Sicurezza dei confini: muri contro principi

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di Robert Koehler – 2 agosto 2018

Considerate la limitatezza di pensiero che produce un concetto come “sicurezza dei confini”. L’assunto essenziale, qui, è che gli Stati Uniti d’America siano principalmente un contenitore fisico, tre milioni e mezzo di miglia quadrate di libertà e prosperità, ma l’offerta è limitata. Spiacenti, voi bisognosi, non abbiamo spazio per voi.

Le guardie di confine, si presume, stanno proteggendo tutte le delizie che costituiscono gli Stati Uniti.

Con questo assunto nella mente statunitense, il concetto di “confine aperto” è orripilante, evocando una corsa alla terra di rifiuti dannati del pianeta, qualcosa delle dimensioni della corsa alla terra degli europei di secoli precedenti che cacciò gli abitanti nativi del continente. (Chi la fa l’aspetti. La maggior parte delle persone ha una consapevolezza almeno inconscia di questo).

Il lato negativo di tale modo di pensare è stato messo a nudo dalla presidenza Trump che, quando ha cominciato a portar via bambini dai genitori in cerca di asilo al confine messicano e ha ammassato i bambini in luoghi ignoti di tutto il paese, ha innescato un’indignazione pubblica su vasta scala. Indubbiamente con loro grande sorpresa, i burocrati dei dipartimenti della Giustizia e della Sicurezza Interna hanno scatenato quello che può solo essere definito un allarme di principi violati: dilaniare le famiglie è un orrore morale. Non ci mantiene al sicuro, ma anche se lo facesse in quale modo superficiale, è del tutto sbagliato. Non è questo che siamo come nazione.

Un aspetto notevole di questo fenomeno, non riconosciuto dai media, è che l’indignazione nazionale non è scaturita da qualche paura tangibile – di terrorismo, pirati informatici russi o di stranieri che portano via il lavoro – ma da compassione. Non occorre che conosciamo le madri e i padri i cui figli sono stati loro strappati per afferrare il loro dolore insopportabile. Non occorre che conosciamo i bambini per provare una vertigine di sconvolgimento per il loro rapimento e incarceramento.

E’ all’opera, qui, qualcosa di molto più grande: un senso non semplicemente di responsabilità, ma di connessione che trascende il concetto di confini nazionali. A motivo di ciò, una politica disumana è stata interrotta. L’ultima volta che il governo statunitense è stato chiamato a rispondere di un principio trascendente – di buonsenso compassionevole – e costretto a cambiare il suo comportamento può ben essere stata a metà degli anni ’70 quando si ritirò dal Vietnam.

Da allora il principio della connessione globale come forza regolatrice è stato in lenta ritirata, tornando all’irrilevanza e al cliché. La controrivoluzione di Reagan è stata una controrivoluzione di paura: di comunisti e criminali e regine dell’assistenza sociale. George H.W. Bush ha condotto una rapida invasione dell’Iraq e sconfitto la “sindrome del Vietnam”, cioè l’avversione pubblica alla guerra. Bill Clinton ha rinforzato il complesso industriale-carcerario. E poi è arriva W … ed è cominciata la guerra permanente. Barack Obama, il candidato della speranza e del cambiamento, non ha cambiato questo.

Ma adesso i seggi ci hanno lasciato in eredità Donald Trump che, come volto degli Stati Uniti, si è dimostrato molto più capace di rivelare la verità di chi siamo noi che non i suoi predecessori. Nessuna delle violenze verificatesi al confine sotto le precedenti amministrazioni ha avuto, per esempio, questo peso giornalistico:

“Numerosi testimoni giurati in affidavit giudiziari hanno indicato che a bambini a Shiloh [una struttura texana che detiene bambini migranti] sono stati regolarmente somministrati farmaci psicotropi senza il dovuto consenso dei genitori. A volte”, ha scritto recentemente il Washington Post, è stato detto loro che si trattava di vitamine.”

In un documento prodotto in tribunale il 16 aprile avvocati hanno scritto che ‘i farmaci psicotropi possono essere gravemente e permanentemente dannosi per i bambini”.

L’importanza della sorveglianza quando si somministrano farmaci psicotropi è ben stabilita” hanno scritto gli avvocati. “Senza di essa il potenziale di abusi – tra cui l’uso di farmaci come ‘camicie di forza chimiche’ per controllare i bambini, anziché per curare reali problemi di salute mentale, è inaccettabilmente elevato”.

“Il personale ha minacciato di gettarmi per terra e costringermi a prendere la medicina” ha testimoniato Julio Z. “Ho anche visto il personale gettare a terra un altro giovane, spalancargli la bocca e costringerlo a prendere la medicina… Mi hanno detto che se non prendevo la medicina non potevo andar via, che l’unico modo per uscire da Shiloh era prendere le pillole”.

Nessuno canta “God Bless America” dopo aver letto cose come queste. Ma persino se la reazione non è niente di più che un sorrisetto di parte – l’amministrazione Trump è orribile – emerge un principio, crudo ed elementare: le vite umane contano. Non possiamo mettere dei bambini in gabbia o sbatterli in camicie di forza chimiche e chiamare questo ‘sicurezza’.

E improvvisamente la natura del confine statunitense comincia a fluttuare nelle nostre menti. E’ possibile che quello che conta non sia tanto proteggere la sacralità di una linea fisica, quanto proteggere un insieme di principi?

E’ possibile che ciò che rende grandi gli Stati Uniti non sia la sua separazione dal resto del mondo e il suo potere su di esso, bensì la sua connessione con esso? E potrebbe tale connessione includere il mondo naturale così come quello umano, giaguari e gattopardi, orsi bruni e armadilli?

Si consideri che le più di 650 miglia di filo spinato e di sezioni di muro in cemento armato che già abbiamo lungo il confine messicano fanno poco per fermare gli esseri umani che fuggono dalla violenza nel loro paese, ma creano una quantità di devastazioni ecologiche. Il muro fantasioso che Trump è andato promuovendo sin dalla sua campagna elettorale aggraverebbe tali danni.

“Oggi”, ha scritto recentemente Vox, “(il Dipartimento della Sicurezza Interna) sta mettendo gli occhi su aree non recintate in due parchi naturali che i conservazionisti considerano alcune delle aree più ecologicamente preziose del confine, sedi di armadilli e linci rosse. Se un muro dovesse fendere questi ecosistemi potrebbe causare danni irreversibili e piante e animali già a serio rischio”.

E un articolo di Scientific American dell’anno scorso, concentrato sulla regione confinaria dell’Arizona, ha segnalato: “Anche se la regione in sé è vasta, i buoni habitat possono essere scarsi. L’acqua è un fattore limitante e la sua disponibilità è imprevedibile. Molti torrenti scorrono a intermittenza e la pioggia tende a cadere in rapidi scrosci da nubi isolate, bagnando una catena montuosa o una parte di prateria desertica mentre il paesaggio circostante si dissecca. Per trovare cibo e acqua gli animali hanno bisogno di libertà di movimento”.

E’ ora di smettere di mantenere una falsa, sconsiderata “sicurezza” in una vasta e totale ignoranza della nostra connessione con il resto del pianeta Terra.

Robert Koehler, associato a PeaceVoice, è un giornalista e redattore premiato di Chicago.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/border-security-wall-vs-principles/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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