OccupyWallStreet: un’introduzione al processo del consenso ed all’Assemblea Generale

Redazione 18 dicembre 2011 0
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di Una Spenser –  8 ottobre 2011

Ho tenuto un diario delle mie esperienze presso #OccupyBoston qui e qui. Ciò che queste esperienze hanno messo in luce è che, mentre il movimento #Occupiamo si diffonde in centinaia di città degli Stati Uniti, sentiamo parlare di questi raduni chiamati “Assemblee Generali” e di “consenso”.  Ma cosa sappiamo davvero di queste cose?

Questo movimento è ispirato direttamente dalla Primavera Araba e dalle Campanadas in Spagna. Abbiamo visto il popolo egiziano riunirsi lentamente al Cairo come folla disorganizzata, assolutamente criticato dalle voci internazionali per essere soltanto una élite di giovani istruiti e per essere privo di capi e non avere obiettivi chiari.  Suona familiare?

Un punto di svolta è stato il giorno in cui hanno dispiegato, sul lato di un edificio, una lista di rivendicazioni che formulavano chiaramente i passi per passare dalla tirannia della brutale cleptocrazia di Mubarak a una società democratica più giusta. Poi i lavoratori hanno aderito alla loro causa e hanno cominciato a scioperare. Improvvisamente il mondo ha saputo che si trattava di una cosa seria.

Come sono passati dall’essere una “folla” disorganizzata priva di capi a essere un movimento galvanizzato con un piano grandioso? Hanno abbracciato un sistema di democrazia orizzontale noto come democrazia diretta e hanno utilizzato il Pensiero Collettivo.

Dal primo giorno, Piazza Tahrir è stata davvero un mini-esempio di quello che è la democrazia diretta.  La gente si è fatta carico di tutto; spazzatura, cibo, sicurezza. E’ stata un’entità autosufficiente. E in mezzo a ciò, sotto ogni tenda, a ogni angolo, la gente dibatteva le proprie rivendicazioni, il futuro, come le cose dovevano andare economicamente e politicamente. E’ stato affascinante. E’ stato uno specchio di ciò che l’Egitto avrebbe amato essere se fosse stato democratico. E si è sottratto allo stereotipo perpetuato dal regime e dai media occidentali circa il fatto che gli arabi sono supposti essere politicamente apatici.

In tale sistema non c’è gerarchia. Chiunque può formare un Gruppo di Lavoro per valutare le necessità e costruire possibili soluzioni. I Gruppi di Lavoro trasferiscono tali soluzioni possibili, come proposte, a un’Assemblea Generale perché l’intera comunità le prenda in considerazione. Il processo utilizzato per valutare una proposta è chiamato consenso.

Le cleptocrazie possono emergere da molte forme di governo. L’Egitto era un governo autocratico. Qui abbiamo una democrazia che si suppone rappresentativa, tuttavia quella che è in vigore è in realtà una cleptocrazia.  Ogni volta che si assiste a disparità di reddito come quelle che abbiamo qui, è in vigore una cleptocrazia. Se il sistema del Pensiero Collettivo ha potuto rovesciare Mubarak, si può capire come sia imperativo sperimentarlo qui. Soltanto, è necessario che apprendiamo ciò che stiamo per tentare.

Seguitemi oltre e vi offrirò un’introduzione al pensiero collettivo, alle assemblee generale e al processo decisionale del consenso.

La Commissione sulle Dinamiche di Gruppo nelle Assemblee del Campo di Protesta di Puerta del Sol (Madrid) ha definito il pensiero collettivo come segue:

Per quanto a nostra conoscenza il Pensiero Collettivo è diametricalmente opposto al tipo di pensiero proposto dal sistema attuale. Ciò rende difficile assimilarlo e applicarlo. E’ necessario tempo e comporta un processo lungo. Di fronte a una decisione la reazione normale di due persone con opinioni diverse tende a essere aggressiva. Ciascuno difende la propria opinione allo scopo di convincere l’avversario, fino a quando tale opinione risulta vincente oppure, al massimo, viene raggiunto un compromesso.

Lo scopo del Pensiero Collettivo, d’altro canto, è di costruire. Cioè due persone con idee diverse collaborano per costruire qualcosa di nuovo. Non viene dato perciò peso alla mia idea o alla tua; piuttosto il concetto è che due idee insieme produrranno qualcosa di nuovo, qualcosa che né tu né io avevamo immaginato all’inizio. Quest’ottica esige  da noi un ascolto attivo, piuttosto che la mera preoccupazione di preparare la nostra reazione.

Il Pensiero Collettivo nasce quando comprendiamo che, nel generare il consenso, devono essere valutate tutte le opinioni, le nostre e le altrui, e che una volta che il consenso è indirettamente costruito, esso può trasformarci.

Un modo per immaginare la cosa potrebbe consistere nel valutare i sondaggi che utilizziamo qui a Daily Kos.  Qualcuno propone delle scelte e noi dobbiamo deciderne una. Quella con il maggior numero di voti vince. Io spesso litigo con i sondaggi e i test a risposta multipla perché la risposta che sceglierei non c’è quasi mai. In un modello di pensiero collettivo, non verrebbe mai proposto un sondaggio simile. Si potrebbe presentare una lista di opzioni ma invece di sceglierne una si lavorerebbe insieme per modificare la lista trasformandola in un’unica risposta che rifletta le preoccupazioni e le idee di tutti. Si arriverebbe a una risposta che tutti potrebbero accettare e cui tutti potrebbero consentire. E’ molto probabile che la risposta risultante non sarebbe simile a nulla di ciò che era contenuto nella lista di scelte originale.

Nel pensiero competitivo, ci affidiamo a singoli o a piccole organizzazioni per formulare soluzioni e o vi acconsentiamo o le rifiutiamo e scegliamo le soluzioni di un’altra persona. E’ altamente probabile che nessuna opzione sia ottima, ma siamo costretti a scegliere. Poi consideriamo quelli che hanno avanzato la proposta vincente come leader e tendiamo a delegare a loro le nostre decisioni future.

Nel pensiero collettivo, ciò non accadrebbe mai. Se qualcuno propone una soluzione, essa viene portata alla valutazione del collettivo per idee su come potrebbe essere resa ancora migliore e la garanzia che tutte le preoccupazioni riguardanti la proposta siano affrontate. La soluzione risultante appartiene a tutti e nessuno è considerato un leader e a nessuno sono delegate le decisioni future. Il potere di attuare proposte e di ricoprire posizioni di tipo dirigenziale è temporaneo e al servizio della comunità.

Ora cominciamo a comprendere il concetto di Pensiero Collettivo. Diamo un’occhiata alla sede in cui si svolge il Pensiero Collettivo: l’Assemblea. L’Assemblea è un modello di riunione. I gruppi di lavoro possono operare come un’assemblea. Quando in una comunità si riuniscono tutti si parla di Assemblea Generale o di Assemblea Cittadina o di Assemblea Popolare.

La Campagna per la Democrazia Reale definisce l’Assemblea Popolare così:

(1) Le Assemblee Popolari  assumono le decisioni orizzontalmente

(2) Le Assemblee Popolari sono interessate ad apprendere, sperimentare e incorporare nuove pratiche democratiche

E’ davvero così semplice. Un’assemblea è un organismo decisionale. L’organizzazione Giornata USA della Rabbia  descrive ulteriormente ciò che un’assemblea è, e ciò che non è:

Cos’è un’Assemblea Popolare?

E’ un organismo decisionale partecipativo che lavora per raggiungere il consenso.

L’Assemblea ricerca gli argomenti migliori per assumere decisioni che riflettano ogni opinione, non posizioni in contrasto le une con le altre come accade quando si vota.

Un’Assemblea non dovrebbe essere incentrata su un dibattito ideologico; dovrebbe invece occuparsi di questioni pratiche:

  • Di cosa abbiamo bisogno?
  • Come possiamo ottenerlo?

L’Assemblea è basata sull’associazione libera; se non si è d’accordo con ciò che viene deciso non si è tenuti ad attuarlo. Tutti sono liberi di fare quello che desiderano; l’Assemblea cerca di produrre un’informazione collettiva e linee condivise di pensiero e azione. Incoraggia il dialogo e la conoscenza reciproca.

Un’Assemblea è un luogo di riunione in cui persone che hanno obiettivi comuni possono incontrarsi su un piano di parità. Può occuparsi di:

  • Informazioni: i partecipanti condividono informazioni di mutuo interesse. Non discutono il contenuto di tali informazioni.
  • Riflessioni: esaminare  a fondo insieme una questione, una situazione o un problema. Devono essere fornite le informazioni ma non occorre arrivare a una decisione immediata.
  • Decisioni: quando il gruppo deve arrivare a una conclusione o a una decisione unitaria riguardo a un argomento in cui è stato coinvolto. Per arrivare a questo e al fine di costruire il consenso devono essere stati attuati i due passi precedenti (disporre delle informazioni e riflettere su di esse).

Nella mia esperienza delle occupazioni, sin qui, non comprendere ciò che un’Assemblea Generale è, e ciò che non è, è fonte di un mucchio di confusione e, quindi, di frustrazione. Le persone sono costrette ad aderire a questo movimento a motivo del fatto che, essendo state  private dei loro diritti, si sono ritrovate a sentirsi arrabbiate e disperate.  Temono per il proprio futuro. Vogliono unirsi ad altri nella stessa barca. La sola cosa che sappiamo fare riguardo all’assunzione di questa posizione politica è manifestare insieme.  Siamo abituati a riunirci e ad ascoltare persone che ci parlano e ci infervorano e ci ispirano con le loro idee. Ci aspettiamo che siano loro a guidarci e a farsi carico dei problemi al posto nostro. Deleghiamo loro la nostra responsabilità sociale collettiva.

Il problema è che questo è ciò che siamo andati facendo per più di 200 anni e siamo in una condizione di fallimento. Dobbiamo fare qualcosa in modo diverso. Questo movimento è una protesta, certo, ma è anche un’offerta.  Offre un modo alternativo di affrontare i nostri bisogni sociali. Tale modo è una democrazia partecipativa diretta in cui ogni persona è equanime, responsabile e deve rendere conto appieno delle decisioni che assumiamo su come governarci. Ciò significa mettersi  al lavoro sul serio.

Quel che è brillante in questo sistema è che si tratta di arrivare a soluzioni. Non si tratta di lamentarsi. Se si ha un problema, va sviluppata una proposta. Non si è in grado di elaborarla da soli? Si crei un gruppo di lavoro.

Non si tratta di pontificare. Se si hanno informazioni da condividere – informazioni reali, concrete, non opinioni – vanno assolutamente fornite per contribuire ad assumere decisioni. Si deve restare attaccati ai fatti. Non importa quale sia l’opinione personale. Abbiamo un problema da affrontare e dobbiamo costruire una soluzione. Vanno offerte proposte o correzioni, non opinioni intangibili.

Non c’è spazio per i partiti politici in questo sistema. Se hai un’idea costruttiva da aggiungere alla costruzione di una soluzione, esprimila qui. Non importa se proviene da qualche sfondo ideologico. Marxisti, Comunisti, Democratici, Socialisti … queste etichette non significheranno nulla. O l’idea affronta la necessità di cui ci si occupa oppure no. Sarà presa in considerazione e adottata o rifiutata in base al fatto che si tratti di qualcosa che tutti possono riconoscere come soluzione per una necessità.

Molti si perdono quando partecipano a un’Assemblea Generale. Ho visto gente in continuazione lamentarsi che “stiamo parlando di cose reali!” Ho assistito alla formazione di un gruppo dirigenziale anarchico qui a Boston. Hanno espresso frustrazione per il fatto che non c’è dibattito all’Assemblea Generale. Ma l’Assemblea Generale non è una sede di dibattito. E’ una sede di costruzione di soluzioni pratiche. Dunque, se hai una proposta, avanzala. Se hai informazioni da condividere, mettiti in coda (stack) e, assolutamente, condividile.

Che cos’è una coda (stack)? Le code sono liste di chi ha chiesto di parlare. Chi gestisce le code chiamerà le persone per ordine al momento opportuno. All’Assemblea Generale di Boston, ad esempio, ora utilizziamo una coda per gli Annunci dei Gruppi, una coda per le Proposte dei Gruppi e una coda Individuale.  Quando qualcuno parla si utilizzano mini-code. Tutti hanno diritto di parlare senza essere interrotti. Se qualcuno ha una richiesta di chiarimento (requisito molto importante) o una richiesta di informazioni direttamente rilevante, fa un gesto. Un Gestore del Tempo del Pubblico metterà queste persone in coda per parlare quando l’oratore ha finito. Se il Gestore del Tempo del Pubblico decide che la domanda è a fini di chiarimento o che l’informazione richiesta non è direttamente rilevante, la persona può scegliere di essere posta sulla coda Individuale. A nessuno è negata la possibilità di parlare.

Va notato che a New York e a Boston utilizziamo uno strumento chiamato ‘coda progressiva’. Il gestore della coda verifica che si ascolti una pluralità di voci. Se un gruppo demografico è ascoltato troppo spesso, il gestore della coda ha la facoltà di dare precedenza nella coda a qualcuno che rappresenti un gruppo demografico diverso.  La cosa più tipicamente si verifica riguardo al genere. Si prenotano nella coda per parlare più uomini che donne. Può capitare di sentir parlare cinque uomini di seguito e il gestore della coda sposterà allora in cima alla coda una donna. Con il conoscerci meglio a vicenda la gestione della coda progressiva probabilmente si affinerà in modo che possano essere messe più spesso in posizioni di priorità nella coda più voci emarginate.

Ciò che un’Assemblea Generale non è, è stato un concetto impegnativo da affrontare. Così quello che abbiamo visto emergere è una versione modificata dell’Assemblea in cui la “coda Individuale” è più che altro un microfono aperto alla fine dell’Assemblea.  Colpisce costatare come le persone si impegnino durante il processo di valutazione di una proposta e quanti abbandonino l’Assemblea una volta che inizia il microfono aperto.  Immagino che dovremo dividere la coda Individuale in una coda propositiva e in una coda di condivisione in modo da non perdere la considerazione, da parte del collettivo, di proposte valide solo perché la gente se n’è andata.

A Boston c’è voluto un po’ per consolidare una struttura di Assemblea Generale propria dell’accampamento e cui l’accampamento aderisce.  Essere passati attraverso la struttura gerarchica calata dall’alto del “governo della maggioranza” della nostra società e attraverso tutti i sentimenti di oppressione che ne sono derivati, ci ha lasciati impauriti e privi di fiducia. C’è stata una reazione da riflesso condizionato all’avere persone che “impongano” regole e strutture. E’ stato prevalente un pregiudizio sottostante nei confronti dell’oppressione autoritaria di una classe dominante autoeletta. Dopo diverse assemblee fallite, tuttavia, un quasi ammutinamento del Gruppo di Lavoro Agevolativo ha portato a un appello sentito del tipo “proviamoci, per favore, e facciamoci partecipi del miglioramento delle cose che non funzionano bene”. E’ stato un momento di tensione, con gli agevolatori che volevano andarsene se i partecipanti non avessero consentito a sperimentare la struttura. Lo hanno fatto, comunque, e abbiamo avuto la nostra prima esperienza di un vero lavoro attraverso il consenso. I partecipanti sono arrivati a comprendere davvero che non si trattava di un’imposizione autoritaria, bensì di una garanzia di sicurezza per chiunque volesse parlare. Stiamo ancora mettendo a punto dei dettagli, ma ora stiamo progredendo con un senso di fiducia.

OK, cos’è dunque, esattamente, la procedura del consenso? Non c’è un insieme di regole per raggiungere il consenso. Il sito ConsensusDecisionMaking.org  ha questo da dire:

Che cos’è il processo decisionale incentrato sul consenso?

Ci sono molti significati del termine “consenso”. E ci sono molte variazioni riguardo al modo in cui i gruppi usano il “processo decisionale incentrato sul consenso”.  Queste differenze sono espresse in articoli e altre risorse di questo sito web.  I seguenti principi unificatori, tuttavia, formano un tronco comune da cui si dipartono rami diversi.

Il sito elenca ed elabora i seguenti principi:

  • Inclusività
  • Ricerca di accordo
  • Collaborazione
  • Costruzione di rapporti
  • Pensiero dell’intero gruppo

Sul sito si possono trovare molte discussioni sulle variazioni che possono essere impiegate per raggiungere il consenso. I passi fondamentali implicati sono:

  1. Discussione
  2. Identificazione di una proposta
  3. Identificazione di problemi non risolti
  4. Modifica collaborativa della proposta
  5. Valutazione del sostegno
  6. Completamento della decisione o ritorno ai passi 1 o 3

La chiave per fare ciò consiste nel dar tempo a tutte le voci per esprimere i propri dubbi e per costruire la proposta in modo tale che tutti i membri si dicano d’accordo di poterla accettare. Non si lasciano problemi in sospeso procedendo oltre. E’ in questo modo che sono protetti i gruppi di minoranza.

Per #OccupyBoston abbiamo lavorato alla nostra procedura di consenso. Un paio di noi ha avviato la stesura di  un documento di lavoro ed è in corso una discussione riguardo ai dettagli. Poiché i 5 passi fondamentali elencati più sopra non vi danno un’idea esatta di come potrebbe effettivamente essere il processo, incollo la versione in corso  della procedura di consenso con le nostre note attuali:

Questa è una guida per i Facilitatori riguardo a come OccupyBoston sta attualmente attuando il processo del consenso. Il Gruppo di Lavoro per la Facilitazione sta preparando una proposta da presentare all’Assemblea Generale con tutti i dettagli per la gestione di un’Assemblea Generale.

Cos’è il consenso

Il consenso è una procedura di risoluzione nonviolenta dei conflitti. L’espressione di preoccupazioni e di idee contrastanti è considerata desiderabile e importante. Quando un gruppo crea un’atmosfera che alimenta e sostiene il dissenso senza ostilità o paura, costruisce le fondamenta per decisioni più forti e più creative.

Consenso diretto

1. Chiedere al gruppo o alla persona di manifestare le proprie proposte

2. Chiedere di attendere mentre voi:

a. chiedete se ci sono richieste di chiarimenti

b. chiedete se ci sono informazioni necessarie/da condividere

c. chiedete se ci sono preoccupazioni od obiezioni forti fornendo le seguenti spiegazioni:

- “Prima di condividere le preoccupazioni, ricordiamo che in un processo di consenso, quando si condivide una preoccupazione  esso diventa una preoccupazione  del gruppo. Saremo tutti responsabili di assicurarci che sia affrontata, prima di votare.”

- faremo delle pause di silenzio; più impegnativo il tema, più lunghe le pause, per consentire a ciascuno di pensare ed esprimersi,

- in questo momento stiamo soltanto elencando, non affrontando o risolvendo dubbi od obiezioni; tale processo avrà luogo dopo (è a questo fine che sono previste le modifiche e le valutazioni dei cambiamenti da parte del proponente),

- chiediamo che i dubbi e le obiezioni siano formulati partendo dal presupposto che il gruppo cercherà di trovarvi soluzione,

d. chiedere se ci sono modifiche costruttive per affrontare i dubbi e le obiezioni espressi.

NOTA: nel corso di questa sezione (ad eccezione della parte a) non dovrebbero esserci reazioni dirette.  Le persone si sentiranno più sicure nell’esprimere dubbi e obiezioni se sapranno di non dover affrontare immediatamente idee o contestazioni.  Le modifiche proposte sono la reazione a contestazioni e obiezioni. Il tempo lasciato ai proponenti per valutare la modifica delle proprie proposte è un modo per affrontare o risolvere dubbi e obiezioni. L’obiettivo consiste nel restare non aggressivi e nel concentrarsi sul costruire soluzioni insieme presupponendo che ogni input è un mattone della costruzione delle soluzioni e che ogni nuovo input è un mattone posto sulle fondamenta che tutti gli altri mattoni hanno già creato.
3. Dare ai proponenti un momento per valutare se affronteranno i dubbi e le obiezioni facendo una delle cose seguenti:

a. spiegando quanti dubbi e obiezioni sono già trattati

b. ritirando la proposta

c. modificando la proposta in base a dubbi e obiezioni

d. adottando alcune delle modifiche proposte, o

e. mantenendo la proposta nei suoi termini originali

4. Chiedere  ai proponenti di ripetere la proposta (modificata o meno).

NOTA: ciò viene fatto, anche se non ci sono cambiamenti, per consentire un rinnovato ascolto e per lasciare spazio affinché le persone valutino nuovamente se hanno preoccupazioni, obiezioni o modifiche da sottoporre. Non passare a richiedere il consenso fino a quando non si avverta che tutto ciò è stato espresso.

4. [sic, probabilmente da cancellare, vedi oltre il punto 5 – n.d.t.] Ripercorrere i passi 2 e 3.

5. Ripetere i passaggi da 2 a 4 fino a quando non ci siano più obiezioni o modifiche.

NOTA: dobbiamo decidere quante di queste ripetizione effettuare prima di passare al Consenso Indiretto.

6. Chiedere se esistono richieste di bloccare le proposte e definire cos’è un blocco.

NOTA: In tutti i modelli che Allison ha osservato, un blocco può effettivamente opporsi al consenso. (E’ fondamentale definire come ciò si verifica). Ciò è diverso da una “preoccupazione grave” che potrebbe essere  fatta rilevare ma che non blocca il consenso.  Dobbiamo decidere  se vogliamo consentire i blocchi (possono esserci gravi svantaggi nel consentire i blocchi ma possono essere suscitati timori che voci emarginate possano essere oppresse se non vi è un chiaro accordo sui limiti del potere individuale sui gruppi) e, in caso affermativo, come ciò possa verificarsi. (Può un singolo, se il gruppo considera il blocco essere una questione di principio, far valere un blocco? O qualcuno deve esprimere i propri motivi per un blocco e poi deve ottenere una certa percentuale di sostegno al blocco?)

(da Wikipedia: i blocchi sono in generale considerati una misura estrema, utilizzati soltanto quando un membro sente che una proposta “mette in pericolo l’organizzazione o i suoi partecipanti o viola la missione dell’organizzazione (ovvero un’obiezione di principio). Il gruppo decide se consentire o meno il blocco.)

7. Se la proposta non è bloccata chiedere “Potete accettare questa proposta?” e misurare la reazione.

NOTA: Allison chiarisce, con “Potete accettare questa proposta?”, come si formula la richiesta del consenso in quanto, prima di questo, non abbiamo avuto una formulazione esplicita. Si suppone che il consenso riguardi una decisione che tutti possano accettare.  Non significa che tutti siano d’accordo. Significa che tutti acconsentono. E’ importante operare la distinzione tra l’acconsentire (da cui il consenso) e il condividere.

8. Se c’è un consenso del 75%, farsi confermare dai partecipanti che tutti rilevano un consenso del 75% e poi annunciare che è stato raggiunto il consenso e che la proposta è adottata.

9. (Se necessario). Se non c’è il consenso ma la proposta non è bloccata si può passare al consenso indiretto.

Consenso indiretto

Implica mini-presentazioni e possibile creazione di sottogruppi_

1. Chiedere a tre persone che appoggiano la proposta e a tre persone che vi si oppongono di parlare ciascuno da 30 secondi a due minuti, alternando sostenitori e oppositori.

2. Riformulare la proposta e chiedere “potete accettare questa proposta?” prima di misurare la reazione.

3. Se non viene raggiunto il consenso chiedere all’assemblea di suddividersi in piccoli gruppi di discussione per 3 – 5 minuti.

(NOTA: ci sono diversi tipi di gruppi di discussione. Possiamo scegliere di utilizzarne uno o avere un menu da cui l’agevolatore possa scegliere il tipo più adatto.

4. Richiamare i partecipanti all’assemblea e

a. chiedere se ci sono richieste di chiarimento

b. chiedere se si sono necessità di informazione

c. chiedere se vi sono preoccupazioni gravi o obiezioni fornendo le seguenti spiegazioni:

- faremo delle pause di silenzio; più impegnativo il tema, più lunghe le pause, per consentire a ciascuno di pensare ed esprimersi,

- in questo momento stiamo soltanto elencando, non affrontando o risolvendo dubbi od obiezioni;

- chiediamo che i dubbi e le obiezioni siano formulati partendo dal presupposto che il gruppo cercherà di trovarvi soluzione,

d. chiedere se ci sono modifiche costruttive

5.  Dare ai proponenti un momento per valutare se vogliono:

a. spiegare quanti dubbi e obiezioni sono già trattati

b. ritirare la proposta

c. modificare  la proposta in base a dubbi e obiezioni

d. adottare alcune delle modifiche proposte, o

e. mantenere la proposta nei suoi termini originali

6. Chiedere ai proponenti di ripetere la proposta (modificata o meno)

7. Spiegare cos’è un blocco e chiedere se ce ne sono.

8. Se la proposta non è bloccata chiedere “Potete accettare questa proposta?” e misurare le reazioni.

9. Se non viene raggiunto il consenso si possono ripetere i passaggi da 1 a 8 o rimandare la proposta a un gruppo di lavoro (se la proposta era di un singolo, questi dovrebbe essere indirizzato a collaborare con un gruppo di lavoro per rivedere la proposta.)

COMUNICAZIONI A GESTI

1. Sono d’accordo, mi piace, questa cosa mi fa sentire bene:  mani in alto, dita che si muovono verso l’alto.

2. Sono neutrale, mi sento così-così: mani piatti, dita che si muovono in avanti.

3. Non sono d’accordo, non mi piace, la cosa non mi fa sentire bene: mani in basso, dita che si muovono verso il basso.

4. Necessità d’informazioni: dito indice puntato verso l’alto.

5. Questione di procedura: unire le punte degli indici in una linea orizzontale.

6. Domanda di chiarimento: dito indice e medio a formare una “C”

7. Modifica costruttiva: segno di “pace”

8. Prosegui, sentiamo cos’hai da dire: ruotare i pugni uno attorno all’altro

10. Preoccupazioni/Obiezioni: ????

Come potete vedere leggendo questo, il consenso richiede tempo. In una società in cui ci viene l’infarto se dobbiamo attendere su un’auto davanti al semaforo rosso o se una pagina web ci mette più di due secondi a caricarsi, dobbiamo essere consapevoli che non siamo addestrati ad avere la pazienza necessaria per questa procedura.  Siamo una banda di “più grossi, migliori, più veloci”.  Soltanto che la nostra definizione di “migliore” può essere rimandata.  Dobbiamo dunque concederci spazio per errori e fallimenti.  Diciamoci “Sì, mi prenderò tempo per ascoltare”.  Facciamo così perché è solo ascoltando tutti che si possono costruire soluzioni che servono tutti.  Quando tutti sono serviti bene, il sistema è sostenibile.  Le persone si sentono collegate alle soluzioni e l’una all’altra e c’è molta più soddisfazione  che in un sistema in cui il 51% delle persone vota per una soluzione con la quale il 49% è in disaccordo.

Come ho detto in precedenza, abbiamo avuto fallimenti spettacolari con l’Assemblea Generale a #OccupyBoston. Abbiamo imparato da quei fallimenti. Ci siamo fermati, abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo chiesti: “Vogliamo fallire? Se non lo vogliamo, continuiamo a provare e continuiamo a imparare.”  C’è stata dedizione sufficiente per perseverare cosicché siamo passati in modo altrettanto spettacolare dalla quasi rinuncia a esperienze davvero ispiratrici di Assemblea Generale. Si tratta di un lavoro in corso. Un lavoro collettivo in corso. Un lavoro in cui le decisioni per rivolvere i problemi e i dubbi che incontriamo lungo il cammino sono affrontate collaborativamente e le soluzioni sono decise attraverso il consenso. E’ una bella atmosfera in cui lavorare. E’ lenta. Può essere confusionaria. Può annoiare. Può far sentire che non si arriverà da nessuna parte. Poi è sorprendente come qualcosa emerge e l’energia è piena di creatività e di speranza e la comunità prende forma. Quando ciò accade ci si sente come se si avesse il potere di fare qualsiasi cosa. Forse persino il potere di rovesciare una cleptocrazia plutocratica e di costruire un sistema di governo equo e giusto.

POSTATO IN ORIGINE SU  UnaSpenser SABATO 8 OTTOBRE 2011 ALLE 10:14 PDT.

RIPUBBLICATO ANCHE DA   Occupy Wall Street, Occupy Virtual America: OCCUPY BEYOND WALLSTREET, Occupy our homes!, DKOMA, E ClassWarfare Newsletter: WallStreet VS Working Class Global Occupy movement.

NOTA DEL TRADUTTORE: Per materiali in italiano sul processo del consenso vedere Wikipedia.

DA Z NET ITALY – Lo spirito della resistenza è vivo!

http://www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.dailykos.com/story/2011/10/08/1022710/–occupywallstreet:-a-primer-on-consensus-and-the-General-Assembly

Originale: dailykos.com

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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