Antifa in teoria e in pratica

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di Diana Johnstone – 9 ottobre 2017

I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.

– Ennio Flaiano, scrittore italiano e co-autore dei maggiori copioni cinematografici di Federico Fellini.

In settimane recenti una sinistra totalmente disorientata è stata diffusamente esortata a unificarsi intorno a un’avanguardia mascherata che si definisce Antifa, cioè antifascisti. Con cappuccio e abito nero Antifa è essenzialmente una variazione del Black Bloc, noto per introdurre violenze in dimostrazioni pacifiche in molti paesi. Importata dall’Europa, l’etichetta Antifa suona più politica. Serve anche allo scopo di stigmatizzare quelli che attacca come “fascisti”.

Nonostante il suo nome europeo importato, Antifa è fondamentalmente solo un altro esempio della costante discesa degli Stati Uniti nella violenza.

 

Pretese storiche

Antifa è divenuta inizialmente nota per il suo ruolo nell’invertire l’orgogliosa tradizione di “libertà di espressione” di Berkeley impedendo da personalità di destra di parlarvi. Ma il suo momento di gloria è stato lo scontro con la destra a Charlottesville il 12 agosto, in larga misura perché Trump ha commentato che c’erano “persone per bene da entrambe le parti”. Con esuberante Schadenfreude i commentatori hanno colto l’occasione per condannare il disprezzato presidente per la sua “equivalenza morale”, conferendo in tal modo una benedizione morale ad Antifa.

Charlottesville è servita da riuscito lancio del libro “Antifa: the Antifascist Handbook[Antifa: il manuale antifascista] il cui autore, il giovane accademico Mark Bray, è un Antifa sia in teoria sia in pratica. Il libero sta “davvero decollando molto velocemente”, si è rallegrato l’editore, Melville House. Si è istantaneamente guadagnato il plauso di grandi media tradizionali quali il New York Times, The Guardian e la NBC, sin qui non famosi per affrettarsi a recensire libri di sinistra, men che mai di anarchici rivoluzionari.

The Washington Post ha salutato Bray come portavoce di “movimenti attivisti ribelli” e ha osservato che “il più illuminante contributo del libro è la storia degli sforzi antifascisti del secolo scorso, ma quello più rilevante per oggi è la sua giustificazione della repressione dell’espressione e della violenza contro suprematisti bianchi”.

L’”illuminante contributo” di Bray consiste nel raccontare una versione adulatoria della storia di Antifa a una generazione la cui visione dualistica, incentrata sull’Olocausto, della storia l’ha largamente privata degli strumenti sia di fatto sia analitici per giudicare eventi multidimensionali quali la crescita del fascismo. Bray presenta l’Antifa odierna come se fosse la gloriosa erede legittima di ogni nobile causa a partire dall’abolizionismo. Ma non c’erano antifascisti prima del fascismo e l’etichetta “Antifa” non si applica per nulla a tutti i molti avversari del fascismo.

La pretesa implicita di portare avanti la tradizione delle Brigate Internazionali che combatterono in Spagna contro Franco non è altro che una forma di innocenza per associazione. Poiché dobbiamo riverire gli eroi della guerra civile spagnola, parte di tale stima si suppone debba contagiare i suoi autoproclamati eredi. Purtroppo non ci sono veterani ancora vivi della Brigata Abraham Lincoln a segnalare la differenza tra una vasta difesa organizzata contro eserciti fascisti invasori e le scaramucce nel campus di Berkeley. Quanto agli anarchici della Catalogna, il brevetto dell’anarchismo è scaduto molto tempo fa, e tutti sono liberi di commercializzare il suo generico.

Il movimento antifascista originale fu un tentativo dell’Internazionale Comunista di far cessare le ostilità con i partiti socialisti europei al fine di costruire un fronte comune contro i movimenti trionfanti guidati da Mussolini e Hitler. Poiché il fascismo ha prosperato, e Antifa non è mai stata un avversario serio, i suoi apologeti prosperano sull’affermazione dello “stroncare sul nascere”: “se solo” gli antifascisti avessero sconfitto sufficientemente presto i movimenti fascisti, questi ultimi sarebbero stati stroncati sul nascere. Poiché ragione e dibattito non hanno fermato l’ascesa del fascismo, sostengono, dobbiamo ricorrere alla violenza di piazza, che, per inciso, ha fallito ancor più decisamente.

Questo è totalmente astorico. Il fascismo esaltava la violenza, e la violenza era il suo banco di prova preferito. Sia i comunisti sia i fascisti lottavano nelle strade e l’atmosfera di violenza aiutò il fascismo a prosperare come baluardo contro il bolscevismo, conquistando il sostegno cruciale di grandi capitalisti e militaristi nei loro paesi e portando il fascismo al potere.

Poiché il fascismo storico non esiste più, l’Antifa di Bray ha ampliato il suo concetto di “fascismo” a includere qualsiasi cosa violi l’attuale canone della Politica Identitaria: dal “patriarcato” (un atteggiamento prefascista, per esser buoni) alla “transfobia” (decisamente un problema post-fascista).

I militanti mascherati di Antifa sembrano essere più ispirati da Batman che da Marx o anche da Bakunin.

 

Reparti d’assalto del partito neoliberista della guerra

Poiché Mark Bray offre credenziali europei per l’attuale Antifa statunitense, è appropriato osservare che cos’è Antifa oggi in Europa.

In Europa la tendenza assume due forme. Attivisti del Black Bloc si inseriscono regolarmente in varie dimostrazioni di sinistra al fine di rompere vetrine e battersi con la polizia. Queste esibizioni al testosterone sono di significato politico minore, salvo che nel provocare pubblici appelli a rafforzare le forze della polizia. Sono diffusamente sospettate di essere influenzate da infiltrazioni della polizia.

Ad esempio lo scorso 23 settembre diverse dozzine di teppisti mascherati vestiti di nero, strappando manifesti e tirando sassi, hanno tentato di attaccare il palco sul quale il pomposo Jean-Luc Mélenchon doveva tenere un discorso a un incontro di massa di La France Insoumise, oggi il principale partito di sinistra in Francia. Il loro messaggio inespresso è parso essere che nessuno è abbastanza rivoluzionario per loro. Occasionalmente hanno di fatto individuato una testa rasata a caso da malmenare. Questo stabilisce le loro credenziali di “antifascisti”.

Usano tali credenziali per arrogarsi il diritto di diffamare altri in una sorta di inquisizione informale autoproclamata.

Come ottimo esempio, a fine 2010 una giovane di nome Ornella Guyet è apparsa a Parigi in cerca di lavoro come giornalista in vari periodici e blog di sinistra. Ha “tentato di infiltrarsi dovunque”, secondo l’ex direttore di Le Monde Diplomatique, Maurice Lemoine, che aveva “sempre intuitivamente diffidato di lei” quando l’aveva assunta come interno.

Viktor Dedaj, che amministra uno dei principali siti di sinistra in Francia, Le Grand Soir, è stato tra quelli che hanno cercato di aiutarla, solo per avere una sorpresa sgradevole pochi mesi dopo. Ornella era diventata un’autoproclamata inquisitrice dedita a denunciare “cospirazioni, confusione, antisemitismo e stalinismo” su Internet. Ciò ha assunto la forma di attacchi personali contro persone che lei giudicava colpevoli di tali peccati. Quello che è considerevole è che tutti i suoi bersagli erano contro le guerre aggressive degli Stati Uniti e della NATO in Medio Oriente.

In effetti la tempistica della sua crociata è coincisa con le guerre di “cambiamento di regime” che hanno distrutto la Libia e fatto a pezzi la Siria. Gli attacchi hanno selezionato i principali critici di tali guerre.

Viktor Dedaj era sulla sua lista nera. Lo stesso Michel Collon, vicino la Partito dei Lavoratori belga, scrittore, attivista e amministratore del sito bilingue Investig’action. Lo stesso François Ruffin, regista, direttore della rivista di sinistra Fakir, eletto recentemente all’Assemblea Nazionale nella lista del partito di Mélenchon La France Insoumise. E così via. La lista è lunga.

Le personalità attaccate sono disparate, ma hanno tutte una cosa in comune: opposizione alle guerre di aggressione. Per di più, per quanto posso dire io, praticamente tutti i contrari a tali guerre erano sulla sua lista.

La tecnica principale consiste nella colpevolezza per associazione. In alto nella lista dei peccati mortali è la critica dell’Unione Europea, che è associata a “nazionalismo”, che è associato a “fascismo”, che è associato a “antisemitismo”, suggerendo un’inclinazione al genocidio. Questo coincide perfettamente con la politica ufficiale della UE e dei governi della UE, ma Antifa usa un linguaggio molto più aspro.

A metà giugno 2011 il partito antieuropeista Union Populaire Républicaine guidato da François Asselineau è stato oggetto delle insinuazioni diffamanti di siti internet di Antifa a firma di “Marie-Anne Boutoleau” (uno pseudonimo di Ornella Guyet). Temendo violenze, i proprietari hanno cancellato sedi di incontri programmati dall’UPR a Lione. L’UPR ha condotto una piccola indagine scoprendo che Ornella Guyet era stata sulla lista degli oratori di un Seminario sui Media Internazionali del 2009, organizzato a Parigi dal Centro per lo Studio delle Comunicazioni Internazionali e dalla Scuola di Media e Affari Pubblici dell’Università George Washington. Un’associazione sorprendente per una simile fanatica crociata contro il “rosso-bruno”.

Nel caso qualcuno avesse dubbi, “rosso-bruno” è un’espressione usata per diffamare chiunque abbia idee generalmente di sinistra – cioè “rosse” – attribuendogli il colore fascista “bruno”. Questo insulto può essere basato sul fatto di avere la stessa opinione di qualcuno di destra, di parlare sullo stesso palco con qualcuno di destra, di essere pubblicato a fianco di qualcuno di destra, di essere visto a una dimostrazione contro la guerra cui partecipi anche qualcuno di destra, e così via. Questo è particolarmente utile per il Partito della Guerra, poiché di questi tempi molti conservatori sono più contrari alla guerra che non quelli di sinistra che si sono bevuti il mantra della “guerra umanitaria”.

Il governo non ha bisogno di reprimere riunioni contro la guerra. Se ne occupa Antifa.

Il comico franco-africano Dieudonné M’Bala M’Bala, stigmatizzato per antisemitismo dal 2002 per il suo sketch televisivo che ridicolizzare un colono israeliano come parte dell’”Asse del Bene” di George W. Bush, è non solo un bersaglio, ma serve da colpevolezza per associazione contro chiunque difenda il suo diritto alla libertà di espressione, come il professore belga Jean Bricmont, virtualmente al bando in Francia per aver tentato di dire una parola a favore della libertà di espressione in un talk show televisivo. Dieudonné è stato messo al bando dai media, citato in giudizio e multato innumerevoli volte, anche condannato al carcere in Belgio, ma continua a godere del tutto esaurito di sostenitori entusiasti ai suoi spettacoli, in cui il principale messaggio politico è l’opposizione alla guerra.

Tuttavia accuse di andarci morbidi su Dieudonné possono avere conseguenze serie su persone in posizioni più precarie, poiché il mero accenno ad “antisemitismo” può tagliare una carriera in Francia. Gli inviti sono cancellati, le pubblicazioni rifiutate, i messaggi non ricevono risposta.

Nell’aprile del 2016 Ornella Guyet è scomparsa alla vista, in mezzo a forti sospetti riguardo alle sue peculiari associazioni.

La morale di questa storia è semplice. Autonominati rivoluzionari radicali possono essere la più utile polizia del pensiero del partito neoliberista della guerra.

Non sto suggerendo che tutti i membri di Antifa, o la maggior parte di loro, siano agenti del sistema. Ma possono essere manipolati, infiltrati o impersonati precisamente perché sono autoconsacrati e solitamente più o meno mascherati.

 

Zittire un dibattito necessario

Uno che è certamente sincero è Mark Bray, autore di The Antifa Handbook. E’ chiaro da dove proviene quando scrive (pagg. 36-7): “… la ‘soluzione finale’ di Hitler uccise sei milioni di ebrei in camere a gas, mediante plotoni d’esecuzione, mediante fame e assenza di cure mediche in squallidi campi e ghetti, con percosse, facendoli lavorare a morte, e mediante suicidi per disperazione. Approssimativamente due ebrei su tre nel continente furono uccisi, compresi alcuni miei parenti”.

Questa storia personale spiega perché Mark Bray abbia sentimenti forti riguardo al “fascismo”. E’ perfettamente comprensibili in uno che è perseguitato dalla paura che “possa succedere di nuovo”.  

Tuttavia anche le preoccupazioni emotive più giustificabili non necessariamente contribuiscono a un saggio consiglio. Reazioni violente alla paura possono sembrare forti ed efficaci, quando in realtà sono moralmente deboli e praticamente inefficaci.

Siamo in un periodo di grande confusione politica. Etichettare di fascismo ogni manifestazione di “scorrettezza politica” impedisce di chiarire il dibattito su problemi che hanno grande necessità di essere definiti e chiariti.

La scarsità di fascisti è stata compensata identificando come fascismo la critica dell’immigrazione. Questa identificazione, in collegamento con il rifiuto di confini nazionali, deriva gran parte della sua forza emotiva soprattutto dalla paura ancestrale della comunità ebrea di essere esclusa dalle nazioni in cui si trova.

Il problema dell’immigrazione ha aspetti diversi in luoghi diversi. Non è lo stesso nei paesi europei e negli Stati Uniti. C’è una distinzione fondamentale tra migranti e immigrazione. I migranti sono persone che meritano considerazione. L’immigrazione è una politica che va valutata. Dovrebbe essere possibile discutere la politica senza essere accusati di perseguitare le persone. Dopotutto leader sindacali si sono tradizionalmente opposti all’immigrazione di massa, non per razzismo ma perché può essere una deliberata strategia capitalista per abbassare i salari.

In realtà l’immigrazione è un tema complesso, con molti aspetti che possono condurre a compromessi ragionevoli. Ma polarizzare il problema fa perdere le occasioni di compromesso. Rendendo l’immigrazione di massa la prova del nove dell’essere o no fascisti, l’intimidazione di Antifa impedisce una discussione ragionevole. Senza discussione, senza disponibilità ad ascoltare tutti i punti di vista, il problema non farà che dividere la popolazione in due campi, a favore e contro. E chi vincerà in tale scontro?

Un recente sondaggio * mostra che l’immigrazione di massa è sempre più impopolare in tutti i paesi europei. La complessità del problema è dimostrata dal fatto che nella gran maggioranza dei paesi europei, la maggior parte delle persone ritiene di avere il dovere di accogliere i profughi, ma disapprova la continua immigrazione di massa. La tesi ufficiale che l’immigrazione è una cosa buona è accettata solo dal 40 per cento, rispetto al 60 per cento di tutti gli europei che ritiene che “l’immigrazione è un male per il nostro paese”. Una sinistra la cui causa principale è l’apertura dei confini diverrà sempre più impopolare.

 

Violenza puerile

L’idea che il modo per far tacere qualcuno consista nel tirargli un pugno in faccia è tanto statunitense quanto i film di Hollywood. E’ anche tipica della guerra delle bande che prevale in certe parti di Los Angeles. Riunirsi in bande con altri “come noi” per combattere bande di “loro” per il controllo del terreno è caratteristico di giovani in situazioni incerte. La ricerca di una causa può comportare attribuire a tale condotta uno scopo politico: o fascisti o antifascisti. Per gioventù disorientata questa è un’alternativa a entrare nel corpo dei marine statunitensi.

L’Antifa statunitense appare molto simile a un matrimonio della classe media tra Politica Identitaria e guerra di bande. Mark Bray (pag. 175) cita la sua fonte Antifa di Washington come implicante che la motivazione degli aspiranti fascisti consiste nello schierarsi con “il ragazzo più forte del quartiere” e che si ritireranno se spaventati. La nostra banda è più forte della vostra.

Quella è anche la logica dell’imperialismo statunitense che abitualmente dichiara dei suoi nemici scelti: “L’unica cosa che capiscono è la forza”. Anche se gli Antifa affermano di essere rivoluzionari radicali, la loro mentalità è perfettamente tipica dell’atmosfera di violenza che prevale negli Stati Uniti militarizzati.

Per un altro verso Antifa segue la tendenza degli eccessi dell’attuale Politica Identitaria che stanno reprimendo la libertà di espressione in quella che dovrebbe essere la sua cittadella, il mondo accademico. Le parole sono considerate così pericolose che devono essere creati “spazi sicuri” per proteggere le persone da esse. Questa estrema vulnerabilità all’essere feriti dalle parole è stranamente collegata alla tolleranza della violenza fisica reale.

 

Caccia senza speranza

Negli Stati Uniti la cosa peggiore riguardo ad Antifa è il tentativo di guidare la disorientata sinistra statunitense a una caccia senza speranza, a scovare “fascisti” immaginare anziché riunirsi apertamente per elaborare un programma positivo coerente. Gli Stati Uniti hanno più della loro quota di individui anormali, di aggressioni gratuite, di idee folli e scovare questi personaggi marginali, da soli o in gruppi, è una grande distrazione. Le persone davvero pericolose negli Stati Uniti sono sistemate al sicuro a Wall Street, nei Think Tank di Washington, nelle suite dirigenziali dell’estesa industria militare, per non citare gli uffici editoriali di alcuni dei media prevalenti che attualmente adottano un atteggiamento benevolo nei confronti degli “antifascisti” semplicemente perché sono utili a concentrare l’attenzione sul cane sciolto Trump anziché su sé stessi.

Antifa USA, definendo la “resistenza al fascismo” come resistenza a cause perse – la Confederazione, i suprematisti bianchi e, quanto a questo, Donald Trump – sta di fatto distraendo dalla resistenza al sistema neoliberista dominante, che si oppone anch’esso alla Confederazione e ai suprematisti bianchi ed è in larga misura riuscito a fermare Trump mediante la sua implacabile campagna di denigrazione. Quel sistema dominante che nelle sue insaziabili guerre all’estero e con l’introduzione di metodi da stato di polizia ha sfruttato con successo la popolare “resistenza a Trump” per renderlo ancora peggiore di quanto già sia.

L’uso superficiale del termine “fascista” ostacola la meditata identificazione e definizione del vero nemico dell’umanità oggi. Nel caos contemporaneo gli sconvolgimenti maggiori e più pericolosi derivano tutti dalla stessa fonte, che è difficile nominare ma cui potremmo attribuire l’etichetta provvisoria semplificata di Imperialismo Globalizzato. Corrisponde a un progetto sfaccettato di rimodellamento del mondo per soddisfare le richieste del capitalismo finanziario, del complesso industriale-militare, della vanità ideologica degli Stati Uniti e della megalomania di leader di potenze meno “occidentali”, in particolare di Israele. Potrebbe essere chiamato semplicemente “imperialismo”, salvo che è molto più vasto e più distruttivo dell’imperialismo storico dei secoli del passato. E’ anche molto più mascherato. E poiché non ha nessuna etichetta chiara, come “fascismo”, è difficile da denunciare in termini semplici.

La fissazione sulla prevenzione di una forma di tirannia sorta più di ottant’anni fa, in circostanze molto diverse, ostacola il riconoscimento della mostruosa tirannia del presente. Combattere la guerra del passato porta alla sconfitta.

Donald Trump è un marziano che non sarà mai reso terrestre. L’elezione di Donald Trump è soprattutto un grave sintomo della decadenza del sistema politico statunitense, totalmente dominato da denaro, lobby, complesso militare-industriale e media dell’industria. Le loro menzogne stanno minando la base stessa della democrazia. Antifa è andata all’offensiva dell’unica arma ancora nelle mani del popolo: il diritto alla libertà di espressione e di riunione.

Diana Johnstone è autrice dell’introduzione alle memorie di suo padre, ‘From MAD to Madness: Inside Pentagon Nuclear War Planning’  [Da MAD (probabilmente l’acronimo inglese di Distruzione Mutua Assicurata, e, letteralmente, ‘matto’) alla pazzia: la pianificazione della guerra nucleare del Pentagono vista dall’interno n.d.t.] di Paul H. Johnstone (Clarity Press). Può essere contattata a [email protected]

NOTE

* «Où va la démocratie?», une enquête  de la Fondation pour l’innovation politique sous la direction de Dominique Reynié, (Plon, Paris, 2017).

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/antifa-in-theory-and-in-practice/

Originale: Counterpunch    

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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