In Brasile vince l’estrema destra guidata da Bolsonaro

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di Glenn Greenwald  – 10 ottobre 2018

Negli ultimi trent’anni il deputato Jair Bolsonaro era un estremista ai margini della politica brasiliana, noto prevalentemente per le sue citazioni eccentriche, deliberatamente provocatorie nelle quali rendeva omaggio ai più famigerati torturatori del regime militare del 1964-1985, proclamava costantemente il colpo di stato del 1964 una “difesa della democrazia”, diceva a una collega socialista al Congresso che era troppo brutta per “meritare” che la stuprasse, annunciava che avrebbe preferito sapere che suo figlio era morto in un incidente automobilistico piuttosto che fosse omosessuale e diceva di aver concepito una figlia, dopo quattro maschi, solo a causa di un “momento di debolezza”. (Lo scorso settembre ha usato Google per tradurre su Twitter un epiteto brasiliano per gli LGBT in, essenzialmente, ‘chiamatemi culattone’).

Le sue ricette politiche erano ancor più fuori di testa. I media occidentali si sono spesso riferiti a lui come al “Trump del Brasile”, ma ciò è del tutto inaccurato, minimizzando il caso per molti ordini di grandezza. Per temperamento, ideologia e storia personale Bolsonaro – un ex capitano dell’esercito durante i famigerati ventun anni della dittatura militare – è molto più vicino al presidente delle Filippine Rodrigo Duarte o al dittatore egiziano generale Abdel Al-Sisi piuttosto che a Trump.

La sua principale soluzione all’epidemia di criminalità della nazione consiste nello scatenare l’esercito e la polizia nei quartieri poveri della nazione dando loro “carte blanche” per assassinare indiscriminatamente chiunque sospettino di essere criminale, riconoscendo che molti innocenti moriranno in tale processo. Ha criticato mostri come il cileno Pinochet e il peruviano Fujimori per non aver massacrato più avversari interni. Ha sostenuto che i politici dominanti del Brasile vanno uccisi. Vuole castrare chimicamente i rei di crimini sessuali. Sotto ogni aspetto l’odiosa dittatura militare brasiliana che si impossessò del Brasile e lo governò per ventun anni – torturando e giustiziando sommariamente dissidenti, con il sostegno di USA e Gran Bretagna nel nome della lotta ai comunisti – è il suo modello di governo.

Quale risultato delle elezioni davvero sbalorditive di ieri sera in Brasile, Jair Bolsonaro è stato istantaneamente trasformato da buffone emarginato a forza violentemente dominante nella vita politica del paese. Bolsonaro ha mancato di poco la conquista del 50% necessario per conquistare la presidenza senza un ballottaggio.

Ma considerato il margine della vittoria egli è il prevalentemente favorito a vincere il 28 ottobre contro il candidato al secondo posto, l’ex sindaco di San Paolo Fernando Haddad. Haddad è il successore, in precedenza sconosciuto, prescelto da Lula, l’ex presidente per due mandati che è stato in testa ai sondaggi fino a quando è stato condannato per dubbie accuse di corruzione e rapidamente incarcerato per evitarne la candidatura e poi messo a tacere dalla magistratura di destra del Brasile con una serie di considerevoli ordinanze di censura, in precedenza limitate, che vietano a tutti i media di intervistarlo.

Bolsonaro ha conquistato la maggior parte dei gruppi demografici. Nello stato di Rio de Janeiro, Bolsonaro ha ricevuto un impressionante 60% dei voti espressi, conquistando ogni quartiere e distretto, prevalentemente con più del 50% dei voti espressi.  Ma la misura del nuovo potere di Bolsonaro si estende ben oltre la sua probabile ascesa alla presidenza. Il suo partito e quelli più alleati a esso hanno conquistato la vittoria in tutti il paese con margini impressionanti.

Uno dei figli di Bolsonaro, Eduardo (che ama indossare magliette del Mossad, a destra) è stato rieletto al Congresso federale da San Paolo con il maggior numero di voti mai ricevuto da un candidato al Congresso nella storia del paese. Un altro dei suoi figli, il deputato dello stato di Rio, Flavio, (nella foto qui di seguito, con suo padre dopo aver votato ieri) è stato eletto al Senato federale da Rio de Janeiro con un margine schiacciante.

Foto: Fabio Teixeira/picture-alliance/dpa/AP Images

Quello che è stato più stupefacente è stato quanto enormemente inaccurati sono risultati i dati, solitamente affidabili, dei sondaggi brasiliani, sottostimando l’onda di estrema destra di un livello così grande che è difficile descriverlo a parole. Si prenda per esempio la corsa al governatorato di Rio de Janeiro, nella quale i sondaggi hanno mostrato per mesi che il chiaro favorito era il politicamente molto competente e ben noto ex sindaco di Rio, Eduardo Paes, che aveva presieduto le Olimpiadi estive del 2014. Avendo formato una grande coalizione multipartitica del genere che tradizionalmente garantiva la vittoria, ci si attendeva che Paes finisse a un ballottaggio, agevolmente vincendolo, con l’ex star del calcio brasiliano (a attualmente colpito da scandali) senatore Romario.

Il candidato governatore del partito di Bolsonaro era qualcuno di nome Wilson Witzel, un magistrato totalmente oscuro e sconosciuto che non aveva mai detenuto alcuna carica elettiva. Witzel ha iniziato con quasi nessun sostegno e persino l’ultimo sondaggio lo mostrava al 17%, molto dietro a Paes. Ieri sera ha superato i sondaggi per 24 punti, schiacciando Paes che è finito con solo il 19%, e ora è il fortemente favorito al ballottaggio. Per farsi un’idea dell’onda d’urto e del disorientamento che ha inondato il mondo politico in Brasile confrontate le cifre finali di Witzel al sondaggio solo del giorno prima dell’elezione (a sinistra) con i risultati effettivi di ieri sera (a destra). Vedere il grafico qui.

Questo genere di discrepanze si è ripetuto in tutto il paese. A Minas Gerais i sondaggi hanno mostrato per mesi l’ex presidente (messa in stato d’accusa) Dilma Rousseff in grande vantaggio per il seggio al Senato. Nessuno dubitava che avrebbe vinto. Invece è arrivata quarta, con due candidati di destra che hanno vinto al posto suo.

Forse più allarmante è il fatto che quanto più un candidato si è mostrato odiatore e fascista, tanto migliori sono stati i suoi risultati. La settimana scorsa un candidato del partito di Bolsonaro, Rodrigo Amorim, ha sconvolto e disgustato persino alcuni sostenitori dell’estrema destra. Indossando una maglietta con una pistola puntata in avanti ha tolto, distrutto e poi orgogliosamente mostrato sui media sociali un cartello stradale non ufficiale fatto per commemorare la vita di Marielle Franco, l’attivista nera LGBT per i diritti umani proveniente dalle favelas che, da consigliera comunale cittadina, è stata assassinata in marzo, con i suoi assassini collegati alla polizia tuttora in stato d’arresto (la Franco era una mia intima amica personale e lavorava nello stesso partito del mio compagno in Consiglio Comunale). L’ultima riga del suo post sui media sociali – ora cancellata – diceva: “Preparatevi voi della sinistra; se andremo al potere i vostri giorni sono contati”).

Ieri sera Amorim non solo è stato eletto alla Camera dello stato di Rio, ma è stato il candidato più votato dello stato. L’altro candidato allineato a Bolsonaro promosso in tale stato, Daniel Silveira, un agente della polizia militare del Brasile, è stato eletto al Congresso federale. Si potrebbero scrivere migliaia di parole riguardo alle dichiarazioni e azioni ugualmente sconvolgenti di numerosi candidati che ieri sera non solo hanno vinto, ma hanno vinto con mandati schiaccianti.

Riassumendo, è virtualmente impossibile sopravvalutare il livello della minaccia posta alla democrazia e ai diritti umani nel quinto paese più popoloso del mondo in seguito alle elezioni di ieri sera. E diversamente dagli USA o dalla Gran Bretagna, che hanno istituzioni democratiche antiche, forti, consolidate da tempo che possono limitare gli eccessi e gli abusi peggiori di demagoghi e autoritari, il Brasile non ha nulla di tutto questo. Preso in una spirale di crisi multiple – una disuguaglianza economica soffocante, un’epidemia di violenza peggiore che in molte zone di guerra e uno scandalo di corruzione così esteso che ha infettato il cuore di quasi ogni fazione della classe dirigente – questo è un paese che ha poca o nessuna capacità di imporre limiti a quello che Bolsonaro vuol fare.

Si aggiunga a ciò l’assoluta giovinezza della democrazia brasiliana – solo 33 anni: l’equivalente degli USA nel 1820 o giù di lì – ed è notevolmente facile immaginare un rapido ritorno al regime militare che impose così tante atrocità a così tanti segmenti della popolazione. Che tutto questo sia stato introdotto democraticamente dovrebbe essere, ma probabilmente non lo sarà, un segnale di allarme per le democrazie occidentali che stanno affrontando dinamiche simili, anche se si stanno evolvendo in qualche modo più gradualmente.

Di certo – come vale per Trump, la Brexit e l’ascesa dell’estremismo di destra in tutta Europa – una certa minoranza considerevole degli elettori di Bolsonero è motivata dal classico fanatismo, razzismo, sentimento anti LGBT, risentimento nei confronti della popolazione indigena e semplicemente una generale rabbia tribale che cerca capri espiatori per i propri problemi. Ma molti, probabilmente la maggioranza, non sono nessuna di queste cose.

Molti, invece, sono motivati da legittimi reclami nei confronti della classe dominante del sistema che li ha delusi a tutti i livelli, che manifesta indifferenza se non disprezzo per la loro sofferenza e perdita di speranza, che incolpano, spesso con buoni motivi, di attuare politiche che hanno distrutto i loro futuri rifiutando nel contempo di accettare qualsiasi responsabilità per ciò. E una volta che tale quadro è adottato, qualsiasi nemico percepito di quella classe dominante diventa loro amico, o almeno qualcuno le cui promesse di distruzione diventano più attraenti delle promesse di preservare il sistema che loro giustificatamente disprezzano (la realtà è che Bolsonaro, come Trump, con il suo guru economico neoliberista addestrato a Chicago, servirà gli interessi economici del sistema con grande devozione a spese dei suoi elettori della classe lavoratrice, ma è la percezione di questa animosità antisistema quella che conta).

La reazione standard della classe dirigente di fronte all’ascesa di demagoghi come Bolsonaro consiste nel denunciare coloro che li appoggiano, insultandoli, impartendo loro lezioni in tono moraleggiante sul fatto che le loro scelte sono primitive, retrograde, ignoranti e illegittime. Ciò serve soltanto a esacerbare la dinamica.

Come ho scritto dopo la messa in atto della Brexit, e poi di nuovo dopo la vittoria di Trump, a meno che, e fino a quando, la classe dirigenti delle democrazie del mondo non comincerà a smettere di incolpare tutti gli altri e si impegnerà invece in una seria autocritica, avremo molte altre Brexit e Trump, e molto peggiori. Come ho scritto nel giugno del 2016, dopo l’approvazione della Brexit:

Invece di riconoscere e affrontare i fondamentali difetti al loro interno [le fazioni della classe dirigente] stanno dedicando le loro energie a demonizzare le vittime della loro corruzione, il tutto al fine di delegittimare le loro rimostranze e così sottrarsi alla responsabilità di affrontarle significativamente. Tale reazione serve solo a rinforzare, se non addirittura a legittimare, le percezioni incendiarie che queste istituzioni d’élite siano egocentriche, tossiche e distruttive senza speranza e dunque non possano essere riformate ma debbano, piuttosto, essere distrutte. Ciò, a sua volta, assicura soltanto che ci saranno più Brexit e più Trump nel nostro futuro collettivo.

Purtroppo per i 210 milioni di persone che vivono in Brasile le elezioni di ieri sera sono state uno dei più vividi e terrificanti esempi di questa affermazione.

Ma non saranno per nulla l’ultimo o il peggiore. Fa tutto parte di una tendenza globale che mina le democrazie liberali, alimentata dai loro stessi fallimenti, che non ha alcuna fine all’orizzonte. Decisamente il contrario: la tendenza pare accelerare, con movimenti simili di ciascun paese che si alimentano e rafforzano sinergicamente a vicenda.     

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/brazils-bolsonaro-led-far-right-wins-a-victory/

Originale: The Intercept

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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