Riprendersi la ricchezza dei miliardari

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I surplus di ricchezza vanno a interessi privati (Linus Schutz da Pixabay)

di Vince Taylor – 3 giugno 2019

Andando oltre i modelli economici classici, Vince Taylor vede vaste fortune private che appartengono prevalentemente alla società in generale.

Centinaia di commentatori hanno avvertito che l’estrema concentrazione della ricchezza minaccia la democrazia e la stabilità sociale. Non passa giorno senza un nuovo articolo con dettagli sulla crescita senza precedenti della disuguaglianza di reddito e delle sue sinistre conseguenze.

Qualcosa manca, tuttavia. Nessuno propone misure che toglierebbero ricchezza ai 600 miliardari statunitensi, o giù di lì, e alla 20.000 famiglie con centinaia di milioni. Perché no? Apparentemente c’è un qualche tacito accordo che persino i ricchissimi si siano guadagnati il loro denaro e perciò sarebbe immorale e non statunitense portarglielo via. Certamente i ricchi promuovono questa idea, ma perché è così universalmente accettata?

Un suggerimento è: perché i nostri modelli economici non offrono nessuna spiegazione alternativa per l’accumulazione della ricchezza. I modelli classici considerano la produzione come una funzione del capitale, del lavoro e del cambiamento tecnologico. In tali modelli non c’è spazio perché ben di Dio giganteschi, immeritati vadano ai pochi. Da questi modelli segue logicamente che quelli che acquisiscono grandi fortune devono avere doni eccezionali. Meritano le loro fortune.

Quando si guarda oltre i modelli classici, si vede chiaramente che quelli che hanno accumulato vaste fortune non li hanno guadagnati in nessun senso. Si sono impossessati di ricchezza che appartiene prevalentemente alla società in generale. C’è una forte, logica motivazione perché il governo tassi tutte le enormi fortune al livello che la società considera accettabile.

 

Ricchezza potenziale e surplus

Ciò che manca nei modelli standard è che nel mondo reale grandi turbamenti economici, innovazioni, nuove risorse e nuovi mercati creano tutti grandi quantità di ricchezza potenziale in cui i costi di trasformazione della ricchezza potenziale in ricchezza reale sono molto inferiori alla ricchezza prodotta. Quando questi surplus di ricchezza sono acquisiti da individui, anziché essere distribuiti a tutta la popolazione, si creano grandi ricchezze.

Per chiarire questi concetti si consideri un esempio concreto: un giacimento petrolifero contiene petrolio per un valore di un miliardi di dollari sul mercato aperto. Il giacimento petrolifero non è ancora scoperto. La sua ricchezza potenziale è un miliardo di dollari. Si supponga che i costi di esplorazione, trivellazione e tutti gli altri costi di consegna di tutto il petrolio al mercato (costi di attualizzazione) siano di 400 milioni di dollari. Il surplus di ricchezza ottenuto attualizzando la ricchezza del giacimento petrolifero sarebbe di 600 milioni di dollari: un miliardo di dollari (ricchezza potenziale) meno 400 milioni di dollari (costi di attualizzazione).

A chi dovrebbe andare il surplus di ricchezza? Lo sviluppatore del giacimento petrolifero non ha alcun diritto morale o economico a essa. I costi di attualizzazione di 400 milioni di dollari, che includono un tasso di rendimento di mercato del capitale, compensano interamente lo sviluppatore di tutti di costi sostenuti.

Se il giacimento petrolifero facesse parte di una “comunità di beni” [commons] apparterrebbe a tutti i membri di tale comunità. Il governo incasserebbe appropriatamente il surplus di ricchezza di lo userebbe per il bene di tutti i membri della comunità dei beni.

In base alle norme legali del capitalismo, come attualmente praticato, tutto il surplus di ricchezza derivante dal giacimento petrolifero va a interessi privati (gli sviluppatori e i finanzieri). Nulla va al pubblico. Ciò non è né equo, né socialmente desiderabile.

Come sarà dimostrato, i concetti utilizzati per spiegare l’esempio del giacimento petrolifero si applicano ugualmente alla ricchezza potenziale che non è tangibile, ad esempio opportunità di ricchezza non realizzate nella finanza e nella tecnologia.

Non c’è spazio nei modelli economici standard per fortune derivate da surplus di ricchezza. In un mondo di concorrenza perfetta, in cui i prezzi riflettono i costi di produzione, non ci sono vasti surplus di ricchezza da acquisire da parte di un individuo. Il mondo reale è molto differente. La storia mostra che in tempi in cui vasti surplus di ricchezza si manifestano, grandi parti di essi sono spesso acquisiti da pochi individui.

 

L’età dell’oro

Marble House, una villa dell’Età dell’Oro a Newport, Rhode Island ( Carol M. HIghsmith via Wikimedia)

L’età dell’oro dei primi anni del 1800 esemplifica l’appropriazione dei surplus di ricchezza da parte di pochi individui: i monopolisti delle ferrovie, dell’acciaio e del petrolio, per citare gli esempi di maggior spicco. Non furono loro a creare le tecnologie della ferrovia, dell’acciaio e del petrolio. Esse sorsero da un vasto corpo di sapere in evoluzione sviluppato da molti scienziati, ingegneri e individui nel corso di molti anni. I monopolisti semplicemente ottennero titoli “legali” alla ricchezza generata dalle nuove tecnologie. Se quei particolari proprietari non avessero ottenuto quei titoli legali, altri lo avrebbero fatto. In una società più perfetta le tecnologie dell’acciaio, delle ferrovie e della raffinazione del petrolio sarebbero state considerate patrimonio sociale, appartenente a tutte le persone. La ricchezza sorta dal loro sviluppo sarebbe stata distribuita diffusamente, non affluita sproporzionatamente ai pochi.

Come esempio si considerino più da vicino le ferrovie. L’introduzione della tecnologia ferroviario ha trasformato i trasporti. Prima delle ferrovie tutti i trasporti non per via d’acqua erano mediante carri trainati da animali, che erano lenti e scomodi per le persone e lenti e costosi per le merci. Improvvisamente divenne possibile muovere merci e persone in modo incredibilmente più veloce e meno costoso. Ciò rappresentò una discontinuità economica persino maggiore di quelle create dall’automobile e da internet. I surplus di ricchezza creati dall’introduzione delle tecnologia ferroviaria furono enormi, di una dimensione senza precedenti.

William Henry Vanderbilt, al centro, presidente della New York Central Railroad. A sinistra Cyrus West Field, che controllava la New York Elevated Railroad Company. A destra Jay Gould, che controllava la Union Pacific Railroad e altre ferrovie occidentali. (Wikimedia Commons)

Gli enormi surplus di ricchezza creati dalle ferrovie attirarono ogni grande imprenditore e speculatore dell’epoca. Le ferrovie erano il veicolo perfetto per accumulare fortune. Non solo le prime ferrovie crearono vasti surplus di ricchezza ma furono anche monopoli naturali e interamente non disciplinati. I proprietari potevano praticare qualsiasi prezzo il traffico potesse sopportare, consentendo loro di appropriarsi di gran parte dei surplus di ricchezza attualizzati dalle ferrovie.

Secondo modelli economici standard l’introduzione delle ferrovie avrebbe dovuto accrescere la ricchezza dei coltivatori del Midwest. Improvvisamente il costo del trasporto del loro grano al mercato sarebbe diminuito a precipizio; così il loro reddito sarebbe aumentato in misura corrispondente. Ciò non accadde. Le ferrovie fissarono le loro tariffe a livelli di gran lunga superiori ai costi reali, mantenendo i coltivatori in povertà e appropriandosi dei surplus di ricchezza creati.

I surplus di ricchezza di cui si appropriarono i proprietari delle ferrovie li resero incredibilmente ricchi. In una lista delle settantacinque persone più ricche della storia documentata, dodici hanno acquisito la loro ricchezza principalmente grazie alla proprietà di ferrovie statunitensi.

C’è qualcuno disposto a sostenere che i milionari delle ferrovie (miliardari in dollari di oggi) abbiano creato la ricchezza da loro accumulata? Non hanno creato la tecnologia. Non hanno svolto il lavoro fisico o prodotto i materiali necessari per costruire le ferrovie. Tutto ciò che hanno fatto è stato acquisire il titolo legale alle ferrovie, proprietà che ha consentito loro di trasferire a sé stessi i surplus di ricchezza.  I Baroni Briganti dell’Età dell’Oro erano affaristi feroci, determinati nel loro perseguimento della ricchezza, senza scrupoli morali o legali, e omaggiati di un contesto politico e legale in cui l’avidità e la sopravvivenza dei più adatti erano principi guida. In un senso reale e concreto rapinarono la maggior parte delle loro fortune dal pubblico generale creando monopoli che consentirono loro di fissare prezzi ingiustamente elevati.

 

L’accaparramento del surplus di ricchezza

Quando emergono grandi tecnologie innovative esse portano con sé grandi surplus di ricchezza. Quello che risulta essere uno schema ripetitivo è che i primi pionieri usano la loro ricchezza generata rapidamente per creare un dominio del mercato, se non un monopolio completo, comprando in blocco, o schiacciando, concorrenti. Sono allora in grado di prendersi una grande quota del surplus di ricchezza. Quando c’è un’impennata dei surplus di ricchezza, quale quella verificatasi nel tardo 1800, una dinamica ulteriore pare essere che i tribunali e il Congresso finiscono per riflettere gli interessi dei ricchi e potenti.

Negli Stati Uniti, nei decenni recenti, la maggior parte delle fortune è sorta dalla tecnologia dei microprocessori, dalla globalizzazione degli scambi, da innovazioni nei mercati finanziari e, più di recente, mediante l’accaparramento di una vasta quota dei surplus di ricchezza derivanti da Internet.

Come in ere precedenti, gli imprenditori recenti che hanno accumulato vaste fortune da surplus di ricchezza non hanno alcun diritto economico o intrinseco a tenersele.

 

L’era di Internet

Internet offre l’esempio più convincente e significativo di fortune sorte dall’appropriazione privata di surplus di ricchezza. A fini di brevità, qui è esaminato in dettaglio solo l’esempio di Internet, ma esaminare  fortune derivate da innovazioni finanziarie e globalizzazione degli scambi condurrebbe conclusioni simili.

Super Yachts a Monaco (Lim Ashley via Flickr)

Da un punto di vista economico l’emersione di Internet può essere paragonata alla scoperta di una terra enormemente preziosa, vergine, di proprietà di nessuno. L’improvvisa capacità di trasferire vasti volumi di informazioni virtualmente in modo istantaneo e quasi a costo zero ha creato una miriade di opportunità di ricchezza enormemente preziose. I costi della trasformazione di tali opportunità potenziali di ricchezza in ricchezza reale sono stati relativamente contenuti. Sono state create grandi quantità di surplus di ricchezza. Individui, investitori e imprese hanno assunto titolo a gran parte del surplus di ricchezza, creando una nuova generazione di ultraricchi.

Non c’è alcun argomento valido per cui gli individui che hanno conquistato fortune da Internet abbiano un “diritto” a tenersele perché hanno “creato” la ricchezza conquistata. Che i miliardari di Internet non l’abbiano è evidente quando si consideri ciò che sarebbe accaduto se Mark Zuckerberg e i suoi sostenitori non avessero sviluppato Facebook. In assenza di Zuckerberg, c’è qualcuno che dubita che qualcosa di essenzialmente identico sarebbe apparso circa nello stesso periodo? I miliardari sarebbero altri ma la funzionalità sarebbe essenzialmente la stessa. E’ il sistema capitalista della proprietà che ha consentito a individui e imprese private di appropriarsi dei vasti surplus di ricchezza di Internet.

 

Perché la ricchezza di Internet dovrebbe appartenere alla società

Va sottolineato ancora una volta che il surplus di ricchezza è l’eccesso di ricchezza attualizzata rispetto ai costi di attualizzazione (che includono un rendimento di mercato del capitale investito). I costi di attualizzazione compensano interamente ed equamente gli attualizzatori per i loro servizi. I surplus di ricchezza sono manne dal cielo che provengono da fattori esterni, non dal lavoro, dal capitale e dalle altre risorse utilizzate per trasformare la ricchezza potenziale in attuale.

Verosimilmente la ricchezza potenziale di Intenet andrebbe trattata come risiedente in un bene comune. Nessun individuo o società ha creato più di una minuscola frazione della complessa rete di sapere e attrezzature che costituisce Internet. Nessun individuo o singola impresa ha sviluppato de novo la tecnologia di Internet. Internet è il risultato di cinquant’anni di invenzioni, innovazioni, sviluppi e marketing attuati da innumerevoli individui, università e istituti di ricerca privati e finanziati pubblicamente, e imprese.

Le attività che hanno fatto nascere e hanno sostenuto Internet sono state e sono inestricabilmente intessute nella rete della nostra società. La società nel suo complesso ha un legittimo titolo a tutti i surplus di ricchezza sorti da Internet.

 

Altre fortune comunque acquisite

Abbiamo esaminato in dettaglio solo Internet, ma lo stesso ragionamento e gli stessi risultati di applicando a grandi fortune comunque acquisite. Quelli che hanno guadagnato grandi fortune non hanno creato la propria ricchezza. Condizioni esterne hanno creato grandi surplus di ricchezza e grazie a fortuna, abilità o influenza determinati individui sono stati in grado di trasferirne a sé stessi una quota maggiore.

Ad attento esame, tutti le attività generatrici di ricchezza sono considerate dipendenti dall’infrastruttura della società e dunque la società ha un giusto titolo a tutti i surplus di ricchezza accaparrati privatamente.

 

Tasso di rendimento

Il tasso di rendimento del capitale è pari alla quantità degli utili annui in percentuale dell’importo del capitale investito. In un’economia di libero mercato perfettamente funzionante e competitiva, i rendimenti del capitale, dovunque investito, tenderanno a raggrupparsi intorno a un “normale tasso di rendimento di mercato”, corretto in funzione dei rischi dei singoli investimenti. Scarsità o disturbi del mercato possono aumentare i tassi di rendimento, ma gli aumenti saranno temporanei.

Per contro, gli investimenti di si appropriano di considerevoli surplus di ricchezza avranno tassi di rendimento del capitale molto maggiori del normale tasso di rendimento di mercato.

Si considerino Google e Facebook, due quintessenziali società di Internet. Gli utili di Google nel 2017 sono stati di 34,9 miliardi di dollari, rispetto a un capitale totale investito in proprietà e attrezzature di 42,3 miliardi di dollari, determinando un tasso annuo di rendimento dell’81 per cento. Facebook ha fatto ancora meglio. I suoi profitti nel 2018 sono stati di 24,3 miliardi di dollari su un capitale investito di 13,7 miliardi, un tasso annuo di rendimento del 177 per cento.

C’è spazio per disaccordo su che cosa costituisca un normale tasso di rendimento del capitale, ma è fuori discussione che Google e Facebook abbiano avuto tasso di rendimento che sono multipli di un tasso di rendimento normale. Verosimilmente un tasso di rendimento normale è intorno all’8 per cento. Questo è il tasso medio di rendimento di investimenti dei ricchissimi, ma usare un valore più elevato non modificherebbe la conclusione che Google e Facebook stiano incamerando grandi quantità di surplus di ricchezza.

I tassi di rendimento del capitale sommano i benefici finanziari dei surplus di ricchezza e dei prezzi di monopolio. Google e Facebook hanno incamerato quantità così vaste di surplus di ricchezza perché sono monopoli non regolati. Entrambe le società hanno acquistato o schiacciato tutti i concorrenti significativi.

 

Un’imposta progressiva sui profitti eccessivi

Tassi di rendimento molto superiori al normale sono una prova concreta che una società sta trasferendo a sé stessa una ricchezza che appartiene legittimamente ad altri.

C’è una forte tesi a favore di un’imposta progressiva su tali profitti in eccesso. Potrebbe partire da zero per profitti pari a un tasso di rendimento normale. Aliquote marginali aumenterebbero parallelamente ai tassi di rendimento. Per tassi di rendimento inverosimilmente superiori a un tasso normale, un’aliquota marginale del 90 per cento o anche maggiore sarebbe socialmente ed economicamente giustificata.

L’attuazione concreta di un’imposta su tali profitti in eccesso dovrebbe affrontare numerosi problemi pratici, molti dei quali sono comuni a qualsiasi imposta sugli utili d’impresa, ma alcuni dei quali sono specifici di questo tipo di imposta. Un problema specifica è la fissazione del valore di un tasso di rendimento “normale”. Approcci diversi produrranno valori diversi. I colpiti si faranno sentire pesantemente e al valore scelto si arriverà attraverso un negoziato. Tuttavia la storia offre una certa guida. Durante la Prima e la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti e l’Inghilterra imposero imposte sui profitti  in eccesso in base il tasso di rendimento dell’investimento. I valori scelti furono nella gamma dal 6 al 10 per cento, con il 7 e l’8 per cento più comuni.

Alcuni altri problemi sono: come vanno valutati gli investimenti di capitale? Come ammettere la svalutazione e l’obsolescenza? Come trattare le fluttuazioni dei profitti?

Anche se complessi e impegnativi, i problemi relativi all’attuazione di un’imposta sui profitti in eccesso non paiono tanto maggiori di quelli relativi alla tassazione esistente degli utili d’impresa.

 

Tassazione della ricchezza

Bambini in fila al programma dei pasti estivi della Catholic Charities, Del Valle, Texas (USDA)

 

Poiché i detentori di vaste fortune non hanno creato la ricchezza che detengono, non hanno alcun diritto inalienabile a conservarla. Quando singoli individui conquistano una tale ricchezza che il loro potere politico ed economico minaccia la democrazia o danneggia il benessere generale, la società è pienamente giustificata nel sottrarre tale ricchezza. Anche se un’imposta sui profitti in eccesso e un’imposta fortemente progressiva su tutte le fonti di reddito ridurrebbe considerevolmente la capacità dei singoli di entrare nei ranghi degli ultraricchi, esse non colpirebbero le fortune esistenti.

Una ricchezza individuale dell’ordine di miliardi di dollari (e verosimilmente anche livelli considerevolmente inferiori) crea una minaccia alla stabilità sociale e alla prosecuzione della nostra democrazia. Un modo per ridurre la ricchezza socialmente eccessiva consiste in un’imposta su tale ricchezza che superi il relativo rendimento. I detentori di grandi ricchezze ricavano in media un rendimento annuo di circa l’8 per cento; dunque l’aliquota fiscale sulla ricchezza eccessiva dovrebbe essere superiore all’8 per cento. Dovrebbe essere considerevolmente superiore all’8 per cento sui livelli estremi di ricchezza per ridurli a un livello accettabile in un arco di tempo ragionevole.

Le imposte progressive al fine di ridurre le detenzioni eccessive di ricchezza sarebbero rivoluzionarie e incontrerebbero una vigorosa opposizione da parte dei ricchi. Poiché affrontano una necessità cruciale, meritano un’attenta considerazione.

Vince Taylor è un economista, imprenditore e attivista. Attualmente è concentrato sullo sviluppo di un supporto pubblico alla tassazione per ridurre i livelli di ricchezza che minacciano la democrazia. Una versione precedente di questo articolo è comparsa su Znet.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://consortiumnews.com/2019/06/03/reclaiming-billionaires-wealth/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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