La mano degli Stati Uniti nell’indebolire la democrazia in Venezuela

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La mano degli Stati Uniti nell’indebolire la democrazia in Venezuela

Di Alexander Main

20 maggio 2018

Di solito veniva disapprovato il fatto di chiedere apertamente un colpi di stato militari e interventi degli Stati Uniti in America Latina. Non più. Almeno non quando si tratta del Venezuela, un paese dove – secondo la narrativa prevalente – un dittatore brutale sta affamando la popolazione e sta reprimendo tutte le opposizioni.

Lo scorso agosto, il Presidente Trump ha casualmente citato una “opzione militare” per il Venezuela mentre era sul suo campo da golf in New Jersey, provocando  scalpore in America Latina ma a malapena un pigolio a Washington. Analogamente, Rex Tillerson, allora segretario di stato, ha parlato favorevolmente su una possibile estromissione del Presidente venezuelano Nicolás Maduro.

Nei mesi recenti, articoli di opinione che suggerivano che un golpe o un’invasione militare straniera in Venezuela, poteva essere un fatto positivo, hanno costellato il panorama dei media statunitensi, dal Washington Post al Project Syndicate e al New York Times. Ogni tanto un opinionista sostiene che un golpe potrebbe avere conseguenze indesiderate, per esempio, se un ipotetico colpo  contro il regime   dovesse decidere di intensificare le relazioni con la Russia o con la Cina.

Raramente qualcuno fa notare che, prima di tutto, è un dibattito folle da fare, particolarmente riguardo a un paese dove le elezioni si svolgono di frequente e sono considerate, con poche eccezioni competitive e trasparenti. Sabato 20 maggio, Maduro sarà di nuovo in ballo per la rielezione. I sondaggi indicano che, se l’affluenza sarà alta, gli potrebbero sollevarlo dall’incarico.

Il fatto che i colpi di stato, e non le elezioni, siano il tema caldo, è un triste riflessione sulla direzione distorta che ha preso la corrente discussione. Da molti anni, ormai, gran parte dell’analisi e dei servizi giornalistici sulla nazione ricca di petrolio ma economicamente in difficoltà, hanno offerto una descrizione in bianco e nero, sensazionalizzata di una situazione interna complessa e con sfumature. Inoltre c’è stata una scarsa discussione seria sulle politiche dell’amministrazione Trump verso il Venezuela, anche se infliggono ulteriore danno all’economia del paese, peggiorano la scarsezza di medicine di promo soccorso e di cibo, e minano la pace e la democrazia.

Le parti si irrigidiscono

Affinché non dimentichiamo, Maduro, spesso descritto dai politici e dagli opinionisti

statunitensi come un dittatore, era stato eletto in elezioni  a sorpresa, svoltesi un mese dopo la morte del suo predecessore, Hugo Chávez, all’inizio del 2013, Poiché in Venezuela un mandato presidenziale dura sei anni, il suo attuale mandato costituzionale terminerà all’inizio del 2019.

Fin dall’inizio, alcuni settori dell’opposizione venezuelana hanno rifiutato la legittimità di Maduro e hanno chiesto l’immediata cessazione delle sue funzioni. Nel 2014 e di nuovo nel 2017, hanno appoggiato movimenti di protesta che miravano esplicitamente a causare notevoli disagi   nelle principali zone urbane, per cercare di imporre la rimozione del governo, per esempio tramite una forte pressione del popolare o per mezzo di un intervento militare interno o esterno.

Anche se molte di queste proteste sono state pacifiche, altre sono diventate violente e si sono concluse con molte vittime, alcune attribuibili alle forze di sicurezza dello stato e altre ai membri del movimento di protesta, secondo rapporti attendibili e prove documentarie. Sono stati arrestati centinaia di dimostranti, e alcuni personaggi dell’opposizione, compresi l’ex sindaco del distretto  Chacao di Caracas,   Leopoldo López sono stati condannati al carcere per presunto incitamento alla violenza.  Attualmente López è agli arresti domiciliari dopo essere stato in carcere per tre anni.

I sostenitori dell’opposizione credono che i diritti a un giusto processo di López e di altri coinvolti nelle proteste, siano stati violati, e certamente ci sono motivazioni per questo argomento. Nel frattempo, alcuni sostenitori del governo credono che questi individui meritino punizioni più dure per avere cercato di usurpare la volontà popolare tramite la destabilizzazione e la violenza, in una maniera che ricorda la vigilia del colpo di stato militare di breve durata del 2002 contro Chávez, in cui erano coinvolti López e altri leader dell’opposizione.

Alla fine del 2015, l’opposizione in Venezuela aveva ottenuto una grande maggioranza di seggi alle elezioni per l’Assemblea Nazionale. Però subito i rami esecutivo e legislativo del paese si sono trovati in violento contrasto circa i presunti di frodi elettorali che hanno portato la Suprema Corte del Venezuela, un organismo ampiamente considerato leale al governo, a escludere tre deputati dell’opposizione. L’allontanamento di questi deputati ha significato la perdita della maggioranza qualificata  di due terzi dell’alleanza dell’opposizione  che le dava ampi poteri di intervenire a livello esecutivo.

L’opposizione ha protestato è si è rifiutata di rispettare la decisione del tribunale che, come reazione, si è rifiutato di riconoscere la legittimità del parlamento. Le istituzioni del Venezuela hanno cessato di interagire secondo il  programma  costituzionale e ogni parte ha adottato tattiche sempre più radicali per cercare di avere la meglio.

I leader dell’opposizione hanno appoggiato una nuova serie di proteste che sono diventate sempre più agguerrite e violente e che hanno paralizzato delle fondamentali strade a Caracas e in altre città, ogni volta per vari giorni. Gruppi di dimostranti si sono spesso scontrati con le forze di sicurezza e moltissime persone sono state uccise, anche tra i dimostranti, tra gli agenti delle forze di sicurezza e tra gli astanti.

Il governo di Maduro ha reagito al crescente caos nelle strade, indicendo le elezioni per una Assemblea Nazionale Costituente che dovrebbe preparare una nuova costituzione e, secondo Maduro, portare “ordine, giustizia e pace” al Venezuela.

L’opposizione, avendo denunciato l’iniziativa come un complotto per destituire l’Assemblea Nazionale, ha boicottato le elezioni. Prevedibilmente, il nuovo organismo è quasi interamente a favore del governo e gli Stati Uniti e i loro governi alleati si sono rifiutati di riconoscerlo. In seguito alle elezioni dell’Assemblea Costituente, il movimento di protesta si è trovato in difficoltà e l’opposizione si è divisa ulteriormente, con gli estremisti che chiedono ulteriori boicottaggi delle successive elezioni regionali e municipali. In conseguenza di questo, e di altri fattori, gli elettori all’opposizione non sono riusciti a mobilitarsi e il governo ha ottenuto la maggioranza dei voti in entrambi i contesti elettorali alla fine del 2017.

L’economia

Lo scenario della prolungata crisi politica del Venezuela, è stato, naturalmente, il pantano economico della nazione, che peggiora sempre di più. Anche se i prezzi del petrolio che precipitano hanno certamente svolto un ruolo, indubbiamente Maduro ha una parte di responsabilità per la profonda depressione e iperinflazione che ha spinto centinaia di migliaia dei suoi connazionali a emigrare e che ha causato il crollo dei suoi numeri nei sondaggi.

Mentre molti ideologi danno la colpa al “socialismo” per i mali economici del paese,

la maggior parte degli economisti indicano una serie di errori di linea politica che non hanno nulla a che vedere con il socialismo. La cosa più devastante è stato il sistema disfunzionale di tasso di cambio che ha portato a una spirale sempre peggiore di “inflazione-svalutazione” negli scorsi 4 anni, e ora a una iperinflazione. Anche la benzina gratuita e i controlli sui prezzi che non hanno funzionato, hanno contribuito alla crisi. Le sanzioni finanziarie dell’amministrazione Trump – più che tutti i precedenti tentativi di destabilizzazione, che sono stati significativi – hanno reso quasi impossibile al governo di uscire dal caos senza aiuto esterno.

Come se questa situazione profondamente angosciante non fosse sufficiente, gli organi di stampa hanno spesso pubblicato resoconti esagerati circa le condizioni del Venezuela, che descrivevano la fame estesa, per esempio. Certamente gli altissimi prezzi del cibo hanno contribuito all’aumento della denutrizione in tutto il paese, ma questo è ben altro rispetto a una carestia su larga scala.

Soprattutto ci sono stati scarsi servizi giornalistici dei media statunitensi circa l’ulteriore danno provocato dalle sanzioni finanziarie dell’amministrazione Trump, annunciate alla fine di agosto dello scorso anno (poco tempo dopo la dichiarazione di Trump circa una “opzione militare” per il Venezuela.

Come ha spiegato il mio collega Mark Weisbrot, l’embargo finanziario unilaterale e illegale di Trump –  ha tagliato fuori il Venezuela dalla maggior parte dei mercati finanziari – ha avuto due principali conseguenze, entrambe la quali comportano maggiori difficoltà economiche per i Venezuelani.  Primo, causa   anche maggiore mancanza di beni essenziali , compresi cibo e medicine. Secondo, rende quasi impossibile la ripresa economica, dato che il governo non può   o ristrutturare il suo debito estero, e in alcuni casi neanche effettuare normali transazioni per le importazioni, comprese quelle delle medicine.

A parte il fatto di aver  fomentato un maggior scompiglio economico in Venezuela, Trump e la sua cricca di consiglieri per il Venezuela, compreso il Senatore Repubblicano Marco Rubio, hanno appoggiato gli intransigenti  dell’opposizione nei loro sforzi di affossare i tentativi di dialogo e di minare le elezioni, anche quando esse offrono la possibilità di una transizione politica pacifica.

Un esempio tipico: le elezioni presidenziali di questa domenica. Henri Falcón, ex governatore e gestore della campagna elettorale del candidato alla presidenza, Henrique Capriles, si è  candidato come indipendente contro Mduro e altri tre candidati. Vari importanti partiti di opposizione stanno boicottando le elezioni perché, tra gli altri motivi, disapprovano l’anticipo della data  delle elezioni che dicono lascia loro tempo insufficiente per organizzare una forte campagna; l’autorità elettorale ha, tuttavia, accettato un mese di rinvio rispetto alla data iniziale. Neanche due partiti di opposizione, Prima la Giustizia e Unità Popolare, non sono stati capaci di registrare i candidati perché presumibilmente non rispondevano ai requisiti formali necessari.

Tuttavia, i sondaggi riguardo agli elettori svolti dalla società Datanalysis,  citata più di frequente, indicano che Falcón vincerebbe se ci fosse un’alta affluenza alle urne. Prima di confermare la sua candidatura, Falcón si è assicurato forti garanzie dall’autorità elettorale del paese, assicurandosi la trasparenza, l’accessibilità dell’elettore e la segretezza del voto, come in tutte le precedenti elezioni contestate fin da quando Chávez si era insediato nella carica nel 1999.

L’amministrazione Trump, però, dopo aver minacciato senza successo  Falcón di sanzioni finanziari individuali se non rinunciava alla sua candidatura, ha appoggiato il boicottaggio delle elezioni fatto da settori dell’opposizione più radicali che considerano Falcón che è stato alleato di Chávez fino al 2010, troppo disponibile al compromesso con i chavisti, se fosse eletto. L’amministrazione Trump ha perfino minacciato sanzioni  mirate al petrolio venezuelano, se si svolgeranno le elezioni.

Delle fonti indicano che quando Falcón e anche il governo venezuelano hanno richiesto che le Nazioni Unite inviassero una squadra internazionale di osservatori per controllare le elezioni, i funzionari dell’ONU erano intervenuti per assicurarsi che nessun monitoraggio avrebbe avuto luogo.

Dato che il governo degli Stati Uniti e l’opposizione del Venezuela stanno facendo del loro meglio per rendere possibile l’appello degli estremisti a mettere in atto un boicottaggio, c’è l’alta possibilità che la partecipazione del campo dell’opposizione sarà bassa e che Maduro vincerà l’elezione  con un forte margine. Possiamo aspettarci che l’amministrazione denunci immediatamente un procedimento “fraudolento” e “illegittimo” e che intraprenda ulteriori azioni che renderanno ancora più difficile la vita ai Venezuelani comuni.

Tra Obama e Trump

Vale la pena osservare che la politica di Trump per il Venezuela è, per lo più, una continuazione della politica del Presidente Obama verso il Venezuela, anche se l’embargo finanziario e le richieste di un golpe militare sono particolarmente vergognose e sprezzanti nei confronti della legge internazionale e delle norma delle nazioni civilizzate. Le sanzioni di Trump     su un regime di sanzioni di Obama che identificano il Venezuela come una “minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale.” Quando Obama ha iniziato un processo per normalizzare le relazioni con Cuba, ha iniziato a prendere di mira i beni di vari funzionari importanti e di individui associati con il governo di Maduro.

Con Obama, il governo degli Stati Uniti ha continuato il finanziamento dell’era di Bush alle organizzazioni di opposizione politica in Venezuela e ha fatto ripetutamente pressioni sui governi regionali per censurare il Venezuela nelle organizzazioni multilaterali, come l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Ha anche rifiutato di accettare un ambasciatore venezuelano a Washington – invitandone, allo stesso tempo, uno da Cuba – e si è unito ai membri intransigenti dell’opposizione nel rifiutare di riconoscere la vittoria elettorale di Maduro dell’aprile 2013.

Essenzialmente, l’amministrazione Obama – come l’Amministrazione Bush, che era stata coinvolta nei colpi di stato di breve durata, del 2002 contro Hugo Chávez, aveva la politica di promuovere il “cambiamento di regime” in Venezuela. La loro linea politica ha assunto una direzione più aggressiva, manifesta e pericolosa, con l’amministrazione Trump.

Purtroppo, non c’è stata, praticamente, nessuna critica per gli sforzi del governo americano di rovesciare il governo venezuelano, in nessuno dei media più importanti. Nel Congresso degli Stati Uniti, dove un gran numero di legislatori ora i oppongono

all’embargo contro Cuba, per esempio, ci sono scarse proteste, con l’importante eccezione di un piccolo gruppo di Democratici progressisti che si sono opposti a sanzioni contro il Venezuela, sia durante l’amministrazione Obama che durante quella di Trump. La maggior parte dell’establishment politico e dei media sembra credere che Trump abbia il giusto piano di azione politico per il Venezuela, e che molti liberali facciano notare casi di corruzione, violazioni dei diritti umani e altri crimini che presumibilmente coinvolgono funzionari venezuelani come giustificazione delle loro misure rigorose.

Nessuno di questi critici, ora chiede, tuttavia, più ampie sanzioni economiche contro i paesi latino-americani che hanno una storia di gran lunga più violenta e repressiva. Contro l’Honduras, per esempio, dove le forze armate sono state di recente impegnate per reprimere violentemente dimostrazioni pacifiche subito dopo elezioni fraudolente, che il governo degli Stati Uniti hanno riconosciuto. Oppure contro la Colombia e il Messico, dove, nei mesi scorsi, molti candidati politici e leader sociali sono stati uccisi con impunità.

Il Venezuela viene trattato in maniera diversa dagli Stati Uniti, per ovvie ragioni: ha un governo che cerca di essere indipendente da Washington e che è seduto in cima a centinaia di miliardi di barili di riserve petrolifere che, quando l’economia venezuelana alla fine si riprenderà, metterà in grado il governo di avere un’influenza di vasta portata nella regione.

Infatti questo è esattamente ciò che è accaduto durante l’amministrazione Chávez. Il Venezuela era cresciuto in popolarità nell’America Centrale e nei Caraibi grazie, in gran parte, alla generosa iniziativa del governo, la Petrocaribe che ha portato benefici tangibili a molti paesi nella regione. Ha avuto anche influenza sulla creazione di istituzioni regionali come la Comunità di stati Latino Americani e dei Caraibi (CELAC) e l’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR) che erano molto più indipendenti dagli Stati Uniti che l’Organizzazione degli stati americani (OAS) con sede a Washington, D.C.

Indipendentemente da ciò che si pensa dell’attuale governo del Venezuela, è ora di riconoscere che la politica degli Stati Uniti verso il paese sta peggiorando le cose. Sta generando più problemi economici, instabilità, e polarizzazione politica in Venezuela, e sta minando le probabilità di raggiungere una soluzione pacifica della crisi politica del paese.

Le chiacchiere di golpe e di interventi militari in Venezuela, o in qualsiasi altra parte dell’America Latina, devono ritornare al loro precedente status di tabù, in particolare data la ricettività  di idee assurde  dell’attuale leadership degli Stati Uniti. E’ ora, invece, che i cervelli più freddi di tutto lo spettro politico operino insieme per cambiare la direzione della politica statunitense verso il Venezuela. Per prima cosa, i cittadini degli Stati Uniti che si preoccupano per il Venezuela, devono organizzarsi per costringere Trump a revocare l’embargo finanziario; dobbiamo, poi, incoraggiare gli sforzi di costruire la fiducia e il dialogo lungo lo spartiacque politico, e allo stesso tempo emarginare gli intransigenti che si oppongono a qualsiasi forma di compromesso.

Nella foto: il candidato Henry Falcón, del partito Avanzada Progresista, saluta i suoi sostenitori durante il suo comizio conclusivo a Maracaibo, il 12 maggio 2018.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-u-s-hand-in-undermining-democracy-in-venezuela

Originale: NACLA

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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