Dove va la Catalogna?

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“La Catalogna non è Spagna”

 

di Josep Maria Antentas e Dan La Botz –  9 novembre 2017

Dan La Botz, codirettore di New Politics, ha intervistato Josep Maria Antentas, docente di sociologia all’Universitat Autonoma de Barcelona (UAB) e attivista anticapitalista.

DL: Il movimento indipendentista catalano e la sua soppressione da parte dello stato spagnolo hanno attirato l’attenzione del mondo. Qual è il suo atteggiamento riguardo alla questione della Catalogna?

JMA: La mia posizione tradizionale è la difesa del diritto di autodeterminazione, con l’idea che quando un gruppo desidera esercitare tale diritto la sua posizione deve essere resa specifica. Nella situazione attuale e da quando è iniziato nel 2012 il movimento per l’indipendenza, la difesa di un voto “Sì” ha un contenuto più democratico del voto “No”, che è associato esclusivamente alla difesa reazionaria della Costituzione e del regime politico.

DL: Dunque lei ha sollecitato a votare sì al referendum recentemente organizzato dal governo catalano?

JMA: La mia posizione è che un “Sì” al referendum è oggi la posizione che rende possibile rompere con il quadro politico post Franco. Ma questo non significa necessariamente che l’indipendenza debba essere il punto finale; una futura Repubblica Catalana potrebbe dopo confederarsi o federarsi con la Spagna, oppure al minimo potrebbe chiedere di farlo. E potrebbero esserci altre opzioni.

DL: Qual è stato l’impatto di questo processo sullo stato spagnolo?

JMA: L’impatto del processo d’indipendenza sulla Spagna in generale è complesso, perché nel breve termine la destra spagnola l’ha usato per unire la sua base sociale e nelle ultime settimane stiamo assistendo a una svolta a destra nella vita politica e sociale spagnola. Ma al tempo stesso è la principale minaccia al regime politico creato nel 1978 *. Se la Catalogna diventasse indipendente è improbabile che il regime politico del 1978 possa sopravvivere. Una tale crisi aprirebbe anche un’occasione di cambiamento dello stato spagnolo. La domanda strategica decisiva è come collegare il movimento indipendentista, senza annullare la sua richiesta, con una prospettiva di rottura con il regime del 1978 nello stato in generale. Ciò impone di sommare l’azione unilaterale della Catalogna alla lotta all’interno dello stato spagnolo nel suo complesso a favore di una nuova politica di maggioranza della sinistra. Ma questa dialettica centro-periferia è complessa e né il movimento indipendentista catalano né le forze della sinistra spagnola, come Podemos, sanno come farlo.

DL: Qual è la base sociale del movimento indipendentista?

JMA: Il movimento indipendentista si basa principalmente sulla classe media, i dipendenti pubblici e i giovani. Il governo catalano è un’alleanza del partito neoliberista di desta PDeCAT (Partit Democrata Europeu Català, o Partito Democratico Europeo Catalano) e dell’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, Sinistra Repubblicana della Catalogna) di centrosinistra. Ma da quanto il movimento è nato il rapporto di forze tra questi due gruppi si è spostato verso l’ERC, mentre il PDeCAT ha perso sostegno. Se ci saranno elezioni il 21 dicembre e i due partiti rinnoveranno la loro alleanza, l’ERC assumerà il controllo. O, per dirlo diversamente, da un lato la destra catalana ha un ruolo centrale, ma, d’altro canto, è stata sopraffatta in un processo che avvantaggia le forze indipendentiste di centrosinistra.

DL: Qual è stato in tutto questo il ruolo della CUP (Candidatura d’Unitat Popular o Candidatura d’Unità Popolare), il partito politico più a sinistra? E può spiegare che cosa è successo a Insieme Possiamo (En Comù Podem)?

JMA: La CUP è un partito indipendentista e la principale forza del movimento anticapitalista catalano. E’ passata dal tre al nove per cento dei voti negli ultimi cinque anni. Il suo progetto d’indipendenza va oltre l’ufficiale “indipendenza pura e semplice” e collega la questione nazionale con i temi sociali e difende una posizione esplicitamente anticapitalista e anti regime del 1978. E’ una forza militante agguerrita con una cultura partecipativa e antiburocratica. Ma resta intrappolata nel ruolo di onesta garante che il processo d’indipendenza sia portato a termine, di pressioni sul governo affinché non ci siano passi indietro e non ha avuto alcuna strategia per attirare la base sociale della sinistra che resta fuori dal movimento.

DL: E quali sono gli ostacoli che ha di fronte la sinistra?

JMA: Il principale problema è che la sinistra radicale della Catalogna è divisa: una parte, la CUP, è totalmente in seno al movimento; l’altra parte (guidata da Ada Colau, sindaca di Barcellona e leader di En Comù Podem) ne è fuori e mantiene un atteggiamento attendista. Io penso che si debba star dentro e fuori dal movimento, appoggiarlo nella misura in cui ha rivendicazioni democratiche che rompano con il vecchio regime, ma senza necessariamente condividerne la strategia e l’obiettivo. Il fatto è che parte della sinistra è stata totalmente fuori e ciò ha lasciato alla destra un più vasto spazio di manovra.

En Comù Podem appoggia il diritto all’autodeterminazione ma non è a favore dell’indipendenza. Ha un programma contrario all’austerità anche se non anticapitalista. Ha difeso la necessità di tenere un referendum sull’indipendenza in accordo con il governo spagnolo, ma non ha appoggiato il referendum unilaterale del 1° ottobre, anche se ha considerato legittima la “mobilitazione”. Ma, come ho detto, il suo atteggiamento passivo e attendista gli ha impedito di intervenire.

DL: E in tutto questo dove sta la classe lavoratrice? La mia opinione è che la classe lavoratrice catalana sia diversificata, multinazionale. Come influenza le cose ciò?

JMA: Sì, una parte centrale della classe lavoratrice catalana, in particolare la tradizionale classe lavoratrice dell’industria, ha le sue origine nell’immigrazione dal sud dello stato spagnolo negli anni ’70. Dovremmo anche segnalare che nella società catalana c’è un uso generalizzato sia del catalano sia dello spagnolo e che la popolazione in generale è bilingue, anche se parte della popolazione preferisce usare il catalano o lo spagnolo nelle proprie attività quotidiane.

Al tempo stesso la Catalogna, come lo stato spagnolo, ha vissuto negli ultimi due decenni una forte immigrazione proveniente dall’America Latina, dall’Europa Orientale, dall’Africa e anche dall’Asia, cosicché la società è divenuta multietnica e multilingue. Ma la politica sia catalana sia spagnola, compresi i movimenti sociali, resta ciò nonostante molto “bianca” e “indigena” [intendendo i nativi della regione].

La parte della classe lavoratrice che aderisce al movimento è costituita da dipendenti pubblici (istruzione e sanità) e da giovani laureati che non riescono a trovare un lavoro decente a tempo pieno. La classe lavoratrice industriale tradizionale e i giovani della classe lavoratrice con minor istruzione si sono tenuti a distanza dal movimento. Ci sono due motivi per questo. Primo, si identificano meno con la questione nazionale catalana poiché il grosso della classe lavoratrice industriale della Catalogna è costituito da lavoratori immigrati venuti dal sud della Spagna negli anni ’70. Secondo, la disintegrazione della società e della politica della classe lavoratrice ha condotto a una crisi generale del movimento del lavoro.

Durante la dittatura di Franco la questione nazionale e quella sociale tesero a divenire coordinate, poiché avevano un nemico comune: la dittatura. Fu un periodo di egemonia della classe lavoratrice nel movimento nazionalista catalano. Tale situazione cominciò a mutare negli anni ’80, quando il nazionalismo conservatore di Jordi Pujol, il capo della CDC (Convergencia Democratica de Catalunya o Convergenza Democratica Catalana) dal 1974 al 2003, divenne egemone, mentre la classe lavoratrice perse la sua posizione politica e sociale centrale nella vita politica catalana. Il fatto che il movimento indipendentista, scoppiato come movimento di massa nel 2012, abbia difeso solo l’indipendenza e si sia dissociato dalle “altre” rivendicazioni, in particolare dalla concreta critica della politica dell’austerità, è stato un importante errore strategico e ha reso più difficile coinvolgere la classe lavoratrice e la base sociale della sinistra.

DL: Dunque, considerato quanto lei ci ha detto, qual è il futuro di questo movimento?

JMA: Dalla proclamazione della Repubblica Spagnola [sic] il 27 ottobre, il governo catalano è rimasto totalmente paralizzato. Non aveva mai pensato che le cose potessero spingersi tanto in là e non aveva previsto di andare oltre una dichiarazione simbolica. Dopo il 27 ottobre c’è stato un vuoto assoluto di dirigenza e un’assenza di guida. Sono stati improvvisamente rivelati tutti i limii del governo catalano e delle organizzazioni sociali alla base del movimento.  Lo scioglimento del governo catalano da parte dello stato spagnolo mediante l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, l’annuncio del governo del primo ministro spagnolo Mariano Rajoy delle elezioni catalane il 21 dicembre e l’incarcerazione del governo catalano (l’altra parte in esilio a Bruxelles), che hanno posto il movimento indipendentista in posizione difensiva.

DL: Quali sono allora le priorità della sinistra in questo contesto?

JMA: E’ necessario difendere l’unità d’azione nelle strade (dimostrazioni, eccetera) ma restare politicamente indipendenti da PDeCAT ed ERC, con slogan nostri all’interno del movimento (in particolare sottolineando l’idea della necessità di aprire il processo a un’assemblea costituente in Catalogna come via per porre gli aspetti sociali e democratici al centro del dibattito e non solo discutere dell’”indipendenza”.

DL: Dunque qual è la strategia e quali le prospettive mentre lo stato spagnolo ora programma di tenere elezioni in Catalogna il 21 dicembre?

JMA: Per il 21 dicembre il governo spagnolo ha convocato elezioni immediatamente dopo lo scioglimento del governo catalano. Sono state imposte con la forza. Ma tutti questi partiti catalani vi parteciperanno, poiché non è alcuna alternativa realistica diversa. Tutte le forze contrarie al blocco che rappresenta il regime del 1978 dichiareranno nei loro programmi l’opposizione allo scioglimento del governo catalano e la richiesta di libertà e amnistia per quelli che sono stati arrestati. Ma a parte questo elemento difensivo condiviso la questione strategica fondamentale è stabilire un percorso democratico di rottura con il regime del 1978 che unisca le forze indipendentiste e quelle che non sono a favore dell’indipendenza ma difendono il diritto all’autodeterminazione.

 

* Il “regime del 1978” si riferisce al quadro politico e istituzionale stabilito dall’approvazione della costituzione del 1978, risultato dell’accordo raggiunto tra le forze contrarie a Franco e una parte dei riformatori del regime franchista e che ha emarginato quelli che rifiutavano l’accordo e favorivano una “rottura”. Ciò ha dato vita a un tipo di stato democratico che ha conservato aspetti importanti del regime di Franco e che sostanzialmente non ha cambiato il blocco di potere dominante.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/whither-catalonia/

Originale: New Politics

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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