Blitz venezuelano – Parte 2: Libertà di stampa, sanzioni e petrolio

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di David Edwards – 7 febbraio 2019

Libertà di stampa, un’occhiata a un’edicola

A sostegno della loro affermazione che Maduro è un ‘tiranno’ che non permette libere elezioni, i media industriali additano costantemente un’assenza di libertà di stampa. Quando l’accademico britannico Alan LacLeod del Glasgow Media Group ha passato in rassegna 166 articoli mediatici occidentali che valutavano lo stato della libertà di stampa tra il 1998 e il 2014, ha scoperto che tutti dipingevano i media venezuelani come ‘ingabbiati’ o non liberi. La settimana scorsa l’analista politico canadese Joe Emersberger ha commentato su The Canary

‘L’idea che il Venezuela abbia media “ingabbiati” deve essere uno degli aspetti più imperdonabili della propaganda occidentale riguardo al paese. E una semplice analisti dimostra quanto proprio ignorante sia quell’accusa. In effetti solo pochi giorni fa uno dei giornali più diffusamente letti del Venezuela, El Universal, ha pubblicato un editoriale di apertura che entusiasticamente applaudiva i tentativi dell’opposizione appoggiata dagli Stati Uniti di attuare la cacciata del presidente Nicolas Maduro riconoscendo il leader dell’opposizione Juan Guaidó quale nuovo presidente del paese. L’editoriale diceva che Guaidó stava gestendo “perfettamente” la sua strategia appoggiata dagli Stati Uniti. E affermava gioiosamente che gli USA e i loro alleati avevano circondato Maduro rendendolo quasi pronto a essere allontanato’.

Nel 2016 Emersberger ha scritto di precedenti proteste:

‘In realtà le proteste e l’interpretazione delle proteste da parte dei leader dell’opposizione sono estesamente riportate dalle maggiori reti private: Venevision, Televen, Globovision. Se dall’estero si consultassero direttamente a campione i media televisivi venezuelani, anziché giudicarli da quanto ne dicono i media internazionali e alcune grandi ONG, si rimarrebbe impressionati dallo scoprire che l’opposizione denuncia costantemente il governo e persino muove appelli appena velati all’esercito perché cacci Maduro.’

Il sito Venezuela Analysis ha twittato:

‘Una rapida scorsa a qualsiasi edicola di Caracas rivelerà che la grande maggioranza dei giornali venezuelani è antigovernativa. L’opposizione ha anche una massiccia presenza sui media sociali; basta fare una ricerca su Twitter su “Venezuela” con il filtro in spagnolo. I giornalisti internazionali mentono riguardo alla mancanza di libertà dei media venezuelani’.  

La giornalista indipendente Abby Martin ha fatto esattamente quanto suggerito e ha visitato un’edicola. Ha offerto questa sintesi:

‘Dunque, su sette giornali quattro sono antigovernativi, due sono filogovernativi e uno è neutrali, può schierarsi da una parte o dall’altra. Dunque pare che la stampa non sia controllata quanto pensiamo’.

Questo è il tipo di ricerca che persino giornalisti industriali dovrebbero essere in grado di condurre da soli.

Guerra economica – Blocco della ripresa

Proprio come incolparono Saddam Hussein del devastante impatto delle sanzioni statunitensi-britanniche contro l’Iraq (1990-2003), i media industriali sono uniti nel gettare contro Maduro la colpa della crisi umanitaria ed economica del Venezuela. In realtà il Venezuela è da lungo tempo assoggettato a pesanti sanzioni statunitensi. Nel 2017 l’analista politico Mark Weisbrot del Center for Economic and Policy Research (CEPR) ha commentato:

‘Alla fine di agosto l’amministrazione Trump ha imposto dure sanzioni contro il Venezuela che impediscono al paese di finanziarsi o vendere attività nel sistema finanziario statunitense. Il nuovo embargo esacerberà la penuria di cibo, medicinali e altri beni essenziali, limitando contemporaneamente le opzioni politiche disponibili per trarre il paese fuori da una profonda depressione’.  

L’ordine di Trump ‘rende quasi impossibile una ripresa sostenuto senza aiuto dall’esterno, o un nuovo governo che sia approvato dall’amministrazione Trump’.

Questa settimana Alexander Campbell, anch’egli del CEPR, ha scritto:

‘La settimana scorsa gli Stati Uniti hanno adottato formalmente sanzioni contro la compagnia petrolifera nazionale venezuelana PDVSA, nonché contro la CITGO, il suo ramo distributivo con sede negli Stati Uniti, come parte della loro pressione per il cambiamento di regime a Caracas. Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha stimato che le azioni colpiranno 7 miliardi di attività e bloccheranno 11 miliardi di dollari di entrate del governo venezuelano nel prossimo anno’.

Campbell ha sintetizzato l’analisi del 2018 dell’economista venezuelano Francisco Rodriguez circa l’impatto delle sanzioni:

‘Il resoconto fondamentale di Rodriguez: l’industria petrolifera è cruciale per il governo venezuelano; investimenti insufficienti e il rapido declino del prezzo del petrolio hanno causato una considerevole riduzione delle entrate; poi, quando i prezzi hanno cominciato ad aumentare, Trump ha imposto sanzioni rendendo estremamente difficile e potenzialmente ‘tossica’ qualsiasi transazione finanziaria internazionale. Rodriguez spiega… come sia la produzione petrolifera venezuelana sia quella colombiana erano diminuite allo stesso ritmo, fino a quando è stato messo in atto l’embargo di Trump nell’agosto del 2017. A quel punto la produzione petrolifera del Venezuela è crollata…’  

Il sito dell’osservatorio mediatico statunitense FAIR ha posto in contesto tutto questo:

‘Trump ha intensificato le sanzioni dell’amministrazione Obama, un’azione che ha fatto precipitare la produzione petrolifera venezuelana (FAIR.org, 17.12.2018) e fatto cadere in picchiata l’economia. Inoltre la guerra economica statunitense contro il paese ha tagliato il Venezuela fuori dai mercati globali dei capitali, con l’amministrazione Trump che ha minacciato di trent’anni di carcere i banchieri se avessero negoziato con Caracas una ristrutturazione standard del suo debito (AlterNet, 13.11.2018). Il Comitato dei Diritti Umani dell’ONU ha formalmente condannato gli Stati Uniti, facendo notare che le sanzioni attaccano ‘le classi povere e più vulnerabili’, ha sollecitato tutti gli stati membri a infrangerle e ha persino cominciato a discutere risarcimenti che gli Stati Uniti dovrebbero versare al Venezuela’.

Il mese scorso Alfred de Zayas, il primo relatore dell’ONU a visitare il Venezuela in 21 anni, ha dichiaratoall’Independent che le sanzioni statunitensi sono illegali e potrebbe corrispondere a ‘crimini contro l’umanità’ in base alla legge internazionale:

‘L’ex relatore speciale Alfred de Zayas, che ha concluso il suo mandato all’ONU a marzo, ha criticato gli USA per aver condotto una “guerra economica” contro il Venezuela che ha detto colpire l’economia e uccidere venezuelani.’

L’Independent ha proseguito:

“Le sanzioni uccidono”, ha dichiarato all’Independent, aggiungendo che ricadono più pesantemente sui più poveri della società, causano palesemente morti mediante penuria di cibo e medicinali, conducono a violazioni dei diritti umani e sono mirate a forzare un cambiamento economico in una “democrazia sorella”.

Nella sua missione d’inchiesta nel paese alla fine del 2017 ha rilevato che eccessiva dipendenza interna dal petrolio, governo insufficiente e corruzione avevano colpito duramente l’economia venezuelana, ma ha detto che la “guerra economica” praticata da Stati Uniti, UE e Canada è un fattore considerevole nella crisi economica.

E:

Pur essendo il primo funzionario dell’ONU a visitare e a riferire dal Venezuela in 21 anni, il signor de Zayas ha affermato che la sua ricerca sulle cause della crisi economica del paese è stata sin qui ignorata dall’ONU e dai media e ha provocato scarso dibattito in seno al Comitato dei Diritti Umani’.

La nostra ricerca nell’archivio giornalistico nazionale britannico ProQuest per articoli degli ultimi trenta giorni citando ‘de Zayas’ e ‘Venezuela’ ha prodotto un unico risultato.

Cioè una sola menzione nell’intera stampa britannica, l’articolo dell’Independent citato più sopra.

Un’idea della misura della guerra economica occidentale contro il Venezuela si può ricavare da questa serie di esempi trasmessi su Twitter da Francisco Nunes.

Nel 2015 un confrontodei salari minimi in tutto l’America Latina effettuato dal messicano Financialred.com.mx ha rilevato:

Il Costa Rica ha il secondo salario minimo dell’America Centrale e il terzo dell’America Latina con 516 dollari mensili. Il Venezuela è in cima alla lista con 885 dollari e Panama con 667 dollari.

Il salario minimo medio mensile in tutta l’America Latina è di 354 dollari.’

Lo studio ha scritto:

‘Il paese a più basso potere d’acquisto è la Colombia, dove il salario minimo copre solo il 49,57 della Canasta Basica; in altri termini i colombiani hanno bisogno di più di due volte il loro salario minimo per coprire i loro bisogni fondamentali. Il salario minimo colombiano è di 644.359 peso colombiani, mentre il costo della Canasta Basica è di 1.300.000 pesos colombiani’.

‘Una situazione simile si vive in Paraguay, Peru ed Ecuador’.

La profonda povertà è un problema di tutta la regione, ma queste crisi non fanno mai notizia. Naturalmente altrove infuriano disastri anche peggiori.

Da marzo 2015 una ‘coalizione’ di stati arabi sunniti guidata dall’Arabia Saudita, e appoggiata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, ha sganciato bombe sul vicino Yemen. Nel 2016 la giornalista indipendente Felicity Arbuthnot ha riferito che in un anno erano state distrutte o danneggiate 330.000 case, 648 moschee, 630 scuole e istituti e 250 strutture sanitarie. Nel 2016 è stato riferito che più di 10.000 persone erano morte e tre milioni erano rese profughe dal conflitto. Secondo Patrick Cockburn sull’Independent il pedaggio dei morti oggi probabilmente supera i 60.000.

Nell’agosto del 2016 l’Oxfam ha riferito che più di 21 milioni di persone in Yemen, su una popolazione totale di circa 27 milioni,  avevano bisogno di aiuti umanitari, più che in qualsiasi altro paese. A dicembre 2016 un nuovo studio dell’UNICEF, l’agenzia dell’ONU per l’infanzia, ha riferito che almeno un bambino moriva ogni dieci minuti in Yemen.

Per quanto ne sappiamo, nessuno nel parlamento o sulla stampa britannica ha chiesto il rovesciamento del regime saudita, né in effetti del governo britannico, per aver creato povertà e sofferenze che superano di gran lungo qualsiasi cosa vista in Venezuela.

A dir vero nell’ottobre del 2016, il segretario ombra agli esteri laburista, Emily Thornberry, ha presentato una mozione alla Camera dei Comuni che si limitava a cercare ‘di realizzare una cessazione delle ostilità e di fornire sollievo umanitario allo Yemen’ e ‘sospendere il sostegno (del governo britannico) alle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita in Yemen’ in attesa di un’indagine in corso su violazioni dei diritti umani. Più di cento parlamentari laburisti – metà del partito laburista – non hanno sostenuto la mozione. In conseguenza è stata sconfitta per 283 voti contro 193.

Un’indifferenza simile ha accolto la conclusione dell’ONU, nel 1999, che le sanzioni statunitensi-britanniche in Iraq avevano causato la morte di 500.000 bambini sotto i cinque anni. Alti diplomatici dell’ONU che avevano creato e gestito il programma delle sanzioni – e che in seguito si erano dimessi per protesta descrivendolo come ‘genocida’ – sono stati quasi completamente ignorati dalla stampa britannica. Uno di tali alti diplomatici, Hans von Sponeck, ha scritto uno stupendo libro forense dettagliando le responsabilità di USA e Gran Bretagna per quelle morti di massa, A different kind of war – The UN sanctions regime in Iraq’ (Berghahn Books, 2006). Il libro è stato citato una sola volta nell’intera stampa britannica e mai recensito.

La candidata del Partito Verde USA alla presidenza Jill Stein ha sostenuto:

‘Gli stessi politici gradassi che parlano di “portare la democrazia” in Venezuela aiutato e favorito i dittatori sauditi a giustiziare dissidenti, assassinare giornalisti e affamare milioni di bambini in Yemen. A loro non interessa nulla della democrazia o delle vite dei poveri. Si tratta del PETROLIO’.

Come Adam Johnson fa notare sarcasticamente è come se i liberali statunitensi ‘tenessero una pagella in tempo reale su questi Cattivi Regimi Ufficiali e se questi regimi – a causa di una categoria mal definita di non democraticità e diritti umani – scendono sotto un punteggio di, diciamo, “60” diventano illegittimi e non meritevoli di difesa’.

Naturalmente nessuna ‘pagella in tempo reale’ è tenuta su ‘noi’ e sui ‘nostri’ alleati. Il risultato è propaganda, non giornalismo.

Petrolio – ‘Avremmo potuto avere tutto quello che volevamo’

Se Maduro non è di fatto un tiranno, se il Venezuela ha di fatto una stampa relativamente libera ed elezioni eque, se la stampa industriale statunitense-britannica non è di fatto interessata all’equità delle elezioni, alla libertà di stampa, alla povertà e alle morti di massa anche quando causate dai propri governi, allora qual è il suo problema con il governo Maduro?

Un vago gesto in direzione della Verità è stato compiuto da Alex Thomson di Channel 4 che il 27 gennaio ha chiesto:

‘Curioso quanto il Venezuela improvvisamente conti per la UE quando le recenti famigerate elezioni in Bangladesh non hanno registrato altrettanto… né la questione catalana… né la serie di dittatori assassini che appoggia attraverso il Golfo. Per Caracas, ragazzi?’

Come abbiamo replicato, la risposta non è certo dubbia. Abbiamo indirizzato a un documento USA di WikiLeaks:

‘OBIETTIVI STATUNITENSI E GESTIONE DELLE RISORSE… VENEZUELA…

‘I NOSTRI INTERESSI FONDAMENTALI IN VENEZUELA SONO:

‘CHE IL VENEZUELA CONTINUI A FORNIRE UNA PARTE CONSIDEREVOLE DELLE NOSTRE IMPORTAZIONI DI PETROLIO E CONTINUI A RISPETTARE UNA POSIZIONE MODERATA E RESPONSABILE RIGUARDO AL PREZZO DEL PETROLIO NELL’OPEC’

Going Underground di RT ha twittato una lista delle ‘più vaste riserve petrolifere provate del mondo’:

  1. Venezuela
  2. Arabia Saudita
  3. Iran
  4. Iraq
  5. Libia

Gli USA stanno perseguendo un cambiamento di regime/hanno eseguito un cambiamento di regime in 4 di questi paesi in 16 anni’.

Su Twitter redfish ha fornito alcuni dettagli sulle quantità di petrolio, mostrando che il Venezuela è in cima alla lista.

In un’intervista a Sky News Peter Watt, lettore di Studi Ispanici presso l’Università di Sheffield, ha segnalato che ‘il 90 per cento delle esportazioni di petrolio del Venezuela è destinato agli Stati Uniti; si tratta di circa 700.000 barili di petrolio il giorno’.

Marco Rubio, il senatore statunitense della Florida, ha twittato:

‘I maggiori compratori di petrolio venezuelano sono @ValeroEnergy & @Chevron. La raffinazione di greggio del #Venezuela sostiene una grande occupazione nella Costa del Golfo.

Nell’interesse di tali lavoratori statunitensi io spero che cominceranno a collaborare con l’amministrazione del presidente Guaido & e tagliar fuori l’illegittimo regime di Maduro’.

Pochi giorni dopo, evidentemente con completa inconsapevolezza, Rubio ha twittato di nuovo:

‘Beato l’uomo che ripone nel SIGNORE la sua fiducia e non si rivolge ai superbi né a chi segue la menzogna’ (Salmi 40:5)

Nel 2011, prima di diventare presidente, Donald Trump si è rammaricato per l’esito dell’’intervento’ statunitense nella Libia ricca di petrolio:

‘Il fatto è che quello che avremmo dovuto fare e che avremmo dovuto chiedere ai ribelli quando sono venuti da noi, avremmo dovuto dire: “Vi aiuteremo, ma vogliamo il 50 per cento del petrolio”. Avrebbero assolutamente detto “D’accordo!”, al cento per cento. In realtà avrebbero detto: “Perché non il 75 per cento?” … Non è triste? Avremmo potuto avere tutto quello che volevamo. Avremmo potuto avere il 50 per cento di quei giacimenti petroliferi. Sapete, ai vecchi tempi quando c’era una guerra, era “Al vincitore spettano le spoglie”. Dunque avremmo potuto avere qualcosa di speciale’.

A chi importava che il petrolio appartenesse alla Libia? Chiunque dubiti che questa stessa ‘compassione’ informi oggi l’interesse statunitense per il popolo del Venezuela, dovrebbe riflettere sulla nomina di Elliott Abrams a invitato speciali degli Stati Uniti per il Venezuela. Abrams ha un passato semplicemente spaventoso di brutalizzazione dell’America Latina e di altre regioni come membro delle amministrazioni di Ronald Reagan e di George W. Bush. Nel 2002 l’Observer ha scritto del colpo di stato che aveva rovesciato temporaneamente il presidente venezuelano Hugo Chavez che ‘la figura cruciale dietro questo colpo di stato è stato Abrams’ e che egli ‘ha dato un cenno d’assenso’ ai complottisti.

Il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale John Bolton ha sollecitato l’esercito venezuelano a rovesciare il governo democraticamente eletto:

‘Noi oggi anche sollecitiamo l’esercito e le forze di sicurezza del Venezuela ad accettare il pacifico, democratico e costituzionale trasferimento del potere’.

Bolton ha detto anche:

‘Farà una grossa differenza economicamente per gli Stati Uniti se potremo avere compagnie petrolifere statunitense che realmente investano e sfruttino le potenzialità petrolifere del Venezuela’.

Il The Independent scrive:

Il governo in attesa del Venezuela consentirà a compagnie petrolifere private straniere di detenere una quota maggiore in società miste con il gigante petrolifero statale, ha detto agli Stati Uniti l’inviato di Juan Guaidó’.

Conclusione – Quel che ci si aspetta che noi pensiamo

Il 26 gennaio la BBC ha riferito:

Impartito un ultimatum a Maduro da leader europei’.

Abbiamo twittato in risposta:

‘Un ultimatum? Con quale diritto?’

La nostra domanda è stata rilanciata 369 volte e ha ricevuto 649 ‘mi piace’.

Anche Saddam Hussein in Iraq e Gheddafi in Libia ricevettero ‘ultimatum’ dagli autodesignati ‘reggitori del mondo’ che poi hanno fatto seguito distruggendo entrambi i paesi. Lezioni apprese dai giornalisti industriali sul ‘nostro’ diritto di agire da arbitri morali? Nessuna.

Si consideri, ad esempio, il momento del 4 febbraio quando Jon Snow di Channel 4 ha impartito una lezione al parlamentare laburista Chris Williamson:

‘Guardi, signor Williamson, lei e il signor Corbyn siete messi in un angolo molto brutto adesso. Avete un paese che è in condizioni terribili, terribili e questo è dovuto a chi lo amministra e a quelli che voi appoggiate. Non è ora che cambiate schieramento e sosteniate ciò che sta succedendo ora?’

Come segnalato più sopra, molti paesi sono in ‘condizioni terribili, terribili’ spesso grazie a un ‘intervento’ occidentale, senza che i giornalisti siano nemmeno un minimo preoccupati. E si noti un punto chiave: Snow stava chiedendo di sostenere la politica di Trump in Venezuela. Sì, quel Trump: il mostro che i media ‘prevalenti’ hanno interminabilmente descritto come un assoluto fascista. Il commento di Snow è stato un esempio perfetto di un giornalista travolto dall’irrazionale conformismo di un blitz di propaganda; tutti devono sempre, sempre appoggiare ‘ciò che sta succedendo ora’ quando il potere attacca Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Venezuela. Fare qualcosa di meno è irresponsabile, vergognoso, è schierarsi con ‘il Cattivo’.

E che cosa vuole realmente il popolo del Venezuela, il popolo che sofferto tanto in passato sotto tirannie di destra appoggiate dagli Stati Uniti? The Canary scrive che ‘la vasta maggioranza del popolo venezuelano si oppone a un intervento militare e alle sanzioni statunitensi’.

‘Il sondaggio, condotto da Hinterlaces agli inizi di gennaio 2019, ha rilevato che “l’86 per cento dei venezuelani dissentirebbe da un intervento militare internazionale”. Più di otto venezuelani su dieci si oppongono anche alle sanzioni statunitensi contro il paese’.

Politici e giornalisti dell’industria stanno giocando un gioco molto familiare. Ci si aspetta che noi, il pubblico, pensiamo:

‘Sì, c’è un mucchio di petrolio, ma forse loro sanno davvero che Saddam Hussein ha armi di distruzione di massa. Forse sono sinceramente preoccupati che possa usarle o darle a terroristi. Bush appare totalmente convinto, Blair sembra onesto e sincero’.

In realtà Saddam Hussein non aveva nessuna arma di distruzione di massa; era una notizia falsa. Nel 2007 l’economista Alan Greenspan, ex presidente del Comitato dei Governatori della Federal Reserve statunitense, ha scritto nelle sue memorie:

‘Mi rattrista che sia politicamente sconveniente riconoscere quello che sanno tutti: la guerra dell’Iraq è stata largamente per il petrolio’ (Leader, ‘Power, not oil, Mr Greenspan’, Sunday Times, 16 settembre 2007).

Ci si aspetta che noi pensiamo:

‘Sì, c’è un mucchio di petrolio, ma forse loro sono preoccupati che Gheddafi stia per commettere un tremendo massacro a Bengasi. Obama sembra profondamente preoccupato, e così Cameron’.

In realtà Gheddafi non stava progettando un massacro: l’affermazione era una truffa. Nel 2011 Real News ha intervistato Kevin G. Hall, il corrispondente economico nazionale dei McClatchy Newspapers, che aveva studiato il materiale fatto trapelare da WikiLeaks sulla Libia. Hall ha detto:

‘Di fatto abbiamo passato in rassegna 251.000 documenti [fatti trapelare]… Di essi un 10 per cento pieno, un 10 per cento pieno di quei documenti, fa riferimento in qualche modo, influenza o riguarda il petrolio’ (‘WikiLeaks reveals US wanted to keep Russia out of Lybian oil’, The Real News, 11 maggio 2011).

Hall ha concluso: “E’ solo una questione di petrolio”.

Ci si aspetta che noi pensiamo:

‘Sì, c’è un mucchio di petrolio, ma forse sono davvero preoccupati perché i venezuelani soffrono terribilmente; forse credono davvero che starebbero meglio sotto un nuovo leader. Trump appare pazzoide, ma forse dopotutto ha un cuore’.

Ci viene chiesto in continuazione di concedere il beneficio del dubbio a leader politici e partiti occidentali notoriamente cinici e mossi dall’avidità. Non riusciamo a credere che ci stiano semplicemente mentendo, inventandosi le cose – settimana dopo settimana, mese dopo mese – in modo che loro e i loro potenti alleati dell’industria possano mettere le mani sul petrolio. In continuazione troppi di noi si rimettono all’autorità e interi paesi sono distrutti.

Le pagine finali della storia umana prima del collasso climatico possono mostrare che il regime negazionista del clima di Trump ha fatto a pezzi ancora un altro paese nella sua determinazione a controllare e bruciare ancora altro petrolio, garantendo in tal modo la propria distruzione e la distruzione dell’intera razza umana e della maggior parte della vita sulla terra. Con tutto questo opera di un miliardario molestatore, dai capelli arancione, negatore della realtà mentre è una star della reality TV, che si spaccia per “uomo del popolo”.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://medialens.org/index.php/alerts/alert-archive/2019/893-venezuela-blitz-part-2-press-freedom-sanctions-and-oil.html

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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