Occupare! Collegare! Creare! (parte 3)

Redazione 3 dicembre 2011 0
This entry is part 3 of 7 in the series Occupare! Collegare! Creare!
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di Ethan Miller  -  5 novembre  2011

Nota: questo testo  è il terzo  di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

Dall’economia ai mezzi di sussistenza: cinque principi

Stanno emergendo barlumi di una nuova storia economica. Sono concetti e intuizioni che possono contribuire la liberare la nostra immaginazione dalla morsa della vecchia “economia” e a imbarcarci in nuove esplorazioni collettive di come potremmo vivere insieme in quest’era incombente di incertezza e cambiamento. Cominciamo con cinque principi per riorientare il nostro pensiero economico che possono aiutarci a passare: (1) da una nozione singola dell’ “economia” a una concezione di diverse forme di sussistenza; (2) da una contrapposizione economia/natura a un concetto che restauri la comunità ecologica; (3) da una scelta obsoleta tra “mercato” e “stato” uno spazio politico creativo entro e oltre tali istituzioni; (4) dalla logica limitante delle “leggi economiche” al lavoro di creazione di nuove possibilità attraverso l’ideazione e l’azione collettiva; e, infine, (5) dall’economia degli “esperti” all’economia come pratica di organizzazione democratica in cui “noi, il popolo” costruiamo le nostre economie.

Principio 1. Dalla “economia” a diverse modalità di sostentamento

Non esiste una singola “economia”, tranne che come narrazione imposta dalle istituzioni per preservare lo status quo.  Ci sono, invece, forme diverse di sussistenza, modi molteplici di guadagnarsi da vivere in rapporto gli uni con gli altri e con il mondo vivente di cui siamo parte.

L’idea di un unico “sistema economico” fatto di denaro e mercati è una storia fallimentare che serve solo a rendere invisibili le nostre possibilità economiche.  Nel mondo reale, fuori dai manuali e dalle istituzioni che modellano il mondo sulle proprie idee, soddisfiamo le nostre necessità in ogni genere di pratiche e relazioni diverse. E’ ora di passare dall’idea di “economia” all’idea di sostentamento. Questo non riguarda più quello che il mercato capitalista pretende da noi. Questo riguardo il modo in cui ci guadagniamo da vivere. Il modo in cui costruiamo le nostre vite (1).

Non siamo soltanto massimizzatori razionali egoisti. Collaboriamo, condividiamo, ci identifichiamo gli uni negli altri e creiamo comunità di assistenza e sostegno.  Lungi dal vivere in un mondo di fredde transazioni d’affari, la maggior parte di noi vive in mondi che sono pieni di relazioni, obblighi, impegni e forme d’amore complessi.  Lottiamo con le unghie e con i denti per restare aggrappati a questi spazi – le radici della nostra dignità – di fronte a un’economia che cercare di rubarceli.

Non dipendiamo soltanto dai posti di lavoro e dal denaro per il nostro sostentamento. Le nostre vite sono qualcosa di più del nostro lavoro e il nostro lavoro è qualcosa di più che le nostre mansioni.  Dipendiamo gli uni dagli altri, dalle nostre famiglie e dai nostri amici, dai nostri vicinati e dalle molte comunità di cui facciamo parte.  Dipendiamo dai doni e dai baratti, dalla generosità e dalla solidarietà, la prendere e dare a prestito, dal condividere e mantenere risorse in comune.  Dipendiamo dalle nostre competenze e da quelle altrui, dal sapere condiviso, e da forme condivise di lavoro nel luogo di lavoro e al di là di esso. Queste sono forme di sussistenza che ci mantengono in vita nei momenti più difficili. Non ci affidiamo al “mercato” perché provveda alle nostre necessità quando salgono le acque delle alluvioni, quando la fabbrica chiude, quando la società si ridimensiona, o quando siamo colpiti dall’uragano.  Ci affidiamo gli uni agli altri, perché noi siamo l’economia della vita e della comunità.

In un senso più ampio ci affidiamo anche al lavoro continuo di altri esseri viventi e del mondo stesso, processi di sussistenza che l’”economia” non può fornire (e che per lo più lavora per sfruttare e distruggere): le piante che producono il nostro ossigeno, i suoli che fanno crescere il nostro cibo, gli insetti che impollinano la nostra frutta, il clima che fa volgere le nostre stagioni, le nuvole che portano la pioggia e il vento che le spazza via per rivelare il sole. Questo non è un “capitale naturale”;  è il mondo che condividiamo. Non può essere trasformato in denaro.

Né il denaro né la “crescita economica” sono le uniche misure del nostro benessere. Anche se lottiamo per cercare di guadagnarlo non tutti crediamo nell’idea che il denaro misuri davvero il “valore”.  Noi abbiamo anche altri valori: la nostra salute, il nostro tempo per riposare, giocare ed essere liberi, le nostre espressioni creative, le nostre vite spirituali e religiose, i nostri impegni familiari, le nostre relazioni con mondo vivente più che umano, le nostre tradizioni e le nostre storie, e la possibilità di un futuro per quelli ancora da venire.  Questi valori non muoiono, non importa quante volte gli economisti li ignorano e le compagnie di assicurazioni cercano di quantificarli per profitto; essi ci rendono quello che siamo, li viviamo e li trasmettiamo (2).

La storia della “economia” ci ha nascosto le nostre possibilità.  Esse non sono semplicemente immaginate, non sono solo fantasie riguardo a quel che già potrebbe essere. No: l’azione creativa di generazioni di pionieri economici ha già dato vita a un intero insieme di possibilità di vita cui possiamo partecipare o da cui possiamo finire per dipendere: cooperative di lavoratori, consumatori e produttori; monete delle comunità; iniziative di commercio equo; cooperative abitative e comunità finalizzate; squadre di soccorso e antincendio volontarie; assistenza collettiva all’infanzia e reti di istruzione; centri sociali gestiti dalle comunità; librerie pubbliche; cooperative del credito non a fini di lucro per lo sviluppo delle comunità; scuole gratuite; forme cooperative di finanziamento senza interessi; orti comunitari; reti di assistenza di quartiere; progetti di software open source; programmi di agricoltura sostenuta dalla comunità (CSA); mercati dei contadini; proprietà fondiarie comuni di ogni genere e dimensione (3).

Questi non sono progetti utopistici. Sono le forme imperfette delle nostre lotte creative per costruire forme diverse di sussistenza in questo mondo reale.  Ci chiamano a possibilità che abbiamo appena cominciato ad esplorare e per le quali abbiamo appena cominciato a lottare.

———-

Note

(1) Per altro su questo cambiamento di prospettiva da una “economia” monolitica a panorami di pratiche diversi vedere J.K. Gibson-Graham, A Postcapitalist Politics. [Una politica postcapitalista]  University of Minnesota Press, 2006; e Jenny Cameron e J.K. Gibson-Graham, “Feminising the Economy: Metaphors, Strategies, Politics.”[Femminilizzare l’economia: metafore, strategie e politiche]  Gender, Place and Culture, Vol. 10, No.2, p.145-157; anche altro lavoro del Community Economies Collective.

(2) Massimo De Angelis offre un quadro efficace per riflettere sui valori e sui “conflitti di valore” nel suo libro  The Beginning of History: Value Struggles and Global Capital [L’inizio della storia: conflitti di valore e capitale globale](London: Pluto Press, 2007). Egli attinge all’idea di David Graeber di “valore come importanza dell’azione” in David Graeber, Toward an Anthropological Theory of Value: The False Coin of Our Own Dreams.[Verso una teoria antropologica del valore: la moneta falsa dei nostri stessi sogni]  New York: Palgrave, 2001.

(3) Per mettere un po’ di numeri nell’insieme: uno studio recente dell’USDA [Dipartimento USA dell’Agricoltura] mostra che 29.000 cooperative aziendali negli Stati Uniti impiegano più di 2 milioni di persone. Vi sono comprese 200 cooperative di proprietà dei lavoratori e 26.844 cooperative di proprietà dei consumatori (molte delle quali sono cooperative creditizie, alternative senza fini di lucro alle banche imprenditoriali).  Queste sono tutte attività “di proprietà mutua e controllate democraticamente dai membri che si avvantaggiano dei relativi prodotti e servizi”.  In aggiunta vi sono più di 250 trust fondiari comunitari proprietari in cooperativa e in controllo democratico di terreni per sostenere abitazioni accessibili e altri progetti negli USA (National Community Land Trust Network) e centinaia di monete locali e di reti di baratto di ogni genere (vedere l’elenco del  Community Currency Magazine per soltanto alcune di esse).  Il Data Commons Project sta lavorando per sviluppare un elenco più completo di iniziative economiche alternative di ogni tipo. Il prototipo in corso di lavorazione si può trovare presso: www.find.coop

(4) L’immagine dell’ “iceberg” è tratta dall’originale di  Ken Byrne, pubblicato in  J.K. Gibson-Graham, A Postcapitalist Politics [Una politica postcapitalista]. Minneapolis: University of Minnesota Press, 2006.

 Grazie a Kate Boverman, che ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-connect-create-part-3-by-ethan-miller

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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