L’insensatezza del commercio globale

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di Local Futures – 31 marzo 2019

Si consideri che…

  • I vitelli messicani – alimentati con grano statunitense – sono esportati negli Stati Uniti, dove sono macellati per ottenerne carne che poi è venduta in Messico.
  • Nel 2007 la Gran Bretagna e l’Australia hanno scambiato, solo tra loro, 20.000 tonnellate di acqua imbottigliata.
  • Più di metà del pesce catturato in Alaska è lavorato in Cina; gran parte di esso è rispedito nei supermercati statunitensi.

Perché è più economico spedire il cibo in giro per il mondo per essere lavorato anziché lavorarlo dove è stato coltivato o catturato?

Le società spesso delocalizzano all’estero le attività a intensità di lavoro umano per minimizzare i costi. Il salario minimo della Scozia è circa quattro volte quello della Cina, ad esempio, il che spiega perché il pesce scozzese si lavorato in Cina. Con sussidi globali (diretti e indiretti) ai combustibili fossili dell’ordine di 5 trilioni di dollari l’anno, questo modo di fare affari a intensità di energia è spesso meno costoso per i grandi distributori di alimenti, anche se comporta grandi costi per l’ambiente e per i mezzi di sussistenza nel paese d’origine del cibo. Anche leggi internazionali permissive sul libero scambio rendono possibile questo.

Per quale altro motivo i paesi potrebbero “re-importare” i loro prodotti?

In molti casi le società esportano e re-importano beni per approfittare di scappatoie fiscali. Ad esempio, l’IVA della Cina consente alle imprese di ottenere deduzioni fiscali esportando i loro prodotti, mentre altre imprese possono poi re-importare quegli stessi prodotti per chiedere propri ribassi. I sussidi ai combustibili fossili, che riducono i costi dei trasporti delle imprese contribuiscono a rendere realizzabile questa strategia. Le conseguenze sono assurde. Ad esempio, nella maggior parte degli anni dal 2005 la Cina ha importato più da sé stessa che dagli Stati Uniti, pur essendo gli Stati Uniti il suo terzo maggior mercato di esportazione.

La disponibilità di raccolti varia stagionalmente. Questo è un fattore del commercio globale?

Non veramente. Anche nel picco della stagione delle mele nel nord degli Stati Uniti, mele dalla Nuova Zelanda e dal Cile inondano gli scaffali dei supermercati e indipendentemente dall’origine molte delle mele dei supermercati rimangono in celle refrigerate fino a un anno, dunque la stagione non conta. I distributori si approvvigionano attraverso i loro canali consolidati dovunque il prezzo è minore. I supermercati sceglieranno mele proveniente di 10.000 chilometri di distanza se sono meno costose di quelle provenienti da solo 10 chilometri di distanza. Lo stesso vale per altro cibo fresco.

Il maggiore contributo a questo commercio insano proviente da trasporti sussidiati, accordi di libero scambio e differenze del costo del lavoro e norme sulla sicurezza e sull’ambiente, non dalla disponibilità stagionale di prodotti freschi.

Come influenza il clima il commercio globale?

Nel 2012 le navi commerciali hanno prodotto più diun milione di tonnellate di CO2 al giorno, più delle emissioni di Gran Bretagna, Canada o Brasile. Si tratta ci circa il 4 per cento delle emissioni mondiali di CO2, ed è destinato a crescere al 17 per cento se resteranno le attuali regole sul commercio. La crescente industria dell’aviazione produrrà un altro 20 per cento delle emissioni globali entro il 2050. E in questo non sono comprese le infrastrutture necessarie per sostenere il commercio a lunga distanza, compresa la produzione di cemento che già contribuisce per l’8 per cento l’anno alle emissioni mondiali.

Sorprendentemente accordi sul clima, come l’Accordo di Parigi, non tengono conto delle emissioni derivanti dal commercio internazionale: la CO2 emessa dalle migliaia di petroliere, navi porta-container e aerei da carico che attraversano il globo non compaiono nel resoconto delle emissioni di nessun paese. Perché? Perché i decisori della politica ritengono che il commercio – e la crescita del PIL globale – sia più importante del clima. Follia!

E riguardo alle differenze tra le varietà regionali di raccolti e bestiame? Questo spiega perché paesi importano ed esportano beni alimentari identici?

In entrambi i casi, no. Nel mondo della grande industria agroalimentare e del commercio globale, i beni alimentari sono merci interscambiabili, sono coltivati in grandi quantità e le differenze regionali sono qualcosa da eliminare. Per i produttori monocolturali e i distributori su vasta scala l’obiettivo è l’uniformità.

A volte differenze regionali degli alimenti influenzano effettivamente il commercio globale ma non nel modo che ci si potrebbe attendere. Ad esempio la carne dei bovini allevati industrialmente negli Stati Uniti è normalmente troppo grassa per essere venduta sotto forma di hamburger. Così quella carne è spedita all’estero ed è importata carne più magra da allevamenti all’aperto. Modificare le pratiche di allevamento negli Stati Uniti risolverebbe questo problema (e molti altri) ma a causa dei sussidi ai combustibili fossili e alle infrastrutture di trasporto, il commercio insensato è la “soluzione” più redditizia per l’industria.

La gente vuole semplicemente acquistare cibo, e altre cose, proveniente da lontano?

Le merci importate sono trattate come uno status symbol in alcune parti del mondo. Questo atteggiamento ha trovato seguito con l’aiuto di un’estesa pubblicità che fa apparire superiori i prodotti stranieri e collega l’autostima al consumo di prodotti stranieri e industrializzati.

Ha anche contribuito a un comune atteggiamento economico che considera la produzione per l’esportazione il vertice del successo.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: Roarmag.org

Originale: https://www.localfutures.org/wp-content/uploads/Insane-Trade-Factsheet-Final.pdf

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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