Occupare! Collegare! Creare! (parte 5)

Redazione 5 dicembre 2011 0
This entry is part 5 of 7 in the series Occupare! Collegare! Creare!
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di Ethan Miller  -  19 novembre  2011

Nota: questo testo  è il quinto  di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

Principio 3: Oltre “il mercato” e “lo stato”

C’è un mondo di possibilità oltre “il mercato” e “lo stato” e la nostra politica economica deve smettere di altalenare tra questi due poli. Dobbiamo lavorare, invece, per coltivare forme di sussistenza e di governo che incorporino le nostre aspirazioni alla giustizia, alla democrazia e alla solidarietà.

Più mercato! Più stato! Più mercato! Più stato! Non è questo il dibattito ripetitivo della politica convenzionale nell’ultima dozzina di decenni? L’altalena sale e scende, gli atteggiamenti conservatori con le loro ultime teorie economiche preferite e la normalità dello sfruttamento  e della fagocitazione del mondo continuano.  Non ne abbiamo ancora abbastanza?

Possiamo trovare una fonte di questo gioco ridicolo nella maggior parte dei manuali introduttivi all’economia.  Ci sono solo due modi di organizzare un’economia, dicono: il “libero mercato” e “l’economia pianificata”. Mercato o stato. Capitalismo o comunismo. Già, così è.

Chi ha dato una laurea a questa gente? (Oh, giusto, quasi me ne dimenticavo. Le stesse istituzioni d’élite che producono la maggior parte dell’1% che governa il mondo).

E’ cruciale per noi riconoscere che la nostra immaginazione e le nostre possibilità economiche sono scoraggiate da questo modo di pensare ipersemplificato.  Quelli al potere non se ne preoccupano, ovviamente, perché ciascuna delle opzioni finisce  con un risultato analogo: una frazione minuscola della popolazione che controlla, gestisce e trae profitto da una vasta maggioranza delle risorse.  E’ qualcosa di incorporato nella spiegazione, storicamente ereditata, di che cos’è una “economia”. Nella sua rappresentazione come enorme sistema unificato di produzione di beni e di accumulazione finanziaria, le due opzioni di mantenimento della coerenza sono del tutto chiare.  Uno o l’altro degli ordini emerge magicamente dalle dinamiche auto-organizzate di un mercato competitivo “libero” oppure l’ordine è imposto da una sede centrale di comando.  E così il mercato e lo stato moderno emergono insieme, gemelli separati alla nascita.

Un effetto di questa presentazione è di far sì che i “mercati” sembrino collegati al “capitalismo”.  L’espressione “mercato del capitalismo” finisce per sembrare ridondante ed essere pro (o contro)  l’uno è essere pro (o contro) l’altro.  Questa è la distinzione comoda che consente alla storia del capitalismo di fare un unico boccone della coordinazione decentrata tra operatori liberi.  Questo è il collegamento che rende invisibile ogni forma di organizzazione economica diversa dal capitalismo (e dal suo doppio, l’economia pianificata).

Ma è questo il collegamento che dobbiamo spezzare.  Il capitalismo è un modo specifico di organizzare la produzione: una separazione dei lavoratori dalle proprie capacità di soddisfare i propri bisogni e un rapporto di lavoro salariato in cui i lavoratori non dispongono né della proprietà né del controllo sui profitti che creano. I mercati sono una forma di scambio in cui venditori e acquirenti si incontrano per scambiare prodotti utilizzando un qualche mezzo di scambio concordato (1). Il capitalismo richiede mercati, ma i mercati non richiedono il capitalismo. Questo non implica assolutamente un avallo a mercati “alternativi” come una grandiosa ed equa soluzione alle nostre lotte economiche. E’ semplicemente per dire che ancora non sappiamo quali tipi di mercati possiamo creare. I mercati sono animati da ogni genere di dinamica, dipendendo da istituzioni che vi partecipano e da regole che sono state create per strutturarli.  Che genere di “mercati solidali” potrebbe emergere da una rete di scambi tra imprese di proprietà dei lavoratori e delle comunità? Tra imprese strutturate per soddisfare le necessità dei propri membri e non per massimizzare i profitti? In una cultura in cui l’amore per i “mercati” è profondo e in cui questo amore può essere visto come espressione del desiderio di libertà legittima, dobbiamo prendere sul serio queste domande.  Cosa succederebbe se separassimo il capitalismo dai mercati nelle nostre politiche pubbliche?  Possiamo confrontarci con i favorevoli al mercato non con altre richieste di controllo statale, bensì con una sfida: portiamo l’etica della democrazia e della libertà sino in fondo al cuore della società speculativa capitalista. Trasformiamo quella e poi vediamo quali forme di libertà possiamo creare insieme.

L’altra faccia di questa medaglia, il lato dello stato, ci si presenta con una trappola simile, che dobbiamo evitare.  Ci è stata passata l’immagine dello “stato” come una cosa singola, unificata e coerente (2).  O si è a favore o si è contro. Prendere posizione per una funzione dello stato significa allearsi con tutte. Lo stato è o lo spauracchio burocratico che lavora a distruggere la nostra libertà e a derubarci dei nostri soldi guadagnati col sudore, o è il singolo punto di leva per politiche progressiste, il grande protettore del bene pubblico e il fornitore delle risorse sociali. O lavoriamo per abolirlo o per ripristinarne una qualche mitica gloria democratica del passato.

Questa esposizione riduce le nostre possibilità economiche e politiche nascondendo due elementi chiave.  Primo: cela tutte le complesse differenze che esistono all’”interno” dello scatolone che chiamiamo “lo stato”. Si prendano le tasse, ad esempio: a volte le tasse sono una forma di solidarietà sociale, un modo attraverso il quale la ricchezza sia ridistribuita equamente a beneficio della popolazione attuale e delle generazioni future. A volte le tasse sono una forma di sfruttamento attinge ulteriore ricchezza dalla gente che lavora e sovvenziona i piani degli affari delle élite. A volte (anche se raramente) le tasse sono un modo per finanziare istituzioni di sostegno basate sulle comunità e controllate democraticamente (cooperative, per esempio).  A volte le tasse sono un modo per finanziare il saccheggio e la colonizzazione militare di altri paesi. La questione non è “stato o non stato”; è questa: i valori di chi sono istituzionalizzati negli specifici programmi di uno stato specifico? Un determinato elemento dello “stato” agevola o intralcia la formazione di condizioni che rendano possibili nuove forme di sussistenza democratica ed equa delle nostre comunità?

Ma, cosa forse anche più importante, la descrizione ipersemplificata dello “stato” nasconde tutti i modi possibili che possiamo immaginare, e per i quali possiamo batterci, per la trasformazione e il decentramento di molte funzioni statali.  Il bilancio, la fornitura di servizi e la protezione dei beni pubblici (tra altre cose) possono essere posti direttamente nelle mani delle comunità che sono più influenzate da essi.  Cosa deve fare lo stato e cosa deve coordinare ma delegare a un livello più diretto e locale? Da cosa possiamo complessivamente escludere lo stato per farlo da soli?

Queste questioni possono apparire terrificanti se si pensa che il problema del “neoliberismo” è il suo attacco allo stato.  Ma il problema del neoliberismo è, più accuratamente, il suo programma di privatizzare gli utili e socializzare i costi. E’ progetto di furto sociale e di appropriazione. Lo stato appare come suo bersaglio e come qualcosa che dobbiamo assolutamente difendere solo perché abbiamo concesso tutto lo spazio delle possibilità alla vecchia contrapposizione stato/mercato!  Potremmo immaginare una politica più ispiratrice che veda la diffusa critica pubblica dello stato come una opportunità per sperimentare nuove forme di pratica democratica di base? Potremmo imparare a difendere selettivamente e a batterci per certi elementi dello stato restando leali a un’aspirazione di massima democrazia diretta? Potremmo passare dalla privatizzazione alla cooperativizzazione?

E ciò punta al problema ultimo della contrapposizione stato/mercato, una contrapposizione che a questo punto è probabilmente chiara: c’è un intero universo di pratiche di sussistenza e di possibilità istituzionali che né fanno parte del “mercato”, né fanno parte dello “stato”.  E’ questo enorme spazio – di fatto lo spazio in cui vive la maggior parte di noi –  che per la maggior parte del tempo viene reso invisibile quando riduciamo l’ “economia” alle sue vecchie forme gemelle.  Questo spazio è stato chiamato l’ “economia sociale”, il “terzo settore” e la “società civile”.  Ma queste espressioni non colgono la diversità e la portata di tutto ciò che facciamo al di fuori del mercato e dello stato: tutte le forme di dono, di condivisione, di attività in comune; in effetti tutte le forme di lavoro dello stesso vivere.  Né occupazione né carità: è così che occupiamo il nostro mondo.

Cosa significa tutto questo?

E’ una chiamata a un approccio alla sussistenza che rifiuti di concedere la nostra immaginazione alla storia meschina del mercato e dello stato e tuttavia rifiuti anche di abbandonare questi due regni e spazi di possibilità politica.  Questo è parte dell’evasione creativa collettiva dalla trappola della dipendenza: il bisogno di vivere nel presente in modo tale che sia possibile un futuro.  Il nostro compito consiste nell’identificare e creare sedi, istituzioni e pratiche in cui i valori di equità, cooperazione, democrazia, pluralismo e solidarietà siano fatti rispettare dai mercati, dagli stati, da ogni  in ogni ambito della vita e nel collegarli insieme.  Questo è l’approccio a una “solidarietà economica” che emerge da movimenti sociali di base in tutto il mondo (3).

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(1) Questa è una distinzione mutuata da Karl Polanyi, The Livelihood of Man, [Il sostentamento umano], New York: Academic Press, 1977.

(2) Per alcuni teorie a sostegno di questa critica vedere Timothy Mitchell “The Limits of the State: Beyond Statist Approaches and Their Critics” [I limiti dello stato: al di là degli approcci statalisti e dei loro critici] The American Political Science Review, vol. 85, no. 1, 1991.

(3) Per altro sull’ “economia solidale” vedere la libreria di risorse presso http://www.solidaritynyc.org

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Grazie a Kate Boverman, che ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-connect-create-part-5-by-ethan-miller

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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