Perché la sinistra plaude alla potenziale caduta dell’esperimento socialista del Rojava?

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di Pete Dolack  – 4 gennaio 2019

Perso nelle discussioni sul brusco annuncio di Donald Trump del ritiro dei soldati statunitensi dal Rojava è il possibile destino dell’esperimento democratico e cooperativo dei curdi siriani. Minacciato di cancellazione per mano di invasori turchi, dovremmo semplicemente lavarcene le mani e non pensare nulla di un interessante esperimento di socialismo che viene schiacciato su ordine di un dittatore di fatto di estrema destra?

Naturalmente il mondo è abituato al fatto che il governo statunitense usi mezzi finanziari e militari per distruggere società socialiste nascenti in giro per il mondo. Ma il caso bizzarro e senza precedenti – anche se accidentale – di una società alternativa in parte dipendente dalla presenza militare USA sembra aver confuso molta della sinistra statunitense. O è solo una questione di indifferenza a un esperimento socialista che pone al centro la liberazione delle donne? O è perché l’ispirazione politica dominante proviene più dall’anarchismo che dal marxismo ortodosso?

La maggior parte dei commenti che ho visto dalla sinistra statunitense dichiara semplicemente “non appoggiamo mai i soldati USA” e questo è tutto; dunque in questa concezione il presidente Trump ha fatto per una volta qualcosa di giusto. Ma questo tema è davvero così semplice? Sosterrò qui che l’appoggio al Rojava, e la costernazione per il ritiro di soldati a diretta richiesta del presidente e di fatto dittatore turco Recep Tayyip Erdogan, non è per nulla una questione di “appoggio” alla presenza militare statunitense.

Pensiamo per un momento alla Seconda Guerra Mondiale. Appoggiare la guerra contro i regimi fascisti di Hitler e Mussolini fu semplicemente una questione di “appoggiare” i soldati statunitensi? La vittoria sul fascismo probabilmente non avrebbe potuto essere conseguita senza lo sforzo erculeo dell’Unione Sovietica una volta superato l’iniziale pasticcio di Josef Stalin e dei generali di second’ordine che aveva messo a capo dell’Armata Rossa dopo aver purgato i generali migliori. Dire che l’Unione Sovietica vinse la Seconda Guerra Mondiale non vuole in alcun modo denigrare o minimizzare gli enormi sacrifici sopportati dagli Alleati occidentali. Quello sforzo occidentale fu sostenuto dai comunisti e dalla maggior parte degli altri di sinistra. Il Partito Comunista degli Stati Uniti d’America (CPUSA) fu un leale sostenitore dello sforzo bellico statunitense; i membri del partito compresero bene che cosa era in gioco.

Per contro il principale partito trotzkista statunitense, il Partito Socialista dei Lavoratori, rigettò la guerra come una disputa inter-imperialista. Può essere stato così, ma era quello il momento di fare un feticcio del pacifismo o di una indisponibilità a farsi coinvolgere in qualsiasi modo in una lotta capitalista? Per rispondere a tale domanda dobbiamo solo pensare a che cosa sarebbe successo se Hitler, Mussolini e Tojo avessero trionfato nella guerra. Sostenere lo sforzo bellico fu la sola scelta razionale che avrebbe potuto compiere ogni persona di sinistra non accecata da una rigida ideologia. Non è una contraddizione indicare che il CPUSA assunse l’approccio corretto, anche per qualcuno, come me, che generalmente è fortemente critico del partito.

 

Non dovremmo ascoltare i curdi?

Per tornare alla controversia attuale potremmo chiedere: che cosa vogliono i curdi? I curdi siriani, circondati da forze ostili in attesa dell’occasione di schiacciare il loro esperimento socialista, hanno preso una decisione politica nell’accettare la presenza dei soldati USA e un numero limitato di soldati francesi e britannici. Il partito dominante nel Kurdistan siriano, il Partito Unione Democratica (PYD), è fortemente affiliato al principale partito dei curdi della Turchia, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il PKK è bloccato in una lotta ultradecennali contro successivi governi turchi.

La frase precedente è una specie di eufemismo. Sarebbe più accurato affermare che il governo turco ha condotto una guerra incessante contro il popolo curdo. Ankara ha a lungo negato l’esistenza del popolo curdo, mettendo al bando il suo linguaggio, pubblicazioni, festività ed espressioni culturali e perseguendo un’incessante campagna di reinsediamento intesa a diluire il suo numero nella Turchia sud-orientale. Alle rivolte sono stati contrapposti arresti, torture, bombardamenti, attacchi militari, villaggi rasi al suolo e dichiarazioni di legge marziale. Centinaia di migliaia sono stati arrestati, torturati, trasferiti a forza o uccisi. I governi turchi, compreso quello di Erdogan, non distinguono tra “curdi” e “terroristi”.

Il capo del PKK, Abdullah Ocalan, è in isolamento dal suo rapimento in Kenya nel 1999, un rapimento assistito dagli Stati Uniti. Successivi governi statunitensi hanno capitolato alla Turchia dichiarando falsamente il PKK un’organizzazione “terrorista” e hanno contribuito attivamente alla soppressione dei curdi turchi. E’ davvero possibile che i curdi siriani siano in qualche modo non consapevoli di tutto questo? Ovviamente no.

Circondati e bloccati dalla Turchia, da un oppressivo governo siriano, da terroristi dello Stato Islamico e da un corrotto governo del Kurdistan iracheno in alleanza con la Turchia, i curdi siriani di Rojava hanno fatto una serie di scelte di realpolitik, una delle quali è accettare la presenza militare statunitense nel territorio per prevenire l’invasione turca. Che dopo l’annunciato ritiro statunitense le autorità del Rojava abbiano chiesto all’esercito siriano di muoversi in posizioni per offrire un cuscinetto contro la Turchia – nonostante il fatto che i regimi di Assad padre e figlio siano stati incessantemente repressori nei loro confronti – è un’altra decisione difficile presa da un popolo che è circondato da nemici.

Ignorare quello che il popolo curdo, nel tentare di costruire una società socialista ugualitaria, ha da dire è un atto di sciovinismo occidentale. Non è certo ragionevole considerare i curdi siriani “naif” o “marionette” degli USA come se fossero incapaci di comprendere la loro stessa esperienza. E l’invasione del distretto Afrin del Rojava, scollegato dal resto di Rojava, da parte della Turchia con la conseguenza di una massiccia pulizia etnica, dovrebbe rendere chiari i pericoli di ulteriori invasioni turche.

Il Congresso Nazionale del Kurdistan, un’alleanza di partiti curdi, organizzazioni della società civile e gruppi in esilio ha diffuso un comunicato che ha affermato come suo primo punto: “Le forze della coalizione non devono lasciare Rojava in Siria nord ed est”. Il sito giornalistico Rudaw riferisce che lo Stato Islamico è passato all’offensivo dopo che il presidente Trump ha acconsentito alle richieste del presidente Erdogan e cita così un portavoce delle Forze Democratiche Siriane dominate dai curdi: “Più di quattro milioni sono esposti al pericolo di un’evacuazione di massa per sfuggire a un possibile genocidio”, segnalando l’esempio della brutale invasione turca di Afrin.

Ecco che cosa ha dire chi è sul posto in Rojava:

“La decisione di Trump di ritirare i soldati dalla Siria non è una misura ‘contro la guerra’ o ‘antimperialista’. Non farà finire il conflitto in Siria. Al contrario, Trump sta in effetti dando al presidente Tayyip Erdogan via libera per invadere il Rojava e attuare una pulizia etnica contro il popolo che ha fatto tanto nel combattere e morire per fermare l’ascesa dello Stato Islamico (ISIS). Questo è un accordo tra uomini forti per sterminare l’esperimento sociale del Rojava e consolidare politiche autoritarie nazionaliste da Washington, DC, a Istanbul e Kobane… C’è molta confusione al riguardo, con presunti attivisti contro la guerra e antimperialisti come Medea Benjamin che avallano la decisione di Trump, mettendo allegramente il sigillo di ‘pace’ a un imminente bagno di sangue e dicendo alle vittime che avrebbero dovuto essere più furbe. Non ha senso incolpare il popolo qui del Rojava di dipendere dagli Stati Uniti quando né Medea Benjamin né chiunque altro come lei abbia fatto qualcosa per offrirgli un qualche tipo di alternativa.”

Nulla di tutto questo significa che dovremmo dimenticare per un momento il ruolo degli Stati Uniti nel distruggere tentativi di costruire il socialismo o semplici tentativi di contrastare l’egemonia statunitense persino dove le relazioni capitaliste non sono seriamente minacciate. Certamente non c’è alcuna prospettiva di un governo statunitense che appoggi il socialismo in Rojava; esperimenti di costruzione di società considerevolmente meno radicali di quello del Rojava, per ora, sono stati assistiti dalla presenza di soldati statunitensi come un sottoprodotto non intenzionale del tentativo statunitense non riuscito di rovesciare Bashar al-Assad. Contemporaneamente al momento dell’atteso ritiro dal Rojava, soldati statunitensi resteranno in Iraq e Afghanistan, dove sono inequivocabilmente occupanti.

 

Brutalità di Assad al servizio del neoliberismo

Anche se l’analisi è eccessivamente meccanica, plaudire al ritiro dei soldati è comprensibile, considerata la storia imperialista delle aggressioni statunitensi. Meno comprensibile è il sostegno al regime sanguinario di Assad. “Il nemico del mio nemico è mio amico” è un modo di pensare riduzionista, e spesso futile. Il regime baht di Hafez e Bashar Assad ha una lunga storia di furie omicide contro i siriani. Il Comitato dell’ONU per i Diritti Umani riferisce “esempi di esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, comprese violenze sessuali, e violazioni dei diritti dei bambini”. Amnesty International scrive che: “Fino a 13.000 detenuti del carcere militare di Saydnaya sono stati giustiziati estragiudizialmente in impiccagioni notturne di massa tra il 2011 e il 2015. Le vittime erano prevalentemente civili percepite come oppositori del governo e sono state giustiziate dopo essere state detenute in condizioni corrispondenti a sparizioni forzate”.

Un’agricoltura monocoltura forzata è stata imposta alle regioni curde della Siria dal regime Ba’ath, senza che sia stato consentito alcuno sviluppo economico. Queste aree sono state mantenute intenzionalmente sottosviluppate sotto una politica di “arabizzazione” contro i curdi e altri gruppi di minoranza delle aree che ora costituiscono il Rojava. I curdi sono regolarmente cacciati a forza dalle loro terre agricole e altre proprietà, con l’insediamento di arabi al loro posto. Né il governo della famiglia Assad dovrebbe essere in alcun modo considerato progressista. Sono stati imposte politiche neoliberiste e sempre più antisindacali. La scintilla che ha innescato la guerra civile è stata la siccità che ha colpito la Siria nel 2006, un disastro aggravato dalla cattiva gestione dell’acqua e dalla corruzione.

I politologi Raymond Hinnebusch e Tina Zinti, nell’introduzione a Syria from Reform to Revolt, Volume 1: Political Economy and International Relations offrono un conciso sommario del neoliberismo di Assad. (I due paragrafi seguenti sono sintetizzati dalla loro introduzione).

Hafez al-Assad divenne dittatore, eliminando i suoi rivali baathisti, nel 1970. “Edificò un sistema presidenziale sul partito e l’esercito” diretti da parenti, intimi associati e altri della sua minoranza alawita, secondo i professori Hinnebusch e Zinti. “Il partito passò da movimento ideologico a clientelismo istituzionalizzato” con una corruzione che minò lo sviluppo. A sua volta il dominio alawita alimentò il risentimento della maggioranza sunnita e il regime fu mantenuto sicuro dalla polizia segreta e da unità militari d’élite cui era consentito di essere al di sopra della legge. Nel corso degli anni ’90 diffuse privatizzazioni contrassero drasticamente il settore statale, il che guadagnò ad Assad il sostegno della borghesia siriana.

Alla morte di Assad nel 2000 fu insediato come presidente suo figlio Bashar. Bashar al-Assad cercò di proseguire l’apertura dell’economia siriana al capitale straniero. Al fine di realizzare ciò egli aveva bisogno di estromettere la vecchia guardia di suo padre e di consolidare il suo potere. Lo fece, ma nel farlo indebolì il regime e i suoi collegamenti con la sua base. Alterò anche la base sociale del regime, fondando il suo governo su tecnocrati e uomini d’affari che appoggiavano le sue riforme economiche e la concomitante disciplina della classe lavoratrice. Il settore pubblico della Siria fu debilitato, i servizi sociali ridotti e una legge già debole sul lavoro fu indebolita e la tassazione divenne regressiva, consentendo a nuove banche e aziende private di raccogliere grandi profitti.

Non esattamente amici della classe lavoratrici e in forte contrasto con il sistema di “confederalismo democratico”, come è noto il sistema economico e politico del Rojava.

 

Costruzione della democrazia politica mediante le comuni

Un’organizzazione clandestina era stata sviluppata tra i curdi siriani dopo un massacro di curdi, nel 2004, ad opera del regime di Assad; gran parte di tale organizzazione fu sviluppata da donne, perché potevano muoversi più apertamente degli uomini sotto lo stretto controllo del regime. I crudi erano a favore dei ribelli quando scoppiò la guerra civile, ma si ritirarono dalla collaborazione quando l’opposizione divenne sempre più islamizzata e sorda alle richieste curde di riconoscimento culturale. Nel frattempo, mentre iniziava la rivolta, furono create in segreto milizie curde di autoprotezione con depositi clandestini di armi. La spinta alla liberazione dal terrorismo di Assad iniziò la sera del 18 luglio 2012, quando l’Unità di Protezione del Popolo (YPG) assunse il controllo delle strade con portavano a Kobane e nella città la gente cominciò ad attaccare edifici governativi.

Quello che i curdi siriani hanno creato nel territorio noto come Rojava è un sistema politico basato su comuni di quartiere e un sistema economico basato su cooperative. (“Rojava” è il termine curdo per “ovest” a indicare che la parte siriana delle loro terre tradizionali è il “Kurdistan Ovest”). L’ispirazione del loro sistema è il concetto di Murray Bookchin di una federazione di comunità indipendenti nota come “municipalismo libertario” o “comunalismo”. Ma il confederalismo democratico è una filosofica sincretica, influenzata da teorici quali Immanuel Wallerstein, Benedict Anderson e Antonio Gramsci o a Bookchin, ma radicata nella storia e cultura curde.

L’organizzazione politica in Rojava è composta da due strutture parallele. La più vecchia e consolidata è il sistema di comuni e consigli, che sono organi di partecipazione diretta. L’altra struttura, che assomiglia a un governo tradizionale, è il Governo Democratico-Autonomo, che è più un organo rappresentativo, anche se include seggi per tutti i partiti e per molteplici organizzazioni sociali.

La comune è l’unità elementare dell’autogoverno, la base del sistema dei consigli. Una comune è composta dalle famiglie di poche strade di una città o villaggio, solitamente da 30 a 400 famiglie. Sopra il livello delle comuni ci sono i consigli comunitari del popolo costituiti da un quartiere cittadino a da un villaggio. Il livello successivo in alto sono i consigli di distretto, composti da una città e dai villaggi circostanti. Al vertice dei quattro livelli c’è il Consiglio del Popolo del Kurdistan Ovest che elegge un organo esecutivo nel quale siedono circa tre dozzine di persone. Il livello più elevato coordina teoricamente le decisioni per l’intero Rojava.

Integrate nel sistema dei quattro consigli ci sono sette commissioni – difesa, economia, politica, società civile, società libera, giustizia e ideologia – e un consiglio delle donne. Questi comitati e consigli delle donne esistono a tutti e quattro i livello. A loro volta le commissioni a livello locale coordinano il loro lavoro con le commissioni di aree adiacenti. C’è anche una commissione aggiuntiva, salute, responsabile di coordinare l’accesso all’assistenza sanitaria (indipendentemente dalla capacità di pagarla) e di gestire gli ospedali e alla quale partecipano appieno professionisti della medicina. Salvo che per il consiglio delle donne, tutti gli organi hanno co-leader maschi e femmine.

Almeno il 40 per cento dei partecipanti deve essere di donne affinchè la decisione di una comune sia vincolante. Tale quota riflette il fatto che la liberazione delle donne è centrale per il progetto di Rojava in base al principio che l’oppressione delle donne per mano degli uomini deve essere eliminata completamente perché nasca una qualsiasi società ugualitaria. Le manifestazioni di sessismo, compresa la violenza maschile contro le donne, non sono magicamente scomparse. Possono oggi essere socialmente inaccettabili e più probabilmente mantenute dietro porte chiuse, ma il sistema dei consigli delle donne collegato alle comuni e i consigli a livello più elevato e l’autogestione delle donne hanno al minimo posto fine all’isolamento che consentiva la tolleranza del comportamento sessista e permetteva che si inasprissero altri problemi sociali.

Un sistema di case per donne offre spazi per la loro discussione dei loro problemi. Questi centri offrono anche corsi su computer, di lingue, sartoria, primo soccorso, arte e cultura e assistenza contro il sessismo sociale. Come i comitati per la pace che cercano di trovare una soluzione piuttosto che impartire punizioni nel decidere conflitti, il primo approccio nell’affrontare la violenza o altri problemi di sessismo consiste nell’attuare un cambiamento del comportamento. Una manifestazione della messa in atto di queste convinzioni è la creazione delle milizie femminili che hanno avuto ruoli di primo piano nelle vittorie in battaglia contro lo Stato Islamico.

 

Costruzione di un’economia cooperativa basata sui bisogni umani

La base dell’economia del Rojava sono le cooperative. L’obiettivo di lungo termine consiste nel creare un’economia basata sui bisogni umani, l’ambientalismo e l’uguaglianza, distintamente differente dal capitalismo. Una simile economia non può certo essere creata dall’oggi al domani, così anche se alle cooperative, che stanno rapidamente aumentando di numero, è offerta assistenza, esistono tuttora capitali e mercati privati. Né è stato tentato o preso in considerazione alcun tentativo di espropriare grandi proprietà terriere.

Considerato il sottosviluppo intenzionale della regione sotto il regime della famiglia Assad, la conseguente mancanza di industrie e l’incapacità civile-bellica di importare macchinari o molto altro, e la necessità di diventare quanto più alimentarmente autosufficiente possibile a causa del blocco, le cooperative del Rojava sono principalmente nel settore agricolo. C’è anche la necessità di ridurre la disoccupazione e l’organizzazione delle comuni è considerata la via più rapida anche a quell’obiettivo sociale.

I praticanti del confederalismo democratico affermano di rifiutare sia il capitalismo sia il modello sovietico della proprietà statale. Affermano di rappresentare una terza via, incarnata nell’idea che l’autogestione sul luogo di lavoro si accompagna all’autogestione in politica e nell’amministrazione. Grazie alla sua liberazione del regime fortemente oppressivo di Assad, l’agricoltura del Rojava è divenuta molto più diversificata e sono stati imposti controlli dei prezzi.

Le imprese cooperative non sono intese a essere in concorrenza tra loro. Alle cooperative è richiesto di essere collegato sistema dei consigli; non è consentita indipendenza. Le cooperative operanol attraverso le commissioni economiche per soddisfare bisogni sociali e in molti casi la loro dirigenza è eletta dalle comuni. L’intenzione è di creare cooperative in tutti i settori dell’economia. Ma bisogni basilari come acqua, terra ed energia sono intesi essere interamente socializzati, con alcuni che sostengono che esse dovrebbero essere rese disponibilit gratuitamente. Poiché l’economia manterrà per qualche tempo alcuni elementi capitalisti, sono ritenute necessarie tutele per garantire che le cooperative non diventino troppo vaste e non comincino a comportarsi da imprese private.

Non dobbiamo indulgere all’agiografia. Ci sono, naturalmente, problemi e contraddizioni. La proprietà privata dei mezzi di produzione è sancita in documenti che sposano il socialismo e l’uguaglianza e vaste proprietà terriere private, con le relative relazioni sociali, rimarranno intatte. Non è molto ragionevole attendersi che un’economia nuova di zecca possa essere creata da un giorno all’altro, ancor meno in una regione costretta a deviare risorse alla difesa militare. Tuttavia i capitalisti possono aspettarsi tanti profitti quanti possono essere spremuti dalle loro attività, un’aspettativa decisamente in contrasto con gli obiettivi di “uguaglianza e sostenibilità ambientale”. In essenza quella che è in corso di creazione è un’economia mista, e la storia delle economie miste è carica di difficoltà. Un altro problema è che le autorità del Rojava, collegate al dominante Partito dell’Unione Democratica (PYD) possono avere la mano pesante, anche chiudendo gli uffici del Consiglio Nazionale Curdo  d’opposizione su basi legali discutibili.

Ciò nonostante quello che si sta creando nel nord della Siria è un notevole esperimento di democrazia economica e politica; non solo curdi, ma anche altri gruppi di minoranza e arabi che consapevolmente lavorano al socialismo. Perché non dovrebbero essere appoggiati? Gli autori del libro Revolution in Rojava, sostenitori del progetto e una delle quali ha combattuto  nella milizia femminile, sostengono che l’idea che Rojava accetti l’aiuto occidentale sia un “tradimento” è “ingenua”, ricavando paralleli con la Spagna repubblicana degli anni ’30. Descrivendo il Rojava come un “progetto antifascista”, notano che l’occidente volse la schiena alla rivoluzione spagnola, consentendo al fascismo di trionfare.

Nella prefazione allo stesso libro, David Graeber, attento a differenziare i bersagli della sua critica da quelli che si oppongono al dominio globale del militarismo nordamericano, sostiene:

“Ciò di cui sto invece parlando qui è il sentimento che opporsi ai disegni imperiali – o evitare qualsiasi apparenza di persino sembrare di essere dalla ‘stessa parte’ di un imperialista in qualsiasi contesto – debba sempre avere la priorità su ogni altra cosa. Questo atteggiamento ha senso solo se si decide segretamente che le rivoluzioni reali sono impossibili. Perché certamente, se si sentisse realmente che una rivoluzione popolare genuina stesse avendo luogo, diciamo, nella città di Kobani [in Rojava] e che il suo successo potrebbe essere un faro e un esempio per il mondo, allora non si dovrebbe anche sostenere che sia meglio per quei rivoluzionari essere massacrati da fascisti genocidi piuttosto che un grappolo di intellettuali bianchi infanghi la purezza della propria reputazione suggerendo che forze imperiali statunitensi che già conducono attacchi aerei nella regione potrebbero desiderare di dirigere la loro attenzione contro i carri armati dei fascisti. Tuttavia, in modo stupefacente, questa è stata la posizione che ha effettivamente assunto un gran numero di auto professati ‘radicali’”.

Sembra in effetti molto ragionevole sperare che un esperimento socialista eviti di essere distrutto dal fascismo dello Stato Islamico, dall’ultranazionalismo turco o dall’assolutismo siriano piuttosto che indulgere nel dogmatismo.    

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-are-leftists-cheering-potential-demise-of-rojavas-socialist-experiment/

Originale:  Systemic Disorder

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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