Il Medio Oriente, non la Russia, sarà la dimostrazione del crollo di Trump

Print Friendly

Il Medio Oriente, non la Russia, sarà la dimostrazione del crollo di Trump

Di Patrick Cockburn

23 ottobre 2018

Il Medio Oriente ha la tradizione di un secolo di essere il cimitero politico dei leader politici americani e britannici. L’elenco delle vittime è lungo: Lloyd George, Anthony Eden, Jimmy Carter, Ronald Reagan, Tony Blair e  George W Bush.

Tutti hanno visto finire le loro carriere o hanno visto la loro autorità bloccata dal fallimento nella regione.

Succederà la stessa cosa a Donald Trump  dato che lotta con le conseguenze del presunto assassinio di Jamal Khashoggi? Ho sempre sospettato che Trump potesse fare fiasco causa della sua esagerata dipendenza da uno stato così debole come l’Arabia Saudita piuttosto che a causa dei suoi presunti collegamenti con la Russia e Vladimir Putin. Invece della promozione della compagnia di Pubbliche Relazioni del Principe della Corona  Mohammed bin Salman (MBS) e dei suoi progetti ambiziosi, l’Arabia Saudita ha petrolio e denaro, ma è  chiaramente inefficace come operatore indipendente.

I disastri in Medio Oriente che  hanno fatto cadere così tanti leader occidentali, hanno un minimo in comune. In tutti i casi, la forza dei nemici e la debolezza degli amici è stata valutata male. Lloyd George è stato costretto a dimettersi da primo ministro nel 1922 perché aveva incoraggiato l’invasione dell’Anatolia destinata all’insuccesso che ha quasi provocato una rinnovata guerra tra Turchia e Gran Bretagna.

George W Bush e Tony Blair non hanno mai  capito che l’occupazione dell’Iraq da parte delle forze di terra americane e britanniche non aveva alcun appoggio all’interno dell’Iraq o tra i suoi vicini ed era perciò destinata a fallire. Un funzionario dell’intelligence militare britannica, di stanza a Bassora, mi ha detto che non riusciva a persuadere i suoi superiori del fatto potenzialmente disastroso che “non abbiamo dei veri alleati in nessuna parte dell’Iraq”.

La debacle politica più simile di tutte alla dipendenza  inopportuna dal Principe della Corona e dall’Arabia Saudita negli scorsi tre anni, è stata la politica americana verso lo Scià e l’Iran negli anni che hanno portato alla sua deposizione avvenuta nel 1979. L’umiliazione degli Stati Uniti è stata come un coltello rigirato nella piaga quando i loro diplomatici sono stati presi in ostaggio a Teheran, cosa che ha silurato la speranza di Carter di un secondo mandato alla Casa Bianca.

Ci sono parallelismi straordinari e istruttivi tra la politica degli Stati Uniti  e della Gran Bretagna verso l’Iran alla vigilia della rivoluzione  e quella dell’Arabia Saudita tra il 2015 e il 2018. In entrambi i periodi c’è stata una convinzione autodistruttiva che una monarchia ereditaria sempre più instabile era una certezza come alleato regionale e anche come un mercato di armi molto redditizio.

Lo Scià e MBS si sono pubblicizzati entrambi come riformatori, giustificando il loro autoritarismo come necessario per trascinare i loro paesi nell’era moderna. Le élite straniere li hanno adulati, hanno ignorato le loro debolezze e sono stati ossessionati dal  miraggio di profitti favolosi. Si dice che un ambasciatore britannico in Iran negli anni ’70 – cito a memoria, abbia rimproverato il personale della sua ambasciata con le parole: “Non voglio più rapporti scritti in maniera elegante sulle condizioni sociali nei villaggi iraniani. Quello che voglio sono esportazioni, esportazioni, esportazioni!”

La Brexit ha tolto la Gran Bretagna dal palcoscenico mondiale e in futuro dovrà accontentarsi di qualunque briciola potrà scroccare in Arabia Saudita o in qualunque altro posto. Trump sembra, però, molto simile a questo ambasciatore da lungo tempo dimenticato, quando giustifica l’alleanza strategica degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita riferendosi ripetutamente a un contratto per 11 miliardi di dollari di armi.

In pratica, le monarchie ereditarie sono estremamente instabili durante una transizione di leadership, dei tentativi di riforma e gli sforzi di espandersi come potenze regionali o promotori di guerre. In Inghilterra, al pacifico e cauto Re Giacomo I era succeduto suo figlio Re Carlo I, arrogante, imprudente, con conseguenze sfortunate per la monarchia.

Fare sfoggio di cattivo gusto era una caratteristica dell’Iran dello Scià 40 anni fa, come è quello dell’Arabia Saudita odierna. Nel suo caso, era stata la celebrazione dei 2.500 anni dell’Impero Persiano, svoltasi a Persepoli nel 1971 che ha dato da mangiare alle élite governanti del mondo prelibatezze esotiche: 50 pavoni arrosto con le piume della coda ripristinate e imbottite di fegato d’oca, uova di quaglia ripiene di caviale che lo Scià non poté mangiare perché era allergico a questo alimento.

L’equivalente saudita di Persepoli è la molto pubblicizzata “Davos del deserto”, o più prosaicamente, la “Iniziativa di interventi futuri” che si tiene questa settimana a Riyadh e dalla quale i politici e gli uomini di affari si sono pubblicamente ritirati quando si è infittito il mistero sulla sparizione di Khashoggi. Molti dei media trattano la loro decisione di stare a casa come una specie di scelta morale e non si chiedono mai perché queste persone illustri erano contenti di fare da sostenitori dell’Arabia Saudita nello stesso tempo in cui l’ONU avvertiva che 13 milioni di yemeniti sono sull’orlo dell’inedia a causa dell’intervento militare guidato dall’Arabia Saudita.

Non è una scusa per l’amministrazione Trump o per gli ospito che a Riyadh stanno disertando dichiarare che non sapevano nulla del potenziale dell’Arabia Saudita per la violenza arbitraria. Già il 2 dicembre 2015, l’agenzia federale tedesca di intelligence, la BND, aveva pubblicato un promemoria predicendo che “l’attuale cauta posizione diplomatica dei membri anziani della famiglia reale saudita sarà sostituita da una avventata politica di intervento.” Continuava dicendo che la concentrazione di così tanto potere nelle mani del Principe Mohammed bin Salman “nasconde un rischio latente che…egli possa spingersi troppo oltre.” Il promemoria è stato frettolosamente ritirato dietro l’insistenza del ministro degli esteri tedesco, ma oggi sembra profetico circa la direzione in cui stava viaggiando l’Arabia Saudita e i probabili pericoli che ne derivano.

Nei giorni scorsi, Trump ha messo un po’più di distanza tra sé e il Principe della Corona, ma non fa segreto della sua speranza che la crisi in relazione all’Arabia Saudita si allontanerà. “Questa, purtroppo,  ha catturato l’immaginazione del mondo,” dice anche se forse crede che possa trascurare questa faccenda come ha fatto con così tanti altri scandali.

Soltanto per una volta, l’istinto di sopravvivenza di Trump, altamente sviluppato, potrebbe essere in difetto. La sua stretta alleanza con l’Arabia Saudita e lo scontro crescente con l’Iran è la nuova e più radicale deviazione nella politica estera di Trump. All’inizio di quest’anno si è ritirato dall’accoro nucleare con l’Iran disobbedendo al resto del mondo sulla base del fatto che può estorcere più concessioni dall’Iran usando soltanto il potere americano di quante ne avesse mai avute Barack Obama operando insieme ad  altri stati. Questa lotta è così importante perché non è soltanto tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma perché è il banco di prova cruciale della versione di Trump del nazionalismo americano in azione.

Evidentemente la Casa Bianca calcola che se prolunga la crisi con tattiche di ritardo sistematiche, alla fine scomparirà dalla parte principale dell’elenco delle notizie. Non è una strategia stupida , ma potrebbe non funzionare nelle circostanze attuali  perché le autorità saudite sono troppo incapaci – alcuni direbbero troppo colpevoli – per produrre una plausibile notizia da copertina. Il mistero della sparizione di Khashoggi è troppo convincente perché i media la abbandonino e rinuncino alla caccia ai colpevoli.

Soprattutto, la parte anti-Trump dei media statunitensi e dei Democratici sentono l’odore del sangue politico e percepiscono che la faccenda di Khashoggi sta facendo alla presidenza di Trump quel genere di grave danno che non è mai realmente accaduto nel caso dell’indagine russa.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte https://www.counterpunch.org/2018/10/23/the-middle-east-not-russia-will-prove-trumps-downfall/

Originale:  The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Stati Uniti: in ascesa il fascismo finanziato dai miliardari Successivo L’assalto al nuovo colosso: la minaccia di Trump di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico.