La capitolazione di Jerome Powell e della Fed

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di Jack Rasmus  – 23 marzo 2019

La settimana scorsa, il 20 marzo 2019, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha annunciato che la banca centrale statunitense non aumenterà i tassi d’interesse nel 2019. Il tasso di riferimento della Fed, chiamato tasso dei Fondi Federali, è così congelato al 2,375 per cento per il futuro prevedibile, cioè non lasciando alla banca centrale virtualmente nessuno spazio per abbassare i tassi in occasione della prossima recessione, che ora è giusto dietro l’angolo.

La decisione formale della Fed di congelare i tassi segue il precedente annuncio di Powell, a gennaio 2019, che la Fed stava sospendendo il suo piano del 2018 di aumentare i tassi da tre a quattro volte nel 2019. Ciò è accaduto dopo l’intensa pressione di Trump e delle imprese a dicembre per indurre Powell e la Fed a bloccare l’aumento dei tassi. L’amministrazione aveva cominciato a entrare nel panico a metà dicembre, quando i mercati finanziari apparivano in caduta libera da ottobre. Il Segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, aveva convocato affrettatamente nel suo ufficio a Washington una dozzina di grandi capitalisti e banchieri influenti, tuttora ignoti, la settimana prima delle ferie di Natale. Con in mercati azionari precipitati del 30 per cento in sole sei settimane, i mercati dei titoli spazzatura che si stavano congelando, i prezzi dei contratti a termine sul petrolio in picchiata del 40 per cento, eccetera, stava cominciando a sembrare di nuovo il 2008. Portavoce pubblici della comunità economica sui media e nella stampa finanziaria stavano sollecitando Trump a licenziare il presidente della Fed, Powell, e Trump il 24 dicembre aveva trasmesso il suo tweet e avvertimento più duro a Powell di bloccare l’aumento dei tassi per impedire che i mercati finanziari implodessero ulteriormente.

Agli inizi di gennaio, in reazione all’accentuato crescendo di critiche, Powell ha annunciato che la banca centrale avrebbe adottato un atteggiamento attendista circa l’aumentare o meno i tassi. Il piano precedentemente annunciato dalla Fed, in vigore durante il 2017-18, di aumentare i tassi tre o quattro più volte nel 2019 è stato così spazzato via dal tavolo. E questo è quanto riguardo ai perenni chiacchiericci accademici sul fatto che le banche centrali sarebbero indipendenti! O riguardo all’affermazione a lungo sostenuta dalla Fed che non cambia politica in reazione agli sviluppi dei mercati finanziari!

Questa settimana, successiva al 20 marzo 2019, l’annuncio della Fed rende la cosa indiscutibilmente ufficiale: niente più aumenti dei tassi quest’anno! E considerato il rallentamento dell’economia statunitense e di quella globale, e l’imminente ciclo elettorale l’anno prossimo, essenzialmente non ci sono all’orizzonte aumenti dei tassi nemmeno nel 2020.

La politica dei tassi d’interesse della banca centrale è ora essenzialmente ‘morta e sepolta’, in altri termini, bloccata al tetto del 2,375 per cento, il che la rende oggi uno strumento inutile per affrontare la prossima regressione economica dietro l’angolo.

 

Il rallentamento economico statunitense è arrivato

Per quelli che credono alla versione della stampa finanziaria e del governo che l’economia statunitense stia andando alla grande, e che la recessione non sia giusto dietro l’angolo, si consideri che le vendite statunitensi al dettaglio sono diminuite acutamente in mesi recenti. A dicembre sono calate dell’1,6 per cento, il maggior calo dal settembre 2009.

L’edilizia residenziale e commerciale si è contratta per tutto il 2018. A gennaio la manifattura, guidata dal settore automobilistico, è scesa dello 0,9 per cento. L’Indicatore dei Responsabili Acquisti ha toccato il minimo da 21 mesi. Nonostante i tagli fiscali da molti trilioni di dollari di Trump a imprese-investitori all’inizio del 2018, gli investimenti in aumento degli impianti e delle attrezzature entro la fine dell’anno sono rallentati di due terzi nel corso del 2018. Recenti sondaggi mostrano che la fiducia dei direttori generali delle imprese è diminuita per gli ultimi quattro trimestri di seguito, cioè un cattivo presagio per la spesa futura delle imprese in attrezzature e scorte. Nonostante le ‘guerre commerciali’ di Trump, il deficit commerciale statunitense ha concluso l’anno con un record di 800 miliardi di dollari in rosso. Le entrate del settore dei servizi sono aumentate di un misero 1,2 per cento nel quarto trimestre 2018, rispetto allo stesso periodo di un anno prima.

Circola voce che il PIL statunitense per il quarto trimestre del 2018 sarà presto rivisto al ribasso. Inizialmente posto al 3,1 per cento, in febbraio è stato ridotto al 2,6 per cento. La prossima settimana, in aprile, sarà ridotto ancora di più, all’1,8 per cento o meno, secondo ricercatori di JP Morgan. Contemporaneamente varie ricerche bancarie e altre fonti indipendenti stanno prevedendo un PIL USA nel primo trimestre 2019 di solo l’1,1 per cento e forse meno dell’uno per cento. Lo scenario economico previsto dal sottoscritto un anno fa si sta concretizzando.

L’economia di Trump è chiaramente in difficoltà. E oggi egli è all’offensiva per far sì non solo che la banca centrale non aumenti i tassi, ma che cominci a ridurli prima della fine di quest’anno. E se Powell non si adeguerà, state a vedere Trump e la destra che premeranno per licenziare il presidente della Fed, Powell.

Per dirottare l’offensiva di Trump e investitori contro la banca centrale, il presidente della Fed, Powell, ha concesso un’intervista pubblica storicamente senza precedenti al programma televisivo 60 Minutes. Ha tentato di placare Trump e i crescenti attacchi. Solo il presidente della Fed Ben Bernanke ha concesso un’intervista pubblica simile, durante i momenti più neri del crollo dell’economia statunitense nel 2008. La tattica più recente di Trump è consistita nel nominare Steven Moore quale uno dei governatori della Fed. Moore è uno di quegli economisti di destra affiliati al gruppo di esperti Heritage. Ha sollecitato pubblicamente Trump a licenziare Powell nel corso del quasi panico di dicembre per il crollo del mercato azionario statunitense. Osservate Powell e la Fed trascinarsi nel corso del 2019 non solo congelando di tassi della Fed, ma anche riducendoli entro la fine dell’anno.

 

Collasso degli strumenti di politica monetaria?

L’attuale picco del tasso Fed al 2,375 per cento si confronta con un picco del tasso d’interesse Fed del 5,25 per cento nel 2007, giusto prima dell’inizio dell’ultima recessione; con un picco del 6,5 per cento alla vigilia della recessione precedente nel 2000; e con il picco dell’8 per cento prima della recessione del 1981. In altri termini, l’efficacia della politica dei tassi della Fed si è andata deteriorando da un certo tempo nel lungo periodo, e non solo recentemente.

Tale deterioramento è riconducibile alla politica della Fed dagli anni ’80, che è svoltata dall’usare i tassi d’interesse per stabilizzare l’economia (tassi bassi per stimolare la crescita economica; tassi elevati per tamponare l’inflazione) a una politica di garanzia di tassi di lungo termine bassi come mezzo per sussidiare banche, imprese e redditi di capitale in generale.

Tassi bassi cronici sussidiano i profitti delle imprese riducendo i costi d’indebitamento e, in aggiunta, incentivando le società anche a emettere trilioni di dollari di nuovi debiti obbligazionari societari (a basso costo per loro). Il capitale monetario derivato dai profitti record e dal debito raccolto a basso prezzo è poi distribuito agli azionisti e ai manager attraverso riacquisti di azioni e distribuzione di dividendi, che hanno raggiunto una media di un trilione di dollari l’anno, ogni anno, dal 2010 e nel solo 2018 hanno toccato un record di 1,3 trilioni di dollari. Ma i tassi bassi cronici sono la fonte da cui deriva tutto quanto, cioè il ‘facilitatore’.

Mentre la politica dei tassi (bassi) della Fed è divenuta uno dei principali mezzi per sussidiare i redditi di capitale, dopo ogni ciclo economico i tassi non possono essere ripristinati ai loro livelli ante recessione, lasciando oggi la Fed con il suo mero 2,375 per cento mentre si avvia alla prossima recessione. Il livello del tasso alla fine del ciclo si ribassa. In altri termini, l’arma del tasso d’interesse della Fed è ricaricata con minori pallottole. E’ ora prossima ad aver esaurito le munizioni.

 

Oltre l’alleggerimento quantitativo, QE

Il declino dell’efficacia della politica dei tassi d’interesse ha costretto, almeno in parte, la Fed a sviluppare nel decennio scorso un altro strumento monetario, il cosiddetto Alleggerimento Quantitativo (QE). L’introduzione negli USA del QE nel 2009 (e in precedenza dalla Banca del Giappone che aveva dato origine all’idea) dovrebbe essere considerata perciò in parte come un tentativo disperato di creare un nuovo strumento, quando i tassi d’interesse erano divenuti sempre più inefficaci nel fermare, o almeno rallentare, una contrazione del ciclo economico o nello stimolare una ripresa economica dalla recessione. Con il QE la banca centrale si rivolge direttamente agli investitori e acquista i loro cattivi titoli di debito offrendo in cambio una liquidità virtualmente gratuita a tassi ultra-bassi (0,1 per cento). Il QE è perciò un trasferimento da parte della Fed di cattivi titoli di debito dagli investitori e dai bilanci delle banche direttamente nel bilancio della Fed. Ma tale sussidio mediante lo scaricamento dei debiti e bassi tassi d’interesse di lungo termine riduce anche l’efficacia della politica monetaria nello svolgere il suo ruolo storico di stabilizzazione economica, cioè di stimolo della crescita economica o di tamponamento dell’inflazione.

Nel periodo 2009-2016 il programma QE della Fed ha trasferito tra i 4,5 e i 5,5 trilioni di dollari dagli investitori al proprio bilancio. E se si considerano altre grandi banche centrali in Europa, Giappone e Cina, la quantità di debito scaricato da banchieri e investitori alle banche centrali è ammontata a tra 20 e 25 trilioni di dollari.

Per prepararsi al crollo e recessione prossimi del ciclo economico la Fed e altre banche centrali hanno annunciato in anni recenti che avrebbero cominciato a ‘liquidare’ il loro bilancio rigonfio di titoli di debito. Lo scopo era di ‘ripulire’ il bilancio della banca centrale in modo da poter assorbire e trasferire a sé stessa ancor più cattivi debiti di società e investitori nel corso del prossimo crollo. (Questa liquidazione del debito è stata definita ‘Stretta Quantitativa’ o QT). La Fed è stata la prima tra le banche centrali ad avviare la liquidazione con 30 miliardi di dollari al mese. Altre banche centrali in Europa aveva dichiarato che l’avrebbero fatto anch’esse ma da allora hanno abbandonato la finzione. La Banca del Giappone, con il suo debito di sino a 5 trilioni di dollari, non ha neppure finto di farlo. Così le banche centrali del mondo restano rigonfie di decine di trilioni di dollari di titoli di debito di imprese-investitori scaricati dall’ultima crisi del 2008-09 e affrontano la prospettiva di decine di altri trilioni – e forse molto di più – nella prossima crisi.

Comunque Powell ha ulteriormente annunciato il 20 marzo che la Fed smetterà, entro settembre 2019, di liquidare il suo QT. Come la politica dei tassi d’interesse, la politica dei QE/QT, probabilmente è anch’essa oggi ‘morta e sepolta’.

La Fed potrà aggiungere altri 5-10 trilioni di dollari di QE quando arriverà la prossima crisi? (E le principali banche centrali del mondo potranno aggiungere altri 30 trilioni agli attuali 20 trilioni di dollari)? Forse, ma non è probabile.

Il raddoppio del QE e del debito nel bilancio della Fed non è più probabile che la riduzione significativa dei tassi da parte della Fed nella prossima crisi. Ancor meno per gli europei e i giapponesi, i cui tassi d’interesse sono già inferiori a zero, cioè negativi.

 

Le banche centrali come veicoli di sovvenzione del reddito di capitale

Ciò che sta divenendo sempre più chiaro è che nel ventunesimo secolo le economie capitaliste – USA e altre – stanno incontrando difficoltà sempre maggiori nel generare profitti e investimenti reali dalla normale attività economica. Conseguentemente si stanno rivolgendo ai loro Stati Capitalisti perché sovvenzionino il loro ‘saldo di bilancio’.  Le banche centrali sono diventate un principale motore della sovvenzione dei profitti e dei redditi di capitale. Ma tale ‘funzione di sussidio’ sta a sua volta distruggendo la capacità delle banche centrali di svolgere il loro ruolo storico di stimolo della crescita economica e di tamponamento dell’inflazione. Queste ultime funzioni storiche declinano e si deteriorano con la nuova sovvenzione dei profitti e dei redditi di capitale che diventa sempre più fondamentale. Le funzioni storiche e la nuova funzione delle banche centrali come motori della sovvenzione del capitale sono, in altri termini, mutuamente esclusive.

La stessa sovvenzione da parte dello stato è evidente nella politica di bilancio, specialmente in quella fiscale. Una volta che la Fed ha iniziato ad aumentare i tassi alle fine del 2016, la politica è passata dagli strumenti monetari per sovvenzionare il capitale a una politica fiscale come mezzo principale di sovvenzione.

Dal 2001 nei soli Stati Uniti alle imprese, agli investitori e alle famiglie ricche sono stati offerti dallo stato capitalista non meno di 15 trilioni di dollari di riduzioni fiscali. Come i tassi bassi e il QE, anche questi si sono prevalentemente indirizzati a riacquisti di azioni, distribuzioni di dividendi, fusioni e acquisizioni, eccetera, che hanno a loro volta alimentato bolle senza precedenti del mercato delle attività finanziarie in azioni, obbligazioni, derivati, speculazioni su cambi e valori delle proprietà dal 2000. E mediante tali meccanismi di trasmissione, hanno alimentato le tendenze in accelerazione delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza negli Stati Uniti e altrove.

 

Tagli fiscali a imprese-investitori come veicolo di sovvenzione

Anche se le sovvenzioni attraverso tagli fiscali sono iniziate con Reagan, sono accelerate dal 2000 sotto Bush e proseguite sotto Obama. Ma sono accelerate ulteriormente sotto Trump. L’impatto dei tagli fiscali di Trump è più evidente nei profitti della classifica delle Fortune 500 del 2018. Non meno del 22 per cento del 27 per cento di aumento dei profitti delle Fortune 500 nel 2018 è stato stimato derivante dalla manna dei tagli fiscali di Trump alle imprese e alle società. Il totale sussidio a imprese e investitori nel prossimo decennio dovuto ai tagli fiscali di Trump non è inferiore a 4,5 trilioni di dollari, compensato da 1,5 trilioni di dollari di aumento delle tasse alle famiglie della classe media e da false supposizioni di Trump riguardo alla crescita del PIL che riducono i 4,5 trilioni ulteriormente a un impatto fittizio negativo di 1,5 trilioni sul bilancio statunitense.

I sussidi mediante tagli fiscali hanno generato anche deficit record del bilancio statunitense e dei livelli del debito nazionale che sono grosso modo raddoppiati ogni decennio, da circa 5 trilioni di dollari nel 2000, ai 10-11 trilioni del 2010, ai 22 trilioni del 2019, con previsioni di 34-37 trilioni, o più, entro il 2030. Circa il 60 per cento del deficit di bilancio statunitense è attribuibile alla politica fiscale e a perdite di entrate fiscali.

 

Bail-in: la nuova generazione di strumenti monetari?

A lungo pubblicizzate dagli economisti tradizionali come ‘strumenti di stabilizzazione e crescita’, in realtà sia la politica monetaria della banca centrale (tassi, QE, ecc.) sia la politica fiscale del governo (tagli fiscali a imprese e investitori) sono andate costantemente trasformandosi in mezzi di sovvenzionamento dei redditi di capitale. Essendo diventate tali, la capacità sia della politica monetaria (banca centrale) sia della politica fiscale di affrontare la prossima grande crisi potrebbe dimostrarsi estremamente deludente.  Le politiche monetarie di tassi d’interesse bassi e persino di QE hanno oggi ‘fatto il loro tempo’, come si dice. E con il debito statunitense a 22,5 trilioni di dollari, diretto a 34 trilioni o più entro il 2027, la politica fiscale come mezzo per stimolare l’economia è anch’essa seriamente compromessa.

Dunque quali sono le probabili reazioni politiche alla prossima recessione? Sul lato monetario, prestate attenzione a quelli che sono chiamati ‘bail in’. Le banche e gli investitori saranno salvati la prossima volta costringendo i risparmiatori a convertire i loro depositi in contranti presso le banche in azioni bancarie prive di valore. Si tratta di un piano già in previsione negli Stati Uniti e in Gran Bretagna in attesa di essere messo in tatto, un piano che è già stato pilotato in Europa.

Sul lato fiscale, attendetevi un intenso attacco rinnovato alla previdenza sociale, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, ai buoni alimentari, al sostegno all’alloggio e a tutto il resto dei programmi sociali che non promuovono direttamente i profitti delle imprese. I contorni sono chiari nel più recente bilancio di Trump appena pubblicato, che prevede 2,7 trilioni di tali tagli. E naturalmente Trump & Co. Continueranno a proporre ancora altri tagli fiscali, il che è già avvenuto in varie forme.

In altre parole, mentre la politica sia monetaria sia fiscale stanno divenendo sempre più inefficaci nel ventunesimo secolo come mezzi per affrontare recessioni e/o ripristinare la crescita economica, sono contemporaneamente trasformate invece in mezzi per sovvenzionare i redditi di capitale, durante, prima e dopo crisi economiche!

Jack Rasmus è autore del libro appena pubblicato ‘Alexander Hamilton and the Origins of the Fed’, Lexington Books, marzo 2019 e del suo seguito ‘Central Bankers at the End of Their Ropes: Monetary Policy and the Coming Depressione’, Clarity Press, 2017. Tiene il blog jackrasmus.com , conduce il programma radiofonico Alternative Visions sulla Progressive Radio Network. Il suo contatto Twitter è @drjackrasmus.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://zcomm.org/znetarticle/the-capitulation-of-jerome-powell-the-fed/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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