Come l’Italia potrebbe salvare l’euro

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di Marshall Auerback – 18 giugno 2019

L’Italia sta ora attraversando la sua terza recessione in un decennio; la traiettoria in discesa della sua economia assomiglia sempre più alla discesa di Dante nei nove cerchi dell’Inferno (meno la prospettiva di finale redenzione). Rispettare il regolamento della UE, cui ha promesso ottemperanza, ha “asfissiato la domanda interna e le esportazioni dell’Italia e ha determinato non solo stagnazione economica e rallentamento generalizzato della produttività, ma un declino relativo e assoluto in molte dimensioni dell’attività economica”, scrive l’economista Servaas Storm.

Il programma di acquisto di titoli sovrani avviato dal presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi ha probabilmente prevenuto la distruzione del mercato del credito e dei capitali dell’Europa e perciò ha salvato l’unione monetaria. Da emittente monopolista, la BCE era la sola istituzione che poteva credibilmente assumere l’impegno di fare “tutto il necessario per preservare l’euro”. Ma la ginnastica monetaria di Draghi è stata singolarmente inefficace nel ripristinare la crescita economica del suo paese natale, poiché l’”aiuto” monetario della BCE è vincolato al continuo abbraccio dell’austerità fiscale da parte dei governi beneficiari. Tale condizione è stata introdotta per placare le preoccupazioni di Berlino che “spendaccioni” come l’Italia avrebbero avuto altrimenti libero accesso ai prevalenti tassi contenuti d’interesse tedeschi, il che (in teoria) avrebbe consentito ai loro governi di spendere all’impazzata senza conseguenze, in tal modo creando una potenziale Weimar 2.0 all’interno dell’Eurozona nel suo complesso. Lungi dal creare iperinflazione, tuttavia, le arbitrarie regole fiscali che governano l’Unione Monetaria Europea (EMU) stanno in realtà esacerbando le disparità esistenti, bloccando paesi come l’Italia in ulteriore impoverimento deflattivo.

L’ovvia soluzione consisterebbe nel modellare la UE su una vera unione fiscale federale come Stati Uniti, Canada o Australia e quindi allineare meglio le soluzioni politiche istituzionali alle necessità economiche. Quello era un passo troppo in là quando è stato ratificato il Trattato dell’Unione Europea (noto anche come Trattato di Maastricht) per promuovere l’integrazione europea nel 1992. Considerato l’intensificarsi delle tensioni oggi tra gli alleati storicamente più stretti della UE, le condizioni politiche per creare un’unione fiscale sovranazionale sostenibile sono sempre più problematiche. Ci sono, tuttavia, altri modi per risolvere la stagnazione economica dell’Italia che razionalmente ci conducono oltre questa meccanica adesione al regolamento dell’EMU.

In una recente intervista al giornale italiano Libero Quotidiano, l’ex primo ministro Silvio Berlusconi,  ha teorizzato l’introduzione di una moneta nazionale parallela, i cosiddetti mini titoli del Tesoro (“minibot”, in breve), che in teoria consentirebbero all’Italia di uscire dall’austerità senza uscire dall’Eurozona. Anche il governo italiano di coalizione Cinque Stelle/Lega ha sposato l’idea. La BCE e la Commissione Europea, prevedibilmente, si oppongono all’introduzione dei minibot, considerandoli una minaccia esistenziale alla moneta unica e un mezzo per eludere le regole di bilancio stabilite nella sua creazione.

Queste paure sono giustificate o può funzionare? Quali sono le conseguenza potenziali e quali forze si oppongono?

La continua ostinazione di Bruxelles contro qualsiasi proposta non convenzionale che vada oltre il suo stanco Patto di Stabilità e Crescita (SGP, il regolamento che disciplina l’appartenenza all’unione della moneta unica) costituisce potenzialmente una minaccia esistenziale ancora peggiore all’euro, rispetto al nuovo esperimento fiscale proposto dall’Italia. In modo molto simile alla promessa del capitano Bligh che “le frustate continueranno fino a quando il morale non migliorerà”, la reazione eccessiva della Commissione Europea ignora il fatto che l’economia a sostegno dei minibot è solida. E’ fondata su una teoria nota come “cartalismo”. I cartalisti sostengono che le valute diventano moneta a causa del coinvolgimento attivo dello stato. Basando il suo approccio “finanziario funzionale” su idee neo-cartaliste, l’economista statunitense Abba Lerner ha sostenuto la tesi seguente nel suo saggio sulla moneta e la tassazione nell’edizione del 1947 dell’American Economic Review:

Lo stato moderno può rendere moneta qualsiasi cosa scelga come generalmente accettabile. E’ vero che una semplice dichiarazione che la tal cosa è moneta non basterà, anche se sostenuta dalla prova costituzionale più convincente dell’assoluta sovranità dello stato. Ma se lo stato è disposto ad accettare la moneta proposta in pagamento di imposte e altri obblighi nei suoi confronti, allora il gioco è fatto. [Grassetto mio].

L’idea chiave di Lerner è che in un mondo post gold standard, la moneta a corso forzoso non ha di per sé alcun valore intrinseco. La moneta è “guidata dalle imposte” e il suo “valore” deriva all’imposizione statale di un onere fiscale ai suoi cittadini, il che a sua volta crea la richiesta che le persone la detengano e la usino come principale mezzo di scambio. La condizione chiave è che solo lo stato ha la capacità di stabilire che cosa è necessario per pagare le imposte e analogamente solo esso ha il monopolio dell’imposizione di un onere fiscale. Due parti private possono concordare di usare qualsiasi forma di pagamento piaccia lor (ad esempio una cripto-moneta), ma non possono esigere di usare tale unità di conto per pagare le imposte. Solo lo stato può farlo.

Decidere che cosa costituisca valuta legale per il regolamento di imposte apre uno spazio di politica fiscale considerevolmente maggiore a un governo nazionale. Di qui l’attrattiva per Roma, poiché i suoi proposti minibot darebbero all’Italia più opzioni politiche per generare un’espansione economica commisurata a redditi più elevati e a una maggiore crescita dell’occupazione.

Ci sono esempi del passato di monete parallele, operanti accanto e a sostegno delle monete nazionali. Esse sono state particolarmente efficaci in periodi di acuta difficoltà economica. Ad esempio in Argentina, con l’aggravarsi della crisi finanziaria dopo il 2000, i governi locali hanno cominciato a emettere “patacones” (titoli a interesse) come monete locali per pagare lavoratori e fornitori. Come abbiamo segnalato Rob Parenteau e io:

Le società di utenze cominciarono ad accettarli – sapendo che con essi potevano pagare parte delle imposte – e l’accettazione si estese persino a società internazionali quali McDonald’s. [Grassetto mio].

Nello stesso documento abbiamo anche evidenziato molteplici esempi di certificati monetari operanti contemporaneamente negli Stati Uniti durante gli anni ’20.

Erano utilizzati in modo interscambiabile e comprendevano:

  1. Certificati aurei (riscattabili in monete d’oro fino al divieto di FDR che cittadini privati detenessero oro)
  2. Certificati argentei (riscattabili in monete o lingotti)
  3. Biglietti bancari nazionali (emessi da banche autorizzate dal governo USA con un valore facciale equivalente ai titoli depositati dalla banca presso il Tesoro)
  4. Banconote statunitensi (emesse direttamente dal Tesoro e definite anche Valuta Legale, ma senza ‘copertura’)
  5. Banconote della Federal Reserve (riscattabili in oro a richiesta presso il Tesoro o in oro o ‘moneta legale’ presso qualsiasi banca del sistema della Federal Reserve, fino al divieto di FDR, quando fu deciso che si trattava soltanto di valuta legale riscattabile in moneta legale presso la Fed o il Tesoro)

In nessuno di questi casi i paesi interessati hanno subito un’iperinflazione; né queste quasi-monete hanno concretamente minato l’esistenza della moneta nazionale prevalente.

Dunque, apparentemente non c’è nulla nella proposta dei minibot, di per sé, che suggerisca che costituisce una minaccia esistenziale all’euro o, in realtà, al sistema monetario dell’Italia. In realtà, proprio il contrario se avesse successo, poiché potrebbe creare un paradigma praticabile per altri stati membri in difficoltà, presupponendo il tacito sostegno di Bruxelles (che altrimenti potrebbe minarlo, insieme con la BCE, come potrebbe confermare qualsiasi greco).

Quest’ultima condizione è cruciale, poiché i minibot restano fortemente controversi, sia politicamente sia legalmente. Sotto quest’ultimo aspetto molti, come Lorenzo Codogno, un ex capoeconomista del Tesoro italiano, afferma che l’introduzione di una moneta nazionale parallela contravverrebbe ai termini del trattato dell’Unione Monetaria Europea. Lo stesso Trattato di Maastricht non era esplicito su questo punto (vedere qui per idee alternative di uno dei coprogettisti dell’euro, Bernard Lietaer, che era a favore di monete parallele). La vera preoccupazione è politica, una visione esemplificata dal Riccardo Puglisi, un economista dell’Università di Pavia. Puglisi considera i minibot non come un complemento dell’euro, bensì piuttosto come “un modo per agevolare l’uscita dell’Italia dall’Eurozona”.

Quelli che condividono i sospetti di Puglisi non lo fanno senza motivo, considerato il numero di membri del governo italiano che sono esplicitamente contro l’euro, in particolare il ministro dell’interno, Matteo Salvini (anche leader della Lega nella coalizione di governo). Permangono preoccupazioni che Salvini consideri i minibot come mezzo per organizzare un’uscita totale dall’euro nel perseguimento del più vasto programma nazionalista/populista del suo partito. Dunque abbiamo i preparativi di una battaglia tra i custodi della moneta, in particolare la Banca Centrale Europea, contro i populisti italiani e altri sostenitori anti-euro dello stato nazione, molti dei quali stanno calcolando che Bruxelles alla fine cederà sull’austerità poiché l’alternativa – una “Italexit” – costituirebbe una minaccia più grave alla moneta unica e, in effetti, un catastrofico passo indietro rispetto a “un’unione sempre più stretta”.

La visione di Salvini non è assolutamente quella definitiva nella coalizione italiana. Né il suo primo ministro tecnocrate, Giuseppe Conte, né il presidente italiano, Sergio Mattarello, appoggiano un’uscita piena dall’EMU. Per evitare una scissione o una crisi costituzionale (che potrebbero costringere a nuove elezioni) Roma sta perciò cercando di salvare capra e cavoli, sostenendo che poiché non c’è stata alcuna legge per trasformare i minibot in un’autentica “valuta legale”, essa perciò non costituisce una violazione dell’appartenenza all’eurozona. Il voto formulato sul minibot è stato classificato “non vincolante”. Ma alla fine, se il minibot sarà tacitamente autorizzato per l’uso nel pagamento delle imposte da parte del governo di coalizione, esso costituisce valuta legale in pratica. Questa è la vera essenza ci ciò che trasforma lo strumento da un semplice ‘pagherò’ tra due parti in transazioni private in qualcosa con più vaste implicazioni fiscali nazionali.

Perciò la coalizione sta correndo sul filo del rasoio tra, da un lato, la proposta di una politica mirata sia a garantire un più vasto consenso nazionale e a smobilizzare credito fortemente necessario per generare una ripresa economica e, dall’altro lato, rischiando diffuse corse agli sportelli, se il pubblico italiano comincerà a temere che i minibot rappresentano di fatto il primo passo verso l’uscita dalla moneta unica.

Non ci sono ancora segnali di corse agli sportelli e “lo spread” (il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi) non si è ampliato considerevolmente a livelli pericolosi, anche se recentemente è aumentato. Sinora non pare che i mercati stiano ancora prendendo troppo sul serio la proposta del governo italiano (e, considerata la timidezza fiscale del passato della coalizione, forse questo è razionale). Il problema è che in mancanza di sostegno dalla BCE e dalla Commissione Europea, l’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis (che cercò di introdurre qualcosa di simile in Grecia) offre un assaggio di quello che sarà il probabile esito, sulla base della zuffa del suo paese con Bruxelles e con la BCE:

“Una volta che questi titoli di breve termine saranno scambiato sul mercato aperto diverranno una moneta di fatto, una nuova lira in attesa. L’Italia avrebbe un sistema monetario diviso in due. L’euro finirebbe smontato dall’interno. La mia ipotesi è che la BCE prima razionerebbe e poi taglierebbe il supporto del Target 2 alla Banca d’Italia”.

Se il governo italiano continuasse a non mettersi in riga, controlli dei capitali sarebbero la conseguenza inevitabile, nonché la diretta espulsione dalla moneta unica, sostiene Varoufakis.

La domanda è: chi finisce più danneggiato in questa situazione, il governo italiano (che a quel punto avrebbe una piena libertà di bilancio per contrastare l’impatto dell’espulsione) o le nazioni creditrici dell’euro? Si consideri che le banche francesi detengono “nei loro bilanci circa 385 miliardi di debito, derivati, impegni creditizi e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di debito italiano”, a tutto il Q3 2018, secondo un rapporto della Banca per i Regolamenti Internazionali (BIS), citato da Servaas Storm nel suo articolo appropriatamente intitolato “Come rovinare un paese in tre decenni”. Una “Italexit” potrebbe perciò generare una crisi bancaria di portata europea.

In passato, quando un paese ha infranto le regole dello SGP è stato messo in scena un rituale in stile kabuki. In modo molto simile alla battuta della vecchia Unione Sovietica – “loro fanno finta di pagarci e noi facciamo finta di lavorare” – la Commissione Europea con sede a Bruxelles trasmette un rabbuffo al paese in contravvenzione, che dopo una resistenza simbolica a fini di consumo politico interno, alla fine risponde e promette di adottare tagli alla spesa per tornare in regola. Tali tagli (se effettivamente praticati) diventano autolesionisti in pratica, perché possono sgonfiare la crescita economica. In mancanza di miglioramenti delle esportazioni, o di un’espansione del debito privato (difficile da realizzare quando debitori e prestatori sono già in difficoltà) il problema peggiora mentre la stagnazione è perpetuata e i livelli del debito pubblico continuano a crescere (mediante un’accresciuta disoccupazione, minori entrate fiscali e corrispondenti aumenti dei sussidi dello stato sociale).

L’Italia è un esempio perfetto di questo dilemma. Come sostiene Storm, il paese ha fatto più che tentativi simbolici di adeguarsi: “Dopo il 1992 l’Italia ha fatto più della maggior parte degli altri membri dell’Eurozona per soddisfare le condizioni dell’EMU in termini di consolidamento di bilancio, riforme strutturali e limitazioni dei salari reali autoimposti”.

Il premio? Una perpetua stagnazione economica, compreso l’avvio, oggi, di ancora un’altra recessione. Storm quantifica il danno complessivo:

Fino ai primi anni ’90 l’Italia aveva goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante i quali era riuscita a mettersi quasi in pari con altre nazioni dell’Eurozona quanto al reddito (per persona)… Nel 1960 il PIL pro capita dell’Italia (a prezzi 2010 costanti) era l’85 per cento del PIL pro capite francese e il 74 per cento del PIL pro capite (in media pesata) di Belgio, Francia, Germania e Olanda (le economie del G-4). Arrivati alla metà degli anni ’90 l’Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il PIL pro capite italiano era pari al 97 per cento di quello francese) e anche con l’Euro-4 (il PIL pro capite italiano era il 94 per cento del PIL pro capite nell’Euro-4).

Questa crescita, tuttavia, è stata invertita negli anni ’90, quando l’Italia ha sempre più sposato le “riforme” richieste dall’appartenenza all’unione della moneta unica. Il risultato di tali politiche, come evidenzia Storm, è che “il divario di reddito tra Italia e Francia è oggi (al 2018) di 18 punti percentuali, che è più di quanto era nel 1960; il PIL pro capite italiano è il 76 per cento del PIL delle economie dell’Euro-4”.

Di qui l’ascesa dell’attuale governo populista. Quello che è più difficile da capire è perché questo contraccolpo populista coesista paradossalmente incoerentemente con il continuo favore tra gli italiani per restare nell’EMU. La risposta sembra essere perché molti italiani associano la vecchia moneta nazionale, la lira, alla sordida storia dell’Italia: un paese a lungo sinonimo di corruzione politica, di diffusa infiltrazione del crimine organizzato, in breve un “mondo Bizarro” che spesso sembra essere l’antitesi di uno stato di sviluppo nazionale.

Per fare un esempio: l’Italia ha la più elevata percentuale di piccole imprese in Europa. Le leggi sull’occupazione scoraggiano la creazione di imprese da medie a grandi, il che facilita l’infiltrazione del crimine organizzato, poiché i piccoli negozi e le piccole aziende ne sono facile preda. Grandi società come ENI o Telecom non pagano una “tassa alla mafia”, ma virtualmente ogni azienda a conduzione familiare lo fa. Questo non è colpa della UE, bensì un problema interno che molti temono peggiorerebbe molto se l’Italia fosse di nuovo lasciata ai propri strumenti. Il tutto spiega in larga misura perché tanti italiani continuano a tollerare la servitù economica del paese nei confronti di Bruxelles.

Tuttavia questo può essere un caso classico in cui la popolazione confonde la correlazione con la causalità. Per quanto disfunzionale fosse l’Italia ai vecchi brutti tempi, la sua economia comunque cresceva, e il tenore di vita migliorava sia in termini assoluti sia in termini relativi, nonostante la mafia, il terrorismo interno o la diffusa corruzione politica.

Quella che è cambiata dopo il Trattato di Maastricht e la corrispondente introduzione dell’euro è stata l’inversione del crescente tenore di vita dell’Italia. Le vecchie patologie politiche e sociali del paese sono rimaste irrisolte; l’appartenenza alla moneta unica non è stata d’aiuto al riguardo. La sola cosa che è cambiata è stata che la sostituzione della lira con l’euro ha trasformato una nazione sovrana in una semi-colonia costretta in una camicia di forza apparentemente perpetua. In conseguenza l’Italia ha oggi il peggio di entrambi i mondi.

Roma ha ancora alcuni mesi prima di dover rispondere al rapporto di Bruxelles (che alla fine potrebbe far sì che il governo di coalizione subisca considerevoli penali finanziarie se non attuerà i tagli di bilancio previsti per rispettare le norme fiscali dell’eurozona). Il governo ha già respinto la minaccia, ma anche questo non è nulla di nuovo poiché le due parti hanno fatto lo stesso balletto con Bruxelles appena lo scorso autunno.

Oggi c’è, tuttavia, una nuova variabile a complicare le cose. L’attuale presidente della BCE, un italiano, Mario Draghi, scadrà a ottobre. Dunque saremo in una situazione in cui un nuovo presidente della BCE (forse un tedesco, Jens Weidmann) vedrà immediatamente messa alla prova la sua credibilità, in un momento in cui potrebbe ben essere in gioco il mandato di un governo populista sempre più potente di garantire la crescita. Forse, come fu nel caso del presidente anticomunista per una vita, Richard Nixon, che avviò l’apertura degli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese, abbiamo bisogno di un tedesco ordo-liberale antinflazione quale capo della BCE per agevolare un cambiamento reale dell’Eurozona. Ciò renderebbe certamente meno prevedibile il calcolo politico, gli esiti più binari: un “disastro” o una “benedizione”, sostiene Martin Wolff sul Financial Times.

La “guerra finta” terminerà presto. La moneta parallela offre almeno un nuovo approccio per invertire il relativo declino economico dell’Italia. Tuttavia la riluttanza della Commissione Europea a tollerare un qualsiasi grado di sperimentazione, il suo stonato aggrottar di ciglia nei confronti del governo italiano perché si metta in riga con l’ortodossia economica prevalente, di fatto alimenta le forze antisistema e antieuro oggi politicamente in ascesa in Italia.

Sono dunque pronti gli ingredienti per un conflitto più grave di quanti abbiano avuto luogo in Europa nell’ultimo mezzo secolo, a meno che non sia dimostrata nei mesi a venire un’arte di governo economico più creativa.       

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://www.nakedcapitalism.com/2019/06/how-italy-could-save-the-euro.html

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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