Il massacro di Inn Din

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Il  massacro di Inn Din

Di Ramzy Baroud

19 luglio, 2018

“Nei miei quattro anni come Alto Commissario, ho sentito molte richieste irragionevoli. Quella richiesta è quasi nella categoria dell’assurdità. Non si vergogna, signore, non si vergogna? Non siamo stupidi.”

Queste erano alcuni dei commenti fatti dall’Alto Commissario uscente delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein nel suo briefing finale al Consigli per i Diritti Umani del 4 luglio. Replicava all’affermazione di un funzionario birmano che il suo paese non sta prendendo di mira i Rohingya con una campagna genocida, ma sta difendendo i diritti di tutti i suoi cittadini.

Il governo birmano è ora alla pari con il governo israeliano, dato che entrambi praticano la pulizia etnica e l’assassinio, insistendo nel dire, allo stesso tempo, che combattono il terrorismo.

Sia a Tel Aviv che a Yangon (Rangoon) i due governi inaspriscono i controlli sui giornalisti che osano fare rivelazioni sulle loro democrazie fasulle e sulle ‘guerre al terrore’.

Il 18 giugno, il governo israeliano ha approvato una legge che cerca di criminalizzare      le riprese di soldati israeliani fatte “per disonorarli.” Il tipo di linguaggio della legge è stato volutamente generico dato che cerca semplicemente di impedire di documentare le azioni violente dell’esercito israeliano contro i Palestinesi.

Non dovrebbe essere una sorpresa che Israele è uno dei maggiori fornitori di armi alla Birmania.

Anche la pseudo-democrazia di Israele è simile, per molti versi, a quella della Birmania. In Israele gli Ebrei sono il gruppo privilegiato; la democrazia e i diritti umani si applicano a loro e non ai Palestinesi.

In Birmania, la maggioranza buddista riceve un trattamento ufficiale in confronto alle minoranze del paese, specialmente a quella dei Rohingya che, per anni, sono statti vittime della massiccia campagna guidata dal governo, di genocidio e di pulizia etnica.

Quasi 700.000 Rohingya musulmani sono stati costretti a scappare dalle loro case nello stato settentrionale di Rakhine, in Birmania, nel solo anno passato. Sono stati esiliati per lo più in Bangladesh.  Molti dei rifugiati sono stati costretti ad avere un’esistenza miserevole in campi profughi simili a  prigioni, estremamente affollati, in una terra di nessuno situata tra Birmania e Bangladesh.

Anche prima di questo recente esodo, centinaia di migliaia di Rohingya vivevano già in esilio, dato che la pulizia etnica compiuta dall’esercito birmano contro le sue minoranze sfortunate, si è andata costruendo da anni.

Malgrado una recente esplosione di attenzione da parte dei media, i governi occidentali che stanno entusiasticamente accogliendo nel mondo democratico l’ex giunta militare di governo della Birmania, devono ancora compiere qualche azione significativa, o anche una minaccia di azione, per rallentare il genocidio.

In un recente rapporto, Medici senza Frontiere (MSF) hanno rivelato lo straziante     bilancio delle vittime Rohingya durante il primo mese della violenta campagna dell’esercito dell’anno scorso. Nel periodo tra il 25 agosto e il 24 settembre, sono stati uccisi almeno 9.000 Rohingya, compresi 730 bambini al di sotto dell’età di 5 anni, hanno riferito MSF.

Quando due coraggiosi giovani giornalisti della Reuters hanno cercato di scoprire la portata dei crimini dell’esercito, sono stati arrestati. Il 9 luglio sono stati accusati di violazione di una legge dell’epoca coloniale, nota come “Legge ufficiale segreta” e ora affrontano la possibilità di passare 14 anni dietro lo sbarre.

Wa Lone, di 32 anni e Kyaw Soe Oo, di 28, sono giovani giornalisti eroici: sapevano

quale destino li attendeva se il governo avesse scoperto la loro indagine sul massacro

commesso nel villaggio di Inn Din il 2 settembre.

Quel giorno, 10 Rohingya sono stati uccisi a sangue freddo. Due sono stati massacrati dagli abitanti buddisti del villaggio e gli altri 8 sono stati uccisi dall’esercito. La loro fossa comune era stata scavata in precedenza e lì i loro fragili corpi sono stati gettati, vicino al loro villaggio, dopo che le abitazioni sono state incendiate.

La storia, anche se orripilante, è piuttosto tipica nello Stato di Rakhine, dove intere famiglie sono state uccise dai sodati o massacrati dalle folle. I due coraggiosi  giornalisti stavano documentando questo singolo episodio con un’indagine approfondita basata su documenti governativi, interviste con abitanti buddisti del villaggio, e con personale della sicurezza. Il loro resoconto voleva fornire la prova indiscutibile della  sincronizzazione della folla governativa nell’uccidere i Rohingya e nell’insabbiare i loro crimini.

Malgrado l’arresto dei suoi colleghi, il personale della Reuters in Birmania e in Bangladesh riuscì ancora a produrre un rapporto investigativo esauriente che descrive in che modo le divisioni trentatreesima e novantanovesima della fanteria leggera dell’esercito sono state usate come “prima linea“ nella selvaggia campagna del governo di compiere un’azione di pulizia etnica nei confronti di quasi 700.000 Rohingya, lo scorso anno.

Il rapporto tratta anche della cultura dell’impunità che ora è dilagante in quel paese.

“Mangerai carne bengalese?”  un amico su Facebook chiede a un soldato, Kyi Nyan Lynn, che si stava preparando a unirsi all’attacco violento a Rakhine.

La ‘carne bengalese’ di riferisce all’uccisione dei Rohingya di cui spesso si parla usano il termine dispregiativo “kalar”.

“Fa a pezzi il kalar, amico”, lo sollecitava un altro compagno.

“Lo farò,” risponde con noncuranza Kyi Nam Lynn.

Il soldato si è assicurato di mantenere informati i suoi amici circa gli sviluppi cruenti sul posto.

“Se sono Bengalesi, saranno uccisi,” è stato il commento postato l’11 agosto.

Anche se il governo rimane molto cauto  circa il massacro dei Rohingya, gli attivisti buddisti sui media sociali non hanno alcuna preoccupazione di condividere le loro opinioni razziste, le immagini violente e i dettagli del massacro.

Tuttavia, il massacro di Inn Din, grazie al lavoro di due giornalisti, ha costretto il governo ad ‘indagare’. Ha condiviso i risultati della sua presunta indagine su Facebook il 10 gennaio.

Anche se il governo ha riconosciuto che i 10 uomini Rohingya  sono stati giustiziati dall’esercito e da una folla di buddisti, ha dato in gran parte la colpa agli uomini uccisi.

In una dichiarazione confusa la ‘Squadra della Verità’ del governo,  ha scritto:

“Si è scoperto che le persone di quella etnia avevano delle lagnanze da fare contro quei 10 terroristi bengalesi coinvolti nell’attacco terroristico contro gli abitanti bengalesi del villaggio che hanno arrestato e ucciso U Maung Ni senza motivo e che hanno minacciato e intimidito le persone di quella etnia, e quindi questi hanno ucciso i 10 terroristi bengalesi arrestati che erano desiderosi di uccidere gli arrestati per fare vendetta.”     

Le campagne omicide della Birmania sono ora impossibili da nascondere e nessun maldestro tentativo del governo di insabbiare le cose, nasconderà i fatti. La vera tragedia è che il resto del mondo osserva come se non importasse nulla.

Per quanto tempo ancora i Rohingya devono sopportare questo prima che si faccia qualcosa per alleviare le loro sofferenze?

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo libro più recente  è: ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Press). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è Studioso  Non Residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali all’Università della California, sede di Santa Barbara. Il suo sito web è: www.ramzybaroud.net.

Nella foto: Rohingya in fuga per scampare alla pulizia etnica contro di loro.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-massacre-of-inn-din

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY

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