Ecco che cos’è in pratica il New Deal Verde

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di Robert Pollin e CJ Polychroniou – 6 febbraio 2019

Con la sfida del cambiamento climatico che diventa più acuta ogni anno che passa, la necessità di adottare una nuova economia politica che affronti efficacemente sia le preoccupazioni ambientali sia quelle ugualitarie dei progressisti di tutto il mondo cresce esponenzialmente. Tuttavia c’è molto disaccordo a sinistra riguardo alla natura del corrispondente modello di economia politica. Un segmento della sinistra chiede il completo rovesciamento del capitalismo come mezzo per far fronte al cambiamento climatico e ai crescenti livelli di disuguaglianza economica nell’era del neoliberismo globale, mentre un altro si oppone alla crescita in generale. Nell’intervista che segue, Robert Pollin, professore insigne di economia e codirettore del Political Economy Research Institute presso l’Università del Massachusetts-Amherst, spiega alcuni problemi sollevati da ciascuna di queste posizioni e come passare a soluzioni basate su una comprensione più piena dello sviluppo economico.

C.J.Polychroniou: Bob, cominciamo con la tesi della “decrescita” per assicurare la stabilizzazione del clima e realizzare finalità ugualitarie. Che cosa non va in questo modello di economia politica in un’era di condizioni climatiche catastrofiche determinate da circa 250 anni di espansione capitalista mediante l’uso di energia proveniente da combustibili fossili?

Robert Pollin: I promotori della decrescita hanno offerto contributi preziosi nell’affrontare molte delle caratteristiche indifendibili della crescita economica. Sono d’accordo con i promotori della decrescita che la crescita economica in generale produce una vasta gamma di effetti ambientali negativi. Sono anche d’accordo che una quota considerevole di ciò che è prodotto e consumato nell’attuale economia capitalista globale è uno spreco, specialmente la maggior parte di ciò che consumano in tutto il mondo le persone a reddito elevato. E’ anche evidente che la crescita economica di per sé non fa alcun riferimento alla distribuzione dei benefici della crescita e, più in generale, non offre alcuna critica del capitalismo come modo di produzione.

Ma riguardo al problema specifico del cambiamento climatico la decrescita non offre nulla di prossimo a un quadro di stabilizzazione realizzabile, cioè stabilizzare la temperatura media globale a un livello che prevenga gravi effetti ecologici negativi di ritorno, quali una crescente frequenza di siccità e inondazioni. Si consideri della semplice aritmetica. Secondo il suo più recente rapporto dell’ottobre 2018, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) oggi conclude che un programma realizzabili di stabilizzazione del clima richiederà la limitazione dell’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius entro il 2100. Ciò a sua volta richiederà che le emissioni globali nette di anidride carbonica (CO2) diminuiscano di circa il 45 per cento entro il 2030 e che le emissioni nette zero siano raggiunto entro il 2050. Concentriamoci per un momento sull’obiettivo del 2030 di una contrazione del 45 per cento delle emissioni di CO2. Perseguendo un programma di decrescita supponiamo che il PIL globale si contragga del 10 per cento tra oggi e il 2030. Ciò comporterebbe una riduzione del PIL globale quattro volte maggiore che durante la crisi finanziaria e della Grande Recessione del 2007-09. In termini di emissioni di CO2 l’effetto netto di questa contrazione del 10 per cento del PIL, considerata di per sé, sarebbe ridurre le emissioni precisamente del 10 per cento. Non arriverebbe nemmeno vicino a cogliere l’obiettivo dell’IPCC di un 45 per cento di riduzione della CO2. Al tempo stesso, tale contrazione globale del 10 per cento del PIL si tradurrebbe in un’enorme perdita di posti di lavoro e nel declino del tenore di vita dei lavoratori e dei poveri. La disoccupazione globale è aumentata di più 30 milioni durante la Grande Recessione. Non ho visto nessun promotore della decrescita presentare un argomento convincente riguardo a come potremmo evitare un disastroso aumento della disoccupazione di massa se il PIL dovesse diminuire quattro volte più che durante il 2007-09.

Nel corso degli anni molti, tra cui tu, hanno proposto un New Deal Verde come l’unico modo realizzabile per affrontare efficacemente il cambiamento climatico. Come condurrebbe alla stabilizzazione climatica in percorso della crescita verde?

La caratteristica centrale del New Deal Verde deve essere un programma mondiale per investire tra il 2 e il 2,5 del PIL globale ogni anno per aumentare gli standard di efficienza energetica ed espandere le forniture di energia pulita rinnovabile. Attraverso questo programma d’investimento diventa realistico ridurre le emissioni globali di CO2 a zero entro il 2050, contemporaneamente anche sostenendo una crescita del tenore di vita di massa e ampliando le opportunità di occupazione. E’ cruciale riconoscere che, in questo quadro, un tasso di crescita economica più elevato accelererà anche il ritmo al quale l’energia pulita soppianta i combustibili fossili, poiché livelli più alti di PIL si tradurranno corrispondentemente in un livello più elevato di investimenti canalizzati a progetti di energia pulita. Nel 2016 gli investimenti globali in energia pulita sono stati di circa 300 miliardi di dollari, o lo 0,4 per cento del PIL globale. Dunque l’aumento degli investimenti dovrà essere intorno al 2 per cento del PIL globale – circa 1,6 trilioni di dollari al livello attuale del PIL globale di 80 trilioni, poi aumentando parallelamente alla crescita globale successiva – per arrivare a zero emissioni di CO2 entro il 2050.

Gli investimenti mirati ad aumentare l’efficienza energetica e a espandere la fornitura di energia rinnovabile pulita genereranno anche decine di milioni di nuovi posti di lavoro in tutte le regioni del mondo. Questo perché costruire un’economia verde comporta attività a maggiore intensità di manodopera – cioè proporzionalmente più denaro indirizzato a impiegare persone per un dato importo di spesa totale in ogni dato progetto – che non mantenere l’attuale infrastruttura mondiale basata sull’energia dei combustibili fossili.

Anche il consumo di petrolio, carbone e gas naturale dovrà scendere quasi a zero in questo stesso periodo di trent’anni. Ciò corrisponde a un tasso medio di declino di circa l’8 per cento l’anno. Naturalmente sia imprese dei combustibili fossili di proprietà privata, quali Exxon-Mobil e Chevron, sia compagnie di proprietà pubblica quali la saudita Aramco e la russa Gazprom, hanno grandi interessi in gioco nel prevenire riduzioni del consumo di combustibili fossili; esercitano anche un enorme potere politico. Questi potenti interessi di parte dovranno semplicemente essere sconfitti. Al tempo stesso, inevitabilmente, lavoratori e comunità i cui mezzi di sussistenza dipendono dall’industria dei combustibili fossili perderanno nella transizione all’energia pulita. A meno che siano promosse politiche forti per sostenere tali lavoratori, subiranno licenziamenti, redditi in caduta e un declino dei bilanci del settore pubblico a supporto di scuole, ambulatori e sicurezza pubblica. Ne segue che il New Deal Verde deve impegnarsi a offrire un generoso sostegno di transizione ai lavoratori e comunità legati all’industria dei combustibili fossili.

Concludo che non attribuisci grande valore alla posizione adottata da un certo segmento della sinistra che chiede l’immediato e completo rovesciamento del capitalismo come sola opzione realistica per affrontare la minaccia del cambiamento climatico. Quali sono i tuoi argomenti contro questa posizione?

Il programma del New Deal Verde che io promuovo contesta naturalmente i diritti di proprietà e le forme proprietarie in seno al capitalismo, a cominciare dalle compagnie dei combustibili fossili sia private sia pubbliche di tutto il mondo. Ho anche collaborato con sindacati, partiti politici e ONG per promuovere un programma impegnato a espandere buone opportunità di lavoro, tassi di sindacalizzazione, e uguaglianza razziale e di genere. Sono anche concentrato sulla Giusta Transizione per lavoratori e comunità attualmente dipendenti dall’industria dei combustibili fossili.

Al tempo stesso non sto assolutamente dicendo che dobbiamo rovesciare completamente il capitalismo prima di fare sul serio riguardo alla stabilizzazione del clima. Penso ci sia una probabilità prossima al cento per cento che il capitalismo sarà ancora in circolazione tra trent’anni come sistema economico globale predominante. Non possiamo sprecare tali trent’anni non facendo progredire un efficace progetto di stabilizzazione del clima. Inoltre la lotta per un progetto ugualitario di stabilizzazione del clima – un New Deal Verde – servirà, secondo me, come una delle principali aree di lotta nel promuovere un’alternativa democratica socialista al capitalismo.    

Alexandria Ocasio-Cortez è stata sin qui parecchio determinante nell’elevare la consapevolezza del pubblico riguardo all’importanza di un New Deal Verde, che mira a tagliare della metà i livelli statunitensi di inquinamento da carbonio entro il 2030. Quanto è realistica tale proposta?

Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto un gran lavoro nel suscitare consapevolezza dell’imperativo di un New Deal Verde come progetto serio di stabilizzazione del clima. Non penso che sarebbe corretto insistere che lei, e quelli che collaborano con lei, debba avere un piano interamente elaborato come quanto sarebbe questo progetto di New Deal Verde. E’ perciò inevitabile che varie proposte siano state avanzate di recente. In base a una mia ricerca, e a quelle di molti altri, penso sia fattibile, anche se estremamente impegnativo, per gli Stati Uniti tagliare le proprie emissioni di CO2 del 50 per cento entro il 2030 e raggiungere le emissioni zero entro il 2050. Ma non è fattibile per gli USA arrivare a zero emissioni entro il 2030. Il libro del 2015 dell’eminente fisica della Harvard University Mara Prentiss, Energy Revolution, presenta una tesi persuasiva riguardo alle necessità tecniche perché gli Stati Uniti realizzino il parametro delle emissioni zero nel giro di circa trent’anni.

Una domanda finale: come consideri le prospettive di un’alleanza “blu-verde” tra il sindacato e i movimenti ambientalisti per affrontare la minaccia del cambiamento climatico?

L’alleanza blu-verde tra sindacato e movimenti ambientalisti è in costruzione da anni e continua a rafforzarsi. I primi tentativi di costruire solidarietà tra sindacato e movimenti ambientalisti sono stati un’organizzazione chiamata Alleanza Apollo, fondata da Robert Borosage, Roger Hickey e altri nel 2001. Essa si è poi fusa nell’Alleanza BluVerde. Più di recente un’importante iniziativa del New Deal Verde (Iniziativa 1631) è stata guidata nello stato di Washington dal movimento sindacale, comprendente Jeff Johnson che proprio recentemente si è dimesso da presidente del Comitato del Lavoro dello Stato di Washington. Alla fine l’iniziativa alle urne del New Deal Verde dello Stato di Washington è stata sconfitta alle elezioni di novembre, pur essendo stata sostenuta da una vasta coalizione di gruppi comunitari, ambientalisti e sindacali. Ma la misura del New Deal Verde ha perso solo dopo che le compagnie petrolifere hanno speso 30 milioni di dollari in un’incessante e vergognosa propaganda per sconfiggerla. Tuttavia il movimento sindacale dello stato di Washington ha creato un paradigma che può essere sviluppato ulteriormente in altri stati. In Colorado, ad esempio, [il sindacato] AFL-CIO sta di nuovo collaborando da vicino con gruppi ambientalisti e comunitari per promuovere un progetto realizzabile di New Deal Verde.

C.J.Polychroniou è un economista politico/politologo che ha insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi di ricerca sono l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neoliberismo. E’ un collaboratore regolare di Truthout e anche membro del Public Intellectual Project di Truthout. Ha pubblicato numerosi libri e i suoi articoli sono apparsi in una varietà di riviste, periodici, giornali e siti giornalisti popolari in rete. Molte delle sue pubblicazioni sonos tate tradotte in numerose lingue straniere, tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco. E’ autore di Optimism Over Despair: Noam Chomsky on Capitalism, Empire and Social Change, un’antologia di interviste a Chomsky in origine pubblicate presso Truthout e raccolte da Haymarket Books.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/heres-what-a-green-new-deal-looks-like-in-practice/

Originale: Truthout

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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