Consumati da sfiducia e risentimento, siamo soli

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di Nicolas Lalaguna  – 18 gennaio 2018

Nel primo mondo le industrie giornalistiche vorrebbero farci credere che il culmine dell’organizzazione sociale umana sia la “Democrazia del Libero Mercato”. Questa ‘teoria’ si basa su una serie di assunti. Innanzitutto che l’umanità sia meglio servita quando tutti siano attori liberi con uguale diritto di definire la vita che vivono, liberi da coercizione e oppressione. Secondo: che il modo migliore per tali attori di essere liberi e di interagire tra loro sia all’interno di un ‘mercato’ nel quale le loro interazioni siano regolate da una moneta a base simbolica che manifesta il valore mutuamente accettato. E, infine, che poiché questi mercati e queste libertà sono soggetti a manipolazione e abusi, non ci si può fidare di essi. La democrazia, all’interno di questo modello, è il canale attraverso il quale il ‘popolo’ ha voce nel controllare il sistema. In poche parole, della maggioranza non ci si può fidare, dunque una minoranza riceve dalla maggioranza il mandato di distribuire e controllare le sue libertà e di monitorare e disciplinare le sue interazioni. Perciò, nella sua formulazione più semplice, la ‘Democrazia del Libero Mercato’ è una costruzione sociale che dà a una minoranza il potere di controllare la vita e le interazioni della maggioranza, presumibilmente a beneficio di tutti. Ignorando l’evidente contraddizione tra gli usi delle parole ‘libertà’ e ‘democrazia’, il concetto generale è importante da sbrogliare se dobbiamo affidargli il futuro del pianeta e della nostra specie. Uno dei metodi usati più diffusamente per misurare e presentare l’uguaglianza economica è il coefficiente di Gini. Si tratta di una funzione matematica complessa che, quando applicata a varie misure, produce un numero tra 0 e 1. Una popolazione nella quale tutta la ricchezza sia condivisa in modo assolutamente uguale avrebbe un Gini di 0. E, per contro, una popolazione nella quale tutta la ricchezza fosse detenuta da una singola persona e tutti gli altri non avessero nulla, avrebbe un Gini di 1. Alla fine del ventesimo secolo la Banca Mondiale ha stimato in 0,67 il coefficiente Gini dell’intero pianeta. Nel 2008 determinate stime lo hanno elevato fino a 0,71. Tuttavia nel 2015, con grande fastidio di alcuni, accademici di spicco hanno sostenuto la tesi che non solo la disuguaglianza stava aumentando, ma che non avrebbe mai smesso fintanto che il potere politico internazionale era nelle mani di quelli più strettamente alleati del potere economico internazionale. Forse uno degli esempi più chiari di quanto convoluto stava diventando il dibattito è stato quando commentatori e gruppi di esperti eminenti hanno cominciato a contestare apertamente l’abuso politico di Gini. Solo l’anno scorso è stato affermato che lo 0,1 per cento più ricco stava celando fino a metà del proprio reddito totale, il che distorceva certe misure ufficiali della disuguaglianza. Una volta che si comincia a includere tutti i dati l’argomento diventa difficile da confutare. La disuguaglianza economica sta aumentando.

Per evitare che l’argomento diventi puramente teorico è importante ricordare come questa disuguaglianza si manifesta nella nostra vita quotidiana. E’ stato sostenuto che mentre il ventesimo secolo stava arrivando alla fine, secondo quasi ogni misura disponibile l’umanità stava affrontando una catastrofe a livello di specie e ambientale causata da sé stessa. Il modello economico aveva deluso tutti, salvo una piccolissima minoranza. Quasi un terzo della manodopera mondiale era disoccupato e vasti segmenti degli occupati erano in lavori sempre più sottopagati, a tempo parziale e insicuri. Il valore del lavoro era caduto, mentre povertà e malnutrizione infantile erano esplosi. In tutto il pianeta la garanzia pubblica di previdenza sociale, istruzione, assistenza sanitaria e servizi d’emergenza era in corso di sistematica distruzione a un ritmo senza precedenti. E a peggiorare le cose, a livello planetario, i meccanismi ambientali a sostegno della vita sulla terra, l’atmosfera, l’acqua, il suolo e le foreste, venivano distrutti a un ritmo tale che l’unico argomento realmente informato stava diventando quando ci sarebbe stato il collasso, piuttosto che se ci sarebbe stato.

Val la pena di tener presente che questa disuguaglianza non è un difetto intrinseco del nostro carattere. In realtà è una situazione relativamente nuova quella in cui ci troviamo. Per la gran maggioranza delle centinaia di migliaia di anni nei quali siamo stati come ora, anatomicamente parlando, abbiamo vissuto in comunità di cacciatori e raccoglitori che erano strutturate su livelli di uguaglianza molto elevati. E’ stato sostenuto che è stato con lo sviluppo dell’agricoltura che la disuguaglianza all’interno delle comunità ha cominciato a diffondersi. Ciò ha poi assunto velocità con le recintazioni e la privatizzazione dei beni comuni, ulteriormente accelerando fino a quando l’abbraccio del capitalismo e la distribuzione del valore alla proprietà privata e al lavoro individuale all’interno del ‘mercato’ ha fatto svoltare ancora di più lo squilibrio di potere. Non solo non è naturale, non è neppure utile. Abbracciando questo sistema simbolico per distribuire valore alla vita sulla terra, siamo diventati ostaggi della stessa costruzione sociale. George Bernard Show sostenne che ciò pone una minaccia allo stesso sviluppo dell’umanità, con la disuguaglianza economica che nasconde il vero merito. E risulta che aveva ragione. E’ stato da allora dimostrato che quanto più una società è disuguale, tanti meno brevetti pro capite sono concessi. Una delle forze motrici dello sviluppo umano, l’innovazione creativa, è limitata dalla disuguaglianza economica. E non danneggia solo la nostra creatività, anche il nostro benessere è a rischio. Pickett e Wilkinson sostengono che c’è una fortissima correlazione tra disuguaglianza e salute. Uno dei difetti chiave del sistema, suggeriscono, è che prescrive che le comunità siano divise da un consumismo egoista che è mosso dalla competizione di status.

Uno degli aspetti fondamentali di questo sistema è il modo in cui si manifesta attraverso sottogruppi della popolazione in termini di genere, razza, classe e località geografica e al loro interno attraverso molteplici istituzioni sociali, sessuali, culturali, politiche, accademiche e finanziarie, tra le altre. Da intere popolazioni giù sino a ciascun singolo individuo, il sistema sembra permeare ogni aspetto dell’esistenza umana in un processo di costante divisione e distanziamento. Non è sufficiente per noi avere le nostre differenze individuali; il sistema ci richiede di distribuire valore e status l’un l’altro sulla base di esse. Inevitabilmente non ci vuole molto prima che noi lottiamo per vedere oltre le differenze amplificate dalle istituzioni del potere. Il nord teme il sud, la gente del sole teme quella del gelo, le donne temono gli uomini, i vecchi temono i giovani, i non molto poveri temono i molto poveri. E per tutto il tempo tale paura alimenta sfiducia e risentimento. La vera divisione fondamentale all’interno della società è la disuguaglianza di potere che si perde in vari accessi di furore generati dall’alto. C’è una tesi sostenibile che l’un per cento più ricco e più potente, istigando divisioni, sta effettivamente destabilizzando ogni tentativo di solidarietà del resto di noi. Verosimilmente l’un per cento controlla il 99 per cento facendo sì che nel 99 per cento ci si controlli a vicenda.

Questa disuguaglianza di potere, come esemplificata dalla disuguaglianza economica, si sta verificando nell’intero pianeta. Nel 2003 la differenza in disuguaglianza tra intere regioni era mozzafiato. La Banca Mondiale scrisse che i coefficienti Gini per l’America Latina erano dieci punti superiori a quelli dell’Asia, 17,5 punti superiori a quelli dei paesi OCSE e 20,4 punti superiori a quelli dell’Europa dell’Est. E, ricordate, questo in una regione ricca come ogni altra di risorse umane e naturali. E questa disuguaglianza regionale non è semplicemente spuntata fuori dal nulla, come un seme a lungo dormiente. Ci sono tendenze politiche molto chiare che muovono la traiettoria economica a livelli sia macro, sia micro. L’accresciuta accelerazione della disuguaglianza nel sud delle Americhe era visibile al massimo negli anni ’80. A Buenos Aires tra il 1984 e il 1989 il dieci per cento più ricco passò dall’essere dieci volte più ricco del dieci per cento più povero a diventare 23 volte più ricco. Mentre a Rio de Janeiro il Gini passò da 0,58 nel 1981 a 0,67 nel 1989. Mettendo in atto il sistema in modo differente su basi regionali, le disparità di disuguaglianza economica da regione a regione fanno direttamente il gioco delle costruzioni divisive, come lo stato nazione, e da là di narrazioni razziste che ci dividono e distanziano ulteriormente gli uni dagli altri.

E come si giustifica questo? Beh, i tifosi del ‘libero mercato’ sostengono che la disuguaglianza alla fine causa un allineamento dei redditi. E’ chiamata la teoria della convergenza. Tuttavia l’evidenza mostra tutto il contrario. Il tenore di vita è precipitato nelle regioni nelle quali la disuguaglianza è aumentata più rapidamente, come la Russia post sovietica. In realtà le istituzioni che hanno progettato e messo in atto la struttura economica globale lo hanno fatto in modo tale che accumuli i vantaggi nell’un per cento, forzando i costi a carico del 99 per cento più povero. Come parte del processo, dagli anni ’70, principalmente nei paesi OCSE ma ben presto globalmente, i ricchi hanno ridefinito la loro ricchezza da reddito personale a utili societari di capitale. Non solo ciò ha ridotto le loro imposte e accresciuto la loro ricchezza, ma ha anche reso molto più facile celare le loro ricchezze. Celandosi dietro società di comodo e conti cifrati l’un per cento si è spogliato di ogni obbligo o responsabilità nei confronti delle società in cui vive e dalle quali trae beneficio, nonché distorcendo i metodi di misurazione della stessa disuguaglianza. E l’impatto più vasto di questo comportamento? Con l’avvicinarsi al termine del secolo scorso, i paesi più poveri dell’emisfero meridionale sono stati costretti a pagare mezzo miliardo di dollari al giorno di interessi composti alle stesse istituzioni finanziarie occupate a trasferire all’estero la ricchezza dei loro proprietari e clienti, mentre sul pianeta una persona su quattro pativa la fame e un bambino su tre era sottonutrito. Uno dei giochi di prestigio utilizzati per celare il fatto che la convergenza non ha luogo è il paternalismo filantropico dei ricchi. Purtroppo la realtà è molto più complicato di quanto vogliano farci credere i divi popolari. L’Africa perde più denaro ogni anno a causa di evasioni fiscali da parte delle imprese multinazionali che sfruttano le risorse umane e naturali del continente, di quanto ne riceva in cambio in aiuti internazionali allo sviluppo. L’ONU stima che l’elusione fiscale globale stia costando ai paesi in via di sviluppo la stessa quantità di denaro che servirebbe loro per assicurare o l’assistenza sanitaria di base o acque e sistemi fognari sicuri per 2,2 miliardi di persone. E persino quando gli aiuti arrivano, poiché sono prevalentemente progettati e messi in atto dalla stessa élite politica e finanziaria che sta già sfruttando il continente, spesso sono stati poco più che un meccanismo efficace per altro sfruttamento e oppressione. Uno degli studi più denuncianti ciò è The Blood Bankers di James Henry. In un caso dopo l’altro, da un paese al successivo, per decenni, un piccolo gruppo di persone ha cospirato per spremere ogni goccia di ‘valore’ dal mondo in via di sviluppo, costasse quel che costasse. L’hanno fatto mediante molteplici meccanismi, non ultimi la decapitalizzazione, i flussi di capitali, gli aggiustamenti strutturali, la delocalizzazione, eccessi irresponsabili di prestiti, progetti farseschi di costruzione, privatizzazioni, la spinta al ribasso dell’occupazione e dei diritti umani e naturalmente il saccheggio delle riserve delle banche centrali.  E prima che qualcuno cominci a incolparne le vittime, James Herny cita “Citigroup, JPMorgan Chase, … UBS, Barclays, Credit Suisse, First Boston, ABN-AMRO Merrill Lynch, ING Bank, The Bank of New York, American Express Bank e circa due dozzine di altri grandi banche svizzere, britanniche, olandesi, francesi, tedesche e austriache” come complici della decapitalizzazione dei paesi più poveri del paese. Considerata globalmente la disuguaglianza regionale è fondamentalmente legata al sistema complessivo della disuguaglianza economica.

Al suo centro, si dice che il sistema è mosso da un’ossessione onnicomprensiva: la crescita. Tuttavia si tratta di un genere di crescita molto specifico. La crescente accumulazione di potere in un numero sempre minore di mani. Detto in parole povere, è la crescita della disuguaglianza che muove il sistema. Si prenda come esempio l’agricoltura. Il modello capitalista persegue la crescita della disuguaglianza in agricoltura in diretta contraddizione con tutte le prove disponibili. Già nel 1962 l’economista premio Nobel Amartya Sen aveva dimostrato, e da allora i risultati sono stati ripetuti in continuazione in un paese dopo l’altro, che c’è un rapporto inverso tra la dimensione di una fattoria e la quantità che produce per ettaro. Tanto più grande la fattoria, tanto minore il prodotto. Uno studio recente si spinge sino a sostenere che una fattoria di meno di un ettaro può produrre fino a venti volte la produzione per ettaro di una fattoria della dimensione di dieci ettari. Semplicemente non ha senso logico che la produzione alimentare sia condotta su scala industriale, quando l’agricoltura comunitaria locale può offrire produzioni sino a venti volte maggiori. A meno che, ovviamente, la forza motrice sia l’accumulazione di ricchezza e potere in un numero sempre decrescente di mani. E prima che qualcuno dica che si tratta di dar da mangiare al pianeta, il problema non è che il pianeta non possa sostenere la vita di sette miliardi di persone; è che non può sostenere un consumismo egoistico. Tra il 1980 e il 2005 per ogni un per cento di aumento della popolazione globale c’è stato un aumento di emissioni di anidride carbonica, ma non uniforme. Per ogni un per cento di aumento della popolazione nell’Africa sub-sahariana le emissioni di CO2 sono aumentate dello 0,12 per cento, mentre per ogni un per cento di aumento della popolazione nell’America del Nord le emissioni sono aumentate del 3,5 per cento. In base solo a tale calcolo, lo stile di vita nordamericano inquina in un rapporto di tre a uno rispetto a quello dell’Africa sub-sahariana. La popolazione globale sta aumentando, ma più considerevolmente tra i popoli che producono meno emissioni. Dunque come reagisce a questo l’un per cento? Ancora una volta incolpando le vittime, ovviamente. Apparentemente nel 2009 un gruppo di miliardari dell’America del Nord si è riunito per concordare come meglio concentrare la propria buona volontà. L’accordo cui arrivarono fu che la sovrappopolazione era il problema. O, per dirlo in un altro modo, che c’erano semplicemente troppi poveri. Anche nei paesi cosiddetti “sviluppati” la disuguaglianza economica è proprio altrettanto maligna. Nello studio di Pickett e Wilkinson, è dimostrata esistere una forte correlazione tra la disuguaglianza di reddito e le malattie mentali nei paesi più ricchi. Le correlazioni più forti si hanno in patologie di ansia, in disturbi del controllo degli impulsi e in gravi malattie mentali. In uno studio, con dati individuali di più di 60 milioni di persone, è stato dimostrato che semplicemente riducendo la disuguaglianza nei paesi OCSE, potrebbero essere prevenute 1,5 milioni di morti ogni anno. E che dire della nostra capacità di analizzare criticamente queste società nelle quali viviamo? Purtroppo i paesi ma maggiore disuguaglianza hanno minori risultati educativi. Proprio come questo vale tra nazioni, vale anche all’interno delle nazioni, come è stato dimostrato tra gli stati degli USA. E l’impatto? Uno studio nel Regno Unito ha dimostrato che già all’età di tre anni un bambino nato con un contesto svantaggiato potrebbe collocarsi sino a un anno indietro rispetto a un bambino nato in un contesto privilegiato in termini di sviluppo educativo. Ad accrescere ulteriormente questo problema c’è il modo nel quale il ‘mercato’ reagisce. In società con maggiore disuguaglianza di reddito una percentuale maggiore del PIL è spesa in pubblicità. Dunque quando le nostre difese psicologiche sono abbassate e le nostre facoltà critiche frenate, il mercato reagisce forzandoci a confrontare noi stessi e i nostri pari con persone magnifiche che vivono vite magnifiche in mondi magnifici.

Non sorprende che siamo tanto arrabbiati. Il vero problema, tuttavia, è come tale rabbia si manifesta. In una meta-analisi di 35 studi da tutto il mondo alla ricerca di una relazione tra la disuguaglianza e i crimini violenti, tutti salvo uno, hanno rilevato una correlazione positiva. Col crescere della disuguaglianza in una popolazione, crescono i crimini violenti. La correlazione più stretta era con omicidi e aggressioni, meno strettamente correlata con rapine e stupri. Tuttavia prenderei il secondo punto con un po’ di grano di sale a causa della complicità culturale e istituzionale nel deludere le vittime di stupro. Detto questo, Pickett e Wilkinson sostengono che questa correlazione continua a persistere in studi più recenti. Quando una società diventa più uguale, la violenza diminuisce, e quando diventa più disuguale, la violenza aumenta di nuovo. Uno dei suggerimenti circa il motivo per cui accade è che la violenza nei confronti degli altri è spesso attribuita direttamente al fatto che il responsabile si sente umiliato o considerato dall’alto in basso. Quando la fonte dell’umiliazione è di condizione tale da essere intoccabile la rabbia allora è trasferita e reindirizzata contro qualcuno di condizione inferiore. Studi hanno dimostrato che valutare noi stessi in relazione ad altri va molto più in là che solo farci arrabbiare. Una condizione sociale bassa, assenza di amici e stress nei primi anni di vita hanno tutti dimostrato un impatto negativo sulla salute e sulla durata della vita. Pickett e Wilkinson parlano di questa rabbia repressa come di una reazione evolutiva a un problema molto moderno: essere al fondo di una gerarchia iniqua che basa la condizione sociale su qualcosa di largamente fuori dal nostro controllo. La meta-analisi di Gregory Clark del grado in cui la condizione sociale è passata da una generazione alla successiva dimostra esattamente quanto fuori dal nostro controllo sia effettivamente la condizione sociale. Analizzando dati dell’Inghilterra medievale, di quella moderna, di Stati Uniti, India, Giappone, Corea, Cina, Taiwan, Cile e Svezia, la correlazione varia tra 0,7 e 0,9. Per chi non lo sapesse una correlazione è una misura tra -1, una perfetta correlazione negativa nella quale una misura sale e l’altra scende, e +1, una correlazione positiva perfetta, che si ha quando una misura cresce e l’altra cresce in modo uguale. Uno 0 è l’assenza di correlazione. Clark sostiene che i dati suggeriscono una costante universale di correlazione inter-generazionale alla condizione sociale di +0.75. Detto semplicemente, la condizione sociale ha tante probabilità di essere ereditata quanto qualsiasi tratto biologico.

E prima che qualcuno provi a far passare questo per non importante, la ricerca racconta una storia molto diversa. Il ruolo svolto dalla condizione sociale nel benessere emotivo e psicologico dell’individuo è stato studiato in dettaglio. E’ stato dimostrato che situazioni stressanti suscitano una reazione maggiore quando includono una minaccia all’autostima o alla condizione sociale di una persona attraverso il giudizio altrui. Sono state definite ‘minacce di valutazione sociale’. In società nelle quali le istituzioni culturali subissano gli individui di segnali di status, come l’aspetto fisico, la volontà di comportarsi in certi modi, e quali prodotti e servizi sono posseduti, gruppi di pari diventano arbitri della condizione in base a tali segnali. Con l’individuo sotto costante minaccia di vedersi attribuito valore sociale da quelli che lo circondano, devono svilupparsi meccanismi psicologici di adattamento [coping] al fine della sopravvivenza della persona. C’è una tesi che suggerisce che assieme alla crescita dell’ansia che ciò inevitabilmente causa, c’è una simile crescita di ‘narcisismo insicuro’, particolarmente tra i giovani. La tesi propone che, mentre proiettiamo sempre più all’esterno un’immagine di forza emotiva, giudicatrice degli altri e piena di autostima, in realtà siamo interiormente più vulnerabili alle critiche, diffidenti degli altri e ipercritici di noi stessi. Ad accrescere questo problema c’è il fatto che studi mostrano che noi tendiamo a formulare giudizi di condizione sociale degli altri nei primi pochi secondi in cui li incontriamo. Ora, una delle pietre angolari del nostro sviluppo come specie, la capacità di fidarsi degli altri per collaborare e cooperare con quelli che ci circondano, è sotto diretto attacco da parte del sistema.

Amy Chua sostiene che dove il dominio del mercato è raggruppato intorno a gruppi etnici, così come definiti da narrazioni focalizzate sulla razza, il perseguimento di un’accresciuta disuguaglianza intrinseco al sistema avvantaggia in misura sproporzionata quelli che partono in vantaggio. Ciò rende più facile ai demagoghi che agognano al potere usare narrazioni razziali per poi dividere gli oppressi e a sua volta renderli oppressori. Le loro chiamate all’azione sono inevitabilmente basate su una falsa premessa. E’ stato mostrato che salute e problemi sociali attraverso molteplici popolazioni di tutto il mondo sono più strettamente correlati al modo in cui l’individuo vive la propria deprivazione rispetta a chi lo circonda, indipendentemente da etnia e razza. Ma ciò non ha fermato gli istigatori di divisioni. Più recentemente è stata sostenuta una tesi molto forte che le istituzioni di potere politico e culturale in Europa – mass media, partiti politici prevalenti, gruppi di esperti e accademici celebri – stiano agendo da agevolatori di gruppi di estrema destra spostando apertamente il discorso pubblico all’estrema destra in termini delle loro politiche e pronunce. Questa conversazione ‘adulta’ è un classico processo di mettere le vittime le une contro le altre al fine di evitare la realtà della situazione. Innanzitutto riguardo all’immigrazione di massa, ignorando in larga misura il fatto che essa è mossa dal collasso dell’Unione Sovietica, dalla dissoluzione della Jugoslavia e da aggiustamenti strutturali nel sud globale; in secondo luogo riguardo alla distribuzione dell’occupazione nazionale e dell’assistenza sociale, ancora una volta ignorando il fatto che il modello neoliberista è la principale causa dei tagli all’assistenza sociale mediante l’’austerità’ e i crescenti livelli di disoccupazione dovuti all’esternalizzazione del lavoro a basso costo mediante la ‘globalizzazione’; e, infine, riguardo alla Guerra al Terrore spingendo narrazioni multiculturaliste all’interno ignorando in larga misura contemporaneamente la natura semi-imperialista degli interventi militari che hanno luogo all’estero.

Oltre a essere divisi per razza e classe, anche una delle più fondamentali relazioni umane, quella dalla quale dipende la stessa esistenza della nostra specie, è inglobata nel ‘mercato’. Nel 2006 l’industria globale del porno era stimata generare 96 miliardi di dollari, con 13.000 film prodotti ogni anno nei soli Stati Uniti. Associate all’’industria’ del porno sono grandi società radiofoniche, televisive, cinematografiche, di internet, tecnologiche, di comunicazioni mobili, alberghiere, del tempo libero, editoriali, bancarie, di servizi finanziari, immobiliari, di marketing e pubbliche relazioni. Anche se l’’industria’ del porno pare simile a qualsiasi altra industria a livello macro, è a livello micro che il suo impatto sulla società è più evidente. In termini di addetti studi hanno mostrato che più spesso che no le donne forzate economicamente, culturalmente e fisicamente a prendervi parte sono vittime di abusi sessuali e fisici nei primi anni di vita. La schiacciante maggioranza della produzione di questa ‘industria’ consiste in archetipi di genere attentamente sceneggiati, diretti e revisionati nei quali le donne sono, in gradi diversi, presentate come sottomesse, adolescenti masochiste, sognatrici di stupri. E il ‘prodotto’ che questa ‘industria’ vende è consumato quasi esclusivamente da ragazzi e uomini. Ricercatori avvertono ora che un’intera generazione di uomini sta crescentemente interpretando il proprio rapporto con le donne nel quadro di questa narrazione divisiva, subordinata e violenta. Ciò può continuare solo perché la ‘democrazia del libero mercato’ lo consente. Il libro del 2010 di Kat Banyard The Equality Illusion [L’illusione dell’uguaglianza] dimostra il livello al quale la nostra società moderna è divisa per genere e quanto spesso ciò si verifica nel corso degli stessi stadi della vita più intensamente regolati dalla ‘democrazia’ e dal ‘mercato’. Le scuole sono oggi non solo il luogo nel quale le donne hanno maggiori probabilità di essere molestate sessualmente o forzate sessualmente, ma stanno anche palesemente perpetuando divisioni di classe e di genere. Nelle nazioni più ricche i risultati educativi sono correlati molto strettamente sia al genere sia alla classe, mentre nelle nazioni più povere di un bambino addirittura di ricevere una qualsiasi istruzione è molto stesso determinata dal suo genere. Non va molto meglio nemmeno quando cominciamo a lavorare. Il ‘mercato’ valuta i generi in modo diverso, anche quando le prove dimostrano che ciò è costoso. Nel Regno Unito, dove le donne ricevono una remunerazione inferiore e hanno minori probabilità di dirigere le imprese più grandi, è stato sostenuto che la discriminazione di genere costa tra i 15 e i 23 miliardi di sterline l’anno. Ciò avrebbe senso solo se sia il ‘mercato’ sia lo ‘stato’ stessero attivamente cercando di mantenere la disuguaglianza di genere.

In base alle prove esposte qui io penso sia facile sostenere che questo sistema non mantiene le sue promesse. La grande maggioranza di noi non è libera da coercizione e oppressione. Non siamo valutari equamente. E forse l’ironia più crudele è che sono quelli qui è affidato il controllo del sistema a manipolarlo e abusarne. Sapere come siamo arrivati a questa situazione e come vi restiamo intrappolati e della massima importanza. Quando ci concentriamo unicamente su un solo aspetto della disuguaglianza, quale razza, genere, classe o geografia, perdiamo di vista la generale assenza di protagonismo che ciascuno di noi ha sulla sua vita e i molteplici metodi attraverso i quali veniamo tutti subordinati. Non è un caso che le campagne per creare solidarietà nel 99 per cento siano state affondate in anni recenti dalle campagne per frammentarci. Per porre davvero fine all’oppressione noi dobbiamo partire dalla comprensione di base che tutte le persone sono di uguale valore, indipendentemente da genere, razza, classe o località. Da lì è più facile sostenere la tesi che le istituzioni attraverso le quali è stato costruito questo, nelle forme in cui esistono oggi, non sono in grado di consegnarci l’uguaglianza. Sono fondamentalmente ideate e sviluppate dall’un per cento per fare l’esatto contrario. E consentendo all’un per cento di decidere la natura e il luogo del contrattacco, noi consentiamo all’un per cento di conservare la sua autorità. Questa costruzione economica e politica che impone la disuguaglianza ha in corso la distruzione del nostro pianeta, schiavizzando i nostri corpi e le nostre menti e condannando i nostri avi alla schiavitù. Dobbiamo tutti batterci per l’assoluta uguaglianza. Dobbiamo tutti batterci perché tutti siano valutati equamente. La continuazione della nostra esistenza può ben dipendere da ciò.

Nicolas Lalaguna è autore di ‘A Most Uncivil War and Seven May Days’

[note bibliografiche, inglesi, omesse]

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://zcomm.org/znetarticle/consumed-by-mistrust-and-resentment-we-stand-alone/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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