L’ingerenza degli Stati Uniti in Venezuela

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L’ingerenza degli Stati Uniti in Venezuela

Di Vijay Prashad

2 ottobre  2018

L’8 settembre, il New York Times ha riportato una notizia con un titolo provocatorio: “L’Amministrazione Trump ha discusso i paini per un colpo di stato con ufficiali venezuelani ribelli”. I giornalisti Ernesto Londoño e Nichola Casey hanno parlato a 11 ex funzionari degli Stati Uniti e comandanti venezuelani che hanno detto loro che erano stati coinvolti in conversazioni con l’amministrazione Trump riguardo al cambiamento di regime in Venezuela. Nell’agosto 2017, Trump si era vantato che gli Stati Uniti avevano una “opzione militare” per il Venezuela. Questa affermazione, hanno detto quelle persone ai giornalisti, “ha incoraggiato gli ufficiali militari venezuelani ribelli, ad aprire un dialogo con Washington”.

Nel febbraio di quest’anno, il Segretario di Stato americano, Rex Tillerson ha detto:

“Nella storia del Venezuela e dei paesi sudamericani, capita spesso che i militari siano gli autori del cambiamento quando le cose vanno molto male e la dirigenza non è più capace di servire il popolo.” Questo è stato un invito per un colpo di stato militare in Venezuela.

Il linguaggio che Tillerson ha usato ha una lunga storia all’interno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. E’ la logica usata fin dal 1954, quando il governo americano ha rovesciato il governo del Guatemala, di Jacobo Arbenz, democraticamente eletto. La teoria è diventata nota come “modernizzazione militare”, e l’idea era che in un ex paese coloniale l’unica istituzione moderna ed efficiente sono le forze armate. Il governo degli Stati Uniti ha usato questa teoria della modernizzazione militare per a(1958), Castelo Branco in Brasile (1964) e René Barrientos in Bolivia (1964).

Le idee che sono nate dalle conversazioni tra i funzionari statunitensi e quelli venezuelani sono state che un piccolo gruppo di funzionari venezuelani rovesciasse

Il governo di Nicola Maduro. I Venezuelani non avevano una trama chiara. Volevano delle  radio criptate e speravano che “gli Americani avrebbero offerto assistenza o idee”.

Il 4 agosto di quest’anno, durante le celebrazioni per l’ottantunesimo anniversario delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, c’è stato un attacco contro Maduro. Due droni, con a bordo esplosivi C4 sono stati direzionati verso la parata e diretti per colpire Maduro. Il tentativo maldestro, ma pericoloso, è fallito. Il governo venezuelano ha arrestato 40 persone, compresi un colonnello in pensione (Oswaldo Garcia) e un parlamentare (Julio Borges). L’8 Settembre, il Ministro degli Esteri del  Venezuela, Jorge Arreaza, ha osservato che i cospiratori del colpo si erano incontrati con funzionari degli Stati Uniti. Che l’attacco a Maduro sia fallito, è una magra consolazione. Il fatto che ci siano  complotti in corso è ciò che  preoccupa.

Qualsiasi cosa riguardasse Hugo Chávez dava fastidio al governo statunitense: il fatto che fosse un socialista che ha vinto un’elezione per governare un paese con una delle maggiori riserve di petrolio del mondo, irritava Washington. Aveva preoccupato anche le amministrazioni di George W. Bush, di Barack Obama e di  Donald Trump il fatto che la politica di Chávez doveva dimostrare in termini pratici l’importanza della collaborazione regionale invece che arrendersi alle politiche delle multinazionali per lo più di base negli Stati Uniti. Chávez doveva andarsene. Non c’erano dubbi.

Ci sono stati dei tentativi per impedire che  Chávez arrivasse alla presidenza nel 1999; non passava giorno senza che complotti venissero orditi e provati. Il tentativo

più spettacolare di destituire Chávez c’è stato nel 2002, quando g.li ufficiali militari venezuelani hanno preso il potere. Chávez si è arreso a loro con un atto di coraggio politico. Non ha dovuto, però, aspettare molto, come loro detenuto. Le proteste di massa hanno travolto il paese e i militari si sono dovuti tirare indietro. I loro alleati negli Stati Uniti non hanno potuto fare quello che volevano.

Non molto tempo dopo questo tentativo di colpo di stato, il Dipartimento di Stato Americano ha istituito l’Ufficio delle Iniziative di Transizione (OTI), collegato all’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID). Quattro anni più tardi, dopo che il programma dell’OTI si era consolidato,  l’Ambasciatore degli Stati Uniti a Caracas, William Brownfield ha scritto a Washington riguardo al suo piano in cinque punti:

  1. Rafforzare le istituzioni democratiche.
  2. Penetrare nella base politica di Chávez.
  3. Dividere il Chavismo.
  4. Proteggere le aziende fondamentali degli Stati Uniti.
  5. Isolare Chávez in campo Internazionale.

Dieci anni dopo che Brownfield aveva scritto questo piano, ognuno dei suoi punti era stato sviluppato metodicamente dl governo degli Stati Uniti e dai suoi alleati venezuelani. John Caulfield, il più importante diplomatico statunitense in Venezuela nel 2009, aveva osservato che Chávez aveva usato i petrodollari per fare del Venezuela “un   attivo e difficile concorrente  degli Stati Uniti nella regione.

Questa cosa era imperdonabile e non si poteva neanche permettere al Venezuela di guidare un blocco di paesi produttori di petrolio (compresa la rivitalizzazione della

Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, l’OPEC, ne le si poteva permettere di creare un blocco di stati latino-americani che si opponevano all’interferenza degli Stati Uniti (con la creazione della Alleanza Bolivariana delle Americhe – ALBA). Il colpo di stato del 2009 in Honduras contro il governo di Manuel Zelaya, alleato di Chávez, è stato un ultimatum. Non è bastato, però. Chávez e si è dovuto eliminare la sua rivoluzione in patria.

Aiutare la destra ribelle

Il governo degli Stati Uniti e l’oligarchia venezuelana hanno finanziato attentamente le istituzioni all’interno del Venezuela le quali irradiavano un’apparenza di democrazia. Questi sono gruppi totalmente controllati dall’oligarchia ma, che, cionondimeno sono ricomposti nello stile delle istituzioni democratiche. La Fondazione Nazionale per la Democrazia, del governo statunitense e l’Istituto Internazionale Repubblicano hanno operato in stretto collegamento  per addestrare i leader aQqqU qIII  mmmlw

gestire sia i partiti politici che le organizzazioni della società civile. Uno dei compiti fondamentali dei funzionari degli Stati Uniti impegnati in questo aspetto di “rafforzare le istituzioni democratiche”, è stato di unificare la destra venezuelana ribelle. Le conversazioni con i funzionari del Dipartimento di Stato americano del decennio scorso, rivelano di essere stati frustrati dall’ambizione litigiosa e gretta         all’interno dell’oligarchia, le cui fazioni sono ansiose  di ingraziarsi gli Stati Uniti piuttosto che costruire un appoggio popolare tra i Venezuelani.

Tramite la Fondazione Pan-Americana per lo sviluppo, il governo degli Stati Uniti

ha assegnato finanziamenti per operare all’interno del Venezuela per educare delle organizzazioni non governative (ONG) molto specifiche. Queste ONG concentrano la loro opera sui problemi del crimine, della libertà di stampa, dell’indipendenza giudiziaria, dei diritti delle donne e dei diritti umani. La loro opera è stata di documentare la crescita del crimine per la persecuzione dei giornalisti con una focalizzazione puntinista: esagerare ogni reato individuale invece di fornire il contesto per la loro occorrenza.

Lo scopo di questa opera non è di fare appello all’Occidente dove c’è già una propensione a odiare l’esperimento bolivariano, ma di seminare il dissenso tra la classi fondamentali che continuano a sostenere Chávez. Brownfield ha scritto che l’appoggio degli Stati Uniti a questi gruppi voleva “puntare la torcia negli angoli oscuri della rivoluzione, raccogliere e documentare le informazioni e renderle pubbliche. Il punto non era, però, semplicemente distribuire le informazioni. Era quello di presentarlo in modo tale da cancellare la legittimità dell’esperimento l’Ufficio delle Iniziative di Transizione venezuelano. Nulla era proibito. La CIA (Agenzia di informazioni centrale) e l’OTI (Ufficio delle iniziative di transizione) sarebbero entrate negli scarichi del Venezuela, con le torce accese e avrebbero riferito ogni dettaglio di quello che trovavano, e poi, se laggiù non c’era sufficiente sporcizia, avrebbero esagerato e fabbricato le prove.

Cambiamento di regime 2.0

L’11 settembre, il New York Times ha pubblicato un editoriale con un titolo sconcertante: “Fuori dal Venezuela, Mister Trump”. Questo significava che l’élite liberale statunitense non aveva più il desiderio del cambiamento di regime? Il sottotitolo di questo articolo toglie al lettore qualunque illusione del genere: “Il Presidente Maduro se ne deve andare, ma la risposta non è un colpo di stato appoggiato dall’America”. Il cambiamento di regime con un colpo di stato militare viene disdegnato, ma si devono incoraggiare altri mezzi. Quali sono questi altri mezzi? Altre sanzioni al Venezuela, altro dolore per i Venezuelani. Si spera che questa pressione  dia sfogo a delle emozioni contro il governo di Maduro e che spinga la gente a scendere nelle strade.

Un modo di perseguire Maduro è di coinvolgere le Nazioni Unite nella strategia statunitense. L’amministrazione Trump ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di isolare la dirigenza eletta del Venezuela, avviando delle indagini sul riciclaggio di denaro e impedendo che questo abbia accesso alle reti finanziarie internazionali. E’ chiaro che queste indagini fanno parte di un vecchio piano d’azione, cioè, portare l’ONU nelle conversazioni sul Venezuela, per mettere sempre maggiore pressione al governo e  poi chiedere qualche tipo di operazioni sancite  dall’ONU per rovesciare il governo. Questa è una vecchia serie di sviluppi, già sperimentata dall’Iraq, poi dall’Iran, dalla Corea del Nord e dalla Siria. Il Venezuela è stato sempre in fila per avere questo trattamento.

La lunga marcia dei Campesinos  (contadini)

Le condizioni all’interno del Venezuela non sono facili, con l’economia che attraversa varie fasi di crisi. Il Venezuela non è stato in grado di uscire dalla trappola del capitalismo  dipendente dalla rendita; le rendite sono quello che il paese è stato in grado di raccogliere per l’esportazione del petrolio. Ciò che la rivoluzione bolivariana è stata in grado di fare è di aumentare la previdenza sociale per il pubblico e di generare nuovi tipi di istituzioni per  distribuire risorse alle persone maggiormente colpite. Non è stata, però, in grado di  cambiare l’organizzazione dell’economia e della società.

La classe operaia e la classe contadina all’interno del Venezuela hanno reagito con maturità alla crisi sempre più profonda, Nello scorso anno ci sono stati scioperi dei lavoratori dell’industria elettrica e delle infermiere, proteste da parte dei pensionati che vivono con pensioni governative in calo, e una marcia dei contadini. Ognuna di queste proteste contro il governo è stata basata sul presupposto che questa si opponga al cambiamento di regime e che difenda la rivoluzione bolivariana, ma ha delle richieste da fare al governo e alla società che non possono essere attutite.

Il 12 luglio di quest’anno, un centinaio di contadini sono partiti dalla città di Guanare (nello Stato di Portuguesa) per andare  Caracas, la capitale del Venezuela. Hanno marciato per oltre un mese in tutta la nazione e poi hanno incontrato Maduro in un incontro emozionante (trasmesso in diretta alla televisione). “Negli scorsi tre anni la crisi è diventata grave a causa della mancanza di cibo,” ha detto Usmary Enrique, della Piattaforma delle Lotte Contadine (Plataforma de Luchas Campesinas). “E’ ridicolo che importiamo il cibo, quando potremmo produrlo,” ha detto.

Maduro ha promesso di prendere sul serio le loro rimostranze. Un mese dopo i contadini hanno fatto uno sciopero della fame fino a quando Maduro ha incentrato la sua attenzione sulla loro politica agraria rivista. Maduro ha approvato un ordine contro lo sfratto dalle terre e ha messo in guardia dall’uso della violenza contro i contadini. Le tensioni tra i piccoli proprietari di terre e il governo venezuelano sono genuine e gravi. Non ci sono, però, aspettative che i contadini entrino a far parte di una piattaforma programmata dal governo statunitense per il cambiamento di regime. Non considerano alleati il governo degli Stati Uniti o l’oligarchia venezuelana.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/u-s-meddling-in-venezuela

Originale: Frontline

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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