Come combattere un gigante

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di Juan Cruz Ferre e Tre Kwon – 6 agosto 2017

“Se non c’è pane per i nostri figli non ci sarà pace per i padroni”, dice l’attivista operaio Camilo Mones di fronte alla fabbrica della PepsiCo a Buenos Aires, Argentina. La struttura è stata chiusa dalla società senza preavviso, lasciando in strada 691 lavoratori. Le parole di Mones suonano ardite. Dopotutto che cosa possono fare poche centinaia di lavoratori di fronte a un mastodonte multinazionale che gode del leale sostegno del governo argentino?

Ritratto di un gigante

La PepsiCo è la seconda maggiore produttrice del mondo di spuntini. Fabbrica prodotti Frito-Lay, Quaker Oats, Gatorade e Tropicana in più di 200 paesi ed è all’ottantaquattresimo posto tra le Maggiori Società Quotate del Mondo di Forbes, appena dopo Amazon. Nel 2016 ha realizzato vendite per 62,8 miliardi di dollari; aveva un valore di mercato di 159,4 miliardi di dollari e impiegava un numero di lavoratori stimato in 264.000. La direzione della società si trova in una sede allargata a macchia d’olio a Purchase, New York, dove lo scintillante complesso di sette edifici è affiancato da un country club e sovrasta un giardino di sculture contenente le opere di Auguste Rodin e Alberto Giacometti.

A cinquemila miglia di distanza a Zona Norte (il margine settentrionale della provincia di Buenos Aires in Argentina) la PepsiCo gestiva una fabbrica di confezionamento di alimenti fino a quando ha sbattuto la porta a fine giugno. I dipendenti sono arrivati al lavoro una mattina e hanno trovato un avviso che diceva: “A causa della cessazione dell’attività … e del trasferimento della produzione in un’altra struttura … i dipendenti sono temporaneamente esonerati dal prestare servizio”.

Chiusure improvvise di fabbriche e massicci licenziamenti sono lungi dall’essere insoliti nella storia recente dell’Argentina; molti ricordano la crisi del 2001 quando l’economia è precipitata e la disoccupazione è schizzata a più del 20 per cento. Diffuse proteste hanno scosso il paese nei giorni tumultuosi del 19 e 20 dicembre del 2001, deponendo alla fine il presidente Fernando de la Rùa e insediando al potere a denti stretti (con uno scarso voto del 23 per cento) Néstor Kirchner un paio di anni dopo.

Una volta al potere i Kirchner hanno stabilito stretti rapporti con gruppi per i diritti umani come le Madres y Abuelas de Plaza de Mayo le madri delle vittime della più recente dittatura militare, note come “desaparecidos” – al fine mantenere il dialogo con (o pretendere di rappresentare) i settori della classi medie e popolari che avevano avuto un ruolo decisivo nella ribellione del 2001. A ciò furono aggiunti estesi programmi sociali, in particolare trasferimenti condizionati di contante e la rinazionalizzazione del sistema previdenziale mediante i quali i KIrchner si sono assicurati una solida base elettorale. Tuttavia i governi dell’”onda rosa” di Nestor e Cristina Kirchner (dal 2003 al 2015) hanno lasciato molto a desiderare, particolarmente in termini di protezione del lavoro, sovranità economica nazionale e distribuzione della ricchezza.

Nel contesto di un’economia barcollante il presidente Mauricio Macri ha assunto il potere nel 2016 con un fervore per politiche di austerità e contrarie ai lavoratori, reprimendo le proteste. Uomo d’affari da una vita, Macri ha riempito il suo governo di amministratori delegati di vario genere, in uno schema simile a quello del presidente statunitense eletto un anno dopo. La dura posizione di Macri nei confronti dei lavoratori ha determinato un grosso stallo agli inizi di quest’anno, quando gli insegnanti sono scesi in piazza sedici volte nel giro di pochi mesi per sollecitare un aumento degli stipendi che li mantenesse al passo con l’inflazione.

L’aggravamento del declino economico ha posto pressione a diverse imprese che stanno ora annunciando licenziamenti – più di 200.000 da quando Macri ha assunto la carica – ma va tutto bene: il governo copre loro le spalle. Gli affari non soffriranno.

Non contento di aver opposto il veto a una proposta di legge d’emergenza che cercava di ostacolare temporaneamente i licenziamenti, il governo di Macri sta preparando una riforma del lavoro mirata a liquidare le protezioni dei lavoratori e a consentire alle imprese di esternalizzare o licenziare i dipendenti a loro piacimento. E’ in un simile contesto che la PepsiCo ha deciso di chiudere la fabbrica di Buenos Aires.

Non così in fretta

Più di seicento lavoratori – in maggioranza donne – producevano spuntini presso la fabbrica gestita dalla PepsiCo a Buenos Aires. La struttura cui la società programma di trasferire la sua produzione è situata a circa 250 miglia a sud, a Mar del Plata.

I lavoratori della PepsiCo di Buenos Aires sono organizzati. Un militante comitato di fabbrica di sinistra guida la sezione sindacale dal 2003; il cambio di mano aveva avuto luogo dopo che una lotta contro cento licenziamenti era stata rifiutata dalla dirigenza precedente. E’ stata eletta la lista militante e nel corso di quattordici anni ha coltivato una sezione combattiva e democratica gestita dalla base. Gli instancabili attivisti operai Camilo Mones, Catalina Balaguer e lo scomparso Leonardo Norniella hanno sindacalizzato la fabbrica da cima a fondo.

Dunque non dovrebbe sorprendere che quando la PepsiCo ha chiuso il 20 giugno i lavoratori non se ne siano andati tranquillamente a casa. Hanno tenuto un’assemblea e votato per resistere; poche ore dopo hanno occupato. La battaglia della PepsiCo era cominciata.

Foto Enfoque Rojo
Foto Enfoque Rojo

In un certo senso la lotta della PepsiCo può essere considerata come uno strumento di istruzione per la militanza dei lavoratori della base anche se è tuttora in corso di creazione. O forse, più significativamente, la lotta può servire da esempio del potenziale socialista del movimento dei lavoratori.

Immediatamente dopo aver occupato la fabbrica, i lavoratori si sono recati alla direzione del Sindacato dei Lavoratori dell’Industria Alimentare (STIA) e hanno sollecitato il segretario nazionale Rodolfo Daer a indire uno sciopero per la loro reintegrazione e a difesa dell’occupazione. Ha rifiutato.

I quasi quarant’anni di carriera di Daer nell’ufficialità sindacale sono stati caratterizzati da un allineamento ininterrotto a ogni singola decisione governativa a partire dall’omicida dittatura militare di Rafael Videla dei tardi anni ’70. Da capo della CGT (Confederazione Generale del Lavoro) negli anni ’90 è stato a guardare passivamente mentre il governo imponeva la flessibilità del lavoro e approvava politiche neoliberiste.

Pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione il leader sindacale ha sottoscritto un accordo con la PepsiCo alle spalle dei lavoratori, accettando la chiusura della fabbrica in cambio del versamento della liquidazione e di un anno di assistenza sanitaria.

Ma la radicale comisiòn interna (il comitato di fabbrica eletto dai lavoratori) ha proseguito l’occupazione nonostante il rifiuto di Daer e ha intensificato la lotta.

Poiché la società non dipendeva dalla produzione dell’impianto chiuso, poteva aspettare la fine del conflitto fino a quando i lavoratori non avessero esaurito le risorse, l’energia e il morale. Consapevoli dei pericoli di essere imbavagliati dai media prevalenti e di finire isolati, i lavoratori hanno posto tutte le loro energie nel far esplodere la loro lotta nella sfera pubblica.

In meno di un mese di lotta, il livello al quale questi lavoratori si sono mobilitati è incredibile. Con la solidarietà del sindacato dei camionisti hanno picchettato la Tasa de Tortuguitas, un centro logistico che distribuisce i prodotti della PepsiCo. Hanno organizzato blocchi stradali sull’Autostrada Panamericana e bloccato il Viale 9 Luglio nel centro di Buenos Aires. Hanno bloccato la fabbrica della PepsiCo a Mar del Plata. Hanno organizzato marce al municipio, al ministero del lavoro e alla Plaza de Mayo, e hanno tenuto concerti ai cancelli della fabbrica.

Hanno anche creato un fondo per lo sciopero che ha attirato contributi di centinaia di scuole e di fabbriche. Una campagna di boicottaggio di alto profilo ha preso vigore e una petizione per il reintegro dei lavoratori ha avuto il sostegno del Premio Nobel per la Pace Pérez Esquivel, di figure delle Madres de Plaza de Mayo, di sorelle di desaparecidos e di migliaia di attivisti per i diritti umani, di organizzazioni studentesche e operaie. A livello internazionale la petizione ha ricevuto centinaia di firme da figure quali il regista socialista Ken Loach, la scrittrice/attivista Kate Evans e lo scrittore sindacale Kim Moody, nonché dagli Industrial Workers of the World e da numerose sezioni sindacali.

Foto Enfoque Rojo
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Zona di guerra

Il 13 luglio un giudice, a richiesta della società, ha ordinato la rimozione dell’occupazione dei lavoratori della PepsiCo. L’effettiva cacciata – violenta e descritta come una “zona di guerra” dai presenti – è stata trasmessa dal vivo dai maggiori canali giornalistici in Argentina e coperta da giornali internazionali come lo spagnolo El Paìs e da giornali statunitensi tradizionali mediante riprese da grandi agenzie di stampa quali l’Associated Press.

Il New York Times e il Washington Post in precedenza hanno avuto collegamenti funzionanti agli articoli sullo sciopero anche se da allora tali collegamenti sono inattivi.  Una ricerca su Google propone tuttora il titolo del Washington Post “Scontri della polizia con ex lavoratori della fabbrica argentina della PepsiCo” del 13 luglio 2017, anche se l’indirizzo dell’articolo è ora non funzionante.

La sera prima della cacciata più di 500 sostenitori sono confluiti all’ingresso della fabbrica per bloccare l’offensiva della polizia. Anche i residenti nelle vicinanze della fabbrica si sono uniti a loro, percuotendo pentole e tegami in un modo che ha ricordato la rivolta del 2001. Dopo numerose ore di tensione e di tafferugli la polizia ha usato i lacrimogeni, lo spray al peperoncino e manganelli per avere ragione della resistenza dei lavoratori e costringerli a uscire dalla fabbrica.

Una società privata di consulenza ha stimato che la rimozione dalla PepsiCo è stata trasmessa dal vivo, comunicata via Twitter e letta da più di venti milioni di persone, quasi metà della popolazione totale dell’Argentina.  Clarìn, il maggior giornale del paese, ha pubblicato il 17 luglio un articolo intitolato “Con la PepsiCo il governo affronta una tempesta inattesa”.

Le conseguenze per il partito Cambiemos al governo nelle imminenti elezioni di ottobre sono incerte. Quello che è certo è che il conflitto è arrivato sulla scena nazionale e ha messo in discussione l’evidente subordinazione del governo al capitale straniero. Inoltre è diventato un grande esempio di resistenza e potrebbe rendere disponibile una piattaforma per un fronte unito con migliaia di lavoratori che affrontano licenziamenti e vogliono contrattaccare, nonostante l’acquiescenza della dirigenza sindacale.

Foto Enfoque Rojo
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Una corrente di lavoratori militanti

Il comitato di fabbrica della PepsiCo fa parte di un più vasto caucus dell’opposizione, inserito in diversi sindacati, noto come Lista Bordò. Il caucus Bordò è costituito da lavoratori militanti della base, alcuni collegati a Partito Socialista dei Lavoratori (PTS), alcuni indipendenti.

E’ stato alla testa di un’eroica lotta alla fabbrica di componenti per auto Lear nel 2014, nello stesso anno ha guidato l’occupazione della fabbrica Donnelley e appartiene a una tradizione di lavoratori rivoluzionari che risale alla presa della fabbrica Zanon di cui parla Naomi Klein in The Take. Particolarmente forte nell’industria alimentare, il caucus Bordò ha ottenuto il 40 per cento dei voti alle elezioni nazionali del sindacato STIA.

La struttura dei sindacati in Argentina è stata definita in larga misura da una legge ideata da Juan D. Peròn nei primi anni ’40. La legge garantiva importanti diritti ai lavoratori e ai loro sindacati ma li metteva nelle mani del governo. Da allora il ministero del lavoro ha il titolo legale per riconoscere o disconoscere un sindacato, gestire i suoi finanziamenti, controllare le elezioni e intervenire ogni volta che lo ritenga necessario.

Nel tempo da questo matrimonio tra stato e lavoro si è cristallizzata una casta di burocrati sindacali. In gran parte come i loro omologhi in altri paesi, questi dirigenti hanno mostrato maggior interesse a conservare i propri privilegi di amministratori delle organizzazioni di massa dei lavoratori che alla lotta di classe alla ricerca di riforme durature.

Mentre i dirigenti nazionali (quasi senza eccezioni) hanno una vergognosa storia di corruzione e genuflessione ai padroni e allo stato, le comisiones internas (comitati di fabbrica) sono sempre state più vulnerabili alle ribellioni della base.

E’ stato così durante la rivolta rivoluzionaria dell’Argentina alla fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70 quando militanti di base iscritti al sindacato si sono impossessati di centinaia di comisiones internas e hanno sfidato la santa trinità: i padroni, lo stato e la burocrazia sindacale. E’ stato solo mediante una dittatura militare dal pugno di ferro e con 30.000 morti causati dal terrorismo statale che questa determinazione militante dei lavoratori ha potuto essere spezzata.

Da quanto il Bordò ha rilevato la comision interna della PepsiCo, iniziative di operaie hanno conquistato alcune delle più eccezionali vittorie. La fabbrica della PepsiCo è la sola fabbrica dell’industria alimentare in Argentina ad aver ottenuto la parità di remunerazione tra uomini e donne e salari d’ingresso più elevati di quelli fissati dalla contrattazione nazionale nell’industria. Col rafforzarsi della comision interna, essa ha imposto sempre più controlli sugli orari di lavoro e sui ritmi di produzione.

All’approssimarsi della Giornata Internazionale della Donna quest’anno, le donne della fabbrica hanno proposto all’assemblea che tutti i lavoratori, uomini e donne, scendessero in piazza per lottare per i diritti delle donne e contro i femminicidi. Nessun’altra fabbrica dell’industria alimentare è scesa in sciopero quel giorno.

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Foto Enfoque Rojo
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Un cambio di marea?

A sole due ore dalla cacciata un Tribunale del Lavoro d’appello ha sentenziato a favore dei lavoratori e ha ordinato alla società di reintegrarli immediatamente. Tuttavia il governo ha difeso la chiusura della fabbrica e la cacciata e la PepsiCo deve ancora rispettare la decisione della corte.

Ma poi la marea è sembrata cambiare. Il 18 luglio 30.000 persone hanno marciato sul Congresso Nazionale in rappresentanza di centinaia di combattive sezioni sindacali, organizzazioni studentesche, attivisti per i diritti umani, del collettivo femminista noto a livello globale #NiUnaMenos, di organizzazioni politiche e della federazione sindacale dissidente CTA. L’hashtag #TodosConPepsicoEnLucha (Tutti con la Pepsico in lotta) è stato un tema di tendenza per sei ore. Naturalmente la burocrazia sindacale si è squagliata di nuovo: Rodolfo Daer e i capi della CGT non si sono visti da nessuna parte.

Alla fine della grande dimostrazione i lavoratori hanno avviato un’occupazione di fronte al Congresso con lo scopo non solo di tenere viva e visibile la lotta, ma anche di servire da punto di convergenza e di solidarietà per altre lotte di lavoratori. Nelle parole di Camilo Mones: “Se tutti i sindacati decidessero di combattere i padroni e il governo come facciamo noi, potremmo bloccare i licenziamenti oggi stesso”.

Nel giro di tre settimane la lotta alla PepsiCo è passata da un limitato conflitto di fabbrica a una lotta iconica. La PepsiCo ha provocato i lavoratori sbagliati e sia la società sia il governo stanno ora cercando di trovare un modo per spegnere l’incendio. Che i lavoratori vincano o no è tuttora una questione aperta, ma quello che gli eventi provano sin qui è che un gruppo militante di lavoratori disposto a scendere in guerra totale contro i padroni, con il sostegno di una vasta corrente socialista inserita nel movimento del lavoro, può combattere la buona lotta e aprire la via perché i lavoratori contrattacchino.

Tre Kwon è un’infermiera sindacalizzata di New York City e una redattrice di Left Voice. Twitter: @Tre_Kwon.

Juan Cruz Ferrè è dottorando in sociologia alla CUNY dove studia il movimento del lavoro in Argentina ed è un redattore di Left Voice.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/how-to-fight-a-giant/

Originale: Truthout   

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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