Dire cose ragionevoli riguardo alla immigrazione

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Dire cose ragionevoli riguardo alla immigrazione

Di Aviva Chomsky

13 marzo 2018

Il dibattito sull’immigrazione sembra essere impazzito.

Il programma largamente popolare del Presidente Obama denominato Azione differita per gli arrivi dei bambini, o DACA* (Deferred Action for Childhood Arrivals), che ha offerto un temporaneo sollievo a circa 750.000 giovani immigrati portati negli Stati Uniti da bambini, sta terminando…eccetto che non sta finendo, tranne che sta finendo…il Presidente Trump sostiene che lo sta sostenendo, ma ne ha ordinato la sospensione, mentre sia i Repubblicani che i Democratici insistono a volerlo conservare e si incolpano reciprocamente della sua imminente fine. (Nel frattempo, la Corte Suprema di recente è intervenuta per permettere ai  beneficiari del DACA di rinnovare il loro status almeno per ora.

In un solo giorno a metà febbraio, il Senato ha rifiutato non meno di quattro leggi sull’immigrazione. Queste andavano da una    proposta di punire le città-rifugio che imponevano limiti alla collaborazione della polizia locale con i funzionari dell’ Agenzia per l’Immigrazione e la Dogana (ICE). Riguardo alle importanti revisioni della Legge del 1965 per la Legge di Immigrazione e Nazionalità che stabilivano l’attuale sistema di quote dell’immigrazione (con preferenze per la “riunificazione della famiglia”).

Aggiungete inoltre un’altra cosa: praticamente tutti nella sfera politica stanno adattando i loro pareri e i loro voti all’opportunismo politico piuttosto che ai veri argomenti in questione.

I politici e i commentatori che una volta hanno denunciato la “immigrazione illegale,” insistendo che le persone “lo fanno nel modo giusto”, stanno ora esortando a togliere lo status legale a molti che lo possiedono e di tagliare drasticamente perfino la immigrazione legalizzata. In questi giorni, il cuore dei Repubblicani conservatori,  che peraltro  promuovono programmi per i plutocrati, si preoccupano moltissimo per

i lavoratori che hanno paghe basse e le cui famiglie,  sostengono (in maniera alquanto impropria) che stanno venendo danneggiate dalla competizione con gli immigrati. Nel frattempo, Luis Gutiérrez – una voce rara al Congresso che in modo affidabile è favorevole agli immigrati, di recente ha giurato che, quando si era trattato del muro di Trump molto pubblicizzato, sul confine messicano,  sarebbe pronto a “prendere un secchio, portare i mattoni e cominciare a costruirlo io stesso…Ci sporcheremo le mani affinché i Dreamer abbiano un futuro pulito in America.”

Mentre nell’area di Gutierrez favorire i Dreamer può sembrare politicamente vantaggioso, cedere al muro di Trump avrebbe come conseguenza più che soltanto mani sporche, secchi e mattoni, e l’uomo del Congresso lo sa molto bene. Le importanti fortificazioni già a posto sul confine tra Stati Uniti e Messico, hanno già contribuito alla morte di migliaia di migranti, alla crescente militarizzazione della regione, a un grande aumento di illegalità violenta su entrambi i lati del confine. Aggiungete  a questo un muro di cemento di circa 3220 km. o un qualche insieme di muri, recinzioni, guardie di frontiera rafforzate e le ultimissime novità della tecnologia, e non si parlerà soltanto di un qualche innocuo spreco di denaro in cambio di tenersi stretti i ragazzini del DACA.

In tutto questo vortice, le richieste delle organizzazioni per i diritti degli immigrati, per avere “una Legge Sogno pulita che protegga realmente  i beneficiari del DACA senza cedere alle molte richieste anti-immigrazione di Trump, sembrano oramai sempre più irrealistiche. Non importa che mantengano l’unica posizione moralmente coerente – e anche una largamente popolare a livello nazionale – i sostenitori del DACA al Congresso, sembra che abbiano già ammesso la sconfitta.

Buoni  e cattivi

Sono sicura che non vi sorprenderà sapere che Donald Trump raffigura il mondo in un modo sorprendentemente nero-e-bianco quando si tratta di immigrazione (e di molto altro). Sottolinea la violenta natura criminale degli immigrati e di coloro che sono privi di documenti, evidenziando ripetutamente e generalizzando falsamente, partendo da casi relativamente rari in cui un immigrato ha commesso un crimine violento come l’uccisione di Kate Steinle a San Francisco.* I suoi indiscriminati riferimenti ai “alle cattive persone straniere” e ai “paesi di merda” indicano che applica lo stesso insieme di giudizi all’arena internazionale.

Con l’auspicio di Trump, l’ente responsabile di applicare la legge nei riguardi degli immigrati, cioè il l’Agenzia per l’Immigrazione e la Dogana, ha portato a nuove altezze il concetto di criminalità allo scopo di giustificare l’estensione delle priorità per l’espulsione. Ora non è più necessaria una vera condanna criminale. Anche un individuo che ha  “accuse penali pendenti”  o che è semplicemente un “noto membro di una banda”, è diventato una “priorità” dell’ICE. In altre parole, un’accusa che ispira paura o perfino una chiacchiera è ciò che serve per ritenere che  un immigrato sia un “criminale.”

E questi atteggiamenti  stanno facendosi strada sempre più profondamente nella società. L’hi visto all’Università Statale di Salem dove insegno. In una recente nota in cui spiega il motivo per cui si oppone a dare alla scuola la condizione di campus-rifugio, il capo della polizia del campo ha insistito che i suoi poliziotti devono continuare a essere autorizzati a  denunciare gli studenti  all’ICE quando ci sono casi

“persone etichettate negativamente, di partecipazione  a bande di strada.., a traffico di droga…anche in assenza di un mandato o di un altro provvedimento giudiziario.” In altre parole, che il giusto processo sia dannato, la polizia, qualsiasi polizia, può determinare la colpa come vuole.

Questa tendenza verso una visione di Trump del mondo, così manichea, che ora viene usata per giustificare la crescita di quello che si può soltanto chiamare un incipiente stato di polizia, è così forte che è penetrata anche nelle considerazioni di alcuni degli oppositori del presidente riguardo all’immigrazione. Prendete, per esempio la “migrazione a catena,” un concetto oscuro precedentemente usato specialmente dai sociologhi e dagli storici per descrivere i modelli globali di emigrazione  del ventesimo secolo. Il presidente, ne ha fatto, naturalmente la sua parola del giorno.

Poiché il presidente parlava della “migrazione a catena” in maniera così dispregiativa, i liberali contrari a Trump hanno immediatamente ipotizzato che l’espressione fosse intrinsecamente ingiuriosa. La corrispondente del canale televisivo via cavo, MSNBC (unione di “Microsoft” e “NBC”) Joy Reid ha generalmente accusato che “il presidente sta dicendo che l’unica legge che approverà deve porre fine a quella che chiamano ‘emigrazione a catena’ che in realtà è un termine che noi dei media non dovremmo proprio usare! Infatti, molto francamente, non è una cosa reale, è un termine fittizio…[e] così offensivo! E’ scioccante per me

il fatto che lo stiamo proprio adottando su larga scala perché [il consigliere della Casa Bianca] Stephen Miller vuole definirlo così…[Il termine dovrebbe essere] migrazione di famiglie.”

Analogamente, il Senatore di New York Kirsten Gillibrand ha affermato che “quando qualcuno usa l’espressione migrazione a catena…ha l’intenzione di cercare di demonizzare le famiglie, sta cercando di demonizzare letteralmente le famiglie e di esprimere un insulto razzista.” La Presidente della minoranza alla Camera, Nancy Pelosi, è stata d’accordo: “Guardate che cosa stanno facendo con l’unificazione della famiglia, inventandosi un nome finto: catena. Catena, a loro piace la parola ‘catena’. Questa procura dei fremiti alle persone.”

L’immigrazione a catena non è però la stessa cosa che la riunificazione della famiglia. L’immigrazione a catena è un termine usato dagli accademici per spiegare in che modo le persone tendevano a migrare dalle loro comunità famigliari usando delle reti pre-esistenti- Gli esempi includevano la grande migrazione degli afro-americani dal sud rurale al nord e ovest industriali, ondate di migrazione europea negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso, e anche la migrazione contemporanea dall’America Latina e dall’Asia.

Un singolo individuo o un piccolo gruppo, probabilmente reclutato attraverso un sistema sponsorizzato dallo stato o da un datore di lavoro, o semplicemente conoscendo occasioni di lavoro in una zona particolare, talvolta facendo uso di una nuova linea ferroviaria o di un piroscafo di una tratta aerea, si sarebbero  ulteriormente avventurati,  aprendo nuovi orizzonti. Una volta in una nuova regione o in una nuova terra, questi immigrati reclutavano direttamente o indirettamente amici, conoscenti e membri delle loro famiglie. Abbastanza presto ci sono stati collegamenti crescenti – da qui quelle “catena” – tra le originarie comunità globali dove vivevano e le città lontane. Le rimesse finanziarie cominciarono ad affluire nuovamente; ci fu  la migrazione di ritorno (o semplicemente delle visite alla vecchia patria); arrivarono lettere riguardo al nuovo mondo e talvolta nuove tecnologie solidificarono legami ininterrotti, spronando ulteriori flussi di migranti. Questa è l’immigrazione a catena e, malgrado il presidente e i suoi sostenitori, non c’è nulla di offensivo al riguardo.

D’altra parte, la riunificazione delle famiglie è stata una parte specifica della Legge sull’immigrazione e la nazionalità del 1965 di questo paese, la quale ha imposto delle quote globalmente. Queste sono state poi distribuite tramite un sistema di priorità che privilegiava i parenti stretti degli immigrati che erano già diventati residenti permanenti o cittadini degli Stati Uniti. La riunificazione delle famiglie ha aperto delle strade per coloro che avevano membri della loro famiglia negli Stati Uniti (anche se in paesi dove era alta l’urgenza di emigrare, la lista di attesa poteva essere di decenni). Intanto, comunque, l’emigrazione legale diventava praticamente impossibile per coloro che non avevano legami del genere. Per loro non c’era nessuna “fila” da fare. Come il DACA e lo Status Temporaneo Protetto (TPS), cioè i due programmi per smantellare i quali il Presidente Trump sta lavorando così assiduamente, la riunificazione della famiglia è stata vantaggiosa a coloro che erano in una situazione in cui ottenere vantaggi di questa, anche se escludeva molte più persone di quante ne aiutava.

Perché questo è importante? Tanto per cominciare, in un momento in cui  l’atteggiamento politico e le “notizie false” stanno diventando la norma, è importante che il movimento per i diritti degli immigrati rimanga corretto e con solide basi nei suoi argomenti. (In effetti, il diritto anti-immigrazione ha fatto in fretta a gongolare per i Democratici che condannano un termine che erano stati perfettamente contenti di usare in passato.) Inoltre, è fondamentale non venire spazzati via dalla visione maniche del mondo che ha Donald Trump quando si tratta di immigrazione. Legalmente, la riunificazione della famiglia non è stata mai una politica delle braccia aperte. E’ stata sempre una componente chiave in un sistema di quote intese a limitare, controllare e a sorvegliare la migrazione, spesso in modi rigidi. Era parte di un sistema costruito per escludere almeno tanto quanto includere. Ci potrebbero essere buone ragioni per difendere le disposizioni per la riunificazione della famiglia della legge del 1965, proprio come ci sono buone ragioni per difendere il DACA, ma questo non significa che uno status quo profondamente problematico dovrebbe essere glorificato.

Il razzismo e la “minaccia” degli immigrati

Proprio queste quote e le politiche di riunificazione delle famiglie servivano per “illegalizzare” la maggior parte dell’immigrazione messicana negli Stati Uniti, che, a sua volta, ha creato la base non soltanto per militarizzare la polizia e il confine, ma per quello che l’antropologo Leo Chávez ha definito la “narrativa della minaccia dei Latinos”, cioè l’idea che gli Stati Uniti in un qualche modo si trovino di fronte a una minaccia esistenziale da parte di immigrati Messicani o di altri paesi del Sudamerica.

Il Presidente Trump ha fatto ricorso a una lunga eredità, in questo caso, anche se in un modo particolarmente odioso. La narrazione si è evoluta nel tempo in modi che hanno cercato di minimizzarne la natura esplicitamente razzista. I commentatori popolari hanno inveito contro gli immigrati ‘illegali’, mentre lodavano coloro che “lo fanno nella maniera giusta.” Per esempio, la narrativa della minaccia, si nascondeva proprio al centro delle politiche migratorie dell’amministrazione Obama. Il Presidente Obama accoglieva regolarmente gli immigrati Latinos ed altri, anche quando la criminalizzazione, la carcerazione di massa e l’espulsione di molti venivano, semmai, incrementate. La criminalizzazione forniva una copertura senza pregiudizi razziali, dato che il presidente divideva gli immigrati privi di permesso in due gruppi distinti: “criminali” e “famiglie.” In quegli anni, molti commentatori si sono messi dalla parte di coloro che definivano come eccezioni meritevoli, gettando, nel frattempo, benzina sul fuoco della narrativa della minaccia.

Il Presidente Trump  ha mantenuto  una versione di questa narrativa visibilmente daltonica ed eccezionalista, proclamandosi allo stesso tempo “la persona meno razzista” in cui chiunque potrebbe mai imbattersi e lodando i beneficiari del DACA come “giovani persone buone, istruite e capaci.” Tuttavia, la natura razzista del suo estremismo anti-immigrati e le sue evocazioni di una “minaccia” sono andate ben oltre i programmi di Obama. Nel suo attacco alla migrazione legale, alla migrazione a catena e alle condizioni legali come il DACA e il TPS, la razza si è di nuovo manifestata esplicitamente.

A meno che arrivino da “paesi come la Norvegia” o che abbiano qualche merito “speciale,” Trump sembra credere che tutti gli immigrati dovrebbero essere essenzialmente non legalizzati, vietati o espulsi. Alcune delle sue primissime mosse fatte in base alla sua linea di politica, come i suoi attacchi agli immigrati e il suo ’travel ban’ (il veto di ingresso negli USA ai cittadini di 6 paesi musulmani, n.d.t.), miravano esattamente a coloro che sarebbero altrimenti rientrati in una categoria legale, a coloro che avevano “seguito le regole,” “aspettato in fila,” che si erano registrati con il governo,” o che pagavano le tasse,” compresi i rifugiati, i ragazzini del DACA e i beneficiari del TPS – tutte persone già nel sistema e con l’approvazione per l’ingresso o la residenza.

Come ci ricordano i portavoce dell’ICE, quando si chiede loro di commentare esempi particolarmente vergognosi della detenzione ed espulsione arbitraria dei residenti a lungo termine, il Presidente Trump ha revocato il programma dell’era Obama “di applicazione prioritaria” che ha evidenziato l’arresto e l’espulsione di persone con precedenti penali e di persone che di recente hanno attraversato il confine. Ora, “nessuna categoria di stranieri rimovibili [è] esonerata dall’applicazione della legge.”

Mentre il Presidente Trump ha continuato a sostenere verbalmente i Dreamer, il suo scopo principale nel fare questo è stato chiaramente quello di usarli come pedina di scambio nell’ottenere da un Congresso riluttante, le sue priorità terribilmente limitative.

L’USCIS –  (U.S. Customs and Immigration Service) – Servizio per la cittadinanza statunitense e l’immigrazione – ha fatto diventare ufficiali le nuove restrizioni alla fine di febbraio, quando ha rivisto la sua dichiarazione di intenti per cancellare questa strana riga: “L’USCIS assicura la promessa dell’America come nazione di immigrati.” Non più. Ci dicono, invece, che l’agenzia “amministra il sistema di immigrazione legale della nazione, salvaguardando la sua integrità e la promessa….proteggendo allo stesso tempo gli Americani, difendendo la patria, e onorando i nostri valori.”

Contestare l’agenda restrizionista

Molte organizzazioni che si occupano dei diritti degli immigrati hanno combattuto duramente contro la narrativa della criminalizzazione che distingue i Dreamer da altre categorie di immigrati. Le organizzazioni di base e quelle affiliate ai Democratici, hanno, però, in generale, tirato dall’altra parte, mettendo in risalto la “innocenza” di quei giovani che sono stati portati qui “per nessuna loro colpa.”

I Dreamer, i beneficiari del TPS (Temporary Protected Status – Situazione temporanea protetta), i rifugiati e anche coloro a cui stata garantita la priorità in base alla politica di riunificazione della famiglia, hanno tutte operato come eccezioni a quella che per lungo tempo è stata un’agenda restrizionista dell’immigrazione di gran lunga più ampia. Trump ha ora portato quell’agenda in direzioni notevolmente estreme. Ha quindi un senso lottare per proteggere queste categorie extra, dati i milioni che hanno beneficiato da questa, ma nessuno dovrebbe immaginare che le politiche dell’America siano mai state generose o aperte.

Per esempio, riguardo ai rifugiati, il sito del Dipartimento di Stato suggerisce ancora che “gli Stati Uniti sono orgogliosi della loro storia di accoglienza di immigrati e di rifugiati… Il programma degli Stati Uniti per il reinsediamento dei rifugiati, riflette i più alti valori degli Stati Uniti e le sue aspirazioni alla compassione, alla generosità e alla leadership.” Anche prima che Trump entrasse nello Studio Ovale, questo non era, in realtà, vero: il programma di reinsediamento degli immigrati è stato sempre sia piccolo che altamente politicizzato. Per esempio, su circa sette milioni di rifugiati siriani fuggiti da un complesso insieme di conflitti nel loro paese, fin dal 2011 – conflitti  che non si sarebbero svolti come è successo senza l’invasione americana dell’Iraq – gli Stati Uniti ne hanno accettati soltanto 21.000. Ora, tuttavia, la lotta per conservare anche questi numeri, sembra una battaglia di retroguardia, persa.

Dato che una riforma realmente giusta del sistema di immigrazione del paese al momento è inconcepibile, ha un senso che coloro che si interessano ai diritti degli immigrati, si concentrino sulle zone dove una necessità vergognosa o la compassione popolare hanno reso realistiche delle misure temporanee. Il problema è che, nel corso degli anni, questo approccio ha cercato di separare particolari gruppi di immigrati dalla narrativa più ampia e ha quindi mancato di contestare l’ostilità razziale e criminalizzante di base, verso quegli immigrati relegati nelle profondità del sistema economico e ai quali viene sistematicamente negato il diritto di appartenenza.

In un certo senso, il Presidente Trump ha ragione: non c’è realmente un modo di tracciare una linea tra immigrazione legale e illegale o tra i criminali e le loro famiglie. Molti immigrati vivono in  di situazione  mista, compresi coloro la cui presenza è stata autorizzata in modi diversi o per nulla autorizzata. Inoltre, anche la maggior parte di quei criminali, spesso dichiarati colpevoli di violazioni di recente penalizzate e collegate all’immigrazione, o di altre minori, hanno delle famiglie.

Trump e i suoi seguaci, naturalmente, vogliono che più o meno gli immigrati vengano criminalizzati ed esclusi o espulsi perché, in un modo o nell’altro, li considerano dei pericoli per il resto di noi. Mentre il realismo politico richiede che le battaglie vengano combattute per i diritti di particolari gruppi di immigrati, non è meno importante contestare l’imminente narrativa della criminalizzazione degli immigrati e rifiutarsi di ipotizzare che la guerra più ampia è stata già perduta. Alla fine, non è ora di contestare l’idea che le persone in generale, e gli immigrati in particolare, possano essere facilmente divisi in brave persone meritevoli e cattive persone non meritevoli?

Nella foto: una manifestazione per i diritti degli immigrati.

http://www.meltingpot.org/USA-Cos-e-il-Daca-e-chi-sono-i-Dreamers.html

http://www.lastampa.it/2017/12/01/esteri/immigrato-irregolare-assolto-da-un-omicidio-trump-verdetto-scandaloso-o5KV3Wr

Aviva Chomsky è docente di storia e coordinatrice  di studi  Latino-Americani all’Università Statale di Salem,  in Massachusetts e collaboratrice di TomDispatch. Il suo libro più recente è:  Undocumented: How Immigration Became Illegal.

Questo articolo è apparso per la prima volta su  TomDispatch.com, a weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni di  Tom Engelhardt, da molto tempo redattore editoriale , co-fondatore dell’American Empire Project,e autore of The End of Victory Culture, e anche di un romanzo,The Last Days of Publishing Il suo libro più  recente è Shadow Government: Surveillance, Secret Wars, and a Global Security State in a Single-Superpower World (Haymarket Books).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/talking-sense-about-immigration/

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

 

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