Quello che i rivoluzionari hanno imparato dopo la Primavera Araba

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di Patrick Cockburn – 23 aprile 2019

Due onde politiche differenti stanno rapidamente diffondendosi in tutto il Medio Oriente e l’Africa del Nord. Proteste popolari stanno rovesciando regimi militari per la prima volta dalla fallita Primavera Araba del 2011. Contemporaneamente dittatori stanno cercando di monopolizzare ulteriormente il potere uccidendo, incarcerando o intimidendo oppositori che reclamano libertà personale e nazionale.

Dittatori in Sudan e in Algeria, che tra loro hanno mantenuto il potere per cinquant’anni, sono stati cacciati dalla carica nello spazio di un solo mese, in aprile, anche se i regimi da loro diretti permangono. La cacciata del presidente sudanese Omar al-Bashir, ora agli arresti, è arrivata dopo sedici settimane di proteste. Centinaia di migliaia di persone continuando a dimostrare scandendo “governo civile, governo civile” e “resteremo in piazza fino a quando il potere non sarà passato all’autorità civile”.

I manifestanti sono consapevoli di una delle lezione su “cosa non fare” del 2011, quando dimostrazioni di massa in Egitto ebbero ragione del presidente Hosni Mubarak, solo per vederlo sostituito due anni dopo da una dittatura ancora più autoritaria guidata dal generale Abdel-Fatth al-Sisi. Un referendum si dovrà tenere in tre giorni da questo sabato su modifiche costituzionali che consentiranno ad al-Sisi di restare al potere fino al 2030.

Considerato che è stato rieletto presidente l’anno scorso con il 97 per cento dei voti – il restante 3 per cento è andato a un candidato dell’ultimo minuto che non ha fatto campagna elettorale e che ha appoggiato entusiasticamente al-Sisi – non ci sono dubiti sull’esito del voto.

Fortunatamente anche un rispetto ipocrita per le forme democratiche può rivelarsi un boomerang, come dimostrato da recenti eventi in Algeria. A febbraio era stato annunciato il presidente Abdelaziz Bouteflika, nominalmente al potere per vent’anni ma apparentemente in coma dal 2014, si sarebbe presentato per un quinto mandato. Questa, come il referendum egiziano, è stata una manifestazione di disprezzo per qualsiasi mandato popolare reale.

Ma il disprezzo si è spinto un po’ troppo in là e Bouteflika è stato sostituito da un’altra figura del vecchio regime, Abdelkader Bensalah, sostenuto, tra gli altri, dal capo di stato maggiore dell’esercito Ahmed Gaid Salah. I dimostranti hanno respinto questi cambiamenti cosmetici e hanno continuato a manifestare nonostante arresti di massa e pestaggi della polizia.

Il successo dell’azione popolare e della disobbedienza civile in Sudan e in Algeria è stato trattato con scetticismo da commentato che hanno parlato in toni pessimisti di una riedizione delle proteste del 2011, iniziate in Tunisia e che avevano innescato altre proteste in Egitto, Libia, Yemen, Siria e Bahrain. In questi cinque paesi, un breve singulto democratico è stato seguita da una repressione feroce (Egitto e Bahrain) o da una guerra permanente (Libia, Yemen, Siria).

Questa volta i pessimisti potrebbero sbagliarsi, proprio come fecero gli ottimisti otto anni fa. I rivoluzionari hanno imparato dalle sconfitte del passato. Non ci sono slogan quest’anno a Khartoum, come furono al Cairo nel 2011, che “l’esercito e il popolo sono una cosa sola”. Un numero maggiore di persone si rende conto che gli eserciti nel mondo arabo sono entità parassite, vermi gonfiati che vivono della carne del resto della popolazione.

Gli ingredienti politici, sociali ed economici che accesero la Primavera Araba si sono ancora, perché la repressione e la povertà sono peggiorate. Trenta milioni di egiziani, un terzo della popolazione, vivono sotto la soglia della povertà con meno di 2,5 dollari al giorno. Il debito pubblico è cinque volte quello che era cinque anni fa, mentre il governo favorisce giganteschi progetti vanagloriosi come una nuova capitale amministrativa da 45 miliardi di dollari.

E’ nell’interesse dell’opposizione in Sudan e in Algeria mantenere pacifiche le proteste quali che siano le provocazioni. La militarizzazione di una crisi come questo è sempre nell’interesse del potere costituito perché esso sa, nelle parole della rima di Hilaire Belloc: “Succeda quel che vuole, tanto però / noi abbiamo la mitraglia, e loro no”. Una volta che i soldati regolari sono oggetto di spari, è meno probabile che defezionino per passare dalla parte di chi ha sparato loro.

L’azione militare significa anche che un’opposizione avrà bisogno di denaro e armi in grandi quantità. Possono ottenerli sono da potenze straniere che perseguono i loro programmi egoistici, che non includono una genuina preoccupazione per i libici, siriani, iracheni o yemeniti comuni.

Il discredito o la sconfitta dell’Islam politico dal 2011 è un extra per le forze rivoluzionarie. Negli ultimi quarant’anni la religione era diventata il veicolo di ogni sorta di rimostranze e di resistenza all’oppressione nella regione, una svolta datata dalla rivoluzione iraniana e dall’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979-80. Islamisti sciiti e sunniti hanno in larga misura preso il posto di nazionalisti e socialisti quali motivatori  dell’azione popolare di massa.

L’ideologia e l’organizzazione islamica hanno dato una grande forza d’attacco ai movimenti d’opposizione in Algeria negli anni ’90, in Iraq dopo il 2003 e alle forze antigovernative in Libia, Egitto, Siria e Iraq dopo il 2011. La fede religiosa fanatica ha unito persone disposte a morire combattendo contro un nemico più numeroso e meglio armato.

Ma la preminenza dell’Islam jihadista in queste insurrezione è stata una buona notizia per i regimi costituiti. Gruppi in stile al-Qaeda, quali l’ISIS, potevano costituire una sfida militare pericolosa ma temporanea, ma hanno sempre alienato la maggior parte della popolazione che non era araba sunnita o era solo moderatamente religiosa. I dittatori ne hanno tratto vantaggio, perché l’alternativa al loro governo brutale apparire ancora più orrenda. Ricordo di essere stato a Baghdad nel 2004 quando impiegati sciiti donavano il sangue per sunniti feriti a Fallujah quando la città fu assediata la prima volta da truppe statunitensi. Ci fu un secondo assedio successivamente quell’anno, ma quella volta civili sciiti erano rimasti uccisi e feriti da mortali attentatori suicidi apparentemente provenienti da Fallujah, così gli ex donatori di sangue erano a favore degli attacchi aerei e di artiglieria statunitensi che cancellavano la città.

Non sono stati solo gli sciiti in Iraq, gli alawiti in Siria e i Copti in Egitto a essere alienati dall’Islam sunnita militante. Lo sono stati anche quelli che potevano andare alla mosche di venerdì ma, a parte questo, erano in generale laici. Persone come queste sono rimaste sconvolte quando, come accaduto in Libia dopo il rovesciamento di Muammar Gheddafi, hanno appreso che uno dei primi atti del governo provvisorio era proporre la revoca del bando alla poligamia.

Una trappola in cui cadono spesso i movimenti d’opposizione consiste nel credere che tutti i problemi del loro paese siano causati dai governanti malvagi che loro si sforzano di cacciare. Questo farà inevitabilmente parte della propaganda dell’opposizione, ma è dannoso agire come se fosse vero. In continuazione in Iraq dopo il 2003 e in Siria dopo il 2011, le forze antigovernative hanno spinto minoranze religiose ed etniche a schierarsi con il governo centrale per paura di rischiare l’estinzione se non lo facevano.

L’esclusività settaria oggi è meno prevalente e i dimostranti sanno quale danno può provocare alla loro causa. Uno slogan indicativo dell’Associazione dei Professionisti Sudanesi, che guida le proteste e vuole includere non mussulmani, è “Cristo al cuore della rivoluzione”.

Alcune delle forze potenti decise a bloccare il cambiamento rivoluzionario nel mondo arabo sono nel 2019 le stesse che erano nel 2011. La Primavera Araba è stata una curiosa miscela di rivoluzione e controrivoluzione in un grado raramente compreso in occidente. Era straordinario vedere persone che combattevano e morivano per la libertà e l’uguaglianza con il sostengo delle ultime monarchie assolute della terra, Arabia Saudita, Qatar e UAE, che con assoluta certezza non volevano nessuna di quelle due cose.

Abbiamo visto lo stesso processo all’opera in Libia nelle ultime poche settimane, con l’Arabia Saudita, l’UAE e l’Egitto che hanno dato semaforo verde a un’offensiva del generale Khalifa Haftar, le cui forze stanno sparando colpi di mortaio e missili su Tripoli. Haftar ha già mostrato la sua determinazione a essere un altro uomo forte nel mondo arabo posando col volto arcigno per le telecamere su una sorta di trono di proporzioni faraoniche. I rivoluzionari possono aver imparato alcune lezioni dal 2011, ma i dittatori militari sono malvagi e presuntuosi come sempre.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/what-revolutionaries-have-learned-since-the-arab-spring/

Originale: The Independent

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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