Wall Street, banche e cittadini infuriati   

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di Nomi Prins – 31 dicembre 2018

La disuguaglianza si aggrava sul pianeta

Mentre ci inoltriamo nel 2019 rimane un’importante domanda riguardo alla condizione della gente comune, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il pianeta: se davvero l’economia globale sta vivendo un boom, come affermano molti politici, perché leader e loro partiti in tutto il mondo continuano a essere cacciati dal potere in un modo così vasto?

Una risposta ovvia: la “ripresa” post Grande Recessione economica è stata largamente riservata ai pochi che hanno potuto partecipare ai mercati finanziari in crescita di quegli anni, non alla maggioranza che ha continuato a lavorare per orari più lunghi, a volte in più lavori, per restare a galla. In altri termini i tempi buoni hanno escluso molte persone, come quelle in lotta per conservare persino poche centinaia di dollari nei loro conti bancari per coprire un’emergenza o l’80 per cento dei lavoratori statunitensi che vive da un assegno paga all’altro.

Nell’odierna economia globale la sicurezza finanziaria è sempre più patrimonio dell’un per cento. Nessuna sorpresa, allora, che un senso di instabilità economica abbia continuato a crescere nell’ultimo decennio e l’angoscia si sia trasformata in rabbia, una transizione che – dagli Stati Uniti alle Filippini, dall’Ungheria al Brasile, dalla Polonia al Messico – ha provocato una pletora di sollevazioni degli elettori. Nel processo è emerso un miscuglio in stile anni ’30 di crescente nazionalismo e di biasimo dell’”altro”, che l’altro fosse un immigrato, un gruppo religioso, un paese o il resto del mondo.

Questo fenomeno ha offerto a una serie di figure alla Trump, incluso naturalmente Donald stesso, un’opportunità di cavalcare un’onda di “populismo” fino ai vertici del sistema politico. Che il passato e i risultati di nessuno di essi – che si parli di Donald Trump, Viktor Orban, Rodrigo Duterte o Jair Bolsonaro (tra gli altri) – riflettesse le preoccupazioni quotidiane della “gente comune”, come vorrebbe la definizione classica del populismo, ha avuto scarsa importanza. Anche un miliardario poteva, è emerso, sfruttare efficacemente l’insicurezza economica e usarla per salire al vertice del potere.

Il presidente Donald Trump (Foto di Gage Skidmore / Flickr)

Ironicamente che quel maestro statunitense nell’evocare le paure degli apprendisti dovunque si presentasse abbia assunto la carica più alta del paese è stato solo l’inizio di un processo di creazione di ancora maggiore paura e insicurezza. Le guerre commerciali di Trump, ad esempio, hanno tipicamente diffuso nel mondo un’accresciuta ansia e sfiducia nei confronti degli Stati Uniti, anche bloccando la capacità dei leader industriali nazionali e della gente comune di pianificare il proprio futuro. Contemporaneamente, appena sotto la superficie dei presunti tempi buoni, il danno a tale futuro non ha fatto che aggravarsi. In altri termini sono state già gettate le fondamenta di quella che potrebbe essere una trasformazione spaventosa in patria e globalmente.

 

Quella vecchia crisi finanziaria

Per capire come siamo arrivati qui, facciamo un passo indietro. Solo un decennio fa il mondo ha vissuto una vera crisi finanziaria globale, un crollo di prim’ordine. La crescita economica è terminata; economie in contrazione hanno minacciato di collassare; sono stati tagliati innumerevoli posti di lavoro; case sono state pignorate e vite rovinate. Per la gente comune è improvvisamente sparito l’accesso al credito. Nessuna meraviglia che la paura sia cresciuta. Nessuna meraviglia che per tanti un futuro più luminoso abbia cessato di esistere.

I dettagli del perché ci sia stata la Grande Recessione sono stati da allora sorvolati dal tempo e dalla propaganda di parte. Lo scorso settembre, quando è caduto il decimo anniversario del collasso della società di servizi finanziari globali Lehman Brothers, i principali canali del giornalismo finanziario si sono chiesti se il mondo potesse essere a rischio di un’altra crisi simile. Tuttavia i servizi su tali paure, come su molti altri argomenti, sono stati rapidamente accantonati a favore di un’attenzione ancora maggiore ai tweet, proteste, insulti e menzogne più recenti di Donald Trump. Perché? Perché tale crisi si è verificata nel 2008, in un anno nel quale, si affermava, stavamo godendo un picco economico di prima classe e ci stavamo dirigendo al più lungo rialzo del mercato della storia di Wall Street. Quando si è trattato di “boom contro depressione” il boom ha vinto a mani basse.

Tuttavia nulla di ciò ha cambiato qualcosa: la maggior parte delle persone si sente ancora lasciata indietro negli Stati Uniti e globalmente. A causa della massiccia accumulazione di ricchezza dell’un per cento abile nel giocare il sistema, le radici della crisi non terminata con la fine della Grande Recessione si sono diffuse in tutto il pianeta, mentre la linea divisoria tra “chi non ha” e “chi ha un mucchio” si è solo accentuata e ampliata.

Viaggiatori della metropolitana di New York in preda alla tristezza, 2014 (Corinna Barnard)

Anche se i media non hanno prestato grande attenzione alla disuguaglianza risultante, le statistiche (se si consultano) su tale divario di ricchezza in continuo ampliamento sono sbalorditive. Secondo Inequality.org, ad esempio, quelli con almeno trenta milioni di dollari di ricchezza globalmente hanno avuto il tasso di crescita più rapido di qualsiasi altro gruppo tra il 2016 e il 2017. La dimensione di quel club è aumentata di più del 25 per cento in quegli anni arrivando a 174.800 membri. O, se si vuole afferrare che cosa è andato accadendo, si consideri che, tra il 2009 e il 2017, il numero dei miliardari la cui ricchezza totale era superiore a quella del 50 per cento più povero del mondo è sceso da 380 a solo otto. E, per inciso, nonostante le affermazioni del presidente che tutti gli altri paesi stanno fregando gli Stati Uniti, gli USA sono alla guida del branco quando si tratta di aumento della disuguaglianza. Come segnala Inequality.org, hanno “le quote di ricchezza e reddito nazionali che vanno all’un per cento più vaste di ogni altro paese”.

Questo è dovuto, in parte, a un’istituzione cui molti negli Stati Uniti prestano scarsa attenzione: la banca centrale statunitense, la Federal Reserve. Essa ha contribuito a innescare quella crescita della disparità di ricchezza in patria e globalmente adottando una politica monetaria post crisi nella quale denaro fabbricato (attraverso un programma chiamato alleggerimento quantitativo [quantitative easing o QE]) è stato offerto a banche e imprese a tassi considerevolmente inferiori a quelli offerti agli statunitensi comuni.

Pompato nei mercati finanziari, quel denaro ha fatto salire alle stelle i prezzi delle azioni, che naturalmente hanno moltiplicato la ricchezza della piccola percentuale della popolazione che effettivamente deteneva azioni. Secondo l’economista Stephen Roach, nel valutare l’Indagine della Fed sulle Finanze dei Consumatori, “Non è certo una forzatura concludere che [l’alleggerimento quantitativo] abbia esacerbatoi le già gravi disparità di reddito degli Stati Uniti”.

 

Wall Street, banche centrali e gente comune

Ciò che da allora è accaduto in tutto il mondo sembra ripreso dagli anni ’30. All’epoca, quando il mondo stava emergendo dalla Grande Depressione, un senso di generale sicurezza economica fu lento a tornare. Presero invece forza il fascismo e altre forme di nazionalismo mentre le persone si rivoltavano contro i soliti politici, contro altri paesi e le une contro le altre. (Se questo vi ricorda vagamente Trump, è giusto che lo faccia).

Nella nostra era post 2008 la gente ha visto trilioni di dollari affluire nei salvataggi bancari e in altre sovvenzioni, non solo dai governi ma anche dalle maggiori banche centrali del mondo. In teoria le banche private, in conseguenza, avrebbero avuto più denaro e avrebbero pagato meno interessi per averlo. Avrebbero a quel punto prestato del denaro alla gente comune. Aziende, grandi e piccole, avrebbero attinto a quei fondi e, a loro volta, avrebbero prodotto una crescita dell’economia reale mediante l’espansione, frenesie di assunzioni e aumenti dei salari. La gente avrebbe a quel punto avuto più soldi in tasca e, sentendosi più sicura finanziariamente, avrebbe speso quel denaro spingendo l’economia a nuovi vertici e tutto, ovviamente, sarebbe andato bene.

Quella favola fu promossa in tutto il mondo. In realtà il denaro a buon prezzo spinse anche il debito a livelli epici, mentre crescevano i prezzi delle azioni bancarie, come di quelle di ogni genere di imprese a picchi che infrangevano ogni record.

Anche negli Stati Uniti, tuttavia, dove si supponeva che una magnifica ripresa fosse in corso da anni, la crescita economica effettiva semplicemente non si materializzò ai livelli promessi. Al 2 per cento l’anno, la crescita media del prodotto interno lordo statunitense nello scorso decennio, ad esempio, è stata metà del 4 per cento medio di prima della crisi. Cifre analoghe si sono ripetute in tutto il mondo sviluppato e nella maggior parte dei mercati emergenti. Nel frattempo il debito totale globale ha toccato il 247 trilioni di dollari nel primo trimestre del 2018. Come ha rilevato l’Istituto della Finanza Internazionale i paesi, in media, si sono indebitati di circa tre dollari per ogni dollaro di beni o servizi creati.

 

Conseguenze globali

Ciò che hanno innescato la Fed assieme a banche centrali dall’Europa al Giappone, in realtà, è stato una crescita sproporzionata dei mercati azionari e obbligazionari con il denaro da esse creato. Quel capitale ha cercato rendimenti più elevati e più rapidi di quelli che si potevano ottenere in cruciali progetti infrastrutturali e di rafforzamento sociale come costruire strade, ferrovie ad alta velocità, ospedali o scuole.

Quello che è seguito è stato tutt’altro che equo. Come l’ex presidente della Federal Reserve Janet Yellen ha indicato quattro anni fa: “Non è un segreto che i passati decenni di crescente disuguaglianza possono essere sintetizzati come significativi aumenti di reddito e di ricchezza per quelli al vertice massimo e tenori di vita stagnanti per la maggioranza”. E naturalmente continuare a riversare denaro nei livelli più elevati del sistema bancario privato è stato tutt’altro che una formula per invertire ciò.

NIck Youngson per Alpha Stock Images

Invece, con sempre più cittadini finiti indietro, è solo cresciuto un senso di emarginazione e di rancore nei confronti dei governi esistenti. Negli Stati Uniti ciò si è tradotto in Donald Trump. In Gran Bretagna uno scontento simile ha trovato riflesso nel giugno del 2016 nel voto della Brexit per lasciare l’Unione Europea che quelli che si sentivano spremuti a morte hanno chiaramente inteso come uno schiaffo sia al governo all’interno sia ai leader della UE all’estero.

Da allora anche molteplici governi dell’Unione Europea hanno operato una svolta verso la destra populista. In Germania elezioni recenti hanno fatto vacillare sia la destra sia la sinistra solo sei anni dopo che, nel luglio del 2012, il capo della Banca Centrale Europea Mario Draghi aveva trasudato ottimismo circa la capacità di quelle banche di proteggere il sistema finanziario, l’euro e di tenere in generale insieme le cose.

Come la Fed negli Stati Uniti, la BCE si era data a fabbricare denaro, aggiungendo altri 3 trilioni di dollari al suo bilancio, da impiegare per comprare titoli di paesi e imprese favoriti. Anche quello stimolo artificiale ha solo accresciuto la disuguaglianza all’interno e tra i paesi dell’Europa. Contemporaneamente i negoziati sulla Brexit restano rovinosamente divisivi, minacciando di fare a pezzi la Gran Bretagna.

Né tale vicenda è stata limitata all’Atlantico del Nord. In Brasile, dove la presidente di sinistra Dilma Rousseff è stata cacciata dal potere nel 2016, il suo successore Michel Temer ha gestito una crescita economica in caduta libera e una crescente disoccupazione. Ciò, a sua volta, ha condotto all’elezione del Donald Trump di quel paese, il candidato nazionalista di estrema destra Jair Bolsonaro che ha conquistato un impressionante 55,2 per cento dei voti sullo sfondo dello scontento popolare. In vero stile Trump orientato contro l’idea stessa del cambiamento climatico di accordi commerciali multilaterali.

In Messico elettori insoddisfatti hanno analogamente rigettato la politica nota, ma svoltando a sinistra per la prima volta in settant’anni. Il nuovo presidente Andrés Manuel Lopez Obrador, popolarmente noto con le sue iniziali, AMLO, ha promesso di mettere al primo posto i bisogni dei messicani comuni. Tuttavia deve vedersela con gli USA – e con le bizze di Donald Trump e del suo “grande muro” – il che potrebbe ostacolare tali sforzi.

Quando AMLO ha assunto la carica il 1° dicembre, in Argentina si stava svolgendo il vertice dei leader mondiali del G20. Là, in uno scenario sfavillante di potere e influenza, la guerra commerciale tra gli USA e la crescente superpotenza mondiale, la Cina, è divenuta più chiaramente in evidenza. Anche se il suo presidente, Xi Jinping, avendo interamente consolidato il suo potere in mezzo a un’onda di nazionalismo cinese, ha potuto diventare il leader dal più lungo mandato del suo paese, egli affronta un panorama mondiale che avrebbe stupito e sconcertato Mao Tse Tung.

Xi Jinping (Wikipedia)

Anche se Trump ha dichiarato un successo il suo incontro con Xi perché le due parti hanno concordato una tregua di 90 giorni dei dazi, la sua pronta nomina del falco anticinese Robert Lighthizer a negoziatore capo, un tweet nel quale si è riferito a sé stesso in stile supereroe come “Uomo dei dazi”, e notizie che gli USA avevano richiesto che il Canada arrestasse ed estradasse una dirigente di una società tecnologica chiave cinese, hanno causato la quarta più vasta caduta dell’indice Dow nella storia e poi la sua tempestosa fluttuazione con il crescere dei timori di una futura “Grande Qualcosa”. Il vero prodotto di quell’incontro sono state incertezza e sfiducia.

In realtà siamo oggi in un mondo i cui leader chiave, specialmente il presidente degli Stati Uniti, restano volutamente dimentichi dei suoi problemi di lungo termine, ponendo politiche come le liberalizzazioni, le false soluzioni nazionaliste e i profitti per i già grottescamente ricchi al primo posto rispetto alle vite future della massa dei cittadini. Si consideri la protesta dei Gilet Gialli scoppiata in Francia, dove dimostranti che si identificano sia con la destra sia con la sinistra stanno chiedendo le dimissioni del presidente neoliberista francese Emmanuel Macron. Molti di loro, provenienti da cittadine di provincia ridotte finanziariamente alla fame, sono rabbiosi per il fatto che il loro potere d’acquisto è sceso così in basso che a malapena riescono a far quadrare i conti.

In definitiva, quello che trascende geografia e geopolitica è un livello sottostante di scontento economico suscitato dall’economia del ventunesimo secolo e dal conseguente divario globale da Grand Canyon di disuguaglianza che si sta tuttora allargando. Che le proteste si muovano a destra o a sinistra, ciò che continua a essere al cuore della questione è il modo in cui politiche fallite e misure di blocco del divario poste in essere in tutto il mondo non funzionano più, non quando si tratta del non un per cento, comunque. Da Washington a Parigi, da Londra a Pechino la gente si rende sempre più conto che la sua situazione economica non sta migliorando e non è probabile migliori in qualsiasi futuro oggi immaginabile, considerati quelli oggi al potere.

 

Una ricetta pericolosa

La crisi finanziaria del 2008 ha inizialmente promosso una politica di salvataggi di banche con denaro a basso costo che non è andato alle economie della gente comune ma a mercati che arricchiscono i pochi. In conseguenza grandi numeri di persone hanno sempre più sentito di essere lasciate indietro e così si sono rivoltate contro il loro leader e a volte le une contro le altre.

Questa situazione è stata poi sfruttata da un insieme di autonominati politici del popolo, tra cui una personalità miliardaria della televisione che ha capitalizzato una paura sempre più diffusa del futuro a rischio. Le loro promesse di prosperità economica sono state confezionate in banalità populiste, normalmente (ma non sempre) di destra. Persa in questa svolta da partiti politici in precedenza dominanti e dai sistemi che li accompagnavano è stata una forma vera di populismo, che porrebbe genuinamente i bisogni della maggioranza delle persone al primo posto rispetto ai pochi dell’élite, costruirebbe cose reali, tra cui infrastrutture, promuoverebbe la distribuzione organica della ricchezza, e stabilizzerebbe le economie privilegiandole rispetto ai mercati finanziari.

Nel frattempo quella che abbiamo è, ovviamente, una ricetta per un mondo sempre più instabile e feroce.

Nomi Prins è una collaboratrice regolare di TomDispatch. Il suo ultimo libro è “Collusion: How Central Bankers Rigged the World” (Nation Books). Dei suoi sei libri il più recente è “All the Presidents’ Bankers: The Hidden Alliance That Drive American Power”. E’ un’ex dirigente di Wall Street. Speciali ringraziamenti al ricercatore Craig Wilson per il suo superbo lavoro su questo testo.  

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://consortiumnews.com/2018/12/31/wall-street-banks-and-angry-citizens/

Originale: TomDispatch.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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