Il capitalismo è in crisi?

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di David M. Kotz e CJ Polychroniou – 2 agosto 2017

Essendo sopravvissuto al crollo finanziario del 2008 il capitalismo industriale e i padroni finanziari dell’universo hanno fatto il loro trionfale ritorno al loro approccio da “gli affari proseguono”: stanno ora assaporando una nuova era di ricchezza anche se il resto della popolazione continua a lottare con la stagnazione del reddito, l’insicurezza del lavoro e la disoccupazione.

Questa farsa è stata resa possibile in larga misura dal massiccio piano di salvataggio del governo statunitense che è sostanzialmente soccorso grandi banche e istituzioni finanziarie evitandone la bancarotta con denaro dei contribuenti (lo stanziamento totale per il piano di salvataggio bancario da parte del governo è stato superiore a 16 trilioni di dollari). Nel frattempo il capitalismo industriale ha continuato a correre sconsideratamente verso il precipizio riguardo all’ambiente, con i profitti che assumono la precedenza non solo sulle persone ma anche sulla stessa sostenibilità dell’ambiente.

Il capitalismo è sempre stato un sistema socioeconomico fortemente irrazionale, ma la costante spinta all’accumulazione andata particolarmente fuori controllo nell’era dell’alta finanza, delle privatizzazioni e della globalizzazione.

Oggi la domanda che dovrebbe perseguitare sia gli studiosi sia gli attivisti radicali e progressisti è se lo stesso capitalismo sia in crisi, considerato che le tendenze più recenti del sistema stanno funzionando perfettamente per le imprese globali e per i ricchi, producendo nuovi livelli di ricchezza e di crescente disuguaglianza. Per idee sulle domande citate ho intervistato David M. Kotz, docente di economia all’Università del Massachusetts, ad Amherst, e autore di The Rise and Fall of Neoliberal Capitalism [Ascesa e caduta del capitalismo neoliberista] (Harvard University Press, 2015).

C.J. Polychroniou: David, il capitalismo industriale e i padroni dell’universo si sono ripresi molto bene dalla crisi finanziaria globale del 2008. Questa è un’indicazione della resilienza del sistema o dobbiamo pensare a considerazioni più vaste, quali la traiettoria della lotta di classe nel mondo contemporaneo, il ruolo dell’ideologia e il potere dello stato?

David M. Kotz: La fase grave della crisi economica e finanziaria è terminata nella primavera del 2009. A quel punto le banche erano state salvate e la Grande Recessione era finita, con la produzione che ha smesso di diminuire e ha cominciato a crescere nell’America del Nord e in Europa. Come dici, da allora i profitti si sono ripresi molto bene. Tuttavia la normale espansione economica capitalista non è ripresa ma invece il capitalismo globale è rimasto bloccato nella stagnazione.

Stagnazione significa nessuna crescita economica o crescita economica molto lenta. La stagnazione ha afflitto la maggior parte dei paesi in via di sviluppo dal 2010 con alcuni paesi, come la Grecia, tuttora in una grave depressione. La crescita del PIL statunitense è stata in media solo del 2,1 per cento dal fondo della Grande Recessione nel 2009. Si tratta dell’espansione di gran lunga più lenta dopo una recessione a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche economisti tradizionali, quali Lawrence Summers e Paul Krugman, hanno riconosciuto che l’economia è bloccata in una grave stagnazione.

Negli Stati Uniti il tasso ufficiale di disoccupazione è sceso a un livello basso, ma ciò è dovuto a milioni di persone cancellate dalla forza lavoro ufficiale avendo rinunciato a cercare lavoro dopo non averne trovato per un lungo periodo. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro è remunerata poco e offre scarsa o nessuna sicurezza del posto. Nel frattempo i ricchi continuano a diventare sempre più ricchi.

La lunga stagnazione ha portato a salari stagnanti e a opportunità di lavoro in peggioramento. Questo crea un grave problema per il capitalismo, anche con profitti crescenti delle imprese e crescente ricchezza per l’un per cento al vertice. Questo problema ha una dimensione ideologica e politica. Anche se il capitalismo determina sempre un elevato grado di disuguaglianza, ciò è tollerabile per quelli che la subiscono fintanto che le condizioni di vita e crescenti opportunità di occupazione sono buone per la maggior parte delle persone. Un lungo periodo di stagnazione delegittima il sistema esistente. Con un numero crescente di persone che si rivolta contro “il sistema” e le élite che lo amministrano, si sviluppa una crisi politica. La democrazia borghese che normalmente agisce per stabilizzare il capitalismo si trasforma in una fonte di instabilità mentre partiti e candidati antisistema cominciano a vincere elezioni.

Quali consideri le tendenze più recenti e critiche del funzionamento del capitalismo nel ventunesimo secolo?

Non solo il capitalismo non ha apportato progresso economico in questo secolo; esso ha determinato condizioni in peggioramento per la maggioranza. Il motivo di ciò ha radici nella trasformazione del capitalismo intorno al 1980, quando il “capitalismo regolamentato” post seconda guerra mondiale è stato rapidamente sostituito dal “capitalismo neoliberista”. Il capitalismo regolamentato era sorto principalmente a causa delle serie sfide al capitalismo da parte di movimenti socialisti e comunisti in tutto il mondo e dagli stati governati dal Partito Comunista dopo la seconda guerra mondiale. Il nuovo capitalismo regolamentato era basato su un compromesso tra capitale e lavoro. Aveva condotto alla costruzione di stati sociali, di disciplina statale delle imprese e ad aumenti salariali determinati dai sindacati e a posti di lavoro più stabili per i lavoratori.

Negli anni ’70 il capitalismo regolamentato è entrato in un periodo di crisi economica indicata da un lungo declino del tasso di profitto negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale. Le classi capitaliste dei paesi sviluppati hanno reagito abbandonando il compromesso tra capitale e lavoro, attaccando il movimento sindacale, facendo revocare la disciplina statale delle imprese e delle banche e operando tagli drastici allo stato sociale e a varie forme di sussidi sociali. Ciò ci ha dato la forma neoliberista del capitalismo.

La trasformazione neoliberista ha risolto la crisi economica degli anni ’70 dal punto di vista del capitale, con i profitti che hanno ricominciato a crescere. Tale trasformazione ha liberato le banche dalla disciplina statale, facendo decollare il processo della finanziarizzazione. Ha riscritto le regole del sistema globale, promuovendo un’economia mondiale sempre più integrata globalmente.

Il capitalismo neoliberista ha dato vita a circa 25 anni di condizioni economiche relativamente stabili dopo il 1980, anche se la crescita economica è stata più lenta di quanto era stata nel periodo precedente. I capitalisti sono diventati molto più ricchi, ma i benefici promessi per la maggioranza non sono mai emersi. Dopo il 1980 i salari e le condizioni di lavoro dei lavoratori sono costantemente peggiorate fino al 2007. Tuttavia fintanto che l’economia si espandeva a un tasso ragionevole, era difficile contestare il neoliberismo. Ogni forma di capitalismo entra alla fine in una fase di crisi strutturale e nel 2008 la stabilità superficiale del capitalismo neoliberista ha ceduto il passo a una grave crisi economica e finanziaria, seguita dalla stagnazione.

Viviamo nell’era della finanziarizzazione del pianeta, in cui istituzioni e mercati finanziari si stanno espandendo. In quali modi la finanziarizzazione aumenta la tendenza intrinseca del capitalismo alla dipendenza, disuguaglianza e sfruttamento economico?

A partire dai tardi anni ’80 è iniziata una tendenza alla finanziarizzazione, cioè un ruolo crescente dei mercati finanziari e delle motivazioni finanziarie nell’economia. Questo non è il primo periodo di finanziarizzazione nella storia capitalista; la finanziarizzazione si era sviluppata anche alla fine del diciannovesimo secolo e negli anni ’20. E’ una tendenza intrinseca del capitalismo, liberata in periodi di scarsa disciplina del settore finanziario, ma è stata fermata e persino invertita quando lo stato o altre istituzioni sono intervenuti per bloccarla o invertirla, come successe nel 1900 e dopo gli anni ’30. La finanziarizzazione contemporanea è un prodotto della liberalizzazione del settore finanziario assieme agli effetti dell’ideologia neoliberista e ad altre caratteristiche del neoliberismo.

Dal 2008 la tendenza alla finanziarizzazione è stata contrastante. E’ in corso una lotta politica riguardo alla disciplina della finanza negli Stati Uniti. Le mega-banche hanno sinora subito alcune restrizioni alla loro capacità di dedicarsi ad attività altamente rischiose e predatorie, anche se altre istituzioni finanziarie continuano a perseguire tali attività. Alcune grandi società non finanziarie, come la General Electric, hanno abbandonato le loro divisioni finanziarie per concentrarsi sulla produzione e su altre attività non finanziarie.

Finanziarizzato o no, il capitalismo determina uno sfruttamento crescente e un aggravamento della disuguaglianza se non è ostacolato da stati, sindacati e altre istituzioni. La finanziarizzazione del capitalismo accentua la tendenza alla crescente disuguaglianza promuovendo nuove forme di perseguimento del profitto e generando fortune enormi per attori improduttivi, come abbiamo visto in decenni recenti. Il fattore più importante che determina la tendenza alla disuguaglianza è il potere relativo del capitale rispetto al lavoro. La trasformazione neoliberista del capitalismo ha rinvigorito il capitale e indebolito il lavoro, il che ha consentito agli imprenditori di ridurre i salari mentre gli stipendi degli amministratori delegati sono saliti alle stelle.

Se il livello della finanziarizzazione smette di crescere o persino declina, la disuguaglianza non si riduce fintanto che il capitalismo conserva la sua forma neoliberista. Solo una forma strettamente disciplinata di capitalismo, basata sul compromesso tra capitale e lavoro, ha fatto effettivamente diminuire la disuguaglianza, come nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Pensi che i livelli di disuguaglianza di reddito e di ricchezza creino una crisi di legittimazione per il capitalismo del ventunesimo secolo? Lo chiedo alla luce dell’ascesa e declino del Movimento Occupy e di altri recenti tentativi di far virare le società contemporanee verso un ordine sociale più razionale e più umano.

C’è effettivamente al momento una crisi di legittimazione dell’ordine mondiale dominante, come discusso più sopra. Tuttavia c’è uno scontro politico e ideologico su come definire il sistema dominante e la direzione del cambiamento che è necessario. La sinistra e i socialisti capiscono che il sistema mondiale dominante è il capitalismo e hanno preso di mira l’un per cento, cioè i capitalisti. Questo è stato evidente nel Movimento Occupy e in altre sollevazioni di sinistra nel mondo dal 2010-2011. La crescente oppressione e sofferenza hanno reso milioni di persone, specialmente i giovani, ricettive alla critica socialista del capitalismo.

Tuttavia anche vari gruppi di estrema destra hanno cavalcato l’onda della rabbia nei confronti della screditata classe dominante, con un successo oggi superiore a quello della sinistra. La reazione della destra ha assunto la forma di un nazionalismo repressivo di destra che prende di mira un’indefinita “élite”, che promette di sostituire. Il nazionalismo di destra incolpa dei problemi della gente comune minoranze religiose, etniche e nazionali… Dipinge l’élite dominante come “liberali” smidollati timorosi di affrontare i gruppi resi capri espiatori. Offre un uomo forte al potere che sgominerà i gruppi capri espiatori e ripristinerà un’immaginata gloria passata della nazione.

La recente tendenza alla polarizzazione politica non è sorprendente in un periodo di lunga crisi strutturale del capitalismo che assume la forma della stagnazione. Una tale crisi può essere risolta solo in tre modi: uno, l’emergere di un regime nazionalista statalista di destra; due, un periodo di progressiva riforma del capitalismo basata sul compromesso tra capitale e lavoro; tre, un periodo di transizione dal capitalismo al socialismo.

L’ultima stagnazione del capitalismo, negli anni ’20, sfociò in tutte e tre le direzioni del cambiamento. Regimi nazionalisti di destra sotto forma di fascismo sorsero in Germania, Italia, Spagna e Giappone. Una riforma progressista del capitalismo ebbe luogo in Francia, Scandinavia e negli Stati Uniti e dopo la seconda guerra mondiale in tutta Europa. E un regime socialista di stato fu consolidato nell’Unione Sovietica e altri nuovi sorsero nell’Europa centro-orientale e in Asia.

Oggi i movimenti laburisti e socialisti sono storicamente deboli. Ciò accresce la probabilità dell’ascesa di regimi nazionalisti di destra. La presidenza Trump è un esempio. Alcuni considerano la presidenza Trump un regime più neoliberista, sostenuto dalla finanza ma secondo me non è così.

Se i movimenti laburisti e socialisti possono crescere a sufficienza – il che è possibile nell’attuale situazione del capitalismo delegittimato – allora divengono possibili le altre due direzioni di cambiamento. Il crescente sostegno di massa a Jeremy Corbin in Gran Bretagna e a Bernie Sanders negli Stati Uniti illustra la possibilità di una svolta almeno a una riforma progressista del capitalismo nel breve termine e, nel più lungo termine, a una transizione socialista alla fine subentrante nell’agenda politica. Così questo periodo presenta grandi pericoli e anche grandi opportunità per la sinistra e per il progresso sociale ed economico.

In discussioni tra gli economisti oggi la devastazione economica e sociale vissuta da tante comunità qui e nel mondo è attribuita o all’automazione o alla politica degli scambi e al loro impatto sull’occupazione. Il vero problema è l’automazione o la politica degli scambi oppure il capitalismo stesso?

Né l’automazione né la politica degli scambi sono di per sé la radice delle tendenze che hanno tanta distruzione ai lavoratori e alle loro comunità. Il capitalismo porta sempre cambiamento tecnologico e la tendenza di lungo termine del capitalismo è stata in direzione dell’aumento delle interazioni economiche globali. Tuttavia in alcuni periodi la disciplina del capitalismo ha tenuto a bada le tendenze più distruttive limitando le disuguaglianze e creando nuovi buoni posti di lavoro per sostituire quelli persi per l’automazione e gli scambi. La produttività del lavoro è cresciuta più rapidamente nel capitalismo regolamentato postbellico e gli scambi e gli investimenti globali sono aumentati rapidamente, ma al tempo stesso una vasta parte della classe lavoratrice ha conservato posti di lavoro stabili con salare in aumento in tale periodo, derivanti dalla forza dei sindacati in quella forma del capitalismo.

Nel capitalismo neoliberista il cambiamento tecnologico è stato sin qui più lento che sotto il capitalismo regolamentato, misurato dalla crescita della produttività del lavoro, mentre è accelerata l’integrazione economica globale. Le conseguenze negative per i lavoratori derivano dallo schiacciante potere del capitale in questo periodo che ha consentito ai capitalisti di impadronirsi di tutti i benefici dell’accresciuta produttività del lavoro mentre il mercato globale del lavoro, largamente non disciplinato, costringe i lavoratori di tutti i paesi a competere tra loro.

Dunque la causa reale dell’attuale elevato livello di sofferenza è il capitalismo neoliberista. Anche se il capitalismo regolamentato è meno oppressivo per i lavoratori, è una forma fortemente contraddittoria di capitalismo che è destinata a essere alla fine smantellata dai capitalisti. Come ogni forma di capitalismo si basa sullo sfruttamento del lavoro, generando anche molti problemi correlati, quali l’imperialismo e la distruzione dell’ambiente naturale.

Prevedi che l’indiscutibile ingegno del capitalismo alla fine offrirà una soluzione al cambiamento climatico o il pianeta è condannato senza una transizione a un sistema economico che sia basato sulla crescita sostenibile e sull’economia socialista?

C’è un vivace dibattito nella sinistra su se un cambiamento climatico irreversibile possa essere evitato all’interno del capitalismo o solo mediante una transizione a un sistema post-capitalista. Quelli che sostengono la prima posizione sottolineano la probabilità che il capitalismo non sarà sostituito in tempo per evitare conseguenze disastrose derivante dall’aumento delle temperature, affermando contemporaneamente che una forte azione dello stato basata sulla mobilitazione popolare può realizzare il compito mediante una qualche combinazione di incentivi e penali per le imprese. Sostengono inoltre che la promozione degli investimenti in tecnologie sostenibili all’interno del capitalismo può fornire una via di progresso economico ai lavoratori contenendo al tempo stesso l’aumento delle temperature globali.

Quelli che credono che il disastro climatico non possa essere evitate sotto il capitalismo sostengono che la redditività delle stesse tecnologie che stanno causando il cambiamento climatico globale è destinata a impedire un’azione tempestiva, poiché il capitale usa il suo potere per difendere i propri profitti. Essi affermano che né incentivi né penali saranno efficaci di fronte agli enormi profitti che le imprese capitaliste realizzeranno usando l’atmosfera come discarica gratuita.

I vantaggi di un’economia socialista pianificata nel superare la minaccia di un disastroso cambiamento climatico globale sono innegabili. Imprese di proprietà sociale operanti in un’economia pianificata potrebbero essere istruite a perseguire la sostenibilità climatica come la priorità numero uno che potrebbe essere molto più efficace che cercare di limitare le imprese alla ricerca del profitto dal fare ciò che è più redditizio per loro.

Fermare l’aumento delle temperature prima di un punto critico richiede una rapida ristrutturazione dei trasporti, dei sistemi energetici e produttivi dell’economia mondiale e la pianificazione economica è il modo migliore, e forse l’unico modo, per portare a termine tale compito. Pochi economisti ricordano che dopo che i giapponesi ebbero bombardato Pearl Harbour nel 1941, il governo statunitense, di fronte alla necessità di ristrutturare rapidamente l’economia del tempo di pace in un’economia bellica, sospese temporaneamente il mercato e creò un sistema di pianificazione centrale. I risultati furono di speciale successo, producendo presto le navi, gli aerei, i carri armati e altre armi – e cibo e vestiario – necessari per vincere la guerra, ponendo incidentalmente fine una volta per tutte alla Grande Depressione.

Il socialismo ha molti vantaggi su qualsiasi forma di capitalismo. Io credo che la grave minaccia alla civiltà causata dall’incombente cambiamento climatico globale dia una ragione in più alla necessità di sostituire il capitalismo con il socialismo. La costruzione di un forte movimento socialista, in questo tempo di opportunità per la sinistra, è una priorità urgente. E’ essenziale se dobbiamo sconfiggere la minaccia del nazionalismo di destra. E’ il solo modo per costruire un’economia sostenibile che duri a lungo.

Al tempo stesso i socialisti sono tenuti a contribuire alla soluzione di urgenti problemi sociali mentre lavoriamo alla sostituzione del capitalismo. E’ principalmente mediante il processo delle lotte di massa per le riforme che le persone sono radicalizzate e arrivano a rendersi conto della necessità del cambiamento del sistema. Dovremmo appoggiare tutte le riforme che possono rallentare l’aumento delle temperature globali anche se solo per un certo tempo. E’ possibile costruire un movimento che sostituisca il capitalismo e al tempo stesso si impegni nella lotta far ritrarre il capitalismo dal punto critico della temperatura globale.

C.J.Polychroniou e’ un economista politico e analista politico che ha insegnato in universita’ e centri di ricerca in Europa e negli USA.  I suoi principali interessi sono nell’integrazione economica europea, nella globalizzazione, nell’economia politica degli Stati Uniti e nella decostruzione del progetto politico economico del neoliberismo. E’ un collaboratore regolare di Truthout come pure membro del Truthout Public Intellectual Project. Ha pubblicato diversi libri e i suoi articoli sono apparsi in diversi giornali, periodici e siti web popolari. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue straniere tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco. E’ autore di Optimism Over Despair: Noam Chomsky On Capitalism, Empire, and Social Change, un’antologia di interviste a Noam Chomsky in origine pubblicate su Truthout e raccolte da Haymarket Books.        

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/is-capitalism-in-crisis/

Originale: Truthout

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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