Non si può commettere un genocidio senza l’aiuto della gente locale

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Non si può commettere un genocidio senza l’aiuto della gente locale

Di Robert Fisk

25 maggio 2018

Come si organizza un genocidio che vada a buon fine nell’Armenia turca di un secolo fa, nell’Europa occupata dai Nazisti negli anni ’40 o in Medio Oriente, oggi? Un’indagine degna di nota fatta da un giovane studioso di Harvard e che è focalizzata sul massacro di Armeni in una sola città della Turchia Ottomana di 103 anni fa, indica che la risposta è semplice: un governo che attua un genocidio deve avere l’apporto locale di ogni ramo della società rispettabile: esattori delle tasse, giudici, magistrati, giovani funzionari di polizia, membri del clero, avvocati, banchieri e, cosa più dolorosa di tutte, i vicini delle vittime.

Lo studio dettagliato di Umit Kurt sul massacro degli Armeni ad Anterp, nella Turchia meridionale nel 1915 che appare nell’edizione più recente del Journal of Genocide Research, si concentra sulla espropriazione, stupro e uccisione di 20.000 del milione e mezzo di Cristiani Armeni massacrati dai Turchi Ottomani nel primo olocausto del XX secolo. Lo studio non soltanto elenca la serie di deportazioni da Anterp preparate con attenzione e le commuoventi speranze di coloro che venivano risparmiati temporaneamente – una storia tragicamente nota in così tante storie dei ghetti ebraici dell’Europa Orientale – ma elenca le proprietà e i beni che le autorità cittadine e i contadini, avevano cercato di saccheggiare a coloro che mandavano a morte.

In questo modo i perpetratori locali si sono impadroniti di fattorie, di piantagioni di  alberi di pistacchio, di vigne, di bar, di negozi, di mulini ad acqua, di proprietà della chiesa, di scuole e di una biblioteca. Ufficialmente era definita “espropriazione” o “confisca” , ma, come fa notare Umid Kurt “moltissime persone erano legate insieme in una cerchia di profitti che era allo stesso tempo un circolo di complicità”. L’autore, nato nella moderna Gaziantep, in Turchia, la originaria Antep, è di origini Curdo-Arabe e la sua prosa sobria, asciutta rende la sua tesi di 21 pagine ancora più spaventosa.

Non traccia alcun parallelo tra l’olocausto armeno – un’espressione che gli stessi Israeliani usano per gli Armeni – e l’olocausto ebraico e neanche gli attuali     genocidi nel moderno Medio Oriente. Nessuno, però, può leggere le parole di Umid Kurt senza che si ricordi degli eserciti di fantasmi che infestano la storia successiva; i collaborazionisti della Francia occupata dai Nazisti, dei collaborazionisti dei Nazisti a Varsavia e a Cracovia e delle diecine di migliaia di civili musulmani sunniti che hanno permesso all’Isis di rendere schiave le donne Yazidi e di distruggere i cristiani di Ninive. Anche queste vittime si sono trovate  sfrattate dai loro vicini, con le loro case saccheggiate e la loro proprietà svenduta dai funzionari che avrebbero dovuto proteggerli mentre affrontavano il proprio sterminio.

Uno degli argomenti più potenti di Kurt, è che un governo centrale non può riuscire a sterminare una minoranza della sua gente senza l’appoggio dei loro cittadini: gli Ottomani hanno avuto bisogno dei Musulmani di Antep per mettere in atto gli ordini di deportazione nel 1915 – ricompensati con la proprietà di coloro che stavano aiutando a liquidare – proprio come la gente locale aveva bisogno dell’autorità centrale per legittimare quelli che oggi chiameremmo crimini di guerra.

Umit Kurt è uno dei pochi studiosi che riconosce il crescente potere economico degli Armeni Ottomani nei decenni prima del genocidio: “l’invidia e il risentimento  della comunità musulmana,” scrive, “ha svolto un ruolo fondamentale nell’atmosfera di diffusione dell’odio”, così come anche le ripetute rivendicazioni Ottomane che gli Armeni aiutavano i nemici alleati della Turchia – la stessa routine del tradimento con la “pugnalata alle spalle” che Hitler usava per radunare i nazisti contro i comunisti e gli Ebrei nella Repubblica di Weimar. Oggi, in Medio Oriente, sono gli “infedeli” – i Cristiani “Crociati” (cioè, favorevoli all’Occidente) che sono fuggiti per salvarsi la vita, presumibilmente per avere tradito l’Islam.

Si sarebbe dovuto avere il proverbiale cuore di pietra per non essere commossi dalla storia degli Armeni di Antep nella primavera del 1915. Anche se inizialmente perseguitati dalla sanguinaria “Organizzazione Speciale” Ottomana Teskilat-i Mahsusa, l’equivalente più prossimo  degli Einsatzgruppen* (unità operative) naziste degli anni ’40 e soggetti ad arresto temporaneo, gli Armnei di Antep, all’inizio, furono lasciati soli. Videro, però, dei convogli armeni di altre città che attraversavano Antep: sul primo  c’erano 300 donne e bambini “feriti, con le  ferite infette e i vestiti a brandelli”. Per altri due mesi i convogli adibiti alla deportazione, si spostarono in tutta la città in un desolazione piena di sofferenza. “Le ragazze e i ragazzi armeni erano stati rapiti; i beni e il denaro delle donne erano stati saccheggiati; le donne erano state violentate pubblicamente con la complicità attiva delle gendarmerie e dei funzionari di governo.”

Come gli Ebrei in Europa che all’inizio erano rimasti non disturbati  dal genocidio dei loro correligionari, gli Armeni di Antep non potevano credere al loro probabile destino. “Malgrado tutto quello che sta accadendo attorno a noi…” ha scritto un testimone oculare…”, “il numero di coloro che hanno nascosto la testa sotto la sabbia come uno struzzo, non era piccolo. Queste persone si sono autoconvinte di essere felici e che stavano cercando di ingannare loro stesse    che una simile deportazione non era possibile per Aintab (la parola usata nei testi francesi per Antep) che nulla di brutto sarebbe accaduto a loro.”

Come le coraggiose famiglie polacche e i pochi Oskar Schindler della Germania nazista, pochi turchi coraggiosi si opposero al genocidio armeno. Celal Bey, il governatore di Aleppo – a 98 km. da Antep – si rifiutò di deportare gli armeni, ma lo fecero dimettere. I Cristiani armeni di Antep furono condannati.

Il 30 luglio, a 50 famiglie armene fu ordinato di andarsene entro 24 ore. Prima, furono mandati via soltanto i Cristiani Ortodossi, che dovettero abbandonare  tutti gli oggetti di valore. Un sopravvissuto ricorda: “i nostri vicini, i Turchi, cantavano nelle loro case e potevamo sentirli…’Il cane sta arrivando’… Una settimana dopo, altre 50 famiglie furono deportate e furono attaccate da banditi della milizia guidati dal manager della locale Banca Agricola. Ad Antep, le donne venivano violentate e mandate in “harem” locali. Un capo villaggio della zona (un “mukhtar”) uccise sei bambini armeni gettandoli da una montagna.  I convogli divennero più grandi: 1550 Armeni da Antep il 13 agosto, per esempio, furono inviati in treno o a piedi ad Aleppo e a Deir ez-Zour. Venne poi il turno degli armeni cattolici.

Sopravvive un penoso resoconto di una cerimonia religiosa di ringraziamento tenuta da Protestanti – gli unici Armeni che fino ad allora erano scampati alla uccisione durante la quale uno dei loro capi, implorava tristemente la sua gente di non fare nulla che poetesse contrariare le autorità turche. “che nessuno accolga in casa sua un bambino o chiunque altro a cui è stato detto di andarsene, o che siano quelli che passano nella città come rifugiati o che facciano parte dei nostri amici o parenti in città.” Non c’erano buoni Samaritani là, ma, naturalmente, anche i Protestanti sono stati deportati. Su 600 famiglie protestanti, quasi 200 erano state annientate a Deir ez-Zour nel gennaio 2016.

Il capo della polizia locale di Antep è stato promosso per il suo entusiasmo. Nei cosiddetti “comitati per la deportazione” che decidevano il destino degli Armeni, si potevano trovare il membro locale di Antep del parlamento, vari funzionari locali, il presidente della municipalità, due funzionari del dipartimento della finanza, due giudici, un magistrato, il primo segretario del tribunale di Antep, un ex mufti (giurista), due imam (capi religiosi), due ulema (teologi),  due sceicchi del villaggio, il segretario di un’organizzazione benefica,   un dottore, un avvocato e il direttore di un orfanatrofio.  “Nessun membro di queste degne persone locali,” scrive Umit Kurt “hanno fatto nulla per protestare contro le deportazioni, nascondere le persone vulnerabili, o fermare i convogli.” Dei 32.000 Armeni di Antep, 20.000 sono morti nel genocidio.

Ma in realtà i fantasmi sopravvivono.

Questa settimana, per caso, stavo finendo di leggere la scioccante storia di Martin Winstone del dominio nazista nel “governo generale” occupato della Polonia: The Dark Heart of Hitler’s Europe  (Il cuore oscuro dell’Europa di Hitler),  e ho scoperto che gli ebrei e i polacchi di Varsavia, Cracovia e Lublino spesso hanno patito lo stesso processo di false speranze, collaborazione e annientamento degli Armeni di Aleppo.

Mentre la maggior parte dei Polacchi si sono comportati con coraggio, dignità ed eroismo, una minoranza di non-ebrei (e questo è il motivo per cui l’attuale governo della Polonia sta minacciando di punire chiunque parli di collaborazione polacca co i nazisti) “ha partecipato direttamente al processo di uccisione”, secondo Winstone. Questi comprendevano la polizia “blu” polacca, cioè normali poliziotti con le loro solite uniformi blu, ma anche contadini locali della zona di Lublino, molti dei quali derubavano le loro vittime prima di picchiarle a morte. Centinaia, forse migliaia di ebrei fuggitivi sono caduti vittime dei perpetratori di tali violenze “che erano capi del villaggio, membri delle guardie del villaggio formatesi durante l’occupazione o poliziotti “blu” che agivano in maniera non ufficiale. Quando sono stati scoperti 50 ebrei che si nascondevano a Szczebrzeszyn, una “folla ha guardato”. Un potente fattore nell’uccisione e nella denuncia degli Ebrei, conclude l’autore, è stata la concupiscenza per le proprietà degli Ebrei”.

E oggi, in Medio Oriente, conosciamo fin troppo bene il modello di  contro i vicini, le ragazze cristiane prese dagli Islamisti, le famiglie Yazidi distrutte e le loro case saccheggiate dalle milizie sunnite locali. Quando l’Isis è fuggita dalla città di Hafter, a est di Aleppo, ho trovato i documenti dei locali tribunali dell’Isis; hanno dimostrato che i civili siriani avevano fornito informazioni sui loro cugini ai giudici egiziani dei tribunali islamisti, che i vicini avevano cercato una ricompensa finanziaria denunciando coloro che avevano vissuto per decenni accanto a loro. In Bosnia, negli anni ’90, come sappiamo, i vicini serbi hanno massacrato i loro compatrioti musulmani, hanno violentato le loro donne e si sono impadroniti delle loro case.

No, questa non è una novità, ma è qualcosa che troppo spesso dimentichiamo. Nel 1940, quando il governo britannico a chiesto a  mio padre di fare i nomi delle persone di Maidstone, nel Kent, che potevano collaborare con i nazisti dopo un’invasione, egli mise uno dei suoi migliori amici, un uomo d’affari locale, sulla lista di coloro che avrebbero aiutato i tedeschi. La pulizia etnica, il genocidio, le atrocità settarie di massa potevano certo essere dirette da Costantinopoli, Berlino, Belgrado o Mosul. I criminali di guerra hanno, però, necessità che la loro gente completi i loro progetti o – per usare una vecchia espressione tedesca – “che aiutino a dare una spinta alla ruota”.

*https://it.wikipedia.org/wiki/Einsatzgruppen

Nella foto:  soldati in piedi fanno la guardia  davanti al monumento commemorativo Tsitsernakaberd a Erevan, capitale dell’Armenia, durante la cerimonia di commemorazione per il centesimo anniversario del genocidio armeno.

Robert Fisk scrive per The  Independent, dove questo articolo è originariamente apparso

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://www.counterpunch.org/2018/05/25/you-cant-commit-genocide-without-the-help-of-local-people

Originale : The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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