Terminologie ambigue

Print Friendly
Il corpo coperto di Abdel Fattah al-Sharif, 21 anni, nella città di Hebron, West Bank – Foto Getty Images

 

di  Ramzy Baroud  – 14 giugno 2018

Ciò che sta succedendo in Palestina non è un ‘conflitto’. Utilizziamo facilmente il termine ma, in realtà, la parola ‘conflitto’ è fuorviante. Equipara i palestinesi oppressi con Israele, una potenza militare in violazione di numerose Risoluzioni delle Nazioni Unite.

Sono queste terminologie ambigue che consentono a persone come l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Nikki Haley, di perorare il ‘diritto di difendersi’ di Israele, come se i palestinesi occupati e colonizzati militarmente fossero quelli che minacciano la sicurezza del loro occupante e tormentatore.

In effetti, è precisamente questo che la Haley ha fatto per contrastare una bozza di Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU presentata dal Kuwait per offrire un minimo grado di protezione ai palestinesi. La Haley ha posto il veto alla bozza, proseguendo così una pessima eredità di difesa statunitense di Israele, nonostante la continua violenza di quest’ultimo contro i palestinesi. Non sorprende che su 80 veti esercitati dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la maggioranza sia stata opposta per proteggere Israele. Il primo di tali veti nell’interesse di Israele risale al settembre 1072 e il più recente, usato dalla Haley, è stato esercitato il 1° giugno.

Prima di essere posta al voto, la bozza del Kuwait era stata rivista tre volte al fine di ‘annacquarla’. Inizialmente sollecitava la protezione del popolo palestinese dalla violenza israeliana.

La bozza finale chiedeva semplicemente “la considerazione di misure per garantire la sicurezza e la protezione della popolazione civile palestinese nel Territorio Palestinese Occupato, compresa la Striscia di Gaza”.

Tuttavia, la Haley ha ritenuto il linguaggio “esageratamente unilaterale”.

La quasi unanimità a sostegno della bozza del Kuwait ha incontrato il totale rigetto della bozza di risoluzione della Haley che chiedeva che i gruppi palestinesi cessassero “ogni azione provocatoria violenta” a Gaza.

Le ‘azioni provocatorie’ cui si fa riferimento nella bozza della Haley sono la mobilitazione di massa di decine di migliaia di palestinesi a Gaza, che hanno manifestato pacificamente per settimane, sperando che le loro proteste riportino all’ordine del giorno dell’ONU l’assedio israeliano di Gaza.

La contro-bozza di risoluzione della Haley non ha ottenuto un singolo voto a favore, eccettuato quello della stessa Haley. Ma tale umiliazione sul palcoscenico internazionale non è certo un problema per gli Stati Uniti che  hanno messo in gioco la loro reputazione internazionale e la loro politica estera per proteggere Israele a ogni costo, persino da osservatori disarmati il cui compito consiste semplicemente nel riferire quello che vedono sul campo.

L’ultima di tali ‘forze’ è stata quella di 60 membri – poi aumentati a 90 – della Presenza Internazionale Temporanea a Hebron (TIPH).

La TIPH è stata fondata nel maggio del 1996 e ha presentato numerosi rapporti sulla situazione nella città palestinese occupata, specialmente nell’area H-2, una piccola parte della città che è controllata dall’esercito israeliano per proteggere alcuni dei coloni ebrei illegali più violenti.

Jan Kristensen, un tenente colonnello a riposo dell’esercito norvegese che ha guidato la TIPH, ha avuto queste parole dopo aver completato un anno di missione a Hebron nel 2004:

“L’attività dei coloni e dell’esercito nell’area H-2 di Hebron sta creando una situazione irreversibile. In un certo senso è attuata una pulizia dell’area. In altre parole, se la situazione continuerà ancora per pochi anni il risultato sarà che non rimarrà là nessun palestinese”.

Si può solo immaginare che cosa è accaduto a Hebron da allora. L’esercito e i coloni ebrei sono divenuti così incoraggiati da arrivare a giustiziare palestinesi a sangue freddo con scarse o nessuna conseguenza.

Uno di tali episodi è divenuto particolarmente famosa, poiché è stato ripreso in video. Il 23 marzo 2015 un soldato israeliano ha condotto un’operazione di routine sparando alla testa a un palestinese neutralizzato.

L’esecuzione di Abd Al-Fattah Al-Sharif, ventunenne, è stata filmata da Imad Abushamsiya. Il video virale ha causato un grande imbarazzo a Israele, costringendolo a condurre un processo farsa nel quale il soldato israeliano che aveva ucciso Al-Sharif ha ricevuto una condanna mite; è stato poi rilasciato ricevendo un’accoglienza degna di un eroe.

Abushamsiya, che aveva filmato l’assassinio, tuttavia è stato molestato sia dall’esercito sia dalla polizia israeliani e ha ricevuto numerose minacce di morte.

La pratica israeliana di punire il messaggero non è nuova. Anche la madre di Ahed Tamimi, Nariman, che ha filmato sua figlia adolescente mentre affrontava soldati israeliani armati, è stata incarcerata e condannata.

Israele ha praticamente punito palestinesi per aver filmato il proprio asservimento da parte di soldati israeliani autorizzando, al tempo stesso, quegli stessi soldati a fare quel che volevano; ora sta per trasformare questa realtà quotidiana in una vera e propria legge.

A fine maggio è stata presentata alla Knesset israeliana una proposta di legge che vieta di “fotografare e documentare soldati (dell’occupazione israeliana)” e che “criminalizza chiunque filmi, fotografi e/o registri soldati nel corso del loro servizio”.

La proposta di legge, che è appoggiata dal ministro israeliano della difesa Avigdor Lieberman, prevede cinque anni di carcere per i violatori.

La proposta di legge significa in pratica che ogni forma di controllo dei soldati israeliani è un reato. Se questa non è una chiamata a perpetui crimini di guerra, che cos’è?

Tanto per andare sul sicuro, una seconda proposta di legge propone di concedere l’immunità a soldati sospetti di attività criminali nel corso di operazioni militari.

La proposta è promossa dal viceministro della difesa, Eli Ben Dahan, è sta guadagnandosi sostegno alla Knesset.

“La verità è che la proposta di legge di Ben Dahan è del tutto ridondante”, ha scritto Orly Noy sul sito israeliano +972.

Noy ha citato un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din che mostra che “soldati che risultano aver commesso crimini contro la popolazione palestinese nei Territori Occupati godono di un’immunità quasi totale”.

Ora, i palestinesi sono più vulnerabili che mai e Israele, con l’aiuto dei suoi incoraggiatori statunitensi, è più sfrontato che mai.

Questa tragedia non può continuare. La comunità internazionale e le organizzazioni della società civile – indipendenti dal governo statunitense e dai suoi veti vergognosi – devono assumere la responsabilità legale e morale di controllare le azioni di Israele e di offrire una protezione significativa ai palestinesi.

Israele non dovrebbe avere mano libera di prevaricare i palestinesi a volontà e la comunità internazionale non dovrebbe stare a guardare il sanguinoso spettacolo mentre continua a svolgersi.

Ramzy Baroud è un giornalista, autore ed editore di Palestine Chronicle. Il suo imminente libro è ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Presso, London). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è studioso non residente all’Orfea Center for Global and International Studies, University of California, Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.  

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/ambiguous-terminologies/

Originale: Ramzybaroud.net

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Perché i poveri sono così patriottici negli Stati Uniti? Successivo Le donne curde protestano dopo che hanno detto loro di indossare la hijab