Contestualizzare le cifre    

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di Dean Baker – 1° aprile 2019

I sondaggi mostrano che il pubblico sopravvaluta enormemente la quota del bilancio che va a programmi quali SNAP (buoni alimentari), Assistenza Temporanea a Famiglie Bisognose (TANF) e aiuti all’estero. Le persone intervistate normalmente citeranno cifre tra il 20 e il 30 per cento del bilancio per queste voci di spesa. In realtà le quote sono dell’1,5 per cento per lo SNAP, dello 0,4 per cento per la TANF e dello 0,4 per cento per gli aiuti all’estero.

Riterrei che questo sia importante, poiché la disponibilità del pubblico a sostenere un programma dipende in parte da quanto ritiene si spenda per esso. Questo per due motivi: il primo è semplicemente le persone sono disposte solo a pagare un importo limitato di tasse per aiutare i poveri qui e all’estero. Se già pensano che stiamo spendendo parecchio per questo, saranno riluttanti a spendere di più.

L’altro motivo è che le persone saranno ragionevolmente preoccupate per l’efficienza dei programmi. Se tutti i dollari delle nostre tasse vanno ad aiutare i poveri e tuttavia abbiamo ancora così tanti in povertà, allora i nostri programmi contro la povertà non devono essere molto efficienti. Se le cose stanno così, aggiungere altri dollari non farà molto per aiutare i poveri. Né tagli modesti li danneggeranno granché.

Questo sembra parecchio chiaro e non realmente discutibile, tuttavia quando si tratta di educare il pubblico circa la vera dimensione di questi programmi, l’interesse è molto prossimo a zero. Questo è difficile da capire, specialmente quando la via a un pubblico meglio educato è parecchio facile da vedere.

Il motivo più evidente per il quale le persone sovrastimano grossolanamente la spesa per questi programmi è che i relativi stanziamenti sono sempre espressi in miliardi di dollari. Nessuno sa a cosa corrispondano miliardi di dollari, salvo che significano un mucchio di denaro.

Trattare i dati di bilancio in milioni, miliardi e trilioni è un modo incredibilmente irresponsabile di fare giornalismo. E’ compito dei media informare il proprio pubblico. Scrivere che i buoni alimentari costano 70 miliardi di dollari l’anno, o che la TANF costa 20 miliardi di dollari, non è informare i lettori. E’ semplicemente buttar giù dei numeri, in una specie di rituale da confraternita, che non sono d’aiuto ad alcuno scopo informativo.

Questo è esasperante, perché non è difficile per i giornalisti porre queste cifre in un contesto che sarebbe significativo per la maggior parte del loro pubblico. Se si impuntassero a esprimere queste cifre come quota del bilancio, le persone saprebbero immediatamente se queste voci sono una grande cifra o degli spiccioli in rapporto con l’intero bilancio federale.

Anche se so che molti giornalisti lavorano duro e non sono ansiosi che sia assegnato loro un compito extra, questo è parecchio semplice. Si tratta semplicemente di dividere qualsiasi numero stiano esaminando per il totale del bilancio. Non c’è motivo perché debba richiedere più di pochi secondi.

Ho al lungo fatto la predica al riguardo a giornalisti e redattori. Nessuno ha mai tentato di contestare il punto fondamentale e di sostenere che più di una minuscola minoranza del loro pubblico abbia una qualche idea di quanto siano 70 miliardi di dollari l’anno in termini del bilancio federale.

Naturalmente è a volte ancor peggio di così. Le cifre del bilancio sono spesso espresse su molti anni, con i giornalisti che non fatto chiarezza sul fatto che la cifra di cui parlano si riferiscano a un anno solo a più anni. Ho incontrato persone intelligenti e istruite che ritenevano che la cifra di 1,5 trilioni di dollari dei tagli fiscali repubblicani del 2017 fosse relativa a un anno solo. In realtà si tratta di un dato decennale, che corrisponde a poco più dello 0,6 per cento del PIL previsto e al 2,7 per cento del bilancio federale.

Il riconoscimento più esplicito di questo problema è arrivato da un articolo di Margaret Sullivan, all’epoca garante dei lettori presso il New York Times. Si è occupata di questo tema in risposta a una campagna pubblica di Just Foreign Policy, Media Matter e Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR). Ha concordato con forza che il giornale stampava spesso cifre che erano prive di significato per la maggior parte dei lettori. Il suo articolo comprendeva una citazione di David Leonhardt, che era all’epoca redattore da Washington del giornale:

…’la mente umana non è attrezzata’ per trattare cifre così vaste. Quando le persone vedono queste cifre, ha detto, le leggono come ‘un mucchio di soldi’ o ‘una cifra davvero elevata’”.

Sullivan e Leonhardt hanno entrambi concordato che il giornale doveva porre le cifre, specialmente grosse cifre di bilancio, in un contesto che fosse comprensibili per i lettori. Incredibilmente, nonostante i commenti vigorosamente espressi dalla garante del pubblico e dal redattore di Washington, non è cambiato nulla.

Mi sono sforzato, virtualmente senza alcun successo, di cercare di coinvolgere liberali e progressisti in un tentativo di esercitare pressioni sui canali mediatici perché facessero quello che sia Sullivan sia Leonhardt concordano debbano fare se vogliono essere al servizio del loro pubblico: porre i numeri in contesto. Non sono sicuro del motivo di una così intensa mancanza di interesse. Ci sono due possibilità evidenti.

Può essere ritenuto che ci sia scarsa speranza di successo. I media per qualche motivo semplicemente non esprimeranno le cifre in un modo che le renda significative per il loro pubblico.

Non farebbe alcuna differenza quanto a esiti politici. In altri termini, il fatto che il pubblico sovrastimi enormemente la quota del bilancio destinata a vari programmi sociali non fa alcuna differenza nel decidere la loro realizzabilità politica.

Affrontando separatamente le due cose, è un po’ difficile immaginare che i giornalisti abbiano qualche obiezione di principio a scrivere le cifre del bilancio in un modo che sia significativo per chi le legge o le ascolta. Trovo difficile credere che la maggior parte dei giornalisti voglia attivamente confondere il proprio pubblico. Trovo anche difficile credere che ci sia una qualche oscura cospirazione tra redattori, produttori, editori e altro personale direttivo e proprietario per mantenere il pubblico all’oscuro circa le questioni di bilancio.

C’è una tesi che comporti maggior lavoro per i giornalisti, ma non stiamo parlando di grandi impegni di tempo qui. E’ davvero difficile credere che i giornalisti avrebbero una così grande obiezioni a spendere i pochi secondi necessari per fare della semplice aritmetica su un foglio di calcolo.

Non c’è davvero alcun altro aspetto a questo riguardo. Semplicemente non c’è alcun buon motivo per non porre i numeri, specialmente i grandi numeri di bilancio, in un contesto che sia significativo per i lettori. Non c’è alcuna seria discussione riguardo al fatto che quasi nessuno può dare un senso a questi grandi numeri senza un contesto.

Questo ci porta al secondo motivo per non cercare di premere sui canali mediati su questo argomento e cioè che non farebbe comunque alcuna differenza. La tesi al riguardo è qualcosa tipo che abbiamo un mucchio di persone che odiano questi programmi perché sono razziste. Vogliono credere che tutti i dollari delle loro tasse vadano a persone di colore immeritevoli e non consentiranno che i fatti si mettano di mezzo.

Questo è in parte vero. Come è diventato dolorosamente evidente in anni recenti, c’è un segmento considerevole dell’elettorato che effettivamente non vuole essere seccato dai fatti. Possiamo supporre che questa parte della popolazione sia circa tra il 25 e il 30 per cento. Per queste persone, essere martellate dal fatto che solo una piccola porzione del bilancio va a programmi contro la povertà non farà alcuna differenza riguardo al loro atteggiamento nei confronti di tali programmi.

Ci sono anche persone che ritengono che il governo abbia la responsabilità di assicurare che tutti godano di un tenore di vita decente. Queste persone sarebbero disposte a sostenere programmi contro la povertà anche se questi effettivamente imponessero un considerevole onere fiscale. Diciamo che anche questo gruppo sia tra il 25 e il 30 per cento della popolazione.

Poi c’è un gruppo a metà strada che è disposto a sostenere in misura limitata programmi contro la povertà. Non è disposto a pagare qualsiasi prezzo per tenere le persone fuori dalla povertà, ma se questi programmi fossero efficaci, sarebbe disposto a pagare tasse un poco più elevate.

Per questo gruppo il fatto che programmi come la TANF e la SNAP costituiscano solo una piccola quota del bilancio fa probabilmente una considerevole differenza. Se diamo credito a questo gruppo di una certa quantità di pensiero serio, se ritenesse, come fanno molti, che i programmi contro la povertà costituiscono il 40-50 per cento del bilancio, non lo si potrebbe certo biasimare per non volerli vedere ampliati o per non opporsi a tagli. Dopotutto, se stiamo spendendo metà del bilancio per trarre le persone fuori dalla povertà e continuiamo ad avere tanti poveri, allora questi programmi non devono essere molto efficaci. Come potremmo pensare che spendere il 5 o il 10 per cento in più o in meno farebbe una qualche differenza degna di nota?

Mi rendo conto che le persone stanno costantemente cercando informazioni sulla portata dei programmi TANF o SNAP, ma se fossero costantemente martellate con il fatto che questi programmi sono quote relativamente contenute del bilancio, l’idea probabilmente sarebbe assorbita. Questa conoscenza potrebbe avvantaggiare anche amici e parenti che litigano con queste persone, sostenendo che dovremmo aiutare i poveri pur ritenendo erroneamente che questi programmi sono una quota importante del bilancio.

In realtà, martellare continuamente il fatto che la TANF è lo 0,4 per cento del bilancio potrebbe addirittura influenzare gli atteggiamenti di alcuni di quelli che odiano questi programmi. Alcuni di loro possono tuttora avere l’idea di non gradire che persino una piccola quota del bilancio vada a persone che considerano immeritevoli e tuttavia ritengono più importante appoggiare politici che assicureranno che loro avranno assistenza sanitaria e che i loro figli potranno permettersi l’università.

Se la battaglia per cambiare il giornalismo mediatico sulle cifre di bilancio può sia essere vinta sia aver probabilità di avere un considerevole impatto sulla politica nazionale, perché c’è così scarso interesse tra i liberali e i progressisti a combatterla? Non ho una grande risposta a questo, ma direi che almeno per il 90 per cento è una questione di inerzia.

Le persone sono abituate a strillare riguardo ai malefici Repubblicani e ai Democratici filo-industriali che  eseguono gli ordini dei ricchi. Sono anche abituate ad attaccare le imprese per cattivi comportamenti, quali spogliare i lavoratori di paghe e indennità o inquinare l’ambiente. Non c’è molta tradizione di attaccare i media per cattive pratiche giornalistiche.

Chiedere a gruppi liberali e progressisti di far propria questa causa è chiedere loro di fare qualcosa che non hanno mai fatto. Purtroppo per molti a sinistra questo è difficile.

A Washington circola una battuta circa il fatto che il motto dei liberali sia “abbiamo perso per quarant’anni; perché cambiare ora?”. Tale motto spiega molto.

Dean Baker è capo economista al Center for Economic and Policy Research di Washington, DC.      

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/putting-numbers-in-context/

Originale: Dean Baker’s Blog

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

 

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