La Francia dimenticata insorge  

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A cleaning lady works in the judicial police headquarters in Paris on September 13, 2013. AFP PHOTO/ JACQUES DEMARTHON (Photo credit should read JACQUES DEMARTHON/AFP/Getty Images)

di Serge Halimi – 8 gennaio 2019

15 dicembre, Place de l’Opéra, Parigi. Tre Gilet Gialli leggono ad alta voce un messaggio ‘al popolo francese e al presidente della repubblica, Emmanuel Macron’ che dice: “Questo movimento appartiene a tutti e a nessuno. Dà voce a un popolo che per quarant’anni è stato spogliato di tutto ciò che gli consentiva di credere nel proprio futuro e nella propria grandezza”.

La rabbia provocata da un’imposta sui carburanti ha prodotto, nel giro di un mese, una diagnosi più vasta di ciò che affligge la società e la democrazia. Movimenti di massa che uniscono persone con un’organizzazione minima incoraggiano una rapida politicizzazione, il che spiega perché ‘il popolo’ ha scoperto di essere stato ‘spogliato del proprio futuro’ un anno dopo aver eletto a presidente un uomo che si vanta di aver spazzato via i due partiti che si erano alternati al potere per quarant’anni.

Macron è finito a pezzi. Come è accaduto a precedenti bambini prodigio [wunderkinder] altrettanto giovani, sorridenti e moderni: Laurent Fabius, Tony Blair, Matteo Renzi. La borghesia liberale è enormemente delusa. La sua vittoria alle elezioni presidenziali francesi del 2017 – che fosse stata un miracolo o una sorpresa divina – le aveva dato la speranza che la Francia fosse diventata un porto di tranquillità in un occidente travagliato. Quando Macron è stato incoronato (al suono dell’Ode alla Gioia di Beethoven), The Economist, quel portabandiera delle idee della classe dominante internazionale, lo ha messo in copertina, sorridente mentre camminava sull’acqua.

Ma il mare ha inghiottito Macron, troppo sicuro dei suoi istinti e troppo sprezzane delle sofferenze economiche degli altri. La sofferenza sociale è generalmente solo un contesto di una campagna elettorale, usata per spiegare le scelte di quelli che votano nel modo sbagliato. Ma quando vecchie rabbie si accumulano e ne sono create di nuove senza considerazione per quelli che le subiscono, allora, come ha detto il nuovo ministro dell’interno Christophe Castaner [1], il ‘mostro’ può uscire dalla sua gabbia. E a quel punto tutto diventa possibile.

L’amnesia della Francia riguardo alla storia della sinistra spiega perché ci sono stati così pochi paragoni tra il movimento dei Gilet Gialli e gli scioperi del 1936, durante il Fronte Popolare, che suscitarono una simile sorpresa dell’élite per le condizioni di vita dei lavoratori e le loro richieste di essere trattati con dignità. La filosofa e attivista Simone Weil scrisse: “Tutti quelli che sono estranei a questa vita di schiavitù sono incapaci di comprendere che cosa si è dimostrato decisivo in questa situazione. In questo movimento non è importante questa o quella richiesta particolare, per quanto importante… Dopo essere stati sempre sottomessi, aver sopportato ogni cosa, accettato tutto in silenzio per mesi e anni, è questione di coraggio raddrizzarsi, insorgere. Prendersi il proprio turno a parlare” [2].

I tavoli si erano invertiti

Il primo ministro Léon Blum, parlando dei successivi accordi di Matignon del 1936, che concessero ferie pagate, una settimana lavorativa di 40 ore e migliori salari, scrisse di uno scambio tra i negoziatori dei datori di lavoro nel quale uno diceva all’altro, quando vedeva il livello di certi salati: “Come è possibile? Come abbiamo permesso che succedesse?” [3]. Macron è rimasto analogamente illuminato quando ha sentito i Gilet Gialli descrivere la loro vita quotidiana? Teso, pallido, gli occhi incollati al gobbo, ha effettivamente ammesso nel suo discorso alla nazione che “lo sforzo richiesto loro è stato troppo grande” e “non equo”. I tavoli si erano invertiti ed era lui a quel punto ad apprendere una lezione.

Come abbiamo permesso che accadesse? Grazie ai Gilet Gialli tutti sono più consapevoli delle ingiustizie del governo: 5 euro al mese in meno nel 2017 di sussidi per la casa mentre le aliquote progressive delle imposte sul capitale sono state abolite; l’imposta patrimoniale eliminata; il potere d’acquisto dei pensionati in declino. La misura più gravosa è stata la sostituzione del credito fiscale per la competitività e l’occupazione (CICE, un piano di crediti fiscali per le aziende) con una riduzione dei contributi dei lavoratori alla previdenza sociale, che significa che quest’anno il Tesoro pagherà in effetti un doppio bonus a Bernard Arnault, l’uomo più ricco d’Europa, proprietario di Carrefour, LVMH, Le Parisien e Les Echos. Questa politica costerà quasi 40 miliardi di euro nel 2019, l’1,8 per cento del PIL e più di cento volte il risparmio dai tagli ai sussidi per la casa. Nel breve, arrabbiato video visto 6,2 milioni di volte che ha contribuito a lanciare il movimento dei Gilet Gialli, Jacline Mouraud, 51 anni, compositrice e ipnoterapeuta delle Bretagna, ha chiesto tre volte a Macron: “Che cosa sta facendo con i soldi?” Adesso lo sappiamo.

Un pesante aumento del prezzo del carburante e collaudi più rigidi dei veicoli sono stati sufficienti a portare ogni cosa alla superficie. Come banche se s’ingrassano su ogni prestito e tuttavia nel nome del risparmio di costi ‘razionalizzano’, cioè chiudono, le loro filiali, così come i conti di clienti che staccano un assegno allo scoperto per arrivare alla fine del mese. Un governo che saccheggia le pensioni, già troppo basse, come se fossero uno scrigno del tesoro. Madri singole che hanno problemi a ottenere gli assegni per i figli dai loro ex compagni, ugualmente poveri. Coppie che vorrebbero dividersi ma sono costrette a restare insieme perché non possono permettersi due affitti. Internet, computer e telefonini che oggi sono necessità che vanno pagate, non a fini di svago ma perché le razionalizzazioni dei servizi da parte delle poste, delle autorità fiscali e delle ferrovie, e la scomparsa dei telefoni pubblici, rendono impossibile vivere senza di essi. E dovunque ci sono chiusure di reparti maternità e negozi che abbassano le serrande mentre Amazon apre nuovi magazzini. Questo universo di anomia, tecnologia imposta, moduli da compilare, controllo della produttività e solitudine può essere costatato anche in altri paesi. E’ cresciuto sotto regimi politici diversi ed è anteriore all’elezione di Macron, ma lui pare innamorato di questo nuovo mondo e ha fatto della sua realizzazione il proprio progetto sociale; un altro motivo per il quale è odiato.

Ma non universalmente. Quelli che se la passano bene – laureati, la classe media, i residenti in grandi città – condividono la prospettiva ottimistica di Macron. Fintanto che il paese è calmo, o disperato, il che è la stessa cosa, il mondo e il futuro sono loro. Un Gilet Giallo che possieda una casa indipendente, che negli anni ’70 sarebbe stata un simbolo di mobilità verso l’alto, ha detto: “Quando gli aerei ci volano bassi sopra noi pensiamo: guarda, ecco i parigini che possono permettersi una vacanza. Scaricando il loro inquinamento su di noi” [4].

 

L’ultimo pezzo sulla scacchiera

Macron può contare su sostenitori oltre la classe media parigina con soldi per viaggiare, tra cui i giornalisti. C’è la UE. Con la Gran Bretagna che torna al provincialismo, l’Ungheria refrattaria, l’Italia disobbediente, e il presidente Donald Trump che incoraggia tutti questi la UE non può fare a mento della Francia, né punirla come la Grecia quando i suoi conti non tornano. Per quanto indebolito sia Macron, egli è uno degli ultimi pezzi forti sulla scacchiera dell’Europa neoliberista. Dunque la UE e la Germania vogliono che resti al suo posto, anche se devono permettere alla Francia alcuni peccati mortali.

Il 6 dicembre, quattro giorni prima che Macron acconsentisse ad alcune richieste dei Gilet Gialli (in tal modo permettendo che il deficit di bilancio della Francia eccedesse il sacro limite del 3 per cento del PIL), il commissario della UE per gli affari economici, Pierre Moscovici, non ha rimproverato né minacciato Macron nella speranza di evitare il lassismo. Ha invece reso noto di non avere alcuna obiezione: “Il mio ruolo di guardiano del patto di stabilità e crescita non consiste nel dire a un qualsiasi paese: ‘Devi tagliare questa e questa spesa sociale, devi modificare questa e questa imposta’… Questa regola del 3 per cento non è la cosa più importante. Ho sentito Gérald Darmanin [ministro francese dei conti pubblici] affermare: ‘2,9 o 3,1 per cento non è la differenza tra paradiso e inferno’. Non sbaglia del tutto al riguardo e sta alla Francia decidere che cosa dovrebbe fare. Non dirò oggi: ‘La Francia è minacciata di sanzioni, ha deviato dalle procedure sul deficit’”. Gli spagnoli, italiani e greci dovrebbero tradurre questo (l’edizione nazionale di Le Monde Diplomatique se ne occuperà) e i futuri governi francesi, la cui sovranità economica potrebbe essere più contrastata e i peccati veniali di bilancio meno bene accolti, dovrebbero conservare una trascrizione.

Per giustificare l’aggiunta di circa 10 miliardi di euro al deficit, Macron ha dichiarato alla sua maggioranza parlamentare: “In momenti di crisi, il costo è secondario”. Angela Merkel ha rapidamente appoggiato questa marcia indietro; era mirata, ha detto, a ‘rispondere alle doglianze della gente’. E l’opposizione francese di destra ha subito chiesto che le dimostrazioni finissero. La classe media, che sa dove stanno i suoi interessi, fa fronte unico quando la casa è in fiamme. Per ‘salvare il soldato Macron’ i padroni hanno persino incoraggiato le aziende a versare un premio speciale ai loro lavoratori, in risposta al suo appello per un salario minimo più elevato. Anche la stampa ha frenato le sue critiche quando si è trovata di fronte un governo barcollante. Un economista e politologo li aveva ammoniti: “I giornalisti devono ricordare che non sono meri osservatori, ma fanno parte dell’élite il cui ruolo consiste anche nel preservare il paese dal caos”. Il quotidiano conservatore Le Figaro ha recepito il messaggio, come ha suggerito un editoriale dopo il discorso di Macron: “Per ora al governo va riconosciuto di aver mantenuto l’essenziale… Politiche fiscali a favore degli investimenti (la parziale abolizione dell’imposta patrimoniale, un’imposta piatta sui risparmi) sono state mantenute, nonché la riduzione delle spese e imposte a carico delle aziende. Speriamo che questo duri. [5].

 

La ‘questione dell’immigrazione’

Nessuno può escludere che questo augurio sia soddisfatto. Il governo non è caduto; si è stretto in gruppo, ha protetto le istituzioni della Quinta Repubblica e la sua maggioranza parlamentare, che sarà ancora più leale perché deve tutto a Macron. Il governo ha anche chiarito che il suo apparente liberalismo non gli impedisce di schierare blindati nelle strade di Parigi e di arrestare preventivamente centinaia di dimostranti (1.723 l’8 dicembre) come ha fatto nelle settimane precedenti. E l’esecutivo non si ritrae dal manipolare la paura – il palazzo dell’Eliseo ha ammonito oscuramente contro un ‘nucleo duro’ di persone che erano arrivate a Parigi per ‘uccidere’ – o di denunciare interventi stranieri (russi, ovviamente). Inoltre Macron, scegliendo di evidenziare la ‘questione dell’immigrazione’ ha confermato il suo istintivo cinismo politico.

Il governo può sostenere che i Gilet Gialli hanno una scarsa idea di come funziona il sistema internazionale. Le olimpiche pretese di Macron e la sua relazione simbiotica con il mondo finanziario e culturale dei ricchi hanno incoraggiato l’illusione che le sue politiche siano capricci personali, cosicché egli è in grado di cambiarle radicalmente. Ma la Francia non controlla più la sua moneta; i suoi servizi pubblici sono sottoposti alla legge della UE sulla concorrenza; dirigenti tedeschi passano al vaglio il suo bilancio riga per riga; Bruxelles negozia i suoi trattati commerciali. Tuttavia le parole ‘Europa’ ed ‘Europeo/a’ non compaiono tra le 42 richieste dei Gilet Gialli.

I dimostranti delle rotatorie e i loro sostenitori sembrano più interessati a contestare il numero dei membri del parlamento e i privilegi ministeriali, piuttosto che a contestare l’impotenza dei loro politici, chiaramente evidente quando il boss della multinazionale statunitense Ford non si è degnato di parlare al telefono con un ministro francese dopo che la sua società aveva annunciato un piano di chiusura con 850 licenziamenti a Blanquefort, presso Bordeaux [6].

 

Il ‘miracolo sociale’ degli anni ‘90

Pierre Bourdieu definì il movimento contro la disoccupazione dell’inverno del 1997-98 un ‘miracolo sociale’, sostenendo che il suo primo successo era la sua stessa esistenza: “Trae i disoccupati e con loro tutti i lavoratori precari, il cui numero cresce di giorno in giorno, fuori dall’invisibilità, dall’isolamento, dal silenzio… fuori dall’inesistenza”. L’improvvisa emersione dei Gilet Gialli, proprio altrettanto miracolosa e molto più potente, dimostra il graduale impoverimento di un segmento sempre più vasto della società. Dimostra anche il sentimento di assoluta ribellione – quasi di disgusto – nei confronti dei soliti canali di rappresentanza: il movimento non ha leader né portavoce, rigetta i partiti politici, si tiene a distanza dai sindacati, ignora gli intellettuali e odia i media. Questo probabilmente spiega la sua popolarità, che è riuscito a mantenere anche dopo la violenza che sarebbe stata capitalizzata da qualsiasi altro governo.

Non c’è modo di predire il futuro di un movimento così culturalmente estraneo alla maggior parte delle persone che leggono o scrivono per Le Monde Diplomatique. Le sue prospettive politiche sono incerte e il suo carattere eclettico contribuisce alla sua attrattiva ma minaccia la sua coesione e il suo potere. E’ più facile fare accordi tra lavoratori e classe media sul rifiuto di un’imposta sui carburanti o sull’abolizione dell’imposta patrimoniale che sul cambiamento del salario minimo, poiché i proprietari di piccole attività e i commercianti indipendenti temono che i loro costi aumenteranno. Tuttavia c’è un potenziale legame unificante, poiché molte rivendicazioni derivano da trasformazioni del capitalismo: disuguaglianza, salari, tasse, declino dei servizi pubblici, misure ambientali punitive, delocalizzazioni, eccessiva rappresentanza di laureati della classe media nelle istituzioni pubbliche e nei media.

Nel 2010 il giornalista Francois Ruffin ha descritto due marce di protesta lo stesso giorno ad Amiens che avevano incrociato i percorsi ma non unito le forze; una era di lavoratori della fabbrica della Goodyear, l’altra di attivisti contro la globalizzazione che manifestavano contro leggi antifemministe in Spagna. Ruffin ha scritto: “E’ come se due mondi, separati solo da sei chilometri, si siano reciprocamente voltate le spalle. Senza alcune possibilità dei ‘duri’ della fabbrica di unirsi a quella che un lavoratore ha chiamato ‘la classe media del centro uscita per una passeggiata’” [7]. Il sociologo Rick Fantasia ha segnalato circa lo stesso a Detroit dove c’erano ‘due sinistre… separate e distinte’, attivisti senza piani politici e realisti senza alcuna voglia di azione [8]. Anche se le divisioni ad Amiens e a Detroit non sono identiche, mostrano il crescente divario tra un universo della classe lavoratrice costantemente attaccato e che tuttavia cerca di contrattaccare, e un mondo di contestazione ispirato da intellettuali il cui radicalismo sulla carta non è una minaccia per l’ordine sociale. I Gilet Gialli ci ricordano questa divisione, ma non sta solo a loro superarla.

NOTE      

(1) Christophe Castaner, ‘Un monstre de colères anciennes’ (Un mostro di vecchie rabbie), Brut, 8 dicembre 2018.

(2) Simone Weil, ‘La vie et la grève des ouvrières métallos’ (La vita e gli scioperi delle operaie metallurgiche), La Révolution prolétarienne, Paris, 10 giugno 1936.

(3) Serge Halimi, Quand la gauche essayait: Les leçons du pouvoir (1924, 1936, 1944, 1981) (Quando la sinistra ha tentato: le lezioni del potere), Agone, Marseilles, 2018.

(4) Marie-Amélie Lombard-Latune and Christine Ducros, ‘Derrière les “gilets jaunes”, cette France des lotissements qui peine’ (Dietro i Gilet Gialli), Le Figaro, Paris, 26 novembre 2018.

(5) Gaëtan de Capèle, ‘L’heure des comptes’ (L’ora della resa dei conti), Le Figaro, 11 dicembre 2018.

(6) Pierre Bourdieu, Contre-feux, Raisons d’agir, Paris, 1998 (Risposta al fuoco), Verso, London, 2003.

(7) François Ruffin, ‘Dans la fabrique du mouvement social’ (Nella fabbrica che ha costruito il movimento sociale), Le Monde diplomatique, dicembre 2010.

(8) Rick Fantasia, ‘What happened to the US left?’ (Che cosa è successo alla sinistra statunitense?) Le Monde diplomatique, English edition, dicembre 2010.

 

 

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/forgotten-france-rises-up/

Originale: Le Monde Diplomatique

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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