Questo non è populismo

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Riunione del gabinetto di Trump, 3 marzo 2017

di John Bellamy Foster – 9 luglio 2017

Mi interessa la politica del potere; vale a dire, faccio uso di tutti i mezzi che mi sembrano utili, senza la minima preoccupazione per le buone maniere o per i codici d’onore.

Adolf Hitler

L’ascesa di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti è comunemente ritenuta rappresentare il trionfo del “populismo di destra” o semplicemente del “populismo”. Il termine ‘populismo’ è notoriamente difficile da definire, poiché manca di qualsiasi contenuto sostanziale definito. E’ utilizzato nel discorso dominante per far riferimento a qualsiasi movimento che si appelli al “popolo”, attaccando contemporaneamente le “élite”. Negli Stati Uniti il populismo ha una storia molto più antica, associata alla grande rivolta agraria della fine del diciannovesimo secolo.  Ma oggi il concetto ha principalmente a che fare con la crescita in Europa, e più di recente negli Stati Uniti, del cosiddetto populismo di destra e solo secondariamente con quelli che sono etichettati movimenti populisti di sinistra, quali Syriza in Grecia, Podemos in Spagna o Occupy negli Stati Uniti.

Il populismo di destra è un eufemismo introdotto nel dibattito europeo negli ultimi pochi decenni per riferirsi a movimenti del “genere fascista” (fascismo, neofascismo, postfascismo) caratterizzati da tendenze violentemente xenofobe ultranazionaliste, radica principalmente nella classe media-inferiore e nei segmenti relativamente privilegiati della classe lavoratrice, in alleanza con il capitale monopolista. Ciò si può costatare nel Fronte Nazionale in Francia, nella Lega Nord in Italia, nel Partito della Libertà in Olanda, nel Partito dell’Indipendenza britannico e nei Democratici svedesi e in partiti e movimenti simili in altri paesi capitalisti avanzati.

Lo stesso fenomeno fondamentale ha oggi trionfato negli Stati Uniti, sotto forma dell’ascesa di Trump a capo dell’esecutivo. Tuttavia il giornalismo prevalente ha generalmente evitato la questione del fascismo o neofascismo in questo contesto, preferendo invece applicare il concetto più vago e più sicuro di populismo. Questo non solo a causa delle orribili immagini della Germania nazista e dell’Olocausto che il termine fascista evoca, o perché è stato sempre più usato come un termine polivalente della violenza politica. Piuttosto, l’avversione della corrente liberale alla designazione neofascista deriva principalmente dalla critica del capitalismo che ogni serio coinvolgimento con questo fenomeno politico comporterebbe. Come chiese Bertolt Brecht nel 1935: “Come si può dire la verità sul fascismo, se non si è disposti a parlare chiaramente contro il capitalismo che ne è alla base?”

Nel contesto politico odierno è cruciale capire non solo come i fallimenti del neoliberismo danno ascesa al neofascismo, ma anche come collegare questi sviluppi alla crisi strutturale del capitale finanziario monopolistico, cioè del regime del capitalismo concentrato, finanziarizzato e globalizzato. Solo sulla base di tale accurata critica storica è possibile concepire le forme necessarie di resistenza.

 

Il mantello del populismo

Il concetto di populismo di destra è impiegato nel discorso liberale come epiteto moderatamente negativo; un epiteto che sia depreca tale tendenza sia allo stesso tempo gli offre un mantello, accantonando l’intera questione del fascismo/neofascismo. Ciò riflette il rapporto ambiguo della classe dominante con la “destra radicale” che, nonostante tutto il suo presunto “radicalismo”, è riconosciuta come del tutto compatibile con il capitalismo. In effetti le forze della destra neofascista, anche se ancora guardate con diffidenza dalle élite globali, sono state sistematicamente “de-demonizzate” in gran parte dell’Europa e sono spesso considerate partner accettabili in un governo di centrodestra (o destra-centro).

Il fenomeno Trump sta oggi attraversando un’assimilazione paragonabile. Gli storici Federico Finchelstein e Pablo Piccato hanno scritto in un recente editoriale sul Washington Post che “razzismo e leadership carismatica portano Trump in prossimità dell’appartenenza al fascismo, ma egli potrebbe essere meglio descritto come postfascista, vale a dire populista … Il populismo moderno è sorto dalla sconfitta del fascismo [e] come nuovo tentativo postfascista di riportare l’esperienza fascista sul sentiero democratico, creando a sua volta una forma autoritaria di democrazia”. Altri commentatori convenzionali sono ancor più allergici a qualsiasi associazione del fenomeno Trump con il fascismo. Così il giornalista di Vox Dylan Matthews insiste: “Trump non è fascista … E’ un populista di destra”. La maggior parte dei commentatori evita abilmente del tutto la questione. Per il giornalista del New York Times Thomas Edsall, Trump rappresenta “l’ascesa del populismo di destra negli Stati Uniti”, puramente e semplicemente.

L’approccio liberale egemone a questi temi è profondamente radicato nella trasformazione della teoria politica che risale alla Guerra Fredda. Il populismo come categoria politica è considerato conforme alle coordinate della teoria del totalitarismo, come proposta, più notoriamente, da Hannah Arendt. In tale visione tutte le forme di opposizione alla gestione liberaldemocratica della società capitalista, da qualsiasi direzione provengano, sono considerate tendenze illiberali, totalitarie, e sono tanto più pericolose quando hanno radici nelle masse. La società è così democratica solo nella misura in cui la definizione è ristretta alla democrazia liberale, che confina i diritti e le protezioni degli individui a quelle forme limitate che contribuiscono a un regime capitalista strutturalmente disugualitario radicato nella proprietà privata. Una tale società, come hanno scritto in Monopoly Capital gli economisti marxisti Paul Baran e Paul Sweezy, “è democratica nella forma e plutocratica nel contenuto”. Nell’ambito di tale prospettiva individualista-proprietaria il populismo ha finito così per significare tutti i movimenti con qualsiasi appello popolare che contesta l’apparato statale liberaldemocratico prevalente in società capitaliste avanzate.

Una grande svolta ideologica si è verificata con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, che ha condotto all’accettazione quasi universale dello stato liberaldemocratico come unico baluardo contro il totalitarismo (e il male), una visione associata in particolare alla Arendt. Come scrive Slavoj Zizek in Did Somebody Say Totalitarianism?:

L’elevazione di Hannah Arendt ad autorità intoccabile … è forse il segno più chiaro della sconfitta teoretica della sinistra, di come la sinistra ha accettato le coordinate fondamentali della democrazia liberale (“democrazia” contro “totalitarismo”, ecc.) e sta ora tentando di ridefinire la sua (op)posizione all’interno di tale spazio… In tutta la sua intera carriera il “totalitarismo” è stato un concetto ideologico che ha sostenuto la complessa attività di “domare i liberi radicali”, di garantire l’egemonia liberaldemocratica, scartando la critica di sinistra della liberademocrazia come l’altra faccia, la “gemella”, della dittatura fascista di destra. Ed è inutile cercare di cambiare il “totalitarismo” mediante la divisione in sottocategorie (sottolineando la differenza tra la varietà fascista e quella comunista): nel momento in cui si accetta il concetto di “totalitarismo” ci si colloca solidamente nell’orizzonte liberaldemocratico. La disputa [qui]… è che il concetto di “totalitarismo”, lungi dall’essere un concetto ideologico efficace, è una specie di tampone; invece di consentirci di pensare, ci costringe ad acquisire una nuova idea della realtà storica che descrive; ci solleva dal dovere di pensare o persino ci impedisce attivamente di pensare.

L’utilizzo convenzionale odierno del termine populismo deriva direttamente da questo stesso “orizzonte liberaldemocratico”. Il populismo è ritenuto rappresentare incipienti tendenze antidemocratiche, dittatoriali o persino totalitarie, rinvenibili sia a destra sia a sinistra, nella misura in cui si oppongono alla democrazia liberale. Jan-Werner Mueller risponde alla domanda “Che cos’è il populismo?” sollevata nel titolo del suo libro definendo il populismo un “pericolo per la democrazia”. Può essere descritto come “l’ombra permanente della politica rappresentativa”. Analogamente Cas Mudde e Cristobal Kaltwasser dichiarano nel loro ‘Populism: A Very Short Introduction”: “Teoricamente il populismo è più fondamentalmente giustapposto alla democrazia liberale”. I populisti, in tal modo, sono considerati tendenti all’”estremismo”, precisamente nella loro opposizione allo stato liberaldemocratico tradizionalmente dominante nella società capitalista.

Quasi ogni tema sostanziale va perso in questa definizione del populismo, in modo più notevole i modi molto diversi in cui si verificano le rivolte di sinistra e di destra, le loro distinte basi ideologiche-di classe e i loro obiettivi divergenti, in realtà incompatibili. Il fascismo è il contrario della democrazia liberale in una società capitalista. I suoi promotori vogliono sostituire la democrazia liberale con una forma diversa di gestione del sistema capitalista, cancellando diritti civili fondamentali e limiti al potere dell’esecutivo, rafforzando l’apparato repressivo per indebolire l’organizzazione della classe lavoratrice e adottando forme etno-nazionaliste di esclusione sociale. Per contro il socialismo è il contrario non dello stato liberaldemocratico, bensì del capitalismo stesso. I socialisti mirano a sostituire il capitalismo con un modo di produzione interamente differente, basato sia sull’”uguaglianza sostanziale” sia sulla “democrazia sostanziale”.

Tuttavia, di fronte al risorgere di tendenze fasciste nelle società occidentali, molti a sinistra hanno scelto – forse solo per comodità – di aderire all’unanimità arendtiana. In conseguenze il populismo è dipinto persino da analisti di spicco di sinistra come un attacco incoerente e irrazionale alle élite, figlio di tendenze antidemocratiche e totalitarie. L’accettazione di questa visione segna una considerevole ritirata politica e ideologica, cedendo i termini e la direzione del dibattito agli interessi del sistema liberaldemocratico.

Commentando l’egemone inquadramento della destra radicale come populista, e i problemi analitici che ciò presenta, Andrea Mammone osserva nel suo Transnational Neofascism in France and Italy che “i termini populismo e populismo nazionale” sono stati deliberatamente introdotti in decenni recenti dai commentatori liberali europei al fine di “sostituire fascismo/neofascismo come terminologia utilizzata”. Questa mossa è stata progettata per “offrire una specie di legittimazione politica e democratica dell’estremismo di destra”. Inoltre, la ridenominazione di tali movimenti  come populisti, sostiene Mammone, ha avuto meno a che fare con un qualsiasi aspetto degli stessi movimenti che con la supposizione che le istituzioni liberaldemocratiche erano ormai troppo solide per consentire una vera presa del potere neofascista. Invece, tali forze neofasciste era crescentemente considerate come politicamente malleabili, con un ruolo potenzialmente utile nello stabilizzare la società capitalista, dando scacco matto alla sinistra.

Analogamente il politologo Walter Laquer segnala che l’uso del termine populista non genera altro che “grande confusione” e richiede sotto categorie per distinguere sinistra e destra. E’ particolarmente fuorviante, sostiene, riguardo ai movimenti di destra ai quali il termine è più spesso applicato. Perciò Laquer preferisce usare “neofascismo” per ciò che è variamente chiamato “estremismo di destra, radicalismo di destra, populismo della destra radicale … [e] populismo nazionale”, tutti termini che egli trova “insoddisfacenti” nell’affrontare una tendenza politica storicamente specifica all’interno del più vasto “genere fascista”.

Considerato tale contesto ideologico complesso e disputato è tanto più importante dar merito a quegli eminenti commentatori radicali, tra cui Judith Butler, Noam Chomsky, Juan Cole, Henry Giroux, Paul Street e Cornel West, che hanno respinto la designazione di populista per il fenomeno Trump e che lo considerano parte di un più vasto “vento neofascista” che perturba gli stati capitalisti avanzati. Né si tratta di un problema minore: in gioco c’è nientemeno che la comprensione da parte della sinistra di un movimento transnazionale neofascista in ascesa in Europa e negli Stati Uniti e la reazione ad esso, nel contesto di una crisi economica e politica in aggravamento.

I movimenti politici in seno al genere fascista hanno la loro base di massa nella classe medio-inferiore o piccola borghesia, sovrapposta ai segmenti più privilegiati della classe lavoratrice. La classe medio-inferiore negli Stati Uniti comprende oggi quasi un terzo della popolazione del paese. I suoi membri rappresentativi sono manager di livello inferiore, semiprofessionisti, artigiani, capisquadra e operativo delle vendite non al dettaglio, con redditi familiari che solitamente si aggirano intorno ai 70.000 dollari l’anno. E’ da questo strato, e da alcuni lavoratori delle industrie dei colletti blu, specialmente nelle aree rurali, nonché dai proprietari di piccole aziende e da esclusivisti dell’industria, che Trump ha ricavato il suo sostegno più intenso.

Sotto questo aspetto la classe medio-inferiore può essere intesa come quella che C. Wright Mills ha chiamato le “retroguardie” del sistema capitalista. In tempi di crisi questa classe spesso fa crescere un’ideologia “radicale” piccolo borghese, divorziata dalle idee tradizionali sia liberali sia della classe lavoratrice: un’ideologia che critica il “capitalismo clientelare” e le élite governative, alleandosi al tempo stesso con mega-imprese e ultraricchi contro l’”altro” spesso razzializzato, cioè le persone di colore a basso reddito, gli immigrati e i lavoratori poveri. Più privilegiata della sempre più precaria maggioranza della classe lavoratrice, ma priva della sicurezza e della ricchezza della classe medio- superiore, questa sezione della popolazione è quella più incline a un intenso nazionalismo e razzismo, sollecitando la rinascita di valori e tradizioni “perduti” o “ultranazionalismo palingenetico” (palingenesi significa rinascita). Alla fine, comunque, il progetto neofascista, come il fascismo classico prima di esso, dipende da un’alleanza della classe medio-inferiore con il capitale finanziario monopolistico, portando fondamentalmente al tradimento della base di massa del movimento.

 

Una “rivoluzione legale”

L’assoluta elasticità del vago concetto di populismo è evidente nel fatto che Hitler e il Partito Nazista sono spesso citati come esempi di questo fenomeno. Il fascismo classico è stato una formazione politica complessa che, nonostante la violenza associata alla sua ascesa, è stato spesso descritto come il risultato di una “rivoluzione legale”. Sia Mussolini in Italia, sia Hitler in Germania, hanno cercato di attuare le loro “rivoluzioni” politiche all’interno dell’apparato statale capitalista, e attraverso esso, mantenendo almeno un’apparenza della costituzionalità necessaria per stabilizzare e legittimare il nuovo ordine. In effetti, l’immagine dominante del fascismo proiettata dallo stesso movimento era di un “capitalismo organizzato” sotto uno “stato totale” centralizzato – con riferimento alla concentrazione del potere all’interno dello stato – e una nuova visione razzializzata della sovranità nazionale.

Nel suo giuramento al processo di Lipsia alla Reichswehr nel 1930 Hitler dichiarò alla corte: “La Costituzione traccia soltanto l’arena della battaglia, non il suo obiettivo. Noi entriamo negli organismi legali e in quel modo renderemo il nostro partito il fattore determinante. Comunque, una volta in possesso del potere costituzionale, plasmeremo lo stato nella forma che riteniamo adatta”. Hitler salì al potere non abolendo la Costituzione di Weimar, bensì piuttosto, come ha spiegato lo storico Karl Bracher, mediante “l’erosione e l’abrogazione della sua sostanza con mezzi costituzionali”. Arrivati al novembre del 1932 era chiaro che il partito nazista non poteva conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari. Hitler, comunque, avrebbe trovato un’altra via al potere, attraverso la sua nomina a cancelliere.

Una volta al timone Hitler si mosse rapidamente a invocare l’articolo 48 della Costituzione di Weimar, che autorizzava l’esecutivo, assieme all’esercito, a proclamare i poteri d’emergenza e ad attuare tutte le misure ritenute necessarie per ripristinare l’ordine pubblico (in origine inteso come salvaguardia contro la sinistra). Ciò significava che l’esecutivo era libero di agire indipendentemente dal parlamento, promulgano leggi proprie e sospendendo libertà civili. Con l’incendio del Reichstag alla fine di febbraio del 1933, un mese dopo che aveva giurato da cancelliere, Hitler fu in grado di brandire l’articolo 48, in tal modo concentrando il potere nell’esecutivo. Ciò fu presto seguito dalla Legge Delega (la Legge per Eliminare i Pericoli per la Nazione e per il Reich) che erose ulteriormente la separazione dei poteri. Tuttavia la transizione ai pieni poteri e al consolidamento del Terzo Reich richiedeva un processo di Gleichschaltung, o allineamento, nel corso del 1933-34, durante il quale la maggior pare dei rami dello stato e della società civile fu incorporata nel nuovo ordine nazista, in larga misura volontariamente, ma sotto un crescente regime di terrore.

E’ importante riconoscere che a tutto questo fu data forma legale, come alla gestione fascista dello stato in generale. Lo storico Nikolaus Wachsmann segnala che lungi dal ripudiare la legge o la magistratura, lo stato nazista impose un sistema di “terrore legale”:

Il Terzo Reich non divenne uno stato di polizia totale. Nazisti di spicco fecero persino occasionalmente gesti pubblici di sostegno al sistema legale, almeno nei primi anni della dittatura. Lo stesso Hitler promise pubblicamente nel suo discorso del 23 marzo 1933 che i giudici tedeschi sarebbero stati inamovibili. Al tempo stesso, tuttavia, egli si aspettava che il sistema legale si allineasse ai suoi desideri generali, pretendendo “elasticità” nelle sentenze. In modo cruciale, Hitler e altri nazisti di vertice sottolinearono che i giudici dovevano alla fine rispondere alla “comunità nazionale”, non ad astratti principi legali. La sola guida dei giudici, si diceva, era il benessere del popolo tedesco e la mitica “volontà della comunità nazionale” era spesso evocata per giustificare punizioni brutali. Che tale “volontà” fosse in realtà nient’altro che la volontà dei capi nazisti, o più precisamente di Hitler, non era considerato una contraddizione… L’apparato legale era un elemento essenziale del terrore nazista. Svolse un ruolo centrale nella criminalizzazione del dissenso politico e nella politicizzazione dei crimini comuni. I processi non erano del tutto celati al pubblico. Al contrario, i media nazisti erano pieni di notizie su casi giudiziari e sentenze.

Hitler rifiutò esplicitamente di accantonare la Costituzione di Weimar e di codificare il suo nuovo ordine, sostenendo che “la giustizia è un mezzo per governare. La giustizia è la pratica codificata del governo”. Una nuova costituzione sarebbe stata perciò prematura e avrebbe solo indebolito la “rivoluzione”. Alla fine, naturalmente, il processo di Gleichschaltung fu completo e l’identificazione del Führer con la legge fu assoluta. Sotto il risultante Führerprinzip, come scrisse il giurista nazista Carl Schmitt, “il Führer salvaguarda il Reich”.

Analogamente i difensori di Mussolini hanno sempre insistito, nelle parole del fascista italiano Julius Evola, che il Duce [in italiano nell’originale – n.d.t.] “non si ‘impadronì’ del potere ma lo ricevette dal re e sotto la veste istituzionale conformista di affidargli il governo ci fu l’equivalente di una sorta di investitura completamente legale”. La propaganda fascista si diede da fare per dare alla dittatura di Mussolini i simboli del costituzionalismo, come se la marcia su Roma dell’ottobre 1922 non ci fosse mai stata. Questa apparenza di legalità fu solo resa possibile dal sostegno della classe capitalista e dell’esercito, nonché dalla più vasta destra politica. L’elaborata esibizione dell’ordine costituzionale continuò persino mentre si aggravavano la repressione sistematica e l’autoritarismo.

Una caratteristica distintiva del fascismo fu la prosecuzione della separazione capitalista tra stato ed economia, anche mentre lo stato era trasformato. La stessa nozione di “privatizzazione” dell’economia, oggi associata al neoliberismo, fu un’invenzione nazista, riflettente la massiccia denazionalizzazione da parte del Terzo Reich dell’industria in settori quali l’acciaio, le miniere, la cantieristica navale e le banche. Il comando dell’industria e della finanza fu restituito al capitale. Lo stato nazista favorì con forza le concentrazioni economiche, approvando leggi intese a promuovere i cartelli. La politica fiscale favorì similmente la classe capitalista: “Gli aumenti delle imposte furono prelevati principalmente da contribuenti non imprenditori nella popolazione. L’onere fiscale fu cosi appesantito per i percettori di salario e i gruppi di consumatori in generale”. E anche se l’interesse di Hitler a proteggere le grandi imprese e la proprietà privata non gli impedì di incoraggiare le frodi e la corruzione tra i suoi associati, in generale la proprietà privata (almeno dei tedeschi “razzialmente puri”) e le istituzioni del capitalismo restarono sacrosante.

Al tempo stesso i regimi fascisti sia in Italia sia in Germania erano noti per appoggiare e addirittura estendere lo stato sociale, pur con esclusioni razziali. Le provvidenze sociali crebbero enormemente sotto Mussolini, guadagnandogli elogi globali. In Germania lo stato sociale era una pietra angolare del regime. Come scrive lo storico Sheri Berman: “I nazisti … appoggiarono un esteso stato sociale (naturalmente per i tedeschi ‘etnicamente puri’). Esso comprendeva l’istruzione superiore gratuita, assistenza alla famiglia e all’infanzia, pensioni, assicurazione sanitaria e una serie di opportunità di intrattenimento e vacanze sostenute pubblicamente.” L’espansione economica, guidata dalla domanda generata mediante la spesa in infrastrutture e nell’esercito, assicurò piena occupazione, anche mentre i sindacati erano aboliti e i salari compressi. Il numero dei disoccupati scese dai quasi sei milioni del 1933, quando Hitler salì al potere, ai 2,4 milioni della fine del 1934, quando doveva consolidare il suo potere come Fuhrer. Nel 1938 la Germania aveva effettivamente conseguito la piena occupazione, mentre molti degli altri paesi capitalisti erano ancora infangati nella Grande Depressione (il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti quell’anno fu del 19 per cento).

Con questo non si vuole assolutamente negare il carattere profondamente repressivo dello stato fascista, la sua abrogazione dei diritti umani, il suo militarismo, imperialismo, razzismo. Tuttavia al tempo stesso il classico stato fascista cercò di legittimarsi e consolidare la propria posizione presso la popolazione, o presso quella parte della popolazione che considerava la sua base di massa. Una volta al potere, tuttavia, gli stati fascisti purgarono molti dei loro seguaci più “radicali” (come nella “Notte dei lunghi coltelli” – dal 30 giugno al 2 luglio 1934 – nella Germania di Hitler) nel processo di collegamento più solido con il capitale monopolistico.

Il neofascismo odierno costruisce su quei primi miti fascisti della “rivoluzione legale”, assieme al concetto di uno stato capitalista più organizzato ed efficiente, in grado di trascendere lo stallo liberal-democratico. Promette sia politiche di esclusione etnico-nazionale sia di rivitalizzata crescita economica e occupazione mediante spesa in infrastrutture ed espansione militare. Al tempo stesso è spesso meno incline della destra tradizionale ad attaccare lo stato sociale o a promuovere l’austerità. In Francia il Fronte Nazionale di Marine Le Pen ha recentemente tentato di riproporsi come partito generalmente “anti-sistema”, sfruttando lo scontento popolare per attirare una vasta gamma di sostenitori, compresi alcuni che in precedenza si identificavano con la sinistra. Nonostante il cinico cambiamento di marchio la politica del partito, di risentimento piccolo borghese, cattolicesimo reazionario e xenofobia virulenta, assieme al suo collegamento con i livelli superiori della classe capitalista, lo qualifica come neofascista.

Come il fascismo classico in Italia e Germania negli anni ’20 e ’30, il neofascismo sorge da crisi interconnesse del capitalismo e dello stato liberaldemocratico, minando quest’ultimo mentre contemporaneamente è puntellato il primo. Considerato che l’identificazione esplicita con il fascismo classico resta tabù nella politica convenzionale, il neofascismo organizzato oggi è presentato come formalmente democratico e populista, aderente alle strutture legali costituzionali. Ciò nonostante, come tutti i movimenti del genere fascista, l’ideologia neofascista combina miti razzisti, nazionalisti e culturalisti con proposte economiche e politiche mirate principalmente alla classe medio-inferiore (o piccola borghesia) in alleanza con il capitale monopolistico, mentre cerca anche di integrare i sostenitori nazionalisti della classe lavoratrice e le popolazioni rurali. Sempre più il neofascismo ricava sostegno da salariati relativamente privilegiati che nel tardo ventesimo secolo godevano di un livello di prosperità e di uno status, ma che ora vedono le loro condizioni di vita messe in pericolo nella stagnante economia capitalista avanzata degli inizi del ventunesimo secolo.

La singola figura ideologica più importante per la crescita del neofascismo in Europa negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, e per la promozione della sua distinta prospettiva culturale, è stato il filosofo italiano Julius Evola (1898-1974). Come ha osservato Laquer, Evola è stato l’”ala estrema del fascismo storico”, influenzando Mussolini riguardo alla razza e al razzismo e in seguito rivolgendosi a Hitler come rappresentante più autentico del progetto fascista. Significativamente, Evola fu presente al quartier generale di Hitler nel 1943 nel giorno stesso in cui truppe delle Waffen-SS dovevano condurvi Mussolini, dopo la sua liberazione dal carcere in Italia dopo che era stato deposto. Negli anni ’30 Evola scrisse: “Tutto ciò che è eroismo e dignità del guerriero nella nostra concezione deve essere ritenuto giustificato da un punto di vista più elevato: allo stesso modo in cui dobbiamo opporci, con precisione assoluta e a tutti i livelli, a tutto ciò che è un disordine democratico e livellante”. Evola era noto per il suo antisemitismo, virulento anche per gli standard dell’epoca. Criticava frequentemente il fascismo perché non era sufficientemente puro.

Dopo la seconda guerra mondiale Evola doveva sviluppare un insieme di opere teoriche neofasciste sotto la maschera del “tradizionalismo”, comprese edizioni postbelliche del suo trattato fascista ‘Rivolta contro il mondo moderno’ (1934) e opere come ‘Gli uomini e le rovine’ (1953), ‘Cavalcare la tigre’ (1961), ‘Il cammino del cinabro’ (1963) e ‘Il fascismo visto da destra’ (1970). Il fascismo dell’Italia e della Germania degli anni ’20 e ’30, sosteneva, doveva essere difeso nei suoi aspetti “positivi” e separato dagli errori specifici commessi da Hitler e Mussolini che avevano determinato la sua sconfitta nella seconda guerra mondiale. Come dice lo studioso di Evola, H.T.Hansen, nella sua “Introduzione” a “Gli uomini e le rovine”, Evola finì per essere considerato il “padre spirituale” di un gruppo di “neofascisti” radicali (nel senso generale del termine), spesso nella categoria innocua del “tradizionalismo”. Giorgio Almirante, presidente del MSI (Movimento Sociale Italiano), erede del vecchio Partito Fascista, definì Evola “il Marcuse della destra, solo migliore”.

L’analisi culturale di Evola evidenziava i valori di tradizione, spiritualismo, idealismo, gerarchia e controrivoluzione e puntava alla necessità di una nuova classe “guerriera”. Scrisse su ‘Cavalcare la tigre’: quando gli incentivi materiali non sono sufficienti, “la sola influenza oggi sulle masse – e oggi più che mai – è sul piano di forze appassionate e sub-intellettuali, che per la loro stessa natura mancano di qualsiasi stabilità. Queste sono le forze su cui contano demagoghi, leader popolari, manipolatori di miti e fabbricatori della ‘pubblica opinione’. A questo riguardo possiamo imparare dai regimi di ieri in Germania e in Italia che si schierarono contro la democrazia e il marxismo”.

Lo stato fascista o neofascista puro sarebbe organizzato attorno a stirpi superiori, di élite razziale, liberandosi delle “razze inferiori”. L’arianesimo doveva essere interpretato non come legato semplicemente alla stirpe tedesca, ma in un certo modo ciò includeva gli europei più in generale, o almeno la razza “ario-romana”. Evola scrisse anche della “decadenza della donna moderna” e dell’”idiozia femminista”. La rivolta contro il mondo moderno includeva una rivolta contro la scienza. “Nulla della scienza moderna”, affermò, “ha il minimo valore come sapere”.

Anche se Evola non aveva analisi economiche di cui parlare, egli insisteva che lo stato della nuova era fascista, come quello della vecchia, doveva essere basato sulla proprietà privata e sul corporativismo, con la distruzione di ogni organizzazione autonoma della classe lavoratrice. Lo stato, tuttavia, doveva mantenere la propria relativa autonomia, garantendo l’intero sistema dall’alto mediante il suo monopolio dell’uso della forza. La sovranità, considerata in termini palingenetici, ultra-nazionalistici e autoritari, doveva essere “assoluta”.

Evola e altri pensatori neofascisti, come l’influente teorico francese Alain de Benoist, crearono le fondamenta ideologiche del movimento neofascista transnazionale emerso in Europa agli inizi degli anni ’70 e diffusosi in seguito negli Stati Uniti. Il movimento doveva guadagnarsi un seguito di massa in conseguenza della crescente stagnazione economica nel mondo capitalista avanzato, ed è cresciuto a passi da gigante dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2007-09. Ciò nonostante le radici organizzative di questi sviluppi furono create nell’Europa degli anni ’70. Questo si può vedere, ad esempio, nella creazione di quelli che sono stati chiamati “Campi Hobbit” per la gioventù neofascista in Italia (prendendo nome dalle creature dei romanzi di J.R.R.Tolkien), con il concetto di hobbit che sta per la classe medio-inferiore, la popolazione largamente dimenticata che si stava sollevando per trasformare il mondo. La stessa idea doveva in seguito essere colta dalla destra alternativa negli Stati Uniti. Una figura chiave oggi di quello che Mammone chiama il “movimento neofascista transnazionale” è il filosofo russo Aleksandr Dugin, che ha costruito sulle idee di Evola (nonché su quelle di Schmitt, de Benoist e del filosofo tedesco Martin Heidegger) la sua “quarta teoria politica”, attirando l’attenzione favorevole della destra alternativa statunitense.

 

Trump e l’alleanza neofascista

Ironicamente, è negli Stati Uniti, dove non c’è alcun partito neofascista di qualche rilievo elettorale, che la “destra radicale” ha goduto sinora la sua più grande vittoria. Dalle primarie Repubblicane alla sua sconfitta di Hillary Clinton nel collegio elettorale, il percorso di Trump verso la Casa Bianca è dipeso dal suo appello alla classe medio-inferiore e a parti della classe lavoratrice bianca, nonché agli elettori rurali e cristiani evangelici. A ogni svolta la campagna di Trump ha sbeffeggiato convenzione e buone maniere, sfruttando invece le “forze appassionate e sub-intellettuali” di Evola.

Una fonte chiave del successo di Trump è stata il suo collegamento con la destra alternativa, in particolare con Breitbart News e con il suo amministratore delegato, Steve Bannon, divenuto direttore della campagna elettorale di Trump. Canalizzando il disprezzo della destra radicale nei confronti della dirigenza politica, la strategia Bannon-Breitbart ha parlato alle paure e ai risentimenti di un segmento decisivo delle classi medio-inferiore e lavoratrice. Con l’aiuto di Bannon, Trump ha anche attirato il sostegno strategico di certi membri potenti della classe capitalista, in particolare il magnate della Silicon Valley Peter Thiel e il miliardario dei fondi hedge Robert Mercer e sua figlia Rebekah. La strategia quintessenzialmente neofascista di Trump di arruolare sostegno di massa mediante appelli razzisti e nativisti alle insicurezze della classe medio-inferiore, alleandosi contemporaneamente con elementi centrali della classe dominante, ha seminato confusione nei circoli politici d’élite e nei media dell’industria. Privi di qualsiasi riferimento storico o di classe, i guru convenzionali hanno visto la sua campagna come un ibrido di destra e sinistra. Alcuni analisti di sinistra, altrimenti perspicaci, lo hanno dipinto come un “centrista”, mentre ancora altri hanno insistito che non aveva principi o piani di alcun genere, che la sua campagna caotica era governata solo dagli impulsi egoistici del candidato.

Ciò nonostante, ciò che dovrebbe essere chiaro a questo punto è che l’amministrazione Trump è salita al potere con quello che può solo essere definito un progetto neofascista. Il programma interno di Trump ha riflesso le alleanze di classe e l’ideologia “sub-intellettuale” che lo ha portato al potere. Oltre al ben noto “bando ai mussulmani” e al proposto muro lungo il confine USA-Messico, l’amministrazione Trump ha premuto per: “decostruzione dello stato amministrativo” (come doveva chiamarlo Bannon); demolizione delle protezioni dell’ambiente e delle agenzie scientifiche; eliminazione della maggior parte delle norme federali sulle imprese; un aumento da un trilione di dollari della spesa infrastrutturale; privatizzazione dell’istruzione; enorme aumento della spesa militare; effettiva eliminazione del programma Obamacare; fine della neutralità della rete e profondi tagli alle imposte sulle imprese e sui ricchi. Trump ha riempito il suo gabinetto e le posizioni di consigliere con un macabro insieme di miliardari, addetti ai lavori di Wall Street, generali falchi, ideologi della destra alternativa e negatori del cambiamento climatico.

Anche se è vero che i primi mesi dell’amministrazione sono stati contrassegnati da feroci scontri di “Tutti gli uomini del presidente” tra i veri credenti della destra alternativa e i più “moderati” interessi plutocratici, questi conflitti hanno solo riflesso le contraddizioni intrinseche dell’alleanza neofascista che ha definito la Casa Bianca di Trump. I rappresentanti della destra alternativa si preoccupano unicamente di una pura politica di potere e di mettere in riga le agenzie e le burocrazie federali, mentre i plutocrati – il vero elettorato di Trump – sembrano far virare l’amministrazione in direzione di una forma nuovamente sfrenata di oligarchia industriale.

I rivali simbolici di questa lotta tra fazioni sono Bannon, quello che soffia sul fuoco della destra alternativa e schierato per la base di Trump – anche se egli stesso è un ex allievo della Goldman Sachs e un consumato interno all’élite – e il genero e consigliere di Trump, Jared Kushner, un rampollo degli immobiliaristi che cerca di salvaguardare gli interessi del capitale finanziario. Bannon, pur sostenendo un capitalismo a muso duro, è principalmente interessato a decostruire lo stato amministrativo e a produrre risultati mediatici che seducano la base di Trump. La chiave per vincere un’elezione, spiega, consiste nel “rivolgersi ai privi di istruzione universitaria. Quelli delle superiori. E’ così che si vincono le elezioni.” Il suo principale interesse, dunque, consiste nell’attuare una “rivoluzione politica”. Kushner, per contro, è una figura più politicamente distaccata, interessata prima di tutto e soprattutto a questioni di accumulazione capitalista e a promuovere gli interessi della classe dominante, rappresentando così gli interessi finali di Trump. Attualmente la concentrazione dell’amministrazione pare essere sull’allentare tutte le limitazioni al clientelismo imprenditoriale e a istituire riforme fiscali a favore dei plutocrati: terreno di  Kushner. Ma con l’approssimarsi delle elezioni di medio termine, Trump probabilmente tornerà alla destra alternativa, almeno retoricamente: terreno di Bannon.

Nella sfera imperiale l’amministrazione ha inizialmente cercato una distensione con la Russia, con l’obiettivo di spostare l’intera forza dell’impero statunitense contro il mondo islamico (o la parte di esso in Medio Oriente e in Africa che non è solidamente dentro l’impero USA) e contro la Cina. Questa svolta geopolitica pianificata ha posto la Casa Bianca in contrasto sia con lo “stato profondo” della sicurezza nazionale, sia con segmenti eminenti della classe capitalista, e non ha fatto che accrescere il conflitto tra le fazioni Kushner e Bannon nella Casa Bianca. Ma con il suo primo consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, costretto a dimettersi per i suoi presunti legami con la Russia, e con i suoi numeri ai sondaggi a minimi storici, Trump ha improvvisamente cambiato corso lanciando un attacco contro la Siria. Con un solo colpo Trump ha indossato le vesti di comandante in capo, con un’acclamazione mediatica quasi universale: nelle parole del guru della CNN Fareed Zakaria, egli “è divenuto presidente degli Stati Uniti” quella sera.

Così, nel giro di poco più di due settimane da fine marzo a metà aprile, il mondo ha assistito a vittime civili spettacolarmente aumentate dai bombardamenti statunitensi in Medio Oriente, con Trump che passava decisioni quotidiane ai comandanti militare sul campo; il lancio di cinquantanove missili da crociera contro una base aerea siriana; lo sganciamento della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan ed esplicite minacce di interventi militari contro la Corea del Nord.

Alcuni commentatori hanno ingenuamente suggerito che questa svolta verso un atteggiamento da sala di guerra da parte dell’amministrazione era in conflitto con i suoi presunti valori “isolazionisti” originali e perciò rappresentava una svolta al centro. I media convenzionali si sono spinti fino a dichiarare che le inversioni di marcia di Trump (compresa la rimozione di Bannon dal Consiglio della Sicurezza Nazionale) significavano che egli aveva alla fine deciso per un corso più “presidenziale”. In realtà questo è stato precisamente il genere di svolte violente nell’atteggiamento imperiale statunitense che ci si dovevano attendere da una Casa Bianca neofascista. L’originale distensione con la Russia è stata lasciata cadere, senza abbandonare nessuno dei primi obiettivi geopolitici, mirati ad aumentare la pressione sullo Stato Islamico e sulla Cina.

La dura realtà è che sotto Trump gli Stati Uniti si stanno armando fino ai denti e stanno esibendo maggiori segnali di belligeranza. La nuova amministrazione ha ora aderito alla strategia neoconservatrice di opporsi contemporaneamente sia alla Russia sia alla Cina. Né questo dovrebbe essere occasione di particolare sorpresa. Significativamente è stato nient’altro che Bannon a dichiarare: “Gli Stati Uniti devono essere forti; economicamente forti e militarmente forti. E Stati Uniti forti potrebbero essere alla fine i realizzatori di una ‘Pax Americana’”, cioè un nuovo impero mondiale unipolare. Nulla di questo pone Trump fuori dalla politica estera statunitense tradizionale. In effetti la richiesta di ripristinare il potere statunitense all’estero è appoggiata dall’intera classe dominante statunitense, come dimostrato dal fatto che Hillary Clinton aveva promesso durante la sua campagna elettorale di imporre zone d’interdizione al volo in Siria, il che avrebbe portato il mondo sull’orlo di una guerra termonucleare globale, e dal suo recente sostegno alle iniziative di Trump contro la Siria. Ciò nonostante l’amministrazione Trump, nel suo breve periodo in carica, è riuscita a segnalare una spavalderia e avventatezza nell’uso della forza, accoppiate a una svolta in direzione del controllo militare rispetto a quello civile in quest’area, che non sono men che infauste.

 

La nuova barbarie

Come indicato più sopra, la Casa Bianca è stata la sede di lealtà in competizione: risposte agli interessi del capitale finanziario monopolistico da un lato e alla base di Trump nella classe medio-inferiore dall’altro. Anche se non ci sono dubbi che l’amministrazione alla fine darà priorità ai primi rispetto ai secondi, tradendo le sue affermazioni di populismo, per mantenere qualche credibilità presso la sua base la Casa Bianca deve ciò nonostante eseguire una danza elaborata, promuovendo gli interessi dei ricchi dell’industria prendendo contemporaneamente le distanze dallo strato professionale della classe medio-alta così detestato dai sostenitori di Trump. Le sue politiche devono dare “espressione” agli interessi della classe medio-inferiore e, in una certa misura, le richieste della classe lavoratrice, anche se essi sono destinati a non essere realizzati. La costellazione politica e strategica rappresentata da Bannon, Breitbart e dai Mercer è perciò vitale.

Conseguentemente la strategia neofascista che contrassegna sinora la Casa Bianca di Trump probabilmente proseguirà, incorporando sia la fazione della destra alternativa sia quella plutocratica. Entrando alla Casa Bianca, Trump ha immediatamente elevato rappresentanti della destra alternativa che erano stati centrali per la sua campagna. Di qui il ruolo di Bannon, tuttora stratega capo di Trump,  e il principale collegamento a Breitbart, restano centrali. Ideologicamente la destra alternativa si affida alle idee di pensatori quali Evola, Dugin e Oswald Spengler (l’influente storico degli inizi del ventesimo secolo autore del ‘Declino dell’occidente’). Bannon ha dimostrato considerevole familiarità con l’opera di Evola, manifestando ammirazione per il “tradizionalismo [di Evola] … particolarmente il senso in cui appoggia le basi del nazionalismo” e l’espansione della sovranità cultura europea bianca. Per Bannon la lotta globale della destra va considerata in termini di un rinnovamento della guerra storica dell’”occidente giudeo-cristiano” contro l’Islam, ora estesa a includere l’esclusione nazional-culturale dei migranti non bianchi in Europa e negli Stati Uniti.

Una parte cruciale dell’appello neofascista semplificato che Bannon ha impartito inizialmente alla campagna di Trump  e poi ha portato alla Casa Bianca è regolato in funzione del nazionalismo economico. Bannon sostiene che “i globalisti hanno distrutto la classe lavoratrice statunitense e creato una classe media in Asia”. Questo punta a una specie di impero alla rovescia, nel quale gli statunitensi bianchi della classe lavoratrice , che in precedenza beneficiavano un’egemonia statunitense senza rivali nel mondo economico, si vedono ora portar via il lavoro dagli asiatici mentre sono invasi da immigranti latinoamericani “illegali” e da profughi da paesi del Medio Oriente dominati da “terroristi islamici radicali”. Capitalisti compagni di merende, finanzieri corrotti e globalisti liberali sono tutti da incolpare. Trump, Bannon, Breitbart e la destra alternativa si affidano pesantemente a un linguaggio codificato razzialmente (o fischietto per cani) come segnali per raggiungere i loro sostenitori bianchi più militanti, che sono incoraggiati a considerare emigranti, profughi e popolazioni non bianche in generale come costituenti una minaccia economica e culturale combinata.

La strategia razziale si può vedere nei ripetuti riferimenti di Bannon a Il Campo dei Santi.  E’ il titolo di un romanzo dello scrittore francese Jean Raspail; indubbiamente una delle opere più razziste di questo genere mai pubblicate. Nel 1975, quando il libro fu tradotto in inglese, la solitamente compassata Kirkus Reviews scrisse che “l’editore sta presentando Il Campo dei Santi come un grande evento, e probabilmente lo è, in larga misura nello stesso senso in cui Mein Kampf fu un grande evento”. Questo romanzo rabbiosamente razzista descrive un’invasione di 800.000 “creature miserabili”, profughi della derelitta Armata dell’Ultima Chance, che cercano di impadronirsi della Francia come testa di ponte per l’Europa bianca, “il campo dei santi”. Nel frattempo orde di cinesi minacciano la Russia, una nave da crociera francese viene sequestrata a Manila e barricate sono state erette dai bianchi attorno ai ghetti neri di New York. Il titolo proviene dall’Apocalisse di Giovanni (20:9): “E salirono sulla distesa della terra e attorniarono il campo dei santi e la città diletta; ma dal cielo discese del fuoco e le divorò.” Dalla prima pagina in poi il libro è pieno di assassinii, stupri, carneficine, atrocità e delle forme più estreme di razzismo, riducendo le persone a parti del corpo: con membra amputate (segnate razzialmente) disseminate dovunque. La copertina lo pubblicizza come “il romanzo apocalittico, controverso, campione di vendite sulla fine del mondo bianco”. E’ mirato a generare la base emotiva, sub-intellettuale, nella terminologia di Evola, per una violenza indicibile, diretta non solo contro gli asiatici bensì contro tutte le razze non bianche, che sono considerate come minacce razziali.

Il Campo dei Santi è stato assunto dalla destra alternativa come una specie di codice razzista. Per Bannon si riferisce ai profughi che straripano dal Medio Oriente e dall’Africa in Europa. Come ha dichiarato nel 2015: “Si è trattato quasi di un’invasione da Campo dei Santi nell’Europa centrale e poi occidentale e settentrionale”. Un anno dopo ha affermato: “L’intera questione in Europa riguarda l’immigrazione. E’ un problema globale oggi, questa specie di Campo dei Santi”.

Dopo aver apertamente alluso a Il Campo dei Santi in un’intervista a Jeff Sessions – ora Procuratore Generale statunitense che Bannon ha descritto come “uno dei leader morali e intellettuali di questo movimento populista, nazionalista in questo paese” – Bannon ha aggiunto: “Crede che le élite di questo paese abbiano la spina dorsale, abbiano la fede nei principi alla base dell’occidente giudeo-cristiano sufficienti per effettivamente vincere questa guerra [contro immigranti, profughi e Islam]?” Sessions ha risposto: “Sono preoccupato al riguardo”. Anche altri hanno accolto questo. Il membro del Congresso Repubblicano dello Iowa, Steve King, in un’intervista radiofonica del marzo 2017 ha fatto riferimento alla possibilità di guerre razziali oggi negli Stati Uniti, raccomandando con forza che la gente legga Il Campo dei Santi in tale contesto”.

Il trumpismo è quotidianamente pieno di razzismo, misoginia e nazionalismo estremo. Bannon e Breitbart fanno leziosamente riferimento al movimento della destra alternativa come costituito da “hobbit della classe lavoratrice”, un’espressione per i suoi “dimenticati” aderenti bianchi della classe medio-inferiore o lavoratrice. Questo rimanda a un riferimento negativo del senatore Repubblicano dell’Arizona John McCain agli “hobbit” del Tea Party. Bannon l’ha accolto come termine ironico, che sta per l’elettorato centrale di Trump. Nel farlo, tuttavia, era indubbiamente consapevole dei primi “Campi hobbit” neofascisti creati in Italia, con un significato simile. In effetti la destra alternativa statunitense, come rappresentata da Breibart, potrebbe essere oggi descritta come una miscela tossica di neofascismo europeo, suprematismo bianco statunitense e fondamentalismo cristiano.

Il fenomeno Trump attinge ad alcuni degli aspetti più sordidi del passato statunitense, compreso il genocidio (dei nativi americani), lo schiavismo, Jim Crow e l’imperialismo. Di tutti i presidenti statunitensi quello che è considerato da Bannon (e da Trump) come il più prossimamente collegato al nuovo residente del numero 1600 di Pennsylvania Avenue è Andrew Jackson, verosimilmente per l’impennata popolare-democratica associata a lui, e per il suo attacco alla Banca degli Stati Uniti e la rimozione forzata da parte del suo governo delle tribù orientali sul Sentiero delle Lacrime. Trump ha dichiarato in un’intervista dell’aprile 2017 che se Jackson fosse stato ancora vivo (morì sedici anni prima che le forze confederate aprissero il fuoco su Fort Sumter) e presumibilmente fosse stato presidente, avrebbe impedito la guerra civile; una dichiarazione assurda indubbiamente intesa come un fischietto per cani ai suoi sostenitori suprematisti bianchi della destra alternativa, che idealizzano il Sud schiavista e la Confederazione.

La sua stessa mentalità e le sue ambizioni si intersecano ideologicamente con la destra alternativa come dimostra il suo libro del 2011 Tough Times: Make America Great Again. Trum ha dichiarato durante la campagna elettorale che “la sola cosa importante è l’unificazione del popolo, perché gli altri non contano nulla”. Ciò nonostante il proprietario della Trump Tower a Manhattan rappresenta, prima di tutto e soprattutto, il capitale finanziario monopolistico. In effetti gli attacchi di Trump al “capitalismo clientelare” e i suoi appelli a “drenare la palude” sono smentiti dai miliardari e lobbisti che ha portato nella sua amministrazione e dal clientelismo che è visibile dovunque, a partire dalla sua stessa famiglia ed estendendosi allo speciale accesso al presidente concesso a quegli interessi ultraricchi che appartengono al suo club del golf di Mar-a-Lago.

La spinta neofascista della Casa Bianca di Trump si può costatare in quelli scelti per occupare ruoli chiave, strategici. Un esempio di ciò è Curtis Ellis, un membro testa di ponte della sua squadra di transizione, nominato assistente speciale del Segretario del Lavoro. Ellis, un autore di Breitbart, ha scritto un articolo nel maggio del 2016 per il World News Daily intitolato “La pulizia etnica della sinistra radicale degli Stati Uniti”. In questo articolo che sarebbe stato celebrato da Bannon e pubblicato su Breitbart, Ellis ha sostenuto che per la sinistra globalista “la morte (letteralmente) dei lavoratori bianchi è un risultato desiderato, una caratteristica non un errore … La morte degli statunitensi bianchi della classe lavoratrice è stata pianificata dalla sinistra radicale e attuata con boia volenterosi ai più alti livelli della politica, dell’accademia e dell’economia statunitensi”. Tali idee nazionalistiche-razziste mirate contro la sinistra e contro le popolazioni non bianche sono state fortemente incoraggiate da Trump nella sua campagna per la presidenza e dalle sue azioni da quando è salito al potere.

La Trump-economia e la crisi dell’economia politica degli Stati Uniti

“L’era neoliberale negli Stati Uniti”, aveva dichiarato Cornel West, “è finita con un botto neofascista”. Il neoliberismo è stato esso stesso una reazione della classe dominante all’aggravamento della stagnazione economica dell’economia capitalista, quando il quarto di secolo di prosperità dai tardi anni ’40 ai primi anni ’70 è finito in pezzi. Necessitando di uno stimolo, l’economia statunitense ricorse prima nel periodo di Reagan alla spesa militare e ai tagli fiscali, ma presto trasse maggiormente vantaggio dalla lunga discesa dei tassi d’interesse (la cosiddetta spinta Greenspan) che alimentò un periodo di vasta espansione del debito-credito e di quella che Paul Sweezy ha chiamato “la finanziarizzazione del processo di accumulazione del capitale”. Il risultato fu un’economia delle bolle che proseguì nell’era Clinton e George W. Bush per poi arrivare a una fine improvvisa con lo scoppio della bolla immobiliare e la successiva crisi del 2007-09. Trilioni di dollari furono riversati nelle casse delle imprese in un tentativo di “salvare” istituzioni finanziarie in bancarotta e imprese non finanziarie pesantemente indebitate. La successiva ripresa economica è stata di crescita apatica e stagnazione secolare, un periodo di “crisi interminabile”.

Dovunque il neoliberismo ha finito per essere sinonimo di politiche di austerità, speculazioni finanziarie, globalizzazione, polarizzazione del reddito e clientelismo dell’industria, creando quella che Michael Yates ha chiamato “La Grade Disuguaglianza”. “In tutte le economie avanzate”, scrivono Michael Jacobs e Mariana Mazzucato, “la quota del PIL che va al lavoro è scesa in media del 9 per cento tra il 1980 e il 2007 … Negli Stati Uniti tra il 1975 e il 2012 l’un per cento al vertice ha guadagnato circa il 47 per cento dell’aumento totale dei redditi” La disuguaglianza di ricchezza è cresciuta ancor più rapidamente. Nel 1963 la ricchezza media delle famiglie del novantanovesimo percentile degli Stati Uniti era sei volte quella del cinquantesimo percentile; nel 2013 era dodici volte tanto.

Tutto questo è stato accompagnato dall’erosione dell’egemonia statunitense nell’economia mondiale; dalla crescita di un nuovo imperialismo basato sull’arbitraggio globale del lavoro (approfittare dei differenziali di salario tra il Nord e il Sud globali); dal mutato ruolo della manifattura e degli investimenti nel contesto della rivoluzione digitale e dagli attacchi neoliberisti al lavoro. Questi fattori hanno enormemente minato la posizione della popolazione lavoratrice negli Stati Uniti, intensificando anche contemporaneamente lo sfruttamento dei lavoratori del Sud globale. Quello che era un tempo considerato – in stile pubblicitario – un “contratto sociale” tra capitale e lavoro al culmine dell’egemonia e della prosperità statunitense si è oggi interamente disintegrato. Con esso è scomparsa quella che era un tempo chiamata l’”aristocrazia del lavoro”, una minoranza di lavoratori relativamente privilegiati, in larga misura sindacalizzati nel mondo capitalista avanzato che beneficiavano indirettamente dell’egemonia imperiale statunitense senza rivali e del travaso di profitti dal Sud globale. Il capitale finanziario monopolistico oggi esternalizza liberamente la produzione dal Nord globale al Sud globale in quella che è divenuta una nuova era di imperialismo, caratterizzata da una corsa al ribasso per i lavoratori in tutta l’economia mondiale.

La campagna socialdemocratica di Bernie Sanders alle elezioni del 2016 ha dimostrato il potenziale di un’impennata della sinistra di base in questo contesto; la principale paura della classe dominante. Ma la straordinaria campagna di Sanders, rappresentante un approccio che indubbiamente avrebbe vinto in un confronto con Trump attingendo a una base più vasta della classe lavoratrice, è stata bloccata da una dirigenza del Partito Democratico che aveva da molto posto in essere un sistema di super-delegati e una struttura di controllo attraverso il Comitato Democratico Nazionale, espressamente progettati per impedire una simile presa del partito da parte della sinistra. La via è stata così lasciata libera a Trump. In questo contesto non c’è alcun dubbio reale riguardo alla fonte del successo di Trump. Egli ha ricevuto un rimarchevole 77 per cento dei voti tra quelli che affermavano che la loro situazione finanziaria era peggiorata nei quattro anni precedenti.

Pochi hanno capito questa dinamica economica complessiva meglio di Bannon, il cervello strategico dietro la campagna di Trump, che aveva lavorato a Wall Street da banchiere d’investimenti prima di passare a Hollywood a produrre film politici di ultradestra, verificando lo spirito dei tempi e alla fine rilevare Breitbart. Con un realismo del tutto assente nei circoli neoliberisti ha osservato: “Penso non ci sia alcun dubbio che il mondo è nella condizione iniziale di una crisi che non può evitare”. Infuriandosi contro i liberali ha affermato che i globalisti di sinistra hanno distrutto “la classe lavoratrice statunitense … Il problema ora è che gli statunitensi cercano di non essere fottuti”.

Le dichiarazioni di Trump riguardo alla “carneficina” nell’economia USA (nel suo discorso d’insediamento scritto da Bannon e dal suo collega di Breitbart, Stephen Miller, oggi consigliere speciale di Trump), le sue affermazioni che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prendersi il petrolio iracheno come pagamento per aver deposto Saddam Hussein, e la sua cosiddetta “iperbole attendibile” a proposito delle statistiche sul lavoro (aveva affermato che il tasso di disoccupazione nel 2016 era “del 35 [per cento]” o più) hanno tutte fatto parte di questa stessa strategia. Ciò ha incluso il suo attacco al commercio sleale (preso dal copione della sinistra), la sua enfasi sulla protezione della previdenza sociale, la sua proposta di tagliare i prezzi dei farmaci su ricetta mediante aste competitive e i suoi promessi trilioni di dollari in spesa infrastrutturale. Tutto questo è stato disegnato per ottenere il sostegno dei lavoratori salariati abbandonati dai Democratici.

Analogamente i virulenti attacchi gli immigrati illegali e ai profughi, la costruzione del muro tra gli Stati Uniti e il Messico e la forte posizione di Trump di legge e ordine (compresi suggerimenti che il movimento Black Lives Matter sia posto sotto sorveglianza federale) hanno tutti fatto parte del tentativo di consolidare il sostegno di massa a Trump in termini economici di classe e razziali.

Accantonando il Partenariato Trans-Pacifico dell’era Obama, Trump ha suscitato la prospettiva di guerre commerciali e valutarie con la Cina per salvare i posti di lavoro statunitensi. Ha nominato direttore del Consiglio Nazionale del Commercio della Casa Bianca l’economista Peter Navarro, autore di ‘The Coming China Wars’  [Le imminenti guerre cinesi] che accusa la Cina di scatenare un “nuovo imperialismo” sul globo e di manipolare la moneta. Gli Stati Uniti, sostiene Navarro, dovrebbero por fine a questa codipendenza mutualmente parassita” con la Cina e contrattaccare economicamente (e militarmente). Tra le altre opere di Navarro ci sono ‘Death by China’ [Morte per mano cinese] (2011) e ‘Crouching China: What China’s Militarism Means to the World’ [La Cina acquattata: ciò che il militarismo cinese significa per il mondo] (2015). [Sic – il titolo esatto risulta essere ‘Crouching Tiger….”, Tigre accovacciata – n.d.t.].

Trump ha promesso di più che raddoppiare il tasso di crescita dell’economia. Tuttavia la sua politica economica è largamente dell’offerta, generando una manna per il capitale finanziario monopolistico attraverso una liberalizzazione all’ingrosso e prodighi tagli fiscali prevalentemente per i ricchi e le imprese. Ha ripetutamente dichiarato che avrebbe enormemente ampliato la spesa infrastrutturale, che darebbe un’accelerazione ai settori immobiliare e delle costruzioni. Tuttavia poiché il piano di Trump si basa su tagli fiscali alle aziende anziché su un massiccio aumento della spesa, e si presume sia distribuito su più di dieci anni, farà poco per stimolare l’economia nel suo complesso. In effetti nulla di tutto questo può tirar fuori l’economia dalla stagnazione. Il risultato più probabile è una continua crescita lenta, forse interrotta da un effetto bolla nel settore finanziario. La sola cosa che è certa è il ciclo economico. L’economia si sta approssimando al suo picco e la recessione è all’orizzonte, da attendersi nel giro di pochi anni.

Qualsiasi prospettiva di guadagni economici per la massa della popolazione finirà nella tripla contraddizione della stagnazione economica, crisi finanziaria e declino dell’egemonia USA che caratterizzano l’epoca del capitale finanziario monopolistico. Anziché modificare queste condizioni, la politica economica di Trump probabilmente aggraverà il problema. Questo significa che il regime di Trump probabilmente graviterà, come unica opzione economica, verso ulteriori aumenti della spesa militare e avventure imperialiste, accoppiate a una maggiore repressione dei lavoratori in patria, particolarmente tra i settori più poveri della forza lavoro, concepiti come il modo più sicuro per “Rendere di nuovo grandi gli Stati Uniti”.

Il maggiore pericolo in questa situazione è che un aumento della repressione interna – Bannon risulta appoggiare la caccia alle streghe anticomunista di Joseph McCarthy negli anni ’50 – avrà la sua controparte in un aumento della repressione e della guerra senza confine esterna, considerata come un modo per sollevare l’economia. Già certe limitazioni all’uso globale della forza sono state rimosse. Una nuova impennata di barbarie nazionalmente e internazionalmente è nell’aria: questa volta armata di armi capaci di distruggere il mondo abitabile dagli umani. In effetti lo sterminismo che è un pericolo reale in queste circostanze è già evidente nella rinuncia a tutti i tentativi di contenere il cambiamento climatico, che Trump definisce una “bufala”. Questo, poi, minaccia il collasso finale della civiltà (e persino l’estinzione dell’umanità) nell’ambito della prosecuzione capitalista degli affari come al solito.

 

Resistenza nella “società della post-verità”

In “Scrivere la verità: cinque difficoltà”, Brecht affermò:

Oggigiorno chiunque desideri combattere le menzogne e l’ignoranza e scrivere la verità deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità quando la verità è dovunque contrastata; l’acume di  riconoscerla, quando è dovunque celata; il talento di manipolarla come se fosse un’arma; il discernimento per scegliere quelli nelle cui mani sarà efficace; e la scaltrezza di diffondere la verità tra tali persone. Sono problemi formidabili per chi scrive sotto il fascismo, ma esistono anche per quelli che sono fuggiti o sono stati esiliati; esistono persino per chi scrive in paesi in cui prevale la libertà civile.

Brecht non sarebbe per nulla sorpreso che la rapida ascesa del neofascismo negli Stati Uniti e in Europa sia coincisa con la dichiarazione dei Dizionari Oxford che la “parola dell’anno” per il 2016 – in riconoscimento dell’ascesa politica di Trump – sia stata l’aggettivo “post-verità”. Significativamente un’altra parola sulla breve lista delle parole dell’anno è stata “destra alternativa”. I Dizionari Oxford definiscono la “post-verità” come “relativa alle, o denotante le, circostanze in cui fatti obiettivi sono meno influenti nel plasmare la pubblica opinione che gli appelli alle emozioni e alle credenze personali”.

La sfacciata violazione della verità e quella che Georg Lukacs ha chiamato “la distruzione della ragione” è sempre stata associata al fascismo e ha contribuito a preparare il terreno per la sua ascesa. E’ impossibile comprendere la nostra attuale realtà sociale separata dall’analisi di classe; né è possibile opporsi efficacemente a tale realtà senza un’organizzazione di classe. Una caratteristica distintiva dell’ideologia liberaldemocratica contemporanea, che ha posto le condizioni per l’attuale ascesa della società della post-verità, è stata la “ritirata dalla classe” e particolarmente dal concetto di classe lavoratrice, ironicamente riportato nella convenzionalità in rapporto a Trump. Questo rende possibile a vago termine populismo ammantare la crescente minaccia neofascista del nostro tempo.

La resistenza a queste tendenze è possibile soltanto, come ci ricorda Brecht, avendo prima il coraggio, l’acume, il talento, il discernimento e la scaltrezza di riconoscere la verità nelle sue connessioni storiche, strutturali e dialettiche, insistendo sul fatto che il neofascismo odierno è il prodotto inevitabile della crisi del capitale finanziario monopolistico. Ne consegue che il solo modo efficace per resistere consiste nell’opporsi al sistema stesso. Contro il “vento neofascista” di oggi, il movimento verso il socialismo è la barricata finale, la sola genuina difesa di classe-umana-ecologica.

 

[Note omesse]

 

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/this-is-not-populism/

Originale: Monthlyreview.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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