La caduta della casa dell’ ISIS

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La caduta  della casa dell’ ISIS

Di John  Feffer

3 novembre 2017

Oggi il Medio Oriente sta sopportando un replica della II Guerra mondiale – con lo Stato Islamico nel ruolo della Germania nazista.

Avendo preso gran parte dell’Europa, e parti dell’Unione Sovietica, la Germania nazista ha raggiunto il picco della sua espansione nell’inverno del 1942. Poi, fermati a Stalingrado e incapaci di sopraffare la Gran Bretagna, i nazisti cominciarono a ritirarsi e la guerra si trasformò in una corsa tra le truppe sovietiche in marcia da est e i soldati alleati che arrivavano da ovest. Dopo la guerra, come conseguenza della competizione tra questi due gruppi di forze armate, l’Europa sarebbe rimasta divisa per il successivo mezzo secolo.

Analogamente, lo Stato Islamico ha raggiunto il picco della sua espansione a metà del 2014 quando controllava grossi pezzi di Iraq e di Siria. Ha sperimentato un’ascesa e un declino anche più precipitoso di quello dei nazisti. A metà del 2016, soltanto due anni dopo, aveva già perduto il 45% del suo territorio in Siria e il 20% del suo territorio in Iraq.

Oggi, con la caduta di Mosul in Iraq e di Raqqa in Siria, lo Stato Islamico si è ridotto

a una striscia di terra intorno al confine dei due paesi. Una volta “stato” di 11 milioni di persone con un’economia di circa 1 miliardo di dollari all’anno – grande come la Gran Bretagna, con la popolazione della Grecia, la produzione economica del Gambia – l’ISIS ha ora poco più delle le varie migliaia di combattenti che stanno disperatamente respingendo gli attacchi da tutte le parti. Da occidente, il governo siriano di Bashar al-Assad sta cercando di riprendersi quanto più gli è possibile della Siria. Da est le forze irachene e i Peshmerga curdi che operano sotto la copertura dell’appoggio aereo degli Stati Uniti, hanno costantemente cacciato via il mancato califfato dal territorio iracheno.

Sia in Siria che in Iraq esistono significative divisioni tra i combattenti anti-ISIS. In effetti le terre che includono l’Iraq e la Siria, sarebbero fortunate di sperimentare gli odi gelati di una Guerra Fredda subito dopo la caduta della casa dell’ISIS. La riduzione del califfato porterà più probabilmente a un nuovo livello di combattimenti per la futura struttura dell’Iraq e della Siria, e, in modo più infausto, all’amministrazione della regione nel suo insieme.

In Siria

Non solo si sente di essere come 1945, in Siria,  ma sembra che sia anche in quel modo. Dopo mesi di bombardamenti a tappeto, le città che una volta l’ISIS controllava, sembrano come la Germania dopo che era stata ridotta in macerie negli ultimi mesi della II guerra mondiale, quando gli Alleati e Sovietici stringevano la loro presa sui nazisti.

Grazie all’aiuto sia della Russia che dell’Iran e alla sua brutale campagna aerea, il governo siriano è riuscito a riprendersi il 60% del paese. Le forze siriane hanno bombardato di continuo obiettivi civili, come gli ospedali. Per esempio, dei 1373 attacchi a infrastrutture civili nel 2016, le forze siriane e russe sono state responsabili di 1198. Lo scorso mese di settembre, ha registrato il maggior numero di vittime del 2017: quasi 1000 civili uccisi, di cui oltre 200 erano bambini, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, con base nel Regno Unito. Il regime di Assad si è specializzato nelle barrel-bomb* relativamente a bassa tecnologia che massimizzano le perdite civili; ne ha fatte cadere quasi 13.000 nel 2016.

Nel frattempo, la coalizione guidata dagli Stati Uniti, è stata ugualmente brutale nel suo tentativo di cacciare lo Stato Islamico dalla sua capitale, Raqqa. La città ora sembra come Dresda dopo l’attacco con bombe incendiarie durante la II Guerra mondiale, come ha giustamente fatto notare il governo russo. Secondo gli attivisti siriani, oltre 1000 civili sono morti nel bombardamento.

Il terzo elemento della brutalità in Siria è l’estremismo sunnita. E’ vero, l’ISIS è in declino, ma altre forze militanti aspirano a mettere da parte Assad,  a contenere i Curdi e a respingere gli Americani, i Russi e gli Iraniani. Dopo vari cambiamenti di nome, la più recente raccolta di fazioni simili ad al-Qaida in Siria – che potrebbero on potrebbero mantenere un collegamento proprio con al-Qaida – è il Comitato di Liberazione del Levante (Tahrir al-Sham o HTS). Dato che il suo rivale ISIS si sta riducendo quotidianamente, l’HTS potrebbe emergere come ribellione preferita per coloro che odiano Assad e anche qualunque cosa associata agli Americani.

Vasti tratti di territorio dell’ISIS in Siria erano deserto scarsamente popolato, ma il califfato possedeva dei gioielli nella sua corona. Questo fine settimana, in seguito alla liberazione di Raqqa, le milizie appoggiate dagli Stati Uniti, hanno preso il controllo della più vasta area petrolifera dello Stato Islamico. A quanto si dice, le forze governative siriane erano a poche miglia da quella risorsa strategica, ma sono state respinte dai combattenti dell’ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF) che hanno preso il controllo dell’area petrolifera di Al-Omar erano guidate dai Curdi, ma alcuni dei soldati sono anche arabi. Anche se le SDF nel  loro complesso stanno combattendo presumibilmente per una Siria democratica laica, i Curdi stanno cercando, più pragmaticamente, di ottenere un’influenza per salvaguardare ciò che si sono conquistati  al nord dove hanno stabilito, la regione di fatto autonoma, Rojava.

L’odio verso l’ISIS è stato il più basso denominatore comune per un’ampia gamma di protagonisti in Siria, dai neo conservatori americani e dai generali siriani, alle milizie curde e ai simpatizzanti di al-Qaida e agli esperti di geopolitica del Cremlino e a Hezbollah. L’ISIS è stata come un coltello piantato profondamente nella Siria. Non   c’è dubbio che il coltello sia potenzialmente mortale, ma toglietelo, e la Siria rischierà di dissanguarsi.

In Iraq

Nel suo recente  giro  nel Golfo Persico, dove non è riuscito a far riconciliare il Qatar e l’Arabia Saudita, il Segretario di Stato Tillerson ha fatto anche alcuni commenti sull’Iraq, studiati particolarmente male.

“Le milizie iraniane che sono in Iraq, ora che la battaglia contro Daesh e l’ISIS sta arrivando alla fine, è necessario che vadano a casa,” ha detto.

Non ci sono affatto milizie iraniane in Iraq. Le Forze di Mobilitazione Popolare che hanno svolto un ruolo importante nel cacciare lo Stato Islamico dall’Iraq, sono in gran parte sciite, ma contengono anche Sunniti e Cristiani. Molte delle brigate in questa forza di coalizione hanno collegamenti con l’Iran, ma almeno un’unità importante è stata incorporata nell’esercito iracheno. In altre parole, le cosiddette “milizie iraniane” sono già a casa. Dopo tutto, sono irachene.

Tillerson ha anche detto: “Tutti i combattenti stranieri in Iraq devono tornare a casa e permettere agli Iracheni di ricostruire la loro vita con l’aiuto dei loro vicini.” Tillerson stava annunciando che tutti i soldati attualmente in Iraq – 5.262 secondo il Pentagono, ma forse anche 7.000, stanno per andare a casa? Se è così, sembra che chiunque operi nei media e nel governo degli Stati Uniti, sembra abbiano mancato questo secondo annuncio di “missione compiuta”.

Grazie in gran parte agli Stati Uniti e alla loro precedente decisione di invadere e occupare il paese, l’Iraq affronta lo steso tipo di problema della frammentazione che ha la Siria. Gli Iracheni hanno diviso  le lealtà.  Ora che l’acuta minaccia dell’ISIS è passata, le spaccature nella società iraniana si stanno allargando ancora una volta.

Considerate il conflitto in corso tra il Kurdistan e il governo centrale di Baghdad. I residenti della regione autonoma curda nell’Iraq settentrionale sono andati alle urne il mesce scorso e hanno appoggiato l’indipendenza in maniera schiacciante. Il governo centrale è andato immediatamente all’offensiva, mettendo pressione economica sulla provincia ribelle e inviando unità armate per impadronirsi della regione contesa, ricca di petrolio, intorno alla città di Kirkuk. Con l’ISIS in declino, il sentimento anti-curdo può unire il resto dell’Iraq. Come fa notare Juan Cole, la mossa dei Curdi ha portato alla luce il nazionalismo iracheno anche tra le milizie sciite che hanno aiutato l’esercito iracheno a riprendere Kirkuk.

Ripensandoci, l’offerta  del Presidente del Kurdistan Mahmoud Barzani, di usare il referendum sull’indipendenza per promuovere la sue fortune politiche, è stata, secondo l’esperto politico curdo, Mahmoud Osman, un “calcolo errato.” Può forse resuscitare il nazionalismo iracheno e fermare le ambizioni dei Curdi. Oppure potrebbe innescare ulteriori forze centrifughe. Con l’ISIS che sta “uscendo”, e con la presenza militare americana relativamente modesta, gli Iracheno potrebbero ritornare alla preoccupazione della loro post-invasione di combattersi a vicenda fino ad arrivare alla dissoluzione del paese.

Dopo l’ISIS

La Guerra contro l’Isis è come una matrioska che viene dall’inferno. La campagna contro il califfato è inserita nella più ampia guerra civile siriana e nel conflitto federale iracheno. Questi a loro volta sono contenuti in uno scontro più ampio tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Questo tiro alla fune regionale è esso stesso parte di una  competizione anche più ampia tra gli Stati Uniti e la Russia.

Ora immaginate di dare questa matrioska a un bambino di 6 anni incline ai capricci. Entra ora Donald Trump. Ha fatto più o meno tutto il possibile per rendere peggiore una situazione brutta, tranne che distruggere la bambola con armi nucleari. Ha reso nemici gli Iraniani in ogni momento, ha incoraggiato le peggiori tendenze dei Sauditi, ha fatto poco per mantenere unito l’Iraq, non ha fatto alcuno sforzo per far tornare le fazioni in guerra al tavolo dei negoziati e ha perseguito una politica sfortunatamente priva di logica verso la Russia.

Certo, la sconfitta imminente dell’ISIS deve essere acclamata, ma i costi sono stati enormi. C’è l’ingente perdita di vite di civili e la distruzione di antiche città. C’è  l’aumento degli attacchi dell’ISIS all’estero. L’Iraq resta fragile, anche se i Curdi si sono offerti di congelare il loro voto per l’indipendenza. La Siria non è più vicina alla fine della sua guerra civile, anche si è stabilito che un’altra serie di colloqui di pace cominceranno presto. Le violazioni dei diritti umani da parte del governo di Assad, continuano, anche se i primi processi si sono tenuti in Europa per ritenere responsabili coloro che hanno fatto quelle violazioni.

Soprattutto, però, nessuno sta affrontando i conflitti contenuti l’uno dentro l’altro

nella regione. Il primo passo è di togliere la matryoska dalle mani di Donald Trump. Dategli qualche altra cosa con cui giocare, forse un’altra serie di tappe della sua campagna elettorale negli Stati Uniti. Ppi lasciate che dei veri adulti – l’ONU, l’UE, Jimmy Carter? – se la vedano con le realtà del dopo-ISIS in Medio Oriente.

http://reportage.corriere.it/esteri/2015/siria-se-le-barrel-bomb-uccidono-piu-di-isis/

Nella foto: un comandante della resistenza irachena

John Feffer è direttore di Foreign Policy In Focus dove questo articolo è apparso originariamente.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://www.counterpunch.org/2017/11/03/the-fall-of-the-house-of-isis/

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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