Vedere lo Yemen da Jeju


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Vedere loYemen da Jeju

di Kathy Kelly

4 dicembre 2018

Vari giorni fa, ho partecipato a un’insolita conversazione via skype decisa dai giovani fondatori sudcoreani di “The Hope School” (La Scuola della Speranza). E’ situata sull’Isola di Jeju e mira a costruire una comunità di supporto tra i residente dell’isola e gli Yemeniti arrivati da poco che cercano asilo in Corea del Sud.

Jeju, un porto che non richiede il visto, è stato un punto di ingresso per circa 500 Yemeniti che hanno viaggiato per quasi 5000 miglia in cerca di salvezza. Traumatizzati da costanti bombardamenti, da minacce di reclusione e di tortura, e dagli orrori della fame, i recenti migranti diretti in Corea del Sud, compresi i bambini,

desiderano un rifugio.

Come molte migliaia di altre persone che sono fuggite dallo Yemen, loro sentono la mancanza delle loro famiglie, dei loro i loro quartieri e del futuro che una volta avrebbero potuto immaginare, ma tornare in Yemen ora sarebbe terribilmente pericoloso per loro.

Se accogliere o respingere gli yemeniti in cerca di asilo in Corea del Sud è stata una domanda molto difficile per molti che vivono sull’isola di Jeju. Con sede a Gangjeong, una città famosa per il coraggioso e tenace attivismo per la pace, i fondatori di “La Scuola della Speranza” vogliono mostrare ai nuovi arrivati ​​yemeniti un’accoglienza rispettosa creando ambienti in cui i giovani di entrambi i paesi possano conoscersi e meglio capire le reciproche storia,  cultura e lingua.

Si riuniscono regolarmente per scambi di idee e lezioni. Il loro curriculum suggerisce di risolvere i problemi senza fare affidamento su armi, minacce e forza. Nel seminario “Vedere lo Yemen da Jeju”, mi è stato chiesto di parlare degli sforzi che fa la gente comune negli Stati Uniti per fermare la guerra in Yemen. Ho detto che Voices ha contribuito a organizzare dimostrazioni contro la guerra allo Yemen in molte città degli Stati Uniti e che, rispetto ad altre campagne contro la guerra a cui abbiamo partecipato, si è vista una certa volontà nei media ordinari per fare servizi giornalistici  sulla sofferenza e la fame causate dalla guerra allo Yemen.

Un partecipante yemenita, anche lui giornalista, ha espresso una frustrazione esasperata. Capivo come sono intrappolati lui e i suoi compagni? In Yemen i combattenti Houthi potrebbero perseguitarlo. Potrebbe essere bombardato da aerei da guerra sauditi e degli Emirati Arabi Uniti; combattenti mercenari, finanziati e organizzati dai sauditi o dagli Emirati Arabi Uniti potrebbero attaccarlo; sarebbe ugualmente vulnerabile alle forze delle operazioni speciali organizzate dai paesi occidentali, come gli Stati Uniti o l’Australia. Inoltre, la sua patria è soggetta allo sfruttamento da parte di grandi potenze che cercano avidamente di controllare le sue risorse. “Siamo presi in un grande gioco,” ha detto.

Un altro giovane yemenita ha detto che si immagina un esercito di Yemeniti che difenderebbe tutte le persone che vivono lì da tutti i gruppi ora in guerra nello Yemen.

Sentendo questo, mi sono ricordata di come i nostri giovani amici sudcoreani si siano opposti alla lotta armata e alla militarizzazione della loro isola. Attraverso dimostrazioni, digiuni, disobbedienza civile, carcerazioni, marce e campagne intensive intese a costruire solidarietà, hanno lottato, per anni, per resistere agli attacchi violenti del militarismo sudcoreano e statunitense. Comprendono bene come la guerra e il conseguente caos dividano le persone, lasciandole sempre più vulnerabili allo sfruttamento e al saccheggio. Eppure, vogliono chiaramente che tutti nella scuola abbiano una voce, che siano ascoltati e che  facciano l’esperienza di un dialogo rispettoso.

Come possiamo, negli Stati Uniti, sviluppare comunità di base dedicate a comprendere le complesse realtà che gli yemeniti affrontano e operare per porre fine alla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra in Yemen? Le azioni intraprese dai nostri giovani amici che hanno organizzato “La Scuola della Speranza” hanno dato un valido esempio. Anche così, dobbiamo chiedere con urgenza a tutte le parti in guerra di decretare immediati il cessate il fuoco, di aprire tutti i porti e le strade che di cui c’è disperato bisogno, in modo che possa avere luogo la distribuzione di cibo, medicine e carburante e di contribuire a ripristinare le infrastrutture e l’economia devastate dello Yemen.

In numerosi luoghi degli Stati Uniti, gli attivisti hanno esposto 40  zaini per ricordare i quaranta bambini uccisi da un missile Lockheed Martin di 500 libbre che aveva preso di mira il loro scuola-bus il 9 agosto 2018.

Nei giorni precedenti il 9 agosto, ciascun bambino aveva ricevuto uno zaino blu fornito dall’UNICEF, pieno di vaccini e di altre preziose risorse destinate ad aiutare a sopravvivere le loro famiglie. Alcune settimane fa, quando le lezioni sono riprese, i bambini sopravvissuti al terribile bombardamento sono tornati a scuola portando le cartelle con i libri ancora macchiate degli schizzi di sangue. Questi bambini hanno un disperato bisogno di risarcimenti  sotto forma di attenzioni pratiche  e di generosi investimenti “senza condizioni”, per aiutarli a trovare un futuro migliore. Anche loro hanno necessità della “Scuola della Speranza”.

Uccidere la gente per mezzo della guerra o della fame, non risolve mai i problemi. Lo credo fermamente, e credo che le élite pesantemente armate, che intendono accrescere la loro ricchezza personale, hanno regolarmente e deliberatamente gettato semi di divisione in Iraq, in Afghanistan, in Siria, a Gaza e in altre terre dove desiderano controllare risorse preziose. Uno Yemen diviso permetterebbe all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti, loro partner nella coalizione, e agli Stati Uniti, di sfruttare le ricche risorse dello Yemen a loro proprio beneficio.

Mentre le guerre infuriano ogni voce che strilla per l’afflizione, dovrebbe essere ascoltata. In seguito al seminario “La Scuola della Speranza”, immagino che tutti essere d’accordo che una voce estremamente importante era assente nella stanza: quella di un bambino, in Yemen, troppo affamato per piangere.

Nella foto: rifugiati yemeniti in fila all’Ufficio Immigrazione di Jeju.

Kathy Kelly ([email protected]) co-coordina Voices for Creative Nonviolence (www.vcnv.org

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/seeing-yemen-from-jeju%e2%80%a8/

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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