Trump punta sulla Siria

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Foto: Shutterstock

di John Feffer – 21 gennaio 2019

Donald Trump vuole ritirare i soldati statunitensi dalla Siria quanto prima possibile.

Beh, è mercoledì e dunque questo è ciò che il presidente vuole adesso. Domani, chissà, forse insisterà che la Siria paghi per il ritiro. Forse Trump deciderà di tenere un vertice con Bashar al-Assad dopo aver deciso che il leader siriano dopotutto non è un tal cattivone, poiché anche a lui non piace lo Stato Islamico e deve la sua posizione al sostegno russo. Forse Trump farà squadra con la Turchia per costruire un muro attorno alla Siria perché “se li blocchiamo là, non dovremmo combatterli qui”.

Con Trump tutte le opzioni sembrano sul tappeto e tutto dipende dai servizi di Fox News, da che cosa l’ultimo autocrate o generale a tre stelle sussurrerà al suo orecchio e se il suo malumore sarà alto o no. Le opinioni dei suoi consiglieri o del commissariato sulla politica estera contano sembrano contare poco. Semmai Trump gode a confondere gli esperti. Dopo tutto si ritiene il massimo degli esperti.

Le decisioni in politica estera nell’era di Trump assomigliano molto al curling. Trump libera la pietra e poi gli altri membri della squadra cominciano a spazzolare il ghiaccio nel tentativo di modificarne la traiettoria. A volte Trump tira nella direzione generale del bersaglio. A volte la sua mira è così sballata che non c’è nulla che gli spazzolatori possano fare.

Così, dopo che Trump ha twittato la sua nuova politica sulla Siria, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton e i Segretario di Stato Mike Pompeo sono entrati in azione per modificarne la traiettoria. In un tentativo di placare gli alleati, inorriditi per la decisione di Trump, Bolton ha posto al ritiro talmente tante condizioni da rendere nullo l’annuncio. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha tentato analogamente di rassicurare Egitto, Iraq, Giordania e gli Stati del Golfo che la politica statunitense rimane salda: sconfiggere lo Stato Islamico, tagliar fuori l’Iran.

Questa sequenza di precisazioni ha ottenuto poco più che confondere gli alleati e disorientare gli osservatori. Bolton ha irritato così tanto Recep Tayyip Erdogan con le sue osservazioni riguardo al continuo sostegno ai curdi siriani che il presidente turco si è rifiutato di incontrare il consigliere per la sicurezza nazionale quando quest’ultimo ha visitato Ankara questo mese. Un importante giornale filogovernativo ha deprecato il “colpo di stato morbido contro Trump” di Bolton.

Trump ha successivamente cambiato idea sulla Siria, in parte, ma non è stato su richiesta di Bolton o Pompeo. Il presidente è stato persuaso ad andarci piano con il ritiro quando ha ricevuto un aggiornamento in Iraq da un generale di divisione che gli ha spiegato che l’esercito aveva bisogno di più tempo per fare i bagagli in Siria. Il Segretario alla Difesa Jim Mattis probabilmente aveva detto a Trump la stessa cosa. Si è dimesso quando il presidente ha ignorato il suo consiglio. Mattis aveva dissentito una volta di troppo da presidente e in tal modo aveva minato la sua autorità. Con Trump stargli vicino alimenta il disdegno.

Trump aveva chiesto all’inizio che i soldati si ritirassero entro trenta giorni. Oggi il Pentagono ha quattro mesi per ridispiegare il paio di migliaia di soldati. La corsa all’uscita sarà più simile a una ritirata furtiva. E non andranno probabilmente molto lontano. Le ultime notizie suggeriscono che i soldati ridispiegati si stanno dirigendo in Iraq, a basi a Kirkuk e Anbar.

 

Una storia di ambivalenza

Trump è stato pesantemente criticato per l’incoerenza della sua politica nei confronti della Siria. Ma ammettiamolo: Washington non ha mai ideato come fare i conti con il paese – il suo leader feroce, la sua opposizione frammentata, i suoi curdi scissionisti, i suoi avidi vicini – dallo scoppio delle proteste della Primavera Araba nel 2011.

All’inizio l’amministrazione Obama ha esitato a sostenere i dimostranti a favore della democrazia ed è stata ancora più ambivalente riguardo a un intervento militare quando i dimostranti hanno scelto di prendere le armi.

Ciò non è stato sorprendente. Obama, in precedenza quell’anno, era stato lento nel ritirare il sostegno a Hosni Mubarak in Egitto quando folle si erano riunite a Piazza Tahrir. Quando la guerra civile è scoppiata in Libia, Obama è stato ugualmente riluttante a lasciarsi coinvolgere, scegliendo alla fine di “guidare da dietro” nel tentativo internazionale di cacciare Muammar Gheddafi. La situazione in Siria prometteva di essere ancor più complicate e volatile.

Alla fine l’amministrazione Obama ha messo un piede in acqua con due programmi principali, uno gestito dal Pentagono e l’altro, clandestinamente, dalla CIA. Il programma del Pentagono è stato un fiasco spettacolare con diplomati del programma di addestramento che lo hanno abbandonato per combattere per gruppi radicali che gli Stati Uniti disdegnavano o andando a una sconfitta ignominiosa sul campo di battaglia. Questa iniziativa è terminata nel 2015.

Il programma della CIA, “Timber Sycamore”, ha canalizzato miliardi di dollari di armi ed equipaggiamenti a combattenti sul campo in Siria, grazia a finanziamenti sauditi e logistica turca. Anche questo programma ha incontrato molte difficoltà. Ad esempio, le armi sono finite nelle mani di simpatizzanti di al-Qaeda. Gli Stati Uniti sono stati anche riluttanti a intervenire apertamente per timore di provocare la Russia. Nel 2017 Trump ha cancellato questo programma.

Trump o non Trump, gli Stati Uniti affrontano una miriade di problemi in Siria. Assad ha consolidato la sua posizione, con l’aiuto di Russia e Iran. Lo Stato Islamico è stato ridotto a un feudo assediato, ma l’estremismo religioso non è scomparso e un gruppo parecchio disgustoso mantiene il controllo della provincia di Idlib. I curdi del nord hanno fondato una regione autonoma, con l’assistenza statunitense, ma il governo turco li considera una mera estensioe del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK) che combatte entro i suoi confini.

Gli Stati Uniti non possono aspettarsi di influenzare questo stato delle cose in Siria, e certamente non con solo 2.000 soldati. Dunque ha molto senso ritirarli. Si lasci che israeliani e sauditi si arrabbino e che russi, iraniani e turchi festeggino. Il coinvolgimento statunitense in Siria – esitante, mal diretto, donchisciottesco – è stato retrivo fin dall’inizio.

Trump ha recentemente twittato a sostegno della sua azione che gli Stati Uniti devono “smettere le guerre interminabili”.  Ciò ha notevole senso.

Ma non lasciatevi ingannare a ritenere che Trump creda davvero a ciò che twitta. Persino mentre stava annunciando il ritiro, il presidente stava ordinando al Pentagono di intensificare gli attacchi aerei contro bersagli in Siria.

 

Più guerra, non meno

E’ ridicolo dipingere Donald Trump come un presidente pacifista. L’uomo è contro la guerra solo selettivamente. Semplicemente non gli piacciono le guerre iniziate da altri presidenti.

Trump ha minacciato di usare armi nucleari contro la Corea del Nord. Ha preso in considerazione opzioni militari in Venezuela e discusso il potenziale di un colpo di stato con ufficiali dissidenti dell’esercito.

Ma è l’Iran che costituisce il centro delle ambizioni più aggressive di Trump. Il presidente non si è accontentato di limitarsi a disfare il Piano d’Azione Complessivo Congiunto, l’accordo sul nucleare che l’amministrazione Obama, assieme a rappresentanti di diverse altre nazioni, aveva negoziato con l’Iran. Né Trump vuole limitarsi ad applicare semplicemente un’altra tornata di sanzioni economiche contro il paese.

A settembre John Bolton ha chiesto al Pentagono opzioni militari per attaccare l’Iran. “Ha fatto decisamente innervosire le persone” ha detto un ex alto dirigente della Casa Bianca. “Erano sconvolte. Era sbalorditivo quanto erano sprezzanti riguardo a colpire l’Iran”.

Ma l’approccio aggressivo di Trump nei confronti dell’Iran ha preceduto l’arroganza di Bolton, che ha apertamente promosso un cambiamento di regime in Iran. Poco dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, Trump ha cominciato a premere perché il Pentagono facesse salta imbarcazioni iraniane nel Golfo Persico. Mattis, che era stato licenziato dall’amministrazione Obama per la sua ossessione contro l’Iran, pensava che il piano fosse ridicolo e non ha mai fornito i piani che Trump voleva.

Contrastare l’Iran è stato un principio organizzatore della politica estera dell’amministrazione, da aiutare i sauditi in Yemen a premere su paese di tutto il mondo perché non commercino con Teheran. Nel suo recente discorso al Cairo il Segretario di Stato Mike Pompeo ha chiarito che anche con il ritiro dalla Siria l’amministrazione rimane concentrata sul contrasto all’Iran che “ha diffuso la sua influenza cancerosa in Yemen, Iraq, Siria e fino in Libano”.

Con Bolton e Pompeo al suo fianco a Mattis andato via, Trump può ben seguire il suo istinto e attaccare militarmente l’Iran. Sarà incoraggiato in questa illusione da Israele e dall’Arabia Saudita. Cercherà qualche modo per distrarre i media e il pubblico statunitense dai suoi disastrosi risultati come presidente e dalle molteplici inchieste sui suoi affari e le sue politiche. Non si curerà delle conseguenze.

La guerra eterna in Medio Oriente è lungi dall’essere terminata.

John Feffer è il direttore di Foreign Policy In Focus e autore del nuovo romanzo distopico ‘Frostlands’.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trump-punts-on-syria/

Originale: https://fpif.org/trump-punts-on-syria/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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