Donald Trump può unire il mondo (contro se stesso)?

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Donald Trump può unire il mondo (contro se stesso)?

Di Dilip Hiro

24 agosto 2018

Una cosa sembra già chiara nell’era di Trump: il mondo non si rivelerà essere il parco giochi del presidente americano. Le sue politiche ultra-unilaterali, di rifiuto riguardo al commercio, l’accordo per le denuclearizzazione dell’Iran, i costi della difesa e il cambiamento del clima, stanno già creando un incipiente movimento anti-Trump a livello globale (e anche negli Stati Uniti). In grado notevole, i paesi che Trump ha preso di mira, stanno unendo le forze per opporsi a lui e alle sue politiche. Quell’opposizione ancora informe, ma che si sta radunando, assicura che, qualunque possa essere la visione di Donald Trump dell’America, non è più, come nell’espressione coniata 20 anni fa dal Segretario di Stato Madeleine Albright, la “nazione indispensabile.” All’estero o anche in patria, mentre il presidente affronta venti sempre più forti circa il cambiamento di clima, sia a livello statale che locale, stiamo entrando in un altro ordine mondiale alle calcagna del domini americano crollato degli scorsi tre quarti di secolo.

Consideriamo l’opposizione che ha creato Trump, esaminando i problemi successivi.

Commercio transnazionale

Nel gennaio 2017, nel suo primo giorno in carica, il Presidente Trump ha prontamente ritiratogli Stati Uniti dal TPP – Accordo di Partenariato Trans-Pacifico di 12 nazioni, a lungo negoziato, deludendo profondamente, tra gli altri, un buon alleato, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe che aveva  di tanto in tanto    con Trump non appena era stato eletto  Un giorno prima, in gennaio, Abe era anche riuscito a far in modo che il suo parlamento approvasse l’accordo.

Però, con un’azione sena precedenti, da parte degli alleati di Washington, negli scorsi 70 anni, Abe, insieme aa altre 10 nazioni di quel patto – Australia, Brunei, Canada, Cile, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore e  Vietnam — hanno rifiutato di considerare l’ordine esecutivo di Trump come la sentenza di morte per il TPP. Invece, facendo un passo rivoluzionario verso un nuovo mondo, hanno ripreso i negoziati sul patto nella città cilena di Viña del Mar. Il marzo, di quest’anno, dopo mesi di discussioni, hanno firmato l’Accordo Comprensivo e Progressivo per il Partenariato Trans-Pacifico nella capitale del Cile, Santiago.  Per i firmatari esso riduce drasticamente le tariffe, introducendo, allo stesso tempo, nuove, ampie regole di commercio in mercati che comprendono mezzo trilione di persone su entrambi i lati dell’Oceano Pacifico.

E’ stato un evento epocale che apre un’era in cui i paesi da tempo abituati a seguire i segnali di Washington, sono andati avanti senza la sua partecipazione. Così facendo, hanno rifiutato, la visione di Trump del commercio come un gioco a somma zero, che consiste di vincitori e perdenti. Rispecchiando la comune percezione dei firmatari, la Presidente cilena, Michelle Bachelet ha detto: “Dobbiamo mantenere la rotta della globalizzazione, imparando, tuttavia, dai nostri errori passati.”

Il punto di vista della Bachelet è stato condiviso da Abe che guida il paese con la terza più grande economia del mondo. Il Giappone è un protagonista fondamentale del commercio globale, così come è anche l’Unione Europea con i suoi 28 paesi membri il cui  prodotto interno lordo aggregato  (17.278 trilioni di dollari) supera di gran lunga quello del Giappone (4,872 miliardi di dollari).

Subito dopo essersi ripreso dall’uscita di Trump dal TPP, Abe ha deciso di ripristinare i colloqui con l’UE sul libero commercio del suo paese, che si erano bloccati. La loro disapprovazione condivisa della politica commerciale del presidente americano ha portato i due stati a superare rapidamente le loro differenze. Nel luglio 2017, Abe ha accettato formalmente acconsentito a un abbozzo di accordo di libero scambio con il European Council Presidente del Consiglio Europeo,  Donald Tusk e con il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. Così facendo, l’UE e il Giappone, che sono democrazie molto sviluppate, hanno chiarito il loro impegno per un ordine internazionale liberale, di libero commercio, basato su delle regole, che si contrappone alla visione del mondo che ha Trump.

Nel luglio 2018, a Bruxelles, l’Unione Europea e il Giappone hanno firmato il più grande trattato del globo per il libero scambio, cioè l’Accordo di Partenariato Economico che comprende quasi un terzo del prodotto interno lordo (PIL)  e 600 milioni di persone. Toshimitsu Motegi, il ministro giapponese del rilancio economico, ha riassunto la situazione in questo modo: “La firma dell’accordo odierno tra Giappone ed Unione Europea, dimostrerà ancora una volta al mondo, la nostra incrollabile volontà politica di promuovere il libero commercio.” Juncker è stato ancora più ottimista. “L’impatto dell’accordo di oggi va molto al là delle nostre coste,” ha detto. “Stiamo dimostrando di essere più forti e migliori quando lavoriamo insieme. Inoltre diamo il buon esempio, dimostrando che il commercio riguarda più     che le tariffe e le barriere. Riguarda valori, principi e la ricerca di soluzioni favorevoli per tutte le persone interessate.”

Per la prima volta, fin dalla Seconda guerra mondiale, gli alleati di Washington i Occidente e anche in Oriente se ne sono infischiati di un presidente americano, cosa che ha costituito un avvenimento realmente storico.

L’Unione Europea è testa a testa con Trump

In maggio, quando Donald Trump ha abbandonato il patto multilaterale di denuclearizzazione dell’Iran, avallato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Junker è stato ugualmente insistente nelle sue critiche verso di lui. Il Piano di azione congiunto globale (JPCOA) che era stato firmato nel luglio 2015 da sei potenze mondiali (America, Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania e Russia) e dall’UE, si stava  attuando come era specificato nel documento. Trump ha, tuttavia annunciato una nuova imposizione di sanzioni americane che erano state introdotte prima del JCPOA. Queste comprendevano l’energia dell’Iran, il settore bancario ed altri settori, e includevano una misura che penalizzava le imprese straniere in tutto il mondo che continuavano a commerciare con l’Iran o a fare investimenti in quel paese.

Il discorso di 11 minuti del presidente americano trasmesso dalla televisione e nel quale spiegava la sua decisione, ha ignorato i 10 rapporti trimestrali degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, confermando che l’Iran era in conformità con il patto. Nel complesso, conteneva 10 affermazioni false o       ingannevoli, compresa la castroneria che l’Iran era “sul punto di acquistare le armi più pericolose del mondo.”

Prima di dare inizio alla guerra economica contro Teheran, Trump si era alienato l’UE, rifiutando di garantire una deroga circa le tariffe dell’acciaio e dell’alluminio che in marzo ha iniziato a imporre in Cina e in altri paesi. Un presidente americano è autorizzato a intraprendere un’azione del genere soltanto per proteggere la “sicurezza nazionale.”

“Oggi siamo testimoni di un fenomeno nuovo: l’assertività capricciosa   dell’amministrazione americana,” ha detto Tusk alla vigilia di un vertice dell’UE a Sofia, Bulgaria, a metà maggio.  “Guardando le recenti decisioni del Presidente Trump, alcuni potrebbero anche pensare: “Con amici come quello, chi ha bisogno di nemici?” A quell’incontro, i membri dell’UE sono stati unanimemente d’accordo ad attenersi al JPCOA a patto che l’Iran accettasse di fare la stessa cosa.

Il 7 agosto, sono entrate in vigore le sanzioni su qualsiasi transazione finanziaria che comporta l’uso di dollari americani in relazione al settore automobilistico dell’Iran, agli acquisti aerei commerciali e di metalli, compreso l’oro. La Commissione Europea che è il braccio esecutivo dell’UE, ha immediatamente istruito le aziende europee a non rispettare la richiesta di Washington di smettere di commerciare con l’Iran. Quelle ditte che decidono di ritirarsi, dovranno avere l’autorizzazione dell’UE per farlo. La commissione ha continuato a instaurare un meccanismo che permetterebbe alle imprese colpite dalle sanzioni di fare causa al governo americano nei tribunali nazionali degli stati membri.

La Russia e la Cina, cofirmatari del JPCOA, sono state concordi con l’UE. “Siamo profondamente delusi dai passi fatti dagli USA per imporre di nuovo le sue sanzioni nazionali contro l’Iran,” ha detto il ministro degli esteri russo. “Questo è un chiaro esempio del fatto che Washington sta violando la Risoluzione dell’ONU 2231 [sul patto con l’Iran] e la legge internazionale.” Anche il ministro degli Esteri della Cina si è dispiaciuto della decisione di Washington e ha sollecitato tutte le parti coinvolte a

restare sulla buona strada per la piena realizzazione dell’accordo del 2015.

La Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza, adottata all’unanimità, approvata nel Capitolo VII della Carta dell’ONU, aveva avallato il patto di denuclearizzazione dell’Iran, rendendolo parte della legge internazionale. Comprendeva un invito a “promuovere e facilitare lo sviluppo di normali contatti economici e commerciali e di cooperazione con l’Iran.”

Come se non fosse bastato violare sfacciatamente la legge internazionale, l’amministrazione Trump ha deciso di penalizzare gli Stati membri dell’ONU per avere rispettato quella risoluzione – un attacco frontale a un ordine internazionale basato su delle regole. Temendo le sanzioni degli Stati Uniti, alcune imprese europee si erano già tirate indietro rispetto ai loro investimenti e al commercio  in Iran, prima del 7 agosto. Considera questo fatto un esempio appropriato di un mondo di Trump in cui è il il trasgressore della legge colui che punisce chi è rispettoso della legge.

Trump  e la NATO

In quanto uomo d’affari che occupa la Casa Bianca, Donald Trump ha introdotto un paradigma di profitto-e-perdita per la politica estera – sia che si tratti di commercio transnazionale o di bilanci militari. Questo aiuta a spiegar il suo continuo martellamento di critiche riguardo al modo in cui i membri della NATO non stanno spendendo abbastanza per la difesa.

Al vertice di luglio della NATO a Bruxelles, Trump è stato implacabile riguardo a quel problema, e ha riassunto in questo modo la sua posizione a CBS News: “Molti di questi paesi sono nella NATO e non pagavano i loro conti.” Una tipica affermazione di Trump che non aveva alcun rapporto con la realtà. Come ha spiegato il Ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyden, “la NATO non ha passaggio del debito.”

Apparentemente, il presidente ha confuso i contributi diretti e indiretti alla NATO. Nel 2017, il bilancio della NATO è stato di 1,652 miliardi di dollari. Gli stati membri contribuiscono in base a una formula concordata e collegata al PIL del paese. Gli Stati Uniti contribuiscono con il 22,14% di quel bilancio, la Germania con il 14,65%, la Francia con il 10,63% e la Gran Bretagna con il 9,84%, tutti pagati puntualmente.

Ci sono, poi, i contributi indiretti alla NATO che sono relativi a quante attrezzature militari e forza lavoro uno stato membro offre volontariamente per un data operazione militare, di cui la più nota continua a essere la guerra condotta dagli Stati Uniti in Afghanistan, iniziata dopo gli attacchi dell’11 settembre di quasi 17 anni fa. Per facilitare e incoraggiare tali contributi, i capi della NATO, nel 2014 si sono accordati per aumentare le loro spese per la difesa almeno del 2% del loro PIL entro il 2024. Molti sono sulla strada per farlo, ma di recente, tuttavia, Trump ha alzato la posta in gioco, indicando che la cifra fosse del 4%, un obiettivo che perfino gli Stati Uniti, con il loro bilancio militare che è di gran lunga il più grande del mondo, ora non raggiungono.

Attualmente, gli Stati Uniti spendono il 3,6% del loro PIL per le loro forze armate. Questo equivale a 683 miliardi di dollari (e il bilancio delle spese militari di Trump appena firmato, lo ha fatto aumentare a 717 miliardi di dollari), o al 71% del totale delle spese della NATO per la difesa. Questo è ciò che ha portato il presidente americano a definire la situazione attuale “sproporzionata e non giusta per i contribuenti degli Stati Uniti.” Non sorprende che Trump non sia riuscito a usare termini di paragone appropriati. Normalmente, la difesa del paese viene definita nei termini di un possibile aggressore. In quel senso, i membri europei della NATO si focalizzano sulla Russia. Collettivamente, i membri europei della NATO spendono 254 miliardi di dollari per la difesa, o 10 volte il bilancio della Russia per la difesa, che è di 24,2 miliardi di dollari.

Invece, fin dalla fine della II Guerra mondiale, il Pentagono si è attrezzato per combattere guerre in tutto il mondo e  per dominare sia l’Oceano Atlantico che l’Oceano Pacifico. Questo spiega perché, delle 20 portaerei che fanno servizio in tutto il globo, 10 appartengono alla marina USA. Ci vogliono anni per costruire una portaerei e è enormemente costoso, a parte le navi di appoggio che servono per formare una completa unità militare. Però, in quanto parte bene armata, fornita di velivoli, del territorio statunitense sovrano, alimentati da una coppia di reattori nucleari, è ineguagliata nella sua potenza letale. Questo è ciò che portato l’ex segretario alla Difesa, William Cohen ad affermare che, senza  portaerei, gli Stati Uniti avrebbero “meno importanza, meno influenza.”

Con forte differenza rispetto agli alleati europei di Washington, la Gran Bretagna ha soltanto una portaerei, così come la Francia. In particolare, i loro  vettori marittimi   di rado navigano oltre il Corno d’Africa o il Golfo Persico.

La Gran Bretagna ha già superato il limite del 2% per le spese per la difesa, e alla Francia  manca soltanto il 2%  per l’obiettivo concordato. Fin da maggio dell’anno scorso, la Francia è stata governata dal quarantenne Emmnanuel Macron, un forte difensore dell’integrazione più stretta, dal punto di vista finanziario e altro, dei membri dell’UE. In un discorso del settembre 2017, ha proposto l’idea di un’impresa congiunta per  permettere alle forze armate dell’Europa, di coordinarsi e di reagire insieme rapidamente. Di conseguenza, questo giugno, i ministri di Belgio, Gran  Bretagna, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo hanno firmato una lettera di intenti, in Lussemburgo, per formare la Iniziativa Europea di Intervento (IEI). Esisterà al di fuori delle strutture dell’UE e sarà finalizzata sulla pianificazione congiunta per disastri naturali futuri, per intervento nelle crisi, e per l’evacuazione dei cittadini da paesi ostili, tra le altre cose.

Al  momento, i suoi scopi restano modesti, ma il punto chiave è semplice. Il principio che le forze armate europee dovrebbero agire collettivamente, senza il coinvolgimento del Pentagono, dovrebbe essere messo in pratica. E’ probabile che questo si dimostri soltanto un ulteriore passo sulla strada verso la trasformazione della nazione indispensabile della Albright, in un’America sempre più superflua. Se Donald Trump o il suo successore persiste nell’indebolire la NATO, lui o lei, potranno soltanto incoraggiare gli Europei a costruire un concetto di EII.

Un  Presidente che nega il cambiamento del clima  viene rifiutato in patria

Mentre si va formando un’opposizione globale a Donald Trump, su un argomento – il cambiamento di clima – che influenza tutta l’umanità – un’opposizione nettamente americana, si sta preparando a unirsi a quella internazionale crescente. Nel giugno 2017, Trump si è ritirato dall’accordo di Parigi sul clima, nominando, allo stesso tempo, una “squadra”  senza pari di negazionisti del cambiamento del clima nella sua amministrazione e rimangiandosi la promessa del Presidente Barack Obama che nel 2025 avrebbe ridotto le emissioni di gas serra dell’America dal 26% al 28% (rispetto ai livelli del 2005).

Con  sollievo degli abitanti del pianeta, il ritiro di Trump si è dimostrato essere un assolo, dato che i rimanenti 194 firmatari restavano saldamente a bordo. I loro rappresentanti erano tra i 3000 diplomatici e osservatori che si sono riuniti in Germania, a Bonn, in maggio per decidere di dare ulteriore prestigio all’accordo. Con costernazione dell’amministrazione Trump, il successivo incontro cruciale, un Vertice operativo per il clima globale, avrà luogo a settembre . indovinate dove? – in California.

Il governatore di quello stato, Jerry Brown, è stata una figura fondamentale per raccogliere sostegno per l’accordo di Parigi  e opposizione verso i negazionisti del cambiamento di clima a livello di stato e a livello locale. Insieme all’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, Brown ha appoggiato la coalizione We Are Still In “Ci siamo ancora”. Nel  novembre 2017, entrambi hanno pubblicato uno straordinario rapporto che dimostra che le città, gli stati e le imprese che rappresentano più di metà dell’economia e della popolazione  degli Stati Uniti, avevano dichiarato il loro appoggio all’accordo. “Se questi protagonisti non-federali fossero un paese,” ha fatto notare, “la loro economia sarebbe la terza più grande del mondo, più grande di tutte, tranne che i due partiti nazionali per l’Accordo di Parigi.”

Nella sua dichiarazione di ritiro, Trump ha affermato che “gli Stati Uniti smetteranno qualsiasi attuazione dell’accordo non vincolante di Parigi e i draconiani pesi finanziari ed economici che l’accordo impone al nostro paese. Lo scopo principale di quell’accordo era di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto al livello preindustriale. “Sono stato eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh, non di Parigi,” ha aggiunto Trump. Dopo poche ore, il sindaco di Pittsburgh, Bill Peduto ha pubblicato un twit di risposta: “Posso assicurarti che seguiremo le linee guida dell’Accordo di Parigi per la nostra gente, per la nostra economia e per il futuro.”

Pittsburgh è una delle 405 municipalità che rappresentano 70 milioni di Americani che hanno firmato l’iniziativa dei sindaci per il Clima Che nello scorso anno è soltanto cresciuta. Più di 80 città americane –  anche alcune, come San Diego, governate dai Repubblicani – si sono impegnate per un futuro  di energia rinnovabile al 100%. Di fatto, la decisione di Trump ha realmente spinto alcune città a fare nuovi tentativi per accelerare il ritmo del cambiamento. New York ha deciso di elettrificare il suo “parco” di autobus e ha promesso di disinvestire dai combustibili fossili, allo stesso tempo facendo causa alle imprese petrolifere più grandi del mondo per il ruolo che hanno avuto nell’aumentare  il livello del mare, le ondate di calore e altri disastri naturali. Ha anche promesso di abbandonare l’elettricità alimentata a carbone , come ha fatto anche Los Angeles.

Donald Trump non cambierà. Ha dichiarato la sua intenzione di cercare la rielezione nel 2020, e continuerà ad allevare la sua base, dimostrando continuamente la sua versione del Fare di Nuovo Grande l’America. I 54 milioni di sostenitori che Trump ha su Twitter, in generale sembra che applaudano le smargiassate da macho con le quali conduce i suoi attacchi di diplomazia dirompente. Non aspettatevi, quindi che moderi le sue politiche unilaterali o  lo stile in cui le esprime.

Il problema del futuro è: in che misura il nascente movimento anti-Trump si può unire in modi tali da dare inizio a un nuovo corso del nostro mondo che farà di Donald Trump e dei suoi compari di Washington i dinosauri del Pianeta Terra?

Dilip Hiro, a collabora regolarmente con TomDispatch; è autore di After Empire: The Birth of a Multipolar World. Il suo 37° libro che sta per uscire, è intitolato Cold War in the Islamic World: Saudi Arabia, Iran, and the Struggle for Supremacy (Oxford University Press).

Questo articolo è apparso per la prima volta su TomDispatch.com ,un blog del Nation

Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni di Tom Engelhardt, da lungo tempo direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project e autore di: The End of Victory Culture e anche di un romanzo: The Last Days of Publishing (Gli ultimi giorni dell’editoria) Il suo libro più recente è: Una nazione disfatta dalla guerra (Haymarket Books).

Nella foto: si vendono cappellini con la scritta  “Make America Great Again” prima di una manifestazione  per l’allora candidato, Donald Trump, nella città di  North Augusta, Carolina del Sud,  il 16 febbraio 2016.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/can-donald-trump-unite-the-world-against-himself

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

 

FILE — A vendor sells “Make America Great Again” hats for before a rally for then-candidate Donald Trump, in North Augusta, S.C., Feb. 16, 2016. Clothing of late at fashion shows, and now awards shows, frequently includes social or political messaging, a trend that has picked up steam since the U.S. presidential campaign. (Stephen B. Morton/The New York Times)

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