Elezioni UE: l’Europa in prossimità del baratro

Print Friendly

 

di Conn Hallinan – 27 marzo 2019

Mentre iniziano le campagne per il Parlamento Europeo, alcune delle linee tradizionali che dividevano destra, sinistra e centro, stanno cambiando, rendendo più difficile classificare agevolmente i partiti politici. In Italia una coalizione di destra chiede un reddito garantito, pensioni più elevate e resistenza ai pesanti programmi d’austerità imposti dall’Unione Europea (UE). In Francia, alcuni gruppi di destra promuovono la lotta contro il cambiamento climatico, deprecano lo sfruttamento dei lavoratori stranieri e la crescente disuguaglianza.

Per contro il centro politico dell’Europa pare paralizzato di fronte alla crescente delusione per le politiche economiche della UE. Persino il centrosinistra socialdemocratico difende dottrine che hanno alienato la sua vecchia base presso i sindacati e i lavoratori, spingendo tali partiti ai margini della politica.

Se gli elettori sembrano confusi, è difficile fargliene una colpa, il che non è una buona notizia per la sinistra e il centrosinistra nelle elezioni del 23-26 maggio. I sondaggi mostrano che i partiti di centrodestra e di centrosinistra, che avevano dominato il parlamento UE da quando era stato convocato la prima volta nel 1979, perderanno la maggioranza. Partiti che sono sempre più scettici dell’organizzazione potranno conquistare fino a un terzo dei 705 seggi dell’organo.

Tuttavia “euroscettico”, così come “populista”, è un termine che nasconde più di quanto non riveli. Nei sondaggi i due sono mescolati nonostante profonde differenze. Il partito spagnolo di sinistra, Podemos, non è probabile divida il pane con l’alleanza italiana di destra tra Lega e Movimento Cinque Stelle, ma entrambi sono considerati “euroscettici”. Podemos, assieme al greco Syriza, all’alleanza tripartita di centrosinistra portoghese e a La France Insoumise, sono critici delle politiche economiche della UE, ma non condividono un programma con partiti xenofobi e razzisti come la Lega, il Raggruppamento Nazionale – già Fronte Nazionale – francese e la tedesca Alternativa per la Germania.

Il che non significa che le imminenti elezioni non costituiscano una grave minaccia, in parte perché la destra ha adottato alcuni dei temi tradizionali della sinistra.

In Italia, Mario [sic] Salvini, leader della Lega, afferma che le elezioni della UE saranno disputate tra un’Europa “delle élite, delle banche, della finanza, dell’immigrazione e del lavoro precario” e “un’Europa del popolo e del lavoro”. Si tolgano i “migranti” e la demagogia della destra suona molto simile a qualcosa che avrebbe potuto scrivere Karl Marx.

In Francia giovani di destra pubblicano una vivace rivista ambientalista, Limite, che si batte contro il cambiamento climatico. Marion Marechal Le Pen – nipote di Jean Marie Le Pen, il fondatore antisemita di destra del vecchio Fronte Nazionale –  si schiera contro l’individualismo e l’economia globale che “schiavizza” il lavoro straniero e rottama i lavoratori francesi.

Naturalmente anche lei fa a pezzi i migranti e l’Islam, promuovendo una “comunità tradizionale cristiana” che suona come l’Europa del medioevo.

Negli anni ’90 il centrosinistra – i socialisti francesi, spagnoli e greci, i socialdemocratici tedeschi e il laburismo britannico – hanno adottato la filosofia economica “filo-mercato” del neoliberismo: libero scambio e globalizzazione,  tagli fiscali ai ricchi, privatizzazione di risorse pubbliche e “riforma” del mercato del lavoro rendendo più facile assumere e licenziare dipendenti. Il risultato è stato l’indebolimento dei sindacati e la svolta da contratti stabili di lunga durata a “lavoretti” di breve termine. Questi ultimi tendono a remunerare meno e raramente includono contributi.

La Spagna è un caso tipico.

Da un lato l’economia spagnola si sta riprendendo dal crollo del 2008 determinato da un’enorme bolla immobiliare. La disoccupazione è calata da più del 27 per cento al 14,5 per cento e il tasso di crescita del paese è il più elevato della UE.

Dall’altro, il 90 per cento dei posti di lavoro creati nel 2017 è stato costituito da lavori temporanei, alcuni della durata di solo pochi giorni. I salari e i contributi non hanno raggiunto i livelli pre-crollo e la quota del reddito nazionale dei lavoratori spagnoli è scesa dal 63 per cento del 2007 al 56 per cento di oggi, riflettendo la perdita in salari reali.

Persino in Francia, che continua ad avere un rete piuttosto robusta di servizi sociali, la disparità economica è in ascesa. Dal 1950 al 1982 la maggior parte dei lavoratori francesi ha visto i propri redditi aumentare a un tasso del 4 per cento l’anno, mentre la ricchezza dell’élite è aumentava solo dell’un per cento. Ma dopo il 1983 – quando l’economia neoliberista ha fatto il suo ingresso nel continente – il reddito della maggior parte dei lavoratori francesi è aumentato meno dell’un per cento l’anno, mentre la ricchezza dell’élite, al netto delle imposte, è aumentata del cento per cento.

La “ripresa” è avvenuta attraverso il sistematico abbassamento del tenore di vita, una specie di globalizzazione alla rovescia: anziché affidarsi a lavoro straniero a basso costo in luoghi in cui i sindacati sono assenti o soppressi, la forza lavoro nazionale istruita ed efficiente è costretta ad accettare salari inferiori e minori indennità, quando esistenti.

Il risultato è un crescente impoverimento di quella che era formalmente considerata la “classe media”, un’espressione evasiva, ma che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce come percipiente un reddito tra l’80 e il 120 per cento del reddito medio del paese. Secondo tale definizione, tra il 23 e il 40 per cento delle famiglie delle UE vi rientra.

Per i giovani la “nuova economia” è stata una catastrofe. Un numero sempre maggiore di loro è costretto a emigrare o a vivere a casa per far quadrare i conti, rimandando matrimonio e figli a un futuro indefinito.

Questa stretta del reddito si somma a una crisi demografica. In una società industriale moderna, il tasso di sostituzione richiesto tra nascite e morti e 2,1. Il tasso di sostituzione mondiale è 2,44. Se le economie scendono sotto il 2,1 sono a rischio di problemi di lungo termine. Alla fine la forza lavoro sarà insufficiente per sostenere l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’igiene e la riparazione delle infrastrutture.

La UE segnala un tasso di sostituzione di solo 1,57. La Germania è uno dei pochi paesi della UE che ha mostrato un aumento del rapporto – da 1,50 a 1,59 – ma ciò è quasi interamente dovuto al milione di immigrati che il paese ha accolto quattro anni fa.

I tre paesi che sono in prima linea nella crociata contro i migranti – Ungheria, Polonia e Italia – sono in particolare difficoltà.

L’Ungheria, dove l’uomo forte Victor Orban ha reso l’immigrazione un tema centrale del suo governo di destra, sta lottando con una forte carenza di manodopera. Orban ha recentemente fatto passare a forza una legge che prescrive che gli ungheresi facciano 400 ore di straordinario l’anno per coprire la carenza e ha strigliato le donne ungheresi perché facciano più figli.

In Italia Lega e M5S hanno cavalcato una retorica anti-immigrazione per conquistare il potere nelle elezioni della primavera scorsa, ma con un tasso di sostituzione di solo 1,31 – il più basso della UE – il paese sta perdendo ogni tre anni una popolazione pari a quella della città di Bologna. Tutto quello che occorre fare per capire dove conduce ciò, è guardare al Giappone, dove una popolazione che sta invecchiando ha creato una crisi tale che i normalmente xenofobi giapponesi stanno importando operatori dell’assistenza sanitaria. La Cina ha problemi demografici simili.

Giocare sulle paure di un’”invasione” di migranti allarma la gente, ma garantisce voti? In recenti elezioni tedesche l’AfG ha condotto forti campagne contro i migranti ma ha finito col perdere malamente rispetto ai Verdi. Questi ultimi hanno riguardo ai migranti  un atteggiamento ancora più accogliente dei socialdemocratici tedeschi.

Se la Germania non affronterà il problema, la sua popolazione diminuirà da 81 milioni a 67 milioni entro il 2060 e la forza lavoro sarà ridotta al 54 per cento della popolazione, nemmeno lontanamente abbastanza per conservare l’attuale livello di spesa sociale del paese.

Molto è stato detto dei recenti guadagni elettorale del partito neofascista Vox, contro i migranti, nella regione spagnola meridionale dell’Andalusia, ma se la Spagna chiuderà il flusso dei migranti si troverà in gravi difficoltà. La popolazione del paese è diminuita dal 2012 e ci sono province dove il rapporto tra morti e nascite è di tre a uno. Più di 1.500 piccoli paesi sono stati abbandonati.

Sondaggi indicano che l’immigrazione è al primo posto tra le preoccupazioni degli elettori della UE ma è solo pochi punti avanti rispetto all’economia e alla disoccupazione giovanile.

La destra – in particolare l’ungherese Orban – ha fatto un lavoro da maestro nel collegare il “liberalismo” alle politiche neoliberiste della UE. Purtroppo, si tratta di un argomento facile da smentire. La maggior parte dei “liberali” dell’occidente associate il termine a libertà, democrazia e società aperte, ma molti nella UE vivono il “liberalismo” come una filosofia di individualismo rapace che ha smantellato i servizi sociali, ampliato il divario tra ricchi e poveri e imposto un sistema di austerità draconiana.

Naturalmente Orban, Marine Le Pen, il leghista Matteo Salvini e la tedesca AfG sono interessati al potere, non ai problemi dei 500 milioni di cittadini della UE. E nonostante tutti i suoi discorsi di resistenza, il governo Lega/M5S ha fatto marcia indietro quando la UE ha bocciato il bilancio italiano che includeva un reddito garantito e pensioni più elevate.

La migrazione globale è in ascesa con il cambiamento climatico che inonda linee costiere e i delta dei fiumi e la siccità spinge la gente via da climi aridi in Medio Oriente, Africa, Asia meridionale e America Latina. Entro il 2060 potrebbero esservi coinvolti fino a tre miliardi di persone.

Dal che deriva che la sinistra e il centrosinistra hanno la responsabilità non solo di opporsi alla filosofia economica che attualmente domina la UE, ma anche di considerare i migranti per quello che sono: potenziali alleati e il futuro.

E quanto alla destra, è utile ricordare una storia non così antica. Nel 1934 il Fronte Tedesco del Lavoro del Partito Nazista coniò una medaglia con la scritta “Tag Der Arbeit” (Giornata del Lavoro) che rappresentava un’aquila nazista che afferrava una svastica e che teneva in ciascuna delle ali un martello e una falce; ma le prime vittime dei nazisti furono i comunisti e i sindacalisti.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://dispatchesfromtheedgeblog.wordpress.com/

Originale: Dispatches from the Edge

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Il doppio metro riguardo al terrorismo Successivo L’Unione Europea intensifica la censura di Internet