Gigantesche domande sul futuro della UE celate in oscure decisioni di politica bancaria

Print Friendly

di Marshall Auerback – 13 marzo 2019

Marshall Auerback è un analista di mercato e giornalista. Prodotto da Economy for All, un progetto dell’Independent Media Institute.

Dopo aver marcatamente ridotto le sue previsioni di crescita dell’Unione Europea (UE), il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha annunciato che la BCE avrebbe tenuto in sospeso l’aumento dei tassi d’interesse almeno per un altro anno, e avrebbe ripreso le attività di acquisto di titoli di debito nazionale dei membri dell’eurozona (EZ). Quest’ultimo annuncio è stato particolarmente sorprendente poiché ha segnato una brusca inversione di una politica che era stata interrotta alla fine dell’anno scorso.

Ma il dietrofront segnala sia le continue debolezze strutturali intrinseche all’unione della moneta unica, sia montanti sfide politiche ed economiche alla UE nel suo complesso. Queste sono le conseguenze di un insieme di politiche neoliberiste di vasta portata e di lungo termine che hanno prodotto un crescente populismo di un colore distintamente neofascista, crescenti tensioni intra-politiche persino tra alleati tradizionali e una generazione perduta a causa di una disoccupazione a doppia cifra, per citare solo alcuni degli esempi più vergognosi. E, naturalmente, c’è la Brexit, molto simile al fantasma di Banquo, a volteggiare sul tutto e a esacerbare la minaccia del progetto di integrazione europea.

E’ facile capire perché la Banca Centrale Europea abbia fatto marcia indietro sull’alleggerimento quantitativo [quantitative easing – QE]. La sorpresa, tanto per cominciare, era che avesse pensato di poterlo interrompere. In quanto sola emittente degli euro, la BCE è la sola entità che può credibilmente proteggere il debito nazionale dei paesi della EZ. Si elimini tale protezione e il rischio di insolvenza risolleverà il suo brutto muso (e, con esso, la prospettiva di costi di indebitamento molto più elevati in tutto il continente e una potenziale crisi finanziaria).

Ma limitarsi ad acquistare titoli è insufficiente; deve essere eliminato anche il prevalente pregiudizio a favore dell’austerità che governa l’appartenenza alla moneta unica. La prima cosa affronta il problema della solvibilità; la seconda il problema di insufficiente domanda aggregata nella EZ, la causa della crescita anemica e dell’elevata disoccupazione. Abbiamo perciò bisogno di entrambe le cose: acquisti di titoli da parte della BCE sommati a una tolleranza che deficit nazionali di bilancio molto maggiori.

A più lungo termine l’Eurozona ha un disperato bisogno di un maggiore cambiamento istituzionale, quale la creazione di un meccanismo che consenta la mutualizzazione del debito, in gran parte come Alexander Hamilton contribuì a creare per gli Stati Uniti d’America quando migrarono da una sistema di debole autorità nazionale sotto gli Articoli della Confederazione (in cui le 13 colonie erano più simili a 13 stati-nazione individuali e il Congresso era solo un arbitro tra loro) a una struttura federale più robusta dotata di un forte sistema centralizzato di gestione del debito e di tassazione. Nel breve termine, tuttavia, solo la BCE può consentire questo attraverso acquisti più vasti di titoli non subordinati alla condizione dell’austerità.

Purtroppo uno stimolo aggiuntivo di politica fiscale è da lungo tempo la roccia su cui è stata fondata l’unanimità politica europea, una paralisi che ha fatto molto per alimentare un crescente sentimento populista anti-Ue in tutto il continente. E la mutualizzazione del debito è qualcosa cui Berlino in particolare si è opposta con forza, considerandola ancora un altro tentativo di assicurare salvataggi mascherati di quelli che percepisce come i dissoluti paesi del Mediterraneo.

Naturalmente è più facile opporsi a simili politiche quando la propria economia sta prosperando ed è prossima alla piena occupazione. Forse la Germania sarebbe più favorevole a un cambiamento di politica una volta fossero esposte le vulnerabilità del suo modello di crescita dipendente dalle esportazioni? In alternativa, la Germania potrebbe arrivare a comprendere i rischi che oggi ha di fronte come maggior creditore dell’EZ se fosse probabile un ripudio del debito da parte di un paese come, diciamo, l’Italia?

Vale anche la pena di notare che persino le proposte di Hamilton di mutualizzazione del debito incontrarono un’enorme resistenza da numerosi stati individuali (in particolare la Virginia, che era la Germania delle 13 colonie originali in termini della propria solidità di bilancio/forza economica). Ci volle la combinazione di una guerra rivoluzionaria, di minacce esterne da parte dell’impero britannico e della possibilità di bancarotta e ripudio del debito per creare le condizioni politiche necessarie per indurre l’accettazione delle proposte di Hamilton. Minacce politiche esistenziali analogamente gravi, sommate alla prospettiva di una grave recessione globale potrebbero essere sufficienti per cambiare il calcolo politico nella EZ nel suo complesso? Non è un modo ottimale per indurre il cambiamento, ma a volte ci vuole l’equivalente politico/economico di un terremoto o di un’inondazione per creare concrete riforme fondative. Certamente questo sembra essere stato il caso sinora per la UE.

L’espressione tecnica per descrivere le operazioni di acquisto di titoli della BCE è “Operazioni di Rifinanziamento a Lungo Termine” (LTRO), più popolarmente note come “alleggerimento quantitativo” (QE). Si tratta di una politica che comporta l’acquisto di titoli (o altre attività bancarie) da parte della banca centrale in cambio di depositi elettronici versati dall’autorità monetaria nel sistema delle banche commerciali, che in gergo economico si traduce in “finanziamento delle riserve bancarie”. Il QE, in varie forme, è da tempo impiegato da numerose banche centrali – in particolare dalla Federal Reserve statunitense, dalla Banca del Giappone e dalla Banca Centrale Europea – in teoria come mezzo per ravvivare la domanda di credito, ma in pratica semplicemente incitando gli “spiriti animali” di Keynes a ravvivare i mercati dei capitali e in tal modo promuovere un’attività economica più robusta in risposta a tale risveglio.

I benefici/impatti economici del QE sono da tempo dibattuti. Ma per quanto riguarda la specifica situazione europea, la decisione della BCE di dedicarsi direttamente a continui acquisti di debito nazionale è stata cruciale in termini di fronteggiare la peculiarità istituzionale che è al centro della moneta unica, cioè l’assenza di un’autorità fiscale sovranazionale degli “Stati Uniti d’Europa”. C’è già un certo livello di centralizzazione nella UE (ad esempio le norme sull’origine delle merci, gli accordi commerciali, un politica agricola comune). Ma il suo parlamento di Strasburgo ha tuttora poteri fiscali relativamente limitati. Separando le autorità fiscali da quelle monetarie, i membri della moneta unica hanno azzoppato la capacità dei loro rispettivi governi nazionali di sostenere la piena occupazione perché la loro capacità di spesa è stata circoscritta in virtù del fatto che stanno in effetti indebitandosi in una valuta straniera. Questo significa che, diversamente da un governo interamente sovrano come gli Stati Uniti, che ha la capacità di creare dollari illimitati, i paesi dell’eurozona sono più simili a stati o città statunitensi, che sono limitati nella loro capacità di spendere dalla tassazione e dalle entrate da titoli. Cosa più importante, da “utilizzatori” di moneta, anziché “emittenti”, questi paesi possono finire in fallimento, in modo molto simile a quanto accaduto alla città di Detroit circa sei anni fa. In quel senso sono stati “non sovrani”.

Come hanno esposto gli economisti Yeva Nerisyan e L. Randall Wray, questa distinzioni tra “sovrani” e “non sovrani” si applica a tutti i membri dell’eurozona, alla Germania e alla Francia tanto quanto al Portogallo o all’Italia. I membri dell’eurozona hanno perso la loro sovranità precisamente perché non possono creare euro senza limiti per sostenere la crescita economica e sono perciò dipendenti dai mercati per ottenere continuo sostegno in assenza di aiuto dalla BCE. L’eurozona, perciò, è l’unico spazio in cui i “vigilantes dei titoli” possono concretamente esercitare una vera influenza. Gli spread creditizi (cioè i differenziali dei costi di indebitamento) che sono sorti tra il debito nazionale tedesco da una parte e i paesi mediterranei dall’altra, riflettono il giudizio collettivo del mercato riguardo all’affidabilità creditizia di ciascun singolo membro dell’unione della moneta unica.

Nel minuto stesso in cui la BCE e varie banche centrali nazionali (particolarmente la Bundesbank tedesca) hanno cominciato a richiamare l’attenzione sulla sostenibilità fiscale delle politiche di determinati paesi (in particolare la Grecia, dove il gioco di prestigio fiscale mascherò per una volta la reale dimensione delle sue necessità di indebitamento), il problema della solvibilità dell’euro è finito in prima linea.

Quando la Grecia ammise di aver manipolato i suoi conti i mercati cominciarono ad assumere un atteggiamento meno ottimista riguardo all’affidabilità creditizia di molti degli altri paesi dell’eurozona, eliminandoli uno alla volta: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia. E in quella fase la banca centrale non aveva ancora avviato alcun QE. In conseguenza gli spread creditizi cominciarono a scoppiare mentre i mercati intuivano rapidamente che (contrariamente alle intenzioni dichiarate dei fondatori della moneta comune) i titoli di una nazione non erano buoni quanto quelli di un’altra. L’intera Unione Monetaria Europea cominciò ad apparire come niente di più che una gigantesca obbligazione debitoria collateralizzata confezionata da Wall Street, con le tranche di qualità inferiore ai livelli più bassi che infettavano l’affidabilità creditizia dell’intera zona della moneta unica. Cioè fino a quando la BCE non finì direttamente coinvolta con il famoso discorso di Draghi a proposito di “tutto quanto sarà necessario”.

Il solo problema era che tale promessa di acquisto di titoli era condizionata al fatto che ciascun paese attuasse politiche fiscali “sane”, cioè esisteva un pregiudizio a favore dell’austerità per mantenere i bilanci in pareggio, il che significava che la solvibilità era a spese di una continua crescita economica anemica in molti degli stati membri (in particolare Grecia, Italia, Spagna e Francia). In termini di alimentazione della crescita, perciò, questo processo era efficace tanto quanto fare un buco a un’estremità di una barca gettando fuori l’acqua dall’altra. L’impegno di Draghi ha “funzionato” nella misura in cui i tassi d’indebitamento di tutti i paesi dell’eurozona sono precipitati e gli spread tra i vari paesi hanno cominciato a convergere. Ma la condizione dell’austerità ha assicurato che la crescita restasse sotto gli standard in molti paesi della EZ, particolarmente riguardo alla disoccupazione.

Arrivati al momento in cui la BCE aveva esaurito il QE tre mesi fa (dopo quattro anni di considerevoli acquisti di titoli), il contesto economico si era un po’ ripreso (anche se i dati aggregati erano stati sproporzionatamente gonfiati dai forti risultati delle esportazioni tedesche in risposta a condizioni economiche globali migliorate). Paesi come Grecia e Italia, tuttavia, non sono mai realmente emersi dalla depressione della crescita. E, come ha osservato Draghi la settimana scorsa, le condizioni economiche complessive della EZ si stanno di nuovo rapidamente deteriorando, anche in Germania dove la crescita delle esportazioni ha cominciato a scomparire.  Il dietrofront di Draghi sul QE va visto nel contesto di una revisione al ribasso della crescita del PIL dall’1,7 per cento all’1,1 per cento quest’anno.  La fosca previsione è stata accompagnata da una revisione al ribasso del PIL nel 2020 dall’1,7 all’1,6 per cento.

Forse dovremmo essere grati che Draghi non abbia atteso che i mercati verificassero le sue intenzioni quando aveva inizialmente annunciato la fine delle operazioni di acquisto di titoli lo scorso dicembre. Se i mercati avessero visto il bluff della BCE e la banca centrale non avesse reagito, l’intera questione della solvibilità si sarebbe ripresentata come una vendetta, con un crisi come probabile risultato. Tuttavia il fatto che la BCE abbia comunque dovuto fare dietrofront solo tre mesi dopo suggerisce che le fragilità sottostanti intrinseche alla EZ sono ancora estreme. L’intera struttura sta cominciando a sembrare un castello di carte […].

E la tempistica politica non avrebbe potuto essere peggiore. Siamo oggi apparentemente in dirittura d’arrivo per quanto riguarda i negoziati sulla Brexit. Il “D-Day” ufficiale è il 29 marzo, ma ci sono ancora grandi divisioni parlamentari nel Regno Unito, riguardo alla forma che la Brexit assumerà alla fine o, in realtà, se addirittura dovrà aver luogo quel che c’è in gioco. Sta perciò divenendo sempre più probabile che il Regno Unito sarà costretto a chiedere una proroga del periodo dell’articolo 50, specialmente dato che la legge necessario non è stata ancora completata.  Inoltre tale proroga potrebbe ben essere per un tempo molto lungo. Se, nel frattempo, l’eurozona cominciasse ad apparire come una casa in fiamme, indubbiamente offrirà soccorso ai duri della Brexit, che vogliono lasciare la UE al più presto possibile, accordo o non accordo. Allo stesso modo una robusta reazione politica di Bruxelles (più acquisti di titoli e maggior tolleranza per l’espansione fiscale nel continente per migliorare le prospettive di crescita) potrebbe ben far svoltare la dinamica politica nella direzione opposta (forse persino verso il mantenimento dello status quo riguardo alla relazione esistente della Gran Bretagna con l’Unione Europea). Ogni allontanamento dall’economia neoliberista prevalente della EZ accelererebbe certamente la svolta in corso nel Partito Laburista britannico via da una “Brexit dura”.

Considerata la storia, quest’ultimo esito pare meno probabile, ma la situazione è più tesa del solito, il che potrebbe condurre a una reazione meno goffa. Il più tangibile progresso della Ue verso soluzioni necessarie ha teso a verificarsi quando le minacce esistenziali che ha di fronte sono più acute. Si ricordi che c’era un’ostinata opposizione alle operazioni di acquisto di titoli della BCE quando sono stati inizialmente dibattuti, e ancora ora tali pratiche sono fermamente radicate (persino con il rappresentante tedesco presso la BCE ha concordato con l’unanime decisione di riavviare il QE). In precedenza erano stati i contadini francesi che avevano (letteralmente) creato blocchi stradali contro una politica agricola comune fino a quando la seduzione di fonti aggiuntivi li ha spazzati via. E oggi una politica di difesa comune, di fatto un esercito europeo, pare essere scritta, anche se ciò pochi anni fa era considerato qualcosa di politicamente irrealizzabile. Così stanno arrivando i passi esitanti verso una crescente federalizzazione, anche se questo progresso da “due passi avanti e uno indietro” è oscurato da una temporanea opposizione, che solitamente è pagata per adattarsi. Paradossalmente l’austerità prevalente accresce l’apprezzamento della distribuzione dei fondi da parte di Bruxelles, e rendendoli più politicamente digeribili per i paesi legati all’austerità affinché rallentino quanto tali spinte all’austerità spingono la EX a un punto di rottura. Il punto è che la determinazione e la forza del motore che muove il progetto europeo sono spesso sottovalutati.

Se mai c’è stata un’occasione perché i mandarini di Bruxelles cambino corso è ora. Le probabilità sono ancora a favore della UE di fronte a un probabile divorzio britannico e ci sono elezione UE imminenti a maggio. Sarebbe un esito infelice che tali elezioni avessero luogo nel contesto di un negoziato ancora rancoroso con la Gran Bretagna (o una scissione Senza Accordo economicamente destabilizzante) accanto a uno sfondo di crescita economica in rapido declino che potrebbe alimentare ulteriormente i partiti anti-Ue del continente (specialmente in Italia, dove fiorì in origine il fascismo). Anche uno solo di questi fattori potrebbe di per sé costituire un pericolo. Presi insieme costituiscono una grave minaccia esistenziale. La speranza è che la minaccia induca la UE a fare la cosa giusta.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/brexit-labour-party-referendum-new-jeremy-corbyn-eu-mps-amendment-vote-a8796556.html

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

di Marshall Auerback – 13 marzo 2019

Marshall Auerback è un analista di mercato e giornalista. Prodotto da Economy for All, un progetto dell’Independent Media Institute.

Dopo aver marcatamente ridotto le sue previsioni di crescita dell’Unione Europea (UE), il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha annunciato che la BCE avrebbe tenuto in sospeso l’aumento dei tassi d’interesse almeno per un altro anno, e avrebbe ripreso le attività di acquisto di titoli di debito nazionale dei membri dell’eurozona (EZ). Quest’ultimo annuncio è stato particolarmente sorprendente poiché ha segnato una brusca inversione di una politica che era stata interrotta alla fine dell’anno scorso.

Ma il dietrofront segnala sia le continue debolezze strutturali intrinseche all’unione della moneta unica, sia montanti sfide politiche ed economiche alla UE nel suo complesso. Queste sono le conseguenze di un insieme di politiche neoliberiste di vasta portata e di lungo termine che hanno prodotto un crescente populismo di un colore distintamente neofascista, crescenti tensioni intra-politiche persino tra alleati tradizionali e una generazione perduta a causa di una disoccupazione a doppia cifra, per citare solo alcuni degli esempi più vergognosi. E, naturalmente, c’è la Brexit, molto simile al fantasma di Banquo, a volteggiare sul tutto e a esacerbare la minaccia del progetto di integrazione europea.

E’ facile capire perché la Banca Centrale Europea abbia fatto marcia indietro sull’alleggerimento quantitativo [quantitative easing – QE]. La sorpresa, tanto per cominciare, era che avesse pensato di poterlo interrompere. In quanto sola emittente degli euro, la BCE è la sola entità che può credibilmente proteggere il debito nazionale dei paesi della EZ. Si elimini tale protezione e il rischio di insolvenza risolleverà il suo brutto muso (e, con esso, la prospettiva di costi di indebitamento molto più elevati in tutto il continente e una potenziale crisi finanziaria).

Ma limitarsi ad acquistare titoli è insufficiente; deve essere eliminato anche il prevalente pregiudizio a favore dell’austerità che governa l’appartenenza alla moneta unica. La prima cosa affronta il problema della solvibilità; la seconda il problema di insufficiente domanda aggregata nella EZ, la causa della crescita anemica e dell’elevata disoccupazione. Abbiamo perciò bisogno di entrambe le cose: acquisti di titoli da parte della BCE sommati a una tolleranza che deficit nazionali di bilancio molto maggiori.

A più lungo termine l’Eurozona ha un disperato bisogno di un maggiore cambiamento istituzionale, quale la creazione di un meccanismo che consenta la mutualizzazione del debito, in gran parte come Alexander Hamilton contribuì a creare per gli Stati Uniti d’America quando migrarono da una sistema di debole autorità nazionale sotto gli Articoli della Confederazione (in cui le 13 colonie erano più simili a 13 stati-nazione individuali e il Congresso era solo un arbitro tra loro) a una struttura federale più robusta dotata di un forte sistema centralizzato di gestione del debito e di tassazione. Nel breve termine, tuttavia, solo la BCE può consentire questo attraverso acquisti più vasti di titoli non subordinati alla condizione dell’austerità.

Purtroppo uno stimolo aggiuntivo di politica fiscale è da lungo tempo la roccia su cui è stata fondata l’unanimità politica europea, una paralisi che ha fatto molto per alimentare un crescente sentimento populista anti-Ue in tutto il continente. E la mutualizzazione del debito è qualcosa cui Berlino in particolare si è opposta con forza, considerandola ancora un altro tentativo di assicurare salvataggi mascherati di quelli che percepisce come i dissoluti paesi del Mediterraneo.

Naturalmente è più facile opporsi a simili politiche quando la propria economia sta prosperando ed è prossima alla piena occupazione. Forse la Germania sarebbe più favorevole a un cambiamento di politica una volta fossero esposte le vulnerabilità del suo modello di crescita dipendente dalle esportazioni? In alternativa, la Germania potrebbe arrivare a comprendere i rischi che oggi ha di fronte come maggior creditore dell’EZ se fosse probabile un ripudio del debito da parte di un paese come, diciamo, l’Italia?

Vale anche la pena di notare che persino le proposte di Hamilton di mutualizzazione del debito incontrarono un’enorme resistenza da numerosi stati individuali (in particolare la Virginia, che era la Germania delle 13 colonie originali in termini della propria solidità di bilancio/forza economica). Ci volle la combinazione di una guerra rivoluzionaria, di minacce esterne da parte dell’impero britannico e della possibilità di bancarotta e ripudio del debito per creare le condizioni politiche necessarie per indurre l’accettazione delle proposte di Hamilton. Minacce politiche esistenziali analogamente gravi, sommate alla prospettiva di una grave recessione globale potrebbero essere sufficienti per cambiare il calcolo politico nella EZ nel suo complesso? Non è un modo ottimale per indurre il cambiamento, ma a volte ci vuole l’equivalente politico/economico di un terremoto o di un’inondazione per creare concrete riforme fondative. Certamente questo sembra essere stato il caso sinora per la UE.

L’espressione tecnica per descrivere le operazioni di acquisto di titoli della BCE è “Operazioni di Rifinanziamento a Lungo Termine” (LTRO), più popolarmente note come “alleggerimento quantitativo” (QE). Si tratta di una politica che comporta l’acquisto di titoli (o altre attività bancarie) da parte della banca centrale in cambio di depositi elettronici versati dall’autorità monetaria nel sistema delle banche commerciali, che in gergo economico si traduce in “finanziamento delle riserve bancarie”. Il QE, in varie forme, è da tempo impiegato da numerose banche centrali – in particolare dalla Federal Reserve statunitense, dalla Banca del Giappone e dalla Banca Centrale Europea – in teoria come mezzo per ravvivare la domanda di credito, ma in pratica semplicemente incitando gli “spiriti animali” di Keynes a ravvivare i mercati dei capitali e in tal modo promuovere un’attività economica più robusta in risposta a tale risveglio.

I benefici/impatti economici del QE sono da tempo dibattuti. Ma per quanto riguarda la specifica situazione europea, la decisione della BCE di dedicarsi direttamente a continui acquisti di debito nazionale è stata cruciale in termini di fronteggiare la peculiarità istituzionale che è al centro della moneta unica, cioè l’assenza di un’autorità fiscale sovranazionale degli “Stati Uniti d’Europa”. C’è già un certo livello di centralizzazione nella UE (ad esempio le norme sull’origine delle merci, gli accordi commerciali, un politica agricola comune). Ma il suo parlamento di Strasburgo ha tuttora poteri fiscali relativamente limitati. Separando le autorità fiscali da quelle monetarie, i membri della moneta unica hanno azzoppato la capacità dei loro rispettivi governi nazionali di sostenere la piena occupazione perché la loro capacità di spesa è stata circoscritta in virtù del fatto che stanno in effetti indebitandosi in una valuta straniera. Questo significa che, diversamente da un governo interamente sovrano come gli Stati Uniti, che ha la capacità di creare dollari illimitati, i paesi dell’eurozona sono più simili a stati o città statunitensi, che sono limitati nella loro capacità di spendere dalla tassazione e dalle entrate da titoli. Cosa più importante, da “utilizzatori” di moneta, anziché “emittenti”, questi paesi possono finire in fallimento, in modo molto simile a quanto accaduto alla città di Detroit circa sei anni fa. In quel senso sono stati “non sovrani”.

Come hanno esposto gli economisti Yeva Nerisyan e L. Randall Wray, questa distinzioni tra “sovrani” e “non sovrani” si applica a tutti i membri dell’eurozona, alla Germania e alla Francia tanto quanto al Portogallo o all’Italia. I membri dell’eurozona hanno perso la loro sovranità precisamente perché non possono creare euro senza limiti per sostenere la crescita economica e sono perciò dipendenti dai mercati per ottenere continuo sostegno in assenza di aiuto dalla BCE. L’eurozona, perciò, è l’unico spazio in cui i “vigilantes dei titoli” possono concretamente esercitare una vera influenza. Gli spread creditizi (cioè i differenziali dei costi di indebitamento) che sono sorti tra il debito nazionale tedesco da una parte e i paesi mediterranei dall’altra, riflettono il giudizio collettivo del mercato riguardo all’affidabilità creditizia di ciascun singolo membro dell’unione della moneta unica.

Nel minuto stesso in cui la BCE e varie banche centrali nazionali (particolarmente la Bundesbank tedesca) hanno cominciato a richiamare l’attenzione sulla sostenibilità fiscale delle politiche di determinati paesi (in particolare la Grecia, dove il gioco di prestigio fiscale mascherò per una volta la reale dimensione delle sue necessità di indebitamento), il problema della solvibilità dell’euro è finito in prima linea.

Quando la Grecia ammise di aver manipolato i suoi conti i mercati cominciarono ad assumere un atteggiamento meno ottimista riguardo all’affidabilità creditizia di molti degli altri paesi dell’eurozona, eliminandoli uno alla volta: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia. E in quella fase la banca centrale non aveva ancora avviato alcun QE. In conseguenza gli spread creditizi cominciarono a scoppiare mentre i mercati intuivano rapidamente che (contrariamente alle intenzioni dichiarate dei fondatori della moneta comune) i titoli di una nazione non erano buoni quanto quelli di un’altra. L’intera Unione Monetaria Europea cominciò ad apparire come niente di più che una gigantesca obbligazione debitoria collateralizzata confezionata da Wall Street, con le tranche di qualità inferiore ai livelli più bassi che infettavano l’affidabilità creditizia dell’intera zona della moneta unica. Cioè fino a quando la BCE non finì direttamente coinvolta con il famoso discorso di Draghi a proposito di “tutto quanto sarà necessario”.

Il solo problema era che tale promessa di acquisto di titoli era condizionata al fatto che ciascun paese attuasse politiche fiscali “sane”, cioè esisteva un pregiudizio a favore dell’austerità per mantenere i bilanci in pareggio, il che significava che la solvibilità era a spese di una continua crescita economica anemica in molti degli stati membri (in particolare Grecia, Italia, Spagna e Francia). In termini di alimentazione della crescita, perciò, questo processo era efficace tanto quanto fare un buco a un’estremità di una barca gettando fuori l’acqua dall’altra. L’impegno di Draghi ha “funzionato” nella misura in cui i tassi d’indebitamento di tutti i paesi dell’eurozona sono precipitati e gli spread tra i vari paesi hanno cominciato a convergere. Ma la condizione dell’austerità ha assicurato che la crescita restasse sotto gli standard in molti paesi della EZ, particolarmente riguardo alla disoccupazione.

Arrivati al momento in cui la BCE aveva esaurito il QE tre mesi fa (dopo quattro anni di considerevoli acquisti di titoli), il contesto economico si era un po’ ripreso (anche se i dati aggregati erano stati sproporzionatamente gonfiati dai forti risultati delle esportazioni tedesche in risposta a condizioni economiche globali migliorate). Paesi come Grecia e Italia, tuttavia, non sono mai realmente emersi dalla depressione della crescita. E, come ha osservato Draghi la settimana scorsa, le condizioni economiche complessive della EZ si stanno di nuovo rapidamente deteriorando, anche in Germania dove la crescita delle esportazioni ha cominciato a scomparire.  Il dietrofront di Draghi sul QE va visto nel contesto di una revisione al ribasso della crescita del PIL dall’1,7 per cento all’1,1 per cento quest’anno.  La fosca previsione è stata accompagnata da una revisione al ribasso del PIL nel 2020 dall’1,7 all’1,6 per cento.

Forse dovremmo essere grati che Draghi non abbia atteso che i mercati verificassero le sue intenzioni quando aveva inizialmente annunciato la fine delle operazioni di acquisto di titoli lo scorso dicembre. Se i mercati avessero visto il bluff della BCE e la banca centrale non avesse reagito, l’intera questione della solvibilità si sarebbe ripresentata come una vendetta, con un crisi come probabile risultato. Tuttavia il fatto che la BCE abbia comunque dovuto fare dietrofront solo tre mesi dopo suggerisce che le fragilità sottostanti intrinseche alla EZ sono ancora estreme. L’intera struttura sta cominciando a sembrare un castello di carte […].

E la tempistica politica non avrebbe potuto essere peggiore. Siamo oggi apparentemente in dirittura d’arrivo per quanto riguarda i negoziati sulla Brexit. Il “D-Day” ufficiale è il 29 marzo, ma ci sono ancora grandi divisioni parlamentari nel Regno Unito, riguardo alla forma che la Brexit assumerà alla fine o, in realtà, se addirittura dovrà aver luogo quel che c’è in gioco. Sta perciò divenendo sempre più probabile che il Regno Unito sarà costretto a chiedere una proroga del periodo dell’articolo 50, specialmente dato che la legge necessario non è stata ancora completata.  Inoltre tale proroga potrebbe ben essere per un tempo molto lungo. Se, nel frattempo, l’eurozona cominciasse ad apparire come una casa in fiamme, indubbiamente offrirà soccorso ai duri della Brexit, che vogliono lasciare la UE al più presto possibile, accordo o non accordo. Allo stesso modo una robusta reazione politica di Bruxelles (più acquisti di titoli e maggior tolleranza per l’espansione fiscale nel continente per migliorare le prospettive di crescita) potrebbe ben far svoltare la dinamica politica nella direzione opposta (forse persino verso il mantenimento dello status quo riguardo alla relazione esistente della Gran Bretagna con l’Unione Europea). Ogni allontanamento dall’economia neoliberista prevalente della EZ accelererebbe certamente la svolta in corso nel Partito Laburista britannico via da una “Brexit dura”.

Considerata la storia, quest’ultimo esito pare meno probabile, ma la situazione è più tesa del solito, il che potrebbe condurre a una reazione meno goffa. Il più tangibile progresso della Ue verso soluzioni necessarie ha teso a verificarsi quando le minacce esistenziali che ha di fronte sono più acute. Si ricordi che c’era un’ostinata opposizione alle operazioni di acquisto di titoli della BCE quando sono stati inizialmente dibattuti, e ancora ora tali pratiche sono fermamente radicate (persino con il rappresentante tedesco presso la BCE ha concordato con l’unanime decisione di riavviare il QE). In precedenza erano stati i contadini francesi che avevano (letteralmente) creato blocchi stradali contro una politica agricola comune fino a quando la seduzione di fonti aggiuntivi li ha spazzati via. E oggi una politica di difesa comune, di fatto un esercito europeo, pare essere scritta, anche se ciò pochi anni fa era considerato qualcosa di politicamente irrealizzabile. Così stanno arrivando i passi esitanti verso una crescente federalizzazione, anche se questo progresso da “due passi avanti e uno indietro” è oscurato da una temporanea opposizione, che solitamente è pagata per adattarsi. Paradossalmente l’austerità prevalente accresce l’apprezzamento della distribuzione dei fondi da parte di Bruxelles, e rendendoli più politicamente digeribili per i paesi legati all’austerità affinché rallentino quanto tali spinte all’austerità spingono la EX a un punto di rottura. Il punto è che la determinazione e la forza del motore che muove il progetto europeo sono spesso sottovalutati.

Se mai c’è stata un’occasione perché i mandarini di Bruxelles cambino corso è ora. Le probabilità sono ancora a favore della UE di fronte a un probabile divorzio britannico e ci sono elezione UE imminenti a maggio. Sarebbe un esito infelice che tali elezioni avessero luogo nel contesto di un negoziato ancora rancoroso con la Gran Bretagna (o una scissione Senza Accordo economicamente destabilizzante) accanto a uno sfondo di crescita economica in rapido declino che potrebbe alimentare ulteriormente i partiti anti-Ue del continente (specialmente in Italia, dove fiorì in origine il fascismo). Anche uno solo di questi fattori potrebbe di per sé costituire un pericolo. Presi insieme costituiscono una grave minaccia esistenziale. La speranza è che la minaccia induca la UE a fare la cosa giusta.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/brexit-labour-party-referendum-new-jeremy-corbyn-eu-mps-amendment-vote-a8796556.html

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Diritto degli adolescenti a vaccinarsi contro il parere dei genitori Successivo Il fantasma del fascismo nell’era della post-verità