L’Europa paga il prezzo dell’aumento della disuguaglianza

Print Friendly

di Dean Baker – 26 luglio 2018

Al vertice NATO in precedenza in questo mese, Jens Stoltenberg, il segretario generale della NATO, è stato costretto a elogiare pubblicamente la leadership di Donald Trump. Stoltenberg è quasi certamente un gran lavoratore molto intelligente. E’ quasi un prerequisito per una persona nella sua posizione. Per contro, Donald Trump è la persona più ignorante e impreparata mai seduta alla Casa Bianca.

Ciò nonostante, quando Stoltenberg ha segnalato gli aumenti della spesa militare da parte dei membri della NATO, Trump gli ha chiesto perché ciò stava avvenendo. Stoltenberg ha docilmente risposto: “Grazie alla sua leadership”. (In realtà gli aumenti hanno fatto parte di un accordo negoziato con il presidente Obama nel 2014).

Trump evidentemente ama questo gioco di costringere potenti a cantare le sue lodi. Come Stoltenberg, la maggior parte di loro pare sentire di non avere nessuna scelta.

Ma c’è un problema qui che va ben oltre la sgradevole personalità di Donald Trump. Decine di milioni di persone hanno dato il loro voto a Trump nel 2016 (anche se meno della maggioranza e di fatto meno della sua principale avversaria, Hillary Clinton).

Ciò è stato dovuto in larga parte al fatto che volevano qualcuno alla Casa Bianca che insultasse persone come Stoltenberg. Volevano qualcuno che sarebbe stato un pugno nell’occhio per le persone che consideravano l’élite e Donald Trump è fa certamente al caso loro.

Gli Stati Uniti non hanno sempre avuto così tante persone che consideravano un fine in sé stesso fare a pezzi le autorità costituite. Lo stesso vale per l’Europa, dove la gente nel Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea e paesi di tutta l’Europa centrale e orientale hanno eletto governi populisti di destra.

Il razzismo e la xenofobia sono fattori importanti in questi movimenti ma la domanda è: perché queste forze sono così importanti nella politica nazionale oggi? Dopotutto, razzismo e xenofobia non sono certo cose nuove né negli Stati Uniti né in Europa.

Parte della storia è che le nostre élite hanno perseguito consapevolmente politiche che redistribuiscono il reddito verso l’alto. Questo vale più per gli Stati Uniti, ma è parecchio vero dappertutto.

Queste politiche di redistribuzione verso l’alto coprono quasi ogni area dell’attività economica. Per cominciare dalla più importante, mantenere un tasso d’inflazione prossimo allo zero è diventato un’ossessione delle banche centrali, anche a costo di una crescita economica più lenta e di una disoccupazione più elevata.

Quando il tasso di disoccupazione sale, colpisce in misura sproporzionata quelli a metà e in fondo alla scala di distribuzione del reddito che perdono il lavoro. Inoltre, livelli più elevati di disoccupazione riducono il potere negoziale di quelli che continuano ad avere un lavoro.

Questo schema è chiarissimo nei dati degli Stati Uniti. Le sole volte negli ultimi quattro decenni in cui la maggior parte dei lavoratori ha visto una crescita dei salari reali sono state il periodo di bassa disoccupazione dei tardi anni ’90 e di nuovo negli ultimi quattro anni quando il tasso di disoccupazione è sceso sotto il cinque per cento e alla fine al quattro per cento.

Queste politiche redistributive si trovano anche in altre aree. Gli Stati Uniti hanno reso più forti e più duraturi negli ultimi quattro decenni i monopoli dei brevetti e dei diritti d’autore, con la logica che sono necessari per dare incentivi all’innovazione e al lavoro creativo.

Incredibilmente, molti economisti fanno poi dietrofront e incolpano della disuguaglianza la “tecnologia”. Dovrebbe essere abbastanza evidente a chiunque non sia cieco che non è la tecnologia a creare la disuguaglianza, sono le leggi create per governare la tecnologia.

Abbiamo anche regolamentato la finanza in un modo che garantisce vaste buste paga ai grandi protagonisti a spese di tutti gli altri. Anche se lo schema della disciplina che consente a un piccolo numero di diventare incredibilmente ricco è spesso chiamato “liberalizzazione”, nessuno vuole in realtà por fine alle garanzie governative dei depositi bancari o alla protezione governativa in una crisi finanziaria, come gli eventi del 2008. I grandi protagonisti vogliono semplicemente campo libero per gestire il settore finanziario a loro vantaggio.

Infine, quasi dovunque i governi hanno consapevolmente cercato di indebolire il potere dei sindacati. I passi hanno assunto una varietà di forme, comprese limitazioni agli scioperi e regole che rendono più difficile ai lavoratori organizzarsi in sindacato. Quando i sindacati sono meno forti i lavoratori a metà e al fondo della scala ottengono una fetta più piccola della torta.

Il risultato di queste politiche è stato ridistribuire il grosso dei guadagni dalla crescita negli ultimi quattro decenni a una parte minuscola della popolazione. Questo è particolarmente vero negli Stati Uniti dove il salario di un lavoratore comune è a malapena aumentato al netto dell’inflazione, ma questa è una storia che descriva la maggior parte dei paesi ricchi.

Anche se i lavoratori arrabbiati che depongono la loro scheda elettorale a favore di Trump, o della Brexit, o di uno dei partiti populisti di destra dell’Europa centrale o orientale possono avere scarsa comprensione delle politiche specifiche che hanno condotto alla redistribuzione verso l’alto, essi sanno in realtà di non aver visto grandi miglioramenti del loro tenore di vita. Ma vedono indubbiamente una considerevole classe di persone al vertice che se la sta passando benissimo.

Se Stoltenberg e i suoi colleghi non vogliono darsi all’attività di prostrarsi a buffoni di Trump, dovrebbero cominciare a pensare a politiche che garantiscano che i benefici della crescita sia diffusamente condivisi. Non è difficile sviluppare tali politiche, anche se i beneficiari della redistribuzione verso l’altro saranno riluttanti a rinunciare ai loro guadagni.

Naturalmente non ci sono garanzie che gli elettori della classe lavoratrice non continuino a votare per politici razzisti e xenofobi. Ma avere politiche economiche che beneficino tutti e non solo una piccola élite è la cosa giusta da fare in ogni caso.

E, al livello più elementare, politiche che offrano più opportunità di avanzamento significano minori elettori della classe lavoratrice. Se gli Stati Uniti avessero continuato ad aumentare l’iscrizione all’università allo stesso ritmo del periodo dal 1959 al 1979, nel 2016 ci sarebbero stati altri dieci milioni di elettori laureati. Considerata la differenza nei margini tra la Clinton e Trump degli elettori laureati e non laureati, ciò avrebbe aggiunto più di 1,8 milioni di voti al margine della Clinton, garantendole virtualmente la presidenza.

In breve, il futuro è una scelta tra politiche concepite a vantaggio del grosso della popolazione e politiche che proseguono la redistribuzione verso l’alto. Se continuiamo con quest’ultima è meglio che ci abituiamo a elogiare Donald Trump.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/europe-pays-the-price-for-increasing-inequality/

Originale: Hankyoreh

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Verso un’economia politica progressist Successivo Il ritorno dell’autoritarismo politico