Trump trasforma il G20 in G19

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Trump trasforma il  G20 in G19

Di John Feffer

6 dicembre  2018

“Portami via di qui.”

Al recente incontro del G20 in Argentina, Donald Trump è stato sul palcoscenico mondiale quando ha borbottato queste parole a un suo assistente, stando in disparte dagli altri.  Era previsto che si preparasse a farsi una foto con gli altri leder global alla conclusione dell’incontro e, dopo un po’ di confusione, alla fine Trump è ritornato per posare per la foto di gruppo.

L’espressione non scritta ha, però,  perfettamente centrato gli Stati Uniti nel mondo di oggi. Con tutti gli occhi su di lui, il leader del  mondo libero si è allontanato dai riflettori, piagnucolando come un bambino di sei anni messo da parte alla sua festa di compleanno. Trump che fustiga le sue controparti considerandoli  “deboli”, è stato incapace, in pubblico, di comportarsi da uomo anche quando la posta in gioco era così bassa. Questa, al momento, è la “leadership” statunitense.

Questo momento fa anche vedere il paradosso di Trump. Vuole essere al centro di ogni cosa, e vuole e vuole essere teletrasportato fuori da questi scontri internazionali il prima possibile. Da un punto di vista psicologico, questo approccio tutto dentro-tutto-fuori,  corrisponde al temperamento arrogante in pubblico e insicuro in  privato di un narcisista di livello mondiale.

Tutto andrebbe bene se si trattasse di in divertente Mr.Phil show (una serie televisiva american del 1996, n.d.t.), se non avesse un impatto così serio sulle faccende globali.

Senza dubbio ci sono stati milioni di persone in tutto il mondo che hanno annuito insieme a Trump in quel momento: “Per favore, Dio caro, portalo via di là, e mandalo in qualche porto dove non può fare danni a nessuno.”

Il suono di una mano che applaude

Il presidente ha ottenuto un successo durante la riunione del G20 paragonabile al successo che il suo partito ha avuto nelle elezioni a medio termine. Vale a dire che il successo era per lo più nella sua mente.

I leader mondiali riuniti hanno redatto una dichiarazione che dimostrava esattamente quanto l’amministrazione Trump non sia in sintonia con il coro globale riguardo sul multilateralismo. Tutti gli altri, ad esempio, sono stati d’accordo sulla pressante minaccia dei cambiamenti climatici.

I firmatari dell’Accordo di Parigi, che hanno aderito al piano d’azione di Amburgo, ribadiscono che l’accordo di Parigi è irreversibile e si impegnano per la sua piena attuazione, riflettendo responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali. Continueremo ad affrontare i cambiamenti climatici, promuovendo allo stesso tempo lo sviluppo sostenibile e la crescita economica.

Debole, ma chiaro, come un consommé annacquato. Poi arriva la mosca nel brodo, una dichiarazione sfacciata dell’eccezionalismo americano:

Gli Stati Uniti ribadiscono la propria decisione di recedere dall’accordo di Parigi e affermano il loro forte impegno per la crescita economica e l’accesso all’energia sicura, utilizzando tutte le fonti e le tecnologie energetiche, proteggendo al contempo l’ambiente.

Sospetto che Trump consideri l’inclusione di un linguaggio simile come una grande vittoria, ma gli Stati Uniti non sono riusciti  a convincere nessun altro paese riguardo alla loro posizione. Sono riusciti a identificare chiaramente il divario esistente fra Trump e tutti gli altri.

In effetti, Trump non è riuscito ad avere un reale impatto sulla conduzione degli affari internazionali. Ha funzionato soltanto come un inconsapevole intermediario globale, spingendo un assortito gruppo di nazioni l’una nelle braccia dell’altra: Europa e Iran, Pakistan e Cina, perfino Russia e Arabia Saudita.

Di fatto, l’immagine distintiva dell’incontro del G20 meeting è stata quella del Presidente russo Vladimir Putin e del Principe della Corona saudita, Mohammed bin Salman che si “davano il cinque” reciprocamente. Sembrava che si congratulassero a vicenda per aver vinto la medaglia d’oro nel triathlon (infiltrazione, assassinio, insabbiamento) alle recenti Olimpiadi Pariah. Avendo difeso questa versione della verità degli autocrati in diverse occasioni, probabilmente Trump si è sentito escluso dalla  celebrazione. Disprezzato dai leader democratici, il presidente si sente più a suo agio con i furfanti, anche se i suoi consiglieri sanno che questa ottica non è buona.

E’ stata, però, forse, la prima riga della dichiarazione del G20 che mostrato il più grande divario tra l’America e il G19: “Rinnoviamo il nostro impegno a lavorare insieme per migliorare un ordine internazionale basato su regole che sia in grado di rispondere efficacemente a un mondo che cambia rapidamente. ”

Nel frattempo, dal momento che Bolton non è disponibile per ricoprire il posto di  Nikki Haley alle Nazioni Unite, Trump ha lasciato un solo candidato che condivide la stessa visione anarchica del mondo: The Jolly. Ma con l’inchiesta Mueller che sta raggiungendo alla cerchia ristretta di Trump, forse persino il Jolly non vuole che la sua reputazione sia offuscata dal collegamento con questa amministrazione.

Provocare la China

Trump ha cancellato il suo incontro con Putin alla riunione del  G20. Ha cancellato la sua conferenza stampa. Ha rovinato la sua chiacchierata  con il Presidente argentino  Mauricio Macri. Spesso è apparso come un intruso.

Tutto questo ha, però soltanto rappresentato soltanto i preliminari imbarazzanti prima dell’evento principale: la cena con il leader cinese Xi Jinping. Queste discussioni a quattro occhi con gli autocrati sono dove Trump brilla davvero. Ha costruito il conflitto commerciale con la Cina come se fosse una partita di lotta libera di campionato. E questa cena ha avuto un dramma tanto falso quanto uno scontro finale di wrestling.

Uscendo dall’incontro, Trump ha dichiarato che l’accordo è stato una grande vittoria per gli agricoltori e i fabbricanti di automobili degli Stati Uniti. In realtà, le due parti si sono limitate a una tregua: un periodo di 90 giorni di ulteriori negoziati per scongiurare le tariffe che entrambe le parti hanno dichiarato sulle reciproche merci.

Dal momento che Trump sembra non conoscere la differenza tra una tariffa e un tasso di interesse – secondo una recente intervista del Wall Street Journal – la sua convinzione nel suo stesso successo potrebbe essere genuina. Potrebbe persino credere che un accordo commerciale complesso con la Cina possa essere risolto in 90 giorni.

Ciò che Ciò che non può mancare di capire,  tuttavia, è che la produzione statunitense sta scomparendo proprio sotto i suoi piedi. La chiusura di diverse fabbriche statunitensi da parte della General Motors, sulla scia della “riorganizzazione” equivalente della Ford, colpirà duro gli elettori nel paese di Trump. Se le tariffe cinesi entreranno in vigore, l’industria automobilistica prevede una perdita di oltre 700.000 posti di lavoro.

Cosa più importante, la relazione economica tra Washington e Pechino, è stata irrevocabilmente turbata dal “gioco del pollo”* di Trump. La Cina si sta procurando quello che le serve da luoghi diversi dagli imprevedibili Stati Uniti (scusate, coltivatori di soia dello Iowa!). Sta riducendo la sua dipendenza dalla tecnologia statunitense  con un ambizioso programma per il 2025 di Made in China che metterà le aziende cinesi in prima linea rispetto all’innovazione. Gli Stati Uniti stanno facilitando tutto questo ideando nuovi controlli per le esportazioni di tecnologia in Cina.

Non si tratta  solo del fatto che Trump sta giocando a dama contro i grandi maestri cinesi di scacchi. Usa anche strumenti del diciannovesimo secolo come le tariffe per vincere in un gioco economico del ventunesimo secolo.

Come ha evidenziato il recente incontro del G20, i leader mondiali stanno ancora andando co i piedi di piombo intorno a Trump, come se avesse il reale potere. Quando, però, sarà chiaro che il presidente è davvero in genuini guai politici – con gli elettori, con il Congresso, con investigatori speciali e, infine, con il suo stesso partito politico – allora abbandoneranno tutta la falsa deferenza. Lo lasceranno in balia degli eventi.

E quando piagnucolerà “portatemi via di qui,” il G19 si siederà e si godrà lo spettacolo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Gioco_del_pollo

John Feffer è il direttore of Foreign Policy In Focus e autore del romamzo distopico Frostlands.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trump-turns-the-g20-into-the-g19/

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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