il Golfo Persico. Secondo la BP nel 2018 il Giappone ha già ottenuto l’87 per cento delle sue importazioni di petrolio dal Medio Oriente, l’India il 64 per cento e la Cina il 44 per cento. La maggior parte degli analisti suppone che queste percentuali non faranno che aumentare negli anni a venire, mentre declinerà la produzione in altre aree.

Ciò, a sua volta, attribuirà un’importanza strategica sempre maggiore alla regione del Golfo Persico, che oggi possiede più del 60 per cento delle riserve di petrolio non sfruttate, e allo Stretto di Hormuz, il lo stretto passaggio attraverso il quale passa approssimativamente un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare. Confinante con Iran, Oman e gli Emirati Arabi Uniti, lo Stretto è oggi forse il luogo geostrategico più considerevole – e più contestato – del pianeta.

 

Uno delle centinaia di pozzi incendiati dalla forze irachene in ritirata nel 1981 (Jonas Jordan, U.S. Army Corps of Engineers via Wikimedia Commons)

Controllo del rubinetto

Quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan nel 1979, lo stesso anno nel quale fondamentalisti sciiti militanti rovesciarono lo scià dell’Iran appoggiato dagli Stati Uniti, i decisori della politica statunitense conclusero che l’accesso degli Stati Uniti alle forniture di petrolio del Golfo era a rischio e che era necessaria una presenza militare statunitense per garantire tale accesso. Come disse il presidente Jimmy Carter nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione il 23 gennaio 1980:

“La regione che è oggi minacciata dalle truppe sovietiche in Afghanistan è di grande importanza strategica: contiene più di due terzi del petrolio esportabile del mondo… Il tentativo sovietico di dominare l’Afghanistan ha portato forze militari sovietiche entro 300 miglia dall’Oceano Indiano e in prossimità dello Stretto di Hormuz, una via d’acqua attraverso la quale deve fluire la maggior parte del petrolio del mondo… Che la nostra posizione sia assolutamente chiara: un tentativo di qualsiasi forza esterna di conquistare il controllo della regione del Golfo Persico sarà considerato come un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America e un tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare”.

Per dare forza a quella che sarebbe stata presto chiamata la “Dottrina Carter” il presidente creò una nuova organizzazione militare statunitense, la Task Force Congiunga di Rapido Impiego (RDJTF), e ottenne basi per essa nella regione del Golfo. Ronald Reagan, che succedette a Carter come presidente nel 1981, trasformò la RDJTF in un “comando geografico combattente” su vasta scala, chiamato Comando Centrale, o CENTCOM, che continua a essere oggi incaricato di assicurare l’accesso statunitense al Golfo (oltre che di controllare le guerre interminabili del paese nel Grande Medio Oriente). Reagan fu il primo presidente ad attivare la Dottrina Carter nel 1987 quando ordinò a navi da guerra della marina di scortare petroliere kuwaitiane, “re-imbandierate” a stelle e strisce, mentre attraversavano lo Stretto di Hormuz. Di tanto in tanto tali navi erano finite sotto il fuoco di cannoniere iraniane, parte di una continua “Guerra delle Petroliere”, essa stessa parte della guerra Iran-Iraq di quegli anni. Gli attacchi iraniani a quelle petroliere erano intesi a punire paesi arabi sunniti per il loro sostegno all’autocrate iracheno Saddam Hussein in quel conflitto. La reazione statunitense, chiamata Operazione Earnest Will, offrì un primo modello di quello che Pompeo sta cercando di stabilire oggi con il suo programma Sentinel.

L’Operazione Earnest Will fu seguita due anni dopo a una grande attuazione della Dottrina Carter con la decisione del 1990 di Bush di cacciare le forze irachene dal Kuwait. Anche se egli parlò della necessità di proteggere l’accesso statunitense ai campi petroliferi del Golfo Persico, era evidente che assicurare un flusso sicuro delle importazioni di petrolio non era il solo motivo per un tale coinvolgimento militare. Ugualmente importante allora (e molto di più oggi): il vantaggio geopolitico che il controllo del più grande rubinetto petrolifero del mondo dava a Washington.

Nell’ordinare alle forze statunitensi di combattere nel Golfo i presidenti statunitensi hanno sempre insistito che stavano agendo negli interessi dell’intero occidente. Nel promuovere la missione di “re-imbandieramento” del 1987, ad esempio, il Segretario alla Difesa Caspar Weinberger sostenne (come avrebbe in seguito ricordato nelle sue memorie “Fighting for Peace”): “La cosa principale per noi era proteggere il diritto di un commercio innocente, non belligerante ed estremamente importante di muoversi liberamente in acque aperte internazionali e, con la nostra offerta di protezione, di evitare di cedere tale missione ai sovietici”. Anche se raramente riconosciuto così apertamente, lo stesso principio ha sostenuto la strategia di Washington nella regione da allora: solo gli Stati Uniti devono essere il garante finale del commercio non ostacolato del petrolio nel Golfo Persico”.

Osservate attentamente e troverete questo principio celato in ogni fondamentale dichiarazione della politica statunitense relativa a quella regione e tra l’élite di Washington più in generale. La mia preferita personale, quando di tratta di concisione, è una frase in un rapporto sulla geopolitica dell’energia pubblicato nel 2000 dal Center for Strategic and International Studies, uno studio di esperti con sede a Washington ben popolato di ex dirigenti governativi (molti dei quali hanno contribuito al rapporto): “In quanto unica superpotenza mondiale, [gli Stati Uniti] devono accettare le proprie speciali responsabilità di preservare l’accesso all’offerta energetica mondiale”. Non si può essere più espliciti di così.

Naturalmente a questa “speciale responsabilità” si accompagna un vantaggio geopolitico: offrendo questo servizio, gli Stati Uniti cementano il proprio status di sola superpotenza mondiale e mettono ogni altra nazione importatrice di petrolio – e il mondo in generale – in una condizione di dipendenza dalla loro continua prestazione di questa funzione vitale.

In origine i dipendenti chiave di questa equazione strategica erano l’Europa e il Giappone che, in cambio dell’accesso garantito al petrolio del Medio Oriente, erano attesi subordinarsi a Washington. Si ricordi, ad esempio, come contribuirono a pagare per la Guerra dell’Iraq del primo Bush (chiamata Operazione Desert Storm). Oggi, tuttavia, molti di quei paesi, profondamente preoccupati per gli effetti del cambiamento climatico, stanno cercando di ridurre il ruolo del petrolio nelle loro combinazioni nazionali di carburante. In conseguenza nel 2019 i paesi potenzialmente più alla mercé di Washington, quando si tratta dell’accesso al petrolio del Golfo, sono Cina e India in rapida espansione, le cui necessità di petrolio è unicamente probabile che aumentino. Ciò, a sua volta, rafforzerà ulteriormente il vantaggio geopolitico di cui Washington gode fintanto che rimane il principale guardiano del flusso del petrolio dal Golfo Persico. Come possa cercare di sfruttare questo vantaggio resta da vedere, ma è indubbio che tutte le parti interessate, compresi i cinesi, sono ben consapevoli di questa equazione asimmetrica, che potrebbe dare all’espressione “guerra commerciale” un significato molto più profondo e più nefasto.

 

La sfida iraniana e lo spettro della guerra

Dal punto di vista di Washington, il principale sfidante dello status privilegiato degli Stati Uniti nel Golfo è l’Iran. A causa della geografia, quel paese possiede una posizione potenzialmente molto forte lungo il Golfo settentrionale e lo Stretto di Hormuz, come l’amministrazione Reagan apprese nel 1987-88 quanto [l’Iran] minacciò il dominio statunitense nell’area.  A proposito di tale realtà il presidente Reagan non avrebbe potuto essere più chiaro: “Segnatevi bene questo punto: l’uso delle vie d’acqua del Golfo Persico non sarà dettato dagli iraniani”, dichiarò nel 1987, e l’approccio di Washington alla situazione non è mai cambiato.

Cacciatorpediniere US Porter dotato di missili teleguidati attraversa lo Stretto di Hormuz. Maggio 2012. (U.S.Navy / Alex R. Forster)

In tempi più recenti, in reazione alle minacce statunitensi e israeliane di bombardare le sue strutture nucleari o, come ha fatto l’amministrazione Trump, di imporre sanzioni economiche al loro paese, gli iraniani hanno minacciato in numerose occasioni di bloccare lo Stretto di Hormuz al traffico del petrolio, imporre una stretta alle forniture energetiche globali e scatenare una crisi internazionale. Nel 2011, ad esempio, il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha avvertito che, nel caso l’occidente avesse imposto sanzioni al petrolio iraniano, “nemmeno una goccia di petrolio potrà passare attraverso lo Stretto di Hormuz”. In risposta, dirigenti statunitensi hanno promesso da allora di non permettere che una cosa simile accada, proprio come ha fatto all’epoca il Segretario alla Difesa Leon Panetta in reazione a Rahimi. “Abbiamo reso molto chiaro”, ha detto, “che gli Stati Uniti non tollereranno il blocco dello Stretto di Hormuz”. Quella, ha aggiunto, era una “linea rossa per noi”.

Le cose restano così oggi. Di qui la crisi attualmente in corso nel Golfo, con aggressive sanzioni statunitensi contro le vendite di petrolio iraniano e, in reazione, minacce di gesti iraniani nei confronti del flusso regionale del petrolio. “Faremo capire al nemico che o tutti possono usare lo Stretto di Hormuz, oppure nessuno”, ha detto nel luglio del 2018 Mohammad Ali Jafari, comandante dell’élite delle Guardie della Rivoluzione dell’Iran.  E attacchi, il 13 giugno, contro due petroliere nel Golfo di Oman, in prossimità dell’ingresso dello Stretto di Hormuz potrebbero plausibilmente essere stati una manifestazione proprio di tale politica se – come affermato dagli Stati Uniti – sono stati effettivamente condotti da membri delle Guardie della Rivoluzione. Qualsiasi attacco futuro probabilmente non farà che incitare un’azione militare statunitense contro l’Iran in accordo con la Dottrina Carter. Come ha detto il portavoce del Pentagono Bill Urban in reazione alla dichiarazione di Jafari: “Siamo pronti a garantire la libertà di navigazione e di libero flusso del commercio dovunque lo consente la legge internazionale”.

Così come stanno oggi le cose, qualsiasi mossa iraniana nello Stretto di Hormuz può essere presentata come una minaccia al “libero flusso del commercio” (cioè del commercio del petrolio e rappresenterebbe il detonatore più probabile di un intervento militare statunitense diretto. Sì, il perseguimento da parte di Teheran di armi nucleari e il suo sostegno a movimenti radicali sciiti in tutto il Medio Oriente saranno citati come prova della malevolenza della sua dirigenza, ma la sua vera minaccia sarà al dominio statunitense delle vie del petrolio, un pericolo che Washington tratterà come l’offesa di tutte le l’offese da controbattere a ogni costo.

Se gli Stati Uniti entreranno in guerra con l’Iran è improbabile che sentirete pronunciare la parola “petrolio” da dirigenti di vertice dell’amministrazione Trump, ma credetemi: quella parola è alla radice della crisi attuale, per non parlare del destino a lungo termine del mondo.

Michale T. Klare, un collaboratore regolare di TomDispatch, è professore emerito di studi di pace e sicurezza mondiale del consorzio delle cinque università presso lo Hampshire College e membro ospite anziano della Arms Control Association. Il suo libro più recente è “The Race for What’s Left”. Il suo prossimo libro, “All Hell Breaking Loose: The Pentagon’s Perspective on Climate Change” (Metropolitan Books) sarà pubblicato a novembre.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://consortiumnews.com/2019/07/18/the-missing-three-letter-word-in-the-iran-crisis/

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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