Il nostro uomo a Riyadh

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Il nostro uomo a Riyadh

Di Andrew J. Bacevich

28 novembre  2018

Che cosa significa la recente designazione fatta dal Presidente Trump del Generale dell’esercito in pensione, John Abizaid a diventare Ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita? Quasi niente e presumibilmente parecchio.

La proposta nomina di Abizaid è sia un non-evento che un’occasione che non deve essere sprecata. Non significa quasi niente in questo senso: mentre tanto tempo fa i diplomatici americani detenevano un reale prestigio – Benjamin Franklin e John Quincy Adams ci offrono degli esempi importanti – che quell’ epoca è passata da molto tempo. Se dovesse ricevere la conferma del Senato, l’ Ambasciatore Abizaid in realtà non influenzerebbe realmente la politica degli Stati Uniti verso l’Arabia Saudita. Al massimo, comunicherà la linea politica, mentre manterrà gli ufficiali a Washington informati delle condizioni che ci sono nel Regno. La parola “condizioni” in questo contesto indicherà e opinioni, le attitudini, i capricci e l’umore di un solo particolare individuo: Mohammed bin Salman. MBS, come è conosciuto, è il principe della Corona dell’Arabia Saudita e, di fatto, governante assoluto del Regno. Per nulla casualmente, è anche l’assassino in capo di quel paese e anche il perpetratore di atrocità in una guerra brutale alla quale ha dato inizio nel 2015 nello Yemen limitrofo.

Implicito nella descrizione del lavoro di Abizaid sarà un requisito per familiarizzare con MBS. “Famigliarizzare” in questo contesto implica trovare modi per essere amico, influenzare e sedurre; cioè, cercando di replicare a Riyadh i risultati raggiunti a Washington dal principe Bandar bin Sultan, che dal 1983 al 2005 è stato ambasciatore saudita negli Stati Uniti.

Con un sacco di soldi da distribuire in giro, Bandar ha subornato – che in questo contesto significa sottomesso – l’establishment di Washington, mentre si ingraziava i presidenti successivi e vari altri mediatori del potere. Con la sua passione per i soprannomi, George W. Bush lo soprannominò “Bandar Bush”, designando informalmente il principe saudita membro del proprio clan dinastico.

Dopo l’11 settembre, l’inviato saudita ha sfruttato al massimo queste connessioni, distogliendo l’attenzione dal ruolo che i sauditi avevano svolto negli eventi di quel giorno, mentre toccava all’Iraq di Saddam Hussein il vero carattere del terrorismo islamista. Bush si è ripresentatoper approvare il punto di vista di Bandar – anche se potrebbe non aver avuto bisogno di molte pressioni. Così, mentre Bandar potrebbe non collocarsi  al fianco del vicepresidente Dick Cheney, del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e del vice segretario alla Difesa Paul Wolfowitz tra gli architetti della successiva guerra in Iraq, merita certamente una menzione d’onore.

Che Abizaid non  si avvicini nemmeno lontanamente a replicare le notevoli (o nefande) conquiste di Bandar sembra improbabile. Innanzitutto, a 67 anni, potrebbe non voler trascorrere i prossimi 20 anni circa nella capitale saudita, Riyadh, leccando i piedi  ai reali del regno. Almeno altrettanto significativamente, gli mancano i soldi di  Bandar. Per quanti soldi Abizaid possa aver “rastrellato” per mezzo della sua società di consulenza da quando ha lasciato l’esercito una decina di anni fa, non si qualifica come denaro reale nei circoli sauditi, dove un miliardo di dollari è un semplice errore di arrotondamento. I mega-ricchi non si vendono a buon mercato, a meno che forse il tuo cognome non sia Trump.

Quindi le implicazioni sostanziali della nomina di Abizaid per le relazioni USA-Arabia Saudita saranno probabilmente trascurabili. Il genero di Trump, Jared Kushner continuerà, senza dubbio ad esercitare una maggiore influenza su MBS che Ambasciatore Abizaid – o almeno si illuderà di farlo.

Una Guerra lunga (e sbagliata)

In un altro senso, tuttavia, la nomina di Abizaid a questa carica (vacante da quando Donald Trump è diventato presidente) potrebbe significare molto. Offre un’opportunità ideale di esaminare attentamente la “Lunga Guerra.”

Ora,  l’espressione “Lunga Guerra” è un’espressione che presidenti, consiglieri per la sicurezza nazionale, segretari alla difesa, e i loro  leccapiedi evitano assiduamente. Nei circoli militari,  tuttavia, ha per lungo tempo  la Guerra Globale al Terrorismo come un termine onnicomprensivo che descrive che cosa le forze statunitensi hanno fatto in tutto il Grande Medio Oriente  in tutti questi anni.

Già nel 2005, per esempio, analisti interventisti assunti da un gruppo conservatore di esperti di Washington, stavano commercializzando la loro ricetta per Vincere la Lunga Guerra. Questo è stato soltanto l’inizio. Per più di un decennio, il Long War Journal ha continuato a offrire un’analisi autorevole delle operazioni militari statunitensi in tutto il Grande Medio Oriente  e in Africa.

Nel frattempo, il Centro di West Point per la lotta al  Terrorismo,  sforna monografie con titoli come Fighting the Long War  (Combattere la lunga guerra). Sempre pronto a riconoscere un’altra gallina dalle uova d’oro d’oro di contratti governativi, la RAND Corporation* è intervenuta con Unfolding the Future of the Long War . Dopo aver pubblicato un lungo saggio sul New York Times Magazine intitolato “La mia lunga guerra “, il corrispondente Dexter Filkins ha fatto un passo ulteriore e ha intitolato il suo libro The Forever War. (La guerra eterna)

(E per i tipi creativi, Voices from the Long War invita i reduci della guerra irachena  e della guerra afgana a riflettere sulle loro esperienze davanti a un pubblico teatrale).

E così è successo. La lunga guerra ora dura il doppio della  lunghezza media dei matrimoni negli Stati Uniti, senza che ci sia una fine in vista. Sia intuitivamente che dopo uno studio accurato, il generale Abizaid aveva indovinato qualcosa di importante.

Ma dove, potresti chiedertelo, è nata questa espressione? Si dà il caso che lo stesso Generale Abizaid la abbia coniata nel 2004 quando era ancora un generale  a quattro stelle in servizio attivo e capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, il quartier generale regionale principalmente incaricato di intraprendere quel conflitto. In altre parole, appena un anno dopo che gli Stati Uniti invasero l’Iraq e il presidente George W. Bush posò sotto uno striscione “Missione compiuta” prodotto dalla Casa Bianca , con i funzionari dell’amministrazione e i loro sostenitori neoconservatori in attesa di molte altre vittorie in stile “Iraqi Freedom” a venire, l’alto ufficiale che presiede a quella guerra è andato a verbale per indicare che la vittoria non si sarebbe verificata presto. Accidenti!

E così è successo. La lunga guerra ora dura il doppio della  lunghezza media dei matrimoni negli Stati Uniti, senza fine in vista. Sia intuitivamente che dopo uno studio accurato, il generale Abizaid aveva indovinato qualcosa di importante.

Fondamentalmente, tuttavia, la sua critica è andata oltre la questione della durata. Abizaid si è anche discostato dalla linea dell’amministrazione descrivendo la vera natura del problema in questione. “I terroristi” di per sé non erano il nemico, ha insistito in quel momento. Il problema era molto più grande di qualsiasi organizzazione come al-Qaeda. La vera minaccia che affliggeva gli Stati Uniti proveniva da quelli che chiamava “jihadisti salafiti”, musulmani sunniti radicalizzati impegnati con qualsiasi mezzo necessario a propagare una forma rigorosa e puritana dell’islam nel mondo. Per promuovere la loro causa, i salafiti abbracciarono avidamente la violenza.

Nel 2004, quando Abizaid si stava avventurando in pensieri eretici, gli Stati Uniti si erano tutti aggrovigliati in una brutta lotta in Iraq. Un anno prima, gli Stati Uniti avevano invaso quel paese per rovesciare Saddam Hussein. Ora il dittatore iracheno era indubbiamente un cattivo attore. Almeno alcune delle accuse che George W. Bush e i suoi subordinati, amplificati da un coro neoconservatore, hanno presentato contro di lui erano vere. Eppure Saddam era l’opposto di un salafita.

Anzi, anche prima di “tuffarsi” in Iraq, guardando oltre la facile vittoria su Saddam, George W. Bush aveva identificato l’Iran come un membro chiave di un ” Asse del Male ” e implicitamente il  successivo nella fila per la liberazione. Sedici anni dopo, i membri dell’amministrazione Trump continuano a desiderare di mettere le cose in chiaro con gli ayatollah che governano l’Iran a maggioranza sciita. Eppure, come nel caso di Saddam, quegli ayatollah sono tutt’altro che salafisti.

Ora, vale la pena notare che Abizaid non era un tipo che non valeva niente. Parla arabo, ha vinto una borsa di studio per studiare in Giordania e ha conseguito una laurea in Studi mediorientali ad Harvard. Se il corpo degli ufficiali americani post 11 settembre aveva tra le sue fila un equivalente di Lawrence d’Arabia , era lui, anche se privo del carisma e dell’estro di T.E Lawrence (o di Peter O’Toole ) per l’autopromozione. Nondimeno, con Abizaid che suggerisce, in effetti, che la guerra in Iraq è stata “la guerra sbagliata nel posto sbagliato nel momento sbagliato contro il nemico sbagliato”, quasi nessuno a Washington era disposto ad ascoltare.

Quella citazione un tempo familiare risale al 1951, quando il generale Omar Bradley avvertiva di non prolungare la guerra coreana in corso in Cina. Il consiglio di Bradley ha avuto un peso considerevole e. limitando la portata della guerra di Corea ha permesso di porre fine a quel conflitto nel 1953.

Il consiglio di Abizaid si rivelò non avere quasi nessun peso. Quindi la Lunga Guerra continua a diventare più lunga, anche se la sua logica strategica diventa sempre più difficile da discernere.

Il vero nemico

Ipotizzate, per amore di discussione, che già nel 2004 Abizaid aveva scoperto qualcosa – come in effetti era successo. Chi dunque, in questa nostra lunga guerra, è il nostro avversario? Chi è in combutta con quei jihadisti salafiti? Chi sottoscrive la loro causa?

La risposta a queste domande non è esattamente un mistero. E’ la famiglia reale Saudita. Se non fosse stato per il ruolo dell’Arabia Saudita nella promozione del salafismo militante nel corso di diversi decenni, si porrebbe un problema più grande battibecco di Cliven Bundy con l’Ufficio della gestione del territorio

Per dirla in un altro modo, mentre la Lunga Guerra  ha trovato per anni e anni le truppe americane che combattevano  in luoghi come l’Iraq e l’Afghanistan, il centro del problema rimane l’Arabia Saudita. I Sauditi hanno fornito miliardi per finanziare le scuole coraniche e le moschee, diffondendo il Salafismo fino ai lontani confini del mondo islamico. Oltre al petrolio, lo jihadismo violento è la principale esportazione dell’Arabia Saudita. In effetti, il primo finanzia il secondo.

Quegli sforzi sauditi hanno dato il frutto di un personaggio velenoso. Ricordate che Osama bin Laden era un saudita. E Sauditi erano anche 15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre 2001. Questi fatti non sono casuali, anche se – per espandere la famosa tipologia di Donald Rumsfeld, cose note ignote,  cose ignote note, e cose ignote non conosciute   – Washington li tratta come cose note che preferiamo far finta di di non conoscere.

Quindi, fin dall’inizio, nel conflitto che gli Stati Uniti fanno risalire al settembre 2001, il nostro alleato apparente è stato la principale fonte del problema. Nella Lunga Guerra, l’Arabia Saudita rappresenta ciò che i teorici militari chiamano il centro di gravità , definito come “la fonte del potere che fornisce forza morale o fisica, libertà di azione o volontà di agire” verso il nemico. Quando si parla di jihadismo salafita, l’Arabia Saudita si adatta perfettamente tale definizione.

Quindi c’è un po’di più di  giustizia poetica – oppure è ironia – nella proposta nomina del Generale Abizaid a Riyadh. L’unico alto ufficiale militare che all’inizio ha dimostrato dimostrò un acceno di comprensione della vera natura della Lunga Guerra,  ora si prepara a svolgere un incarico in quello che è, in sostanza, proprio centro del campo nemico. È come se il presidente Lincoln avesse inviato Ulysses S. Grant a Richmond, in Virginia, nel 1864 come suo collegamento con Jefferson Davis.

Questo ci porta all’occasione a cui  ci riferivamo all’inizio di questo saggio. L’opportunità non quella di Abizaid che può pregustare un incarico frustrante e probabilmente inutile. La nomina di Trump di Abizaid, presenta, tuttavia, un’occasione per i senatori statunitensi incaricati di approvare la nomina. Mentre possiamo dare per scontato che Abizaid sarà confermato, il procedimento di conferma offrirà al Senato e specialmente ai membri del Comitato senatoriale pe le Relazioni Estere, un’occasione di fare il punto su questa nostra Lunga Guerra e, in particolare, di valutare in che modo l’Arabia Saudita si inserisce nella lotta.

Chi può riflettere meglio di John Abizaid su questi argomenti? Immaginate le domande:

Generale,  ci può descrivere questa nostra Lunga Guerra? Di che cosa si tratta?

Con MBS in carica, l’Arabia Saudita fa parte della soluzione o parte del problema?

Vinceremo? Come facciamo a dirlo?

Gli Americani, per quanto tempo ancora possono aspettarsi che duri?

Contro chi ci scontriamo? Ci dia un’idea  delle intenzioni del nemico, delle sue capacità e prospettive.

Si prenda  tutto il tempo che le serve, signore. Sia sincero. Ci interessa la sua opinione.

Dopo l’imbarazzo delle udienze   della conferma  di Kavanaugh, il Senato ha proprio necessità di  rinnovare la sua reputazione. La nomina di Abizaid offre una possibilità già pronta di fare proprio questo. Vediamo se il “più grande organismo deliberativo del mondo” è all’altezza dell’occasione. Non trattenete il respiro.

*La RAND Corporation è un think tank statunitense. Il nome deriva dalla contrazione di “research and development” (ricerca e sviluppo) (Da Wikipedia)

Andrew Bacevich è un collaboratore regolare di TomDispatch. Il suo nuovo libro è

Twilight of the American Century, publicato dalla  University of Notre Dame Press.

Questo articolo è apparso per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni da parte di Tom Engelhardt, da lungo tempo redattore editoriale e  co-fondatore dell’American Empire Project, e autore di: The End of Victory Culture e anche di un romanzo: The Last Days of Publishing. Il suo libro più recente è A Nation Unmade By War (Haymarket Books).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/our-man-in-riyadh

Originale: TomDispatch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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