Il nemico del mio nemico è mio …?

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Il presidente Donald Trump stringe la mano al ministro della difesa e vice principe della corona saudita Mohammed bin Salman, martedì 14 marzo 2017, nel salotto della Casa Bianca a Washington (Foto AP / Evan Vucci)

di Dilip Hiro – 6 luglio 2017

Il Medio Oriente: potrebbe esserci sulla terra un posto più pericoloso, Corea del Nord inclusa? Non è probabile. Le due principali potenze nucleari del pianeta che combattono guerre per procura, ampiamente rifornite di armi convenzionali; gruppi terroristici che si dividono e si diffondono; guerre religiose settarie che minacciano in mezzo a una pletora di ostilità armate in corso che si estendono dalla Siria all’Iraq allo Yemen. E questo prima che Donald Trump e la sua squadra arrivassero su questa scena caotica. Se c’è una regione nella quale una singola scintilla può avviare un incendio che potrebbe travolgere il globo, benvenuti in Medio Oriente.

Quanto alle scintille, ce n’è vasta scelta. In questo momento il programma di politica estera del presidente Trump è un pacchetto di contraddizioni che minaccia di raggiungere un punto di ebollizione nella regione. Si è alleato solidamente con l’Arabia Saudita persino quando i suoi segretari di stato sembrano ambigui sul tema. Nel processo è arrivato a vedere una regione di cui chiaramente sa ben poco attraverso gli occhi paranoici della famiglia reale saudita, ritenendo convintamente che l’Iran sciita fortemente determinato a controllare un mondo islamico che è per l’85 per cento sunnita.

Trump non è mai stato esattamente un ammiratore dell’Iran. La sua crescente ostilità nei confronti di Teheran (e quella dei generali iranofobi che ha nominato in posti chiave) ha già indotto l’esercito statunitense ad abbattere due droni armati di produzione iraniana e un caccia siriano in dodici giorni. Ciò ha indotto Mosca ha chiudere la linea calda tra il suo centro operativo e la base aerea di Khmeimim in Siria e quella di al-Udeid in Qatar, la maggiore struttura militare statunitense nella regione. Secondo il Ministero della Difesa russo all’epoca in cui il caccia siriano è stato colpito dal caccia statunitense le forze aeree della Russia stavano conducendo missioni nello spazio aereo siriano. “Tuttavia”, ha aggiunto, “il comando della coalizione non ha usato la linea di comunicazione esistente … per prevenire incidenti nello spazio aereo siriano”.

Al tempo stesso l’incorreggibilmente contraddittorio Trump non ha abbandonato il suo desiderio di coltivare relazioni amichevoli con la Russia i cui stretti legami economici e militari con l’Iran risalgono al 1992. Il pericolo insito nella ricca raccolta di contraddizioni di questa confusione, e il fervente sostegno di Trump ai sauditi nelle loro recenti minacce contro il vicino Qatar, dovrebbero essere evidenti a tutti, salvo al narcisista presidente statunitense.

Nessuno dovrebbe essere sorpreso da nulla di tutto questo una volta che Trump si è inserito, innanzitutto con i tweet, nel Medio Oriente violento e devastato da crisi. Dopotutto egli possiede una straordinaria capacità di creare la sua propria realtà. Sembra istintivamente rimuovere i suoi fallimenti e corre dritto ad abbracciare qualsiasi cosa che lo ponga in una luce positiva. Sempre vincitore, mai perdente. Un simile approccio sembra riuscirgli facile, poiché è uomo di tattiche, con una curva dell’attenzione notoriamente breve, il che significa che è incapace di concepire una strategia complessiva del genere che richiederebbe concentrazione e la capacità di tenere presenti contemporaneamente diversi fattori.

Considerato ciò, egli non ha problemi a contraddirsi o a compromettere il lavoro dei suoi assistenti per trovare una base più razionale per queste posizioni e desideri in continuo cambiamento su questioni importanti. Questi problemi sono accresciuti dalla sua incapacità di collegare i puntini nel molto complesso e volatile Medio Oriente, dove guerre infuriano in Siria, Yemen e Iraq, o di valutare come una mossa su un fronte diplomatico o militare avrà un impatto su una pluralità di problemi interconnessi.

 

Il fattore Iran

Esaminiamo quanto complicato e potenzialmente insidioso sia tutto questo. Nei giorni iniziali dell’amministrazione Trump un abbozzo della sua strategia mediorientale poteva apparire circa così: la Casa Bianca eserciterà pressioni sugli stati arabi sunniti per impegnare i loro fondi e le loro truppe in modo coordinato per combattere lo Stato Islamico (ISIS) sotto la guida del Pentagono. Accanto a ciò il Dipartimento di Stato e il Pentagono esploreranno modi per spezzare l’alleanza militare e diplomatica di Mosca con Teheran in un tentativo di por fine al conflitto siriano e di rinforzare la lotta contro l’ISIS.

Ciò rifletteva una deplorevole ignoranza della crescente forza dei legami tra Russia e Iran, che condividono confini sul Mar Caspio. Questa relazione risale all’agosto 1992, quando il governo russo del presidente Boris Yeltsin firmò un contratto per costruire e gestire due reattori nucleari vicino alla città iraniana di Bushehr. Poi i due paesi siglarono un accordo per costruire due nuovi reattori nel sito di Bushehr, con un’opzione per costruirne sei altri successivamente in altre località. Ciò ha fatto parte di un accordo di cooperazione firmato nel novembre 2014 e supervisionato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica.

La cooperazione militare tra il Cremlino e Teheran può essere fatta risalire al 2007, quando l’Iran sottoscrisse un contratto da 900 milioni di dollari per cinque batterie missilistiche russe a lungo raggio S-300. A causa delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro l’Iran per il suo programma nucleare nel 2010, tali consegne di missili furono sospese. Tuttavia tre mesi prima che Teheran firmasse il suo storico accordo nucleare con sei potenze mondiali, tra cui Russia e Stati Uniti, nel luglio del 2015, Mosca cominciò a consegnare all’Iran una versione aggiornata dei missili S-300.

Nel settembre del 2015 il Cremlino è intervenuto militarmente in Siria dalla parte del presidente Bashar al-Assad. A quel punto l’Iran aveva a lungo assistito il governo siriano con armi e volontari armati nei suoi cinque anni di guerra civile. Ciò ha indotto Mosca e Teheran a cominciare a condividere piani militari sulla Siria.

Due mesi dopo il presidente russo Vladimir Putin è arrivato a Teheran per una riunione dei Paesi Esportatori di Gas e ha incontrato il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, che lo ha elogiato per aver “neutralizzato i piani di Washington”. Khamenei ha anche suggerito che le relazioni economiche tra i due paesi potevano “estendersi oltre il livello attuale”. Con gioia dei leader iraniani, Putin ha ammorbidito un divieto di esportazione di attrezzature e tecnologie nucleari nel loro paese.

Nell’agosto del 2016 Teheran ha permesso al Cremlino di usare la base aerea di Hamadan nell’Iran occidentale per lanciare attacchi aerei contro un’ampia serie di bersagli in Siria, consentendo in tal modo all’aviazione russa di ridurre i tempi di volo e aumentare i carichi dei suoi bombardieri e caccia. Proprio quando Donald Trump è entrato nell’Ufficio Ovale, il canale Sputnik News con sede ha Mosca ha riferito che Teheran stava valutando l’acquisto di caccia da combattimento russi, mentre i due paesi stavano discutendo una joint venture che avrebbe consentito all’Iran di produrre elicotteri russi sotto licenza.

Passiamo ora a Donald Trump. Nella sua campagna elettorale del 2016 l’animosità di Trump nei confronti dell’Iran si è acuita solo dopo che egli ha assorbito le idee apocalittiche e islamofobe del generale di corpo d’armata in pensione Michael Flynn che sarebbe divenuto il suo primo consigliere per la sicurezza nazionale. Nella fissazione di Flynn sulla minaccia dell’”Islam radicale”, con l’Iran come nazione cardine di complotti contro l’occidente, ha fatto una cosa sola del radicalismo sciita sostenuto dall’Iran e del jihadismo sunnita. Nel farlo, perché si adattasse al suo pensiero rabbioso, ha ignorato le differenze teologiche e di altro genere tra loro.

Anche se Flynn è stato presto cacciato dalla Casa Bianca, il presidente Trump ha rispecchiato le sue idee in un vertice antiterrorismo di 50 leader di paesi arabi e di altri paesi mussulmani nella sua visita di maggio a Riyadh. In esso ha proceduto a fare tutta un’erba dell’Iran e dei jihadisti sunniti come parte dello stesso “male” del terrorismo.

Il 7 giugno l’affermazione di Trump è finita visibilmente in pezzi. Quel giorno sei armati e attentatori suicidi dell’ISIS, vestiti da donne velate, hanno attaccato il complesso del parlamento iraniano e il mausoleo dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran, uccidendo almeno 17 persone e ferendone più di 50. Tali attacchi erano in linea con un video che agenti dell’ISIS nell’Iraq orientale avevano pubblicato in persiano sulle loro reti di media sociali tre mesi prima, contenente la minaccia: “Invaderemo l’Iran e lo restituiremo al controllo sunnita”.

Meno di due settimane dopo l’Iran ha lanciato sei missili balistici Zolfaghar dalle sue province occidentali attraverso lo spazio aereo iracheno contro un centro comando dell’ISIS e una struttura di preparazione di autobomba presso la città siriana occidentale di Deir el-Zour, a 370 miglia di distanza. Ha coordinato l’attacco con Iraq, Siria e Russia.

 

L’ISIS attacca gli sciiti, che siano iraniani o sauditi

Nel giro di mesi dalla proclamazione del suo califfato a Mosul, Iraq, nel giugno del 2014, l’ISIS ha inviato agenti in Iran dopo aver fatto reclute tra i curdi etnici prevalentemente sunniti del paese. E ben prima che l’amministrazione Obama accelerasse per aiutare il governo di Baghdad a combattere l’ISIS, l’Iran aveva addestrato, finanziato e armato milizie irachene sciite per respingere tale gruppo.

Quando si è trattato di scegliere bersagli nel regno saudita, il ramo locale dell’ISIS ha scelto moschee della minoranza sciita. Il primo di tali attentati suicidi si è verificato nel maggio del 2015 nel villaggio di al-Qadeeh, nella Provincia Orientale, durante le preghiere del venerdì e ha lasciato almeno 21 morti e più di 80 feriti. In una dichiarazione in rete, l’ISIS lo ha rivendicato, affermando che “i soldati del Califfato” ne erano responsabili e predicendo “giorni bui a venire” per gli sciiti.

Recentemente gli sciiti in Arabia Saudita sono stati allarmati dai discorsi incendiari dei predicatori della versione wahabita dell’Islam, la fede ufficiale del regno. Questo sub-setta prende il nome da Muhammad bin Abdul Wahhab (1703-1792) che si opponeva con veemenza alla pratica sciita di pregare nei templi dei loro santi sollecitando tali santi spiriti a intercedere per loro conto presso Allah. Egli era convinto che non dovessero esserci intermediari tra il credente e Allah e che pregare un essere umano, morto o vivo, per quanto santo, corrispondeva a politeismo e perciò era non islamico. Lui e i suoi seguaci cominciarono a demolire i templi sciiti. Oggi gli ideologhi dell’ISIS concordano con le idee di Wahhab al riguardo e denunciano gli sciiti come apostati o eretici che meritano di essere uccisi.

All’interno dell’Islam sciita ci sono quattro sub-sette, secondo quanti dei 12 imam – o capi religiosi di più alto rango – uno sciita riconosce per tali. Quelli che riconoscono solo il primo imam Ali sono chiamati alawiti o aleviti (e vivono principalmente in Siria e in Turchia); quelli che riconoscono i primi cinque imam, sono noti come zaiditi (e vivono prevalentemente in Yemen). Quelli che riconoscono sette imam sono chiamati Seguaci dei Sette o Ismailiti e sono sparpagliati in tutto il mondo mussulmano; e quelli che riconoscono tutti i dodici imam, chiamati i Seguaci dei Dodici, abitano l’Iran, l’Iraq, il Bahrein e il Libano. Gli sciiti dei Dodici credono anche che l’ultimo imam, il bambino Muhammad al-Qassim, scomparso intorno all’868 dopo Cristo, tornerà un giorno come al-Mahdi, o il Messia, per portare giustizia nel mondo.

E’ stato su questo aspetto dello sciismo iraniano che il ventinovenne ministro della difesa saudita, principe Mohammad bin Salman, recentemente consacrato Principe della Corona e successore del suo ottantunenne padre re Salman, si è concentrato in un’intervista alla televisione al-Arabiya di proprietà saudita e con sede in Dubai. Quando gli è stato chiesto se vedeva una possibilità di colloqui diretti con l’Iran, che egli considera il burattinaio dei ribelli Houthi zaiditi in Yemen contro i quali ha lanciato due anni fa una guerra appoggiata dagli Stati Uniti, ha risposto: “Come posso arrivare a un accordo con qualcuno, o con un regime, che ha come base della sua fede un’ideologia estremista?”

Solo qualcuno totalmente ignorante delle cose scommetterebbe su un’analisi dell’Islam sciita da parte del presidente Trump oppure che lui afferri la dottrina base del wahabismo. Per contro nessuno perderebbe una scommessa sul fatto che egli twitti istantaneamente l’ultimo pensiero che gli passa per la testa irrequieta su qualsiasi tema mediorientale.

 

I sauditi prendono di mira il Qatar

A complicare ulteriormente le questioni regionali, la prima crisi dopo la visita di Trump non ha coinvolto l’Iran o gli sciiti, bensì il Qatar, un minuscolo emirato sunnita contiguo all’Arabia Saudita. La sua trasgressione agli occhi dei sauditi? Ha avuto la temerarietà di mantenere relazioni normali con l’Iran attraverso il Golfo Persico. Val la pena di ricordare che nel corso del suo viaggio a Riyadh il presidente Trump aveva incontrato Tamim bin Hamad al-Thani, l’emiro del Qatar. E prima di tale incontro egli aveva persino orgogliosamente vantato: “Una delle cose di cui discuteremo è l’acquisto di una quantità di splendidi equipaggiamenti militari perché nessuno li produce meglio degli Stati Uniti”, aggiungendo: “Per noi, ciò significa posti di lavoro e significa anche, francamente, grande sicurezza qui, che è quel che vogliamo”.

Un paio di settimane dopo i sauditi hanno improvvisamente tagliato i rapporti diplomatici ed economici con il Qatar, con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto che hanno fatto seguito a ruota. I reali sauditi speravano chiaramente di organizzare un cambiamento di regime in tale paese come passo avanti verso la destabilizzazione dell’Iran. In risposta Trump si è prontamente affrettato a twittare: “Nel mio recente viaggio in Medio Oriente ho dichiarato che non possono più esserci finanziamenti dell’Ideologia Radicale. I leader hanno indicato il Qatar – Guardate!”

Subito dopo aver accusato il Qatar di essere un “finanziatore del terrorismo ad altissimo livello”, appoggiando del tutto i sauditi, ha preteso che l’emirato tagliasse quel presunto flusso di denaro. Una risposta è arrivata nientemeno che dall’ambasciatrice statunitense in Qatar, Dana Shell Smith, quando ha ritwittato una dichiarazione del Dipartimento del Tesoro statunitense che elogiava il Qatar per aver operato un giro di vite contro il finanziamento dell’estremismo.

Nel successivo accavallarsi di dichiarazioni e smentite, mentre l’amministrazione Trump finiva nello scompiglio a proposito della politica sul Qatar, una cosa è rimasta solida: la vendita all’emirato di “splendidi equipaggiamenti militari”, fino a 72 caccia da combattimento Boeing F-15 per 21,1 miliardi di dollari, un contratto approvato dall’amministrazione Obama nel novembre del 2016. Il 15 giugno il Segretario alla Difesa James Mattis ha firmato un contratto da 12 miliardi di dollari per la vendita di sino a 36 di tali caccia da combattimento. “I nostri eserciti sono come fratelli”, ha dichiarato in risposta un altro dirigente qatariano. “Il sostegno statunitense al Qatar è profondamente radicato e non facilmente influenzato da cambiamenti politici”.

In effetti la cooperazione militare tra Doha e Washington è cominciata agli inizi del 1992 dopo la prima Guerra del Golfo. Un decennio dopo il rapporto militare tra Qatar e Stati Uniti ha ricevuto una speciale promozione quando l’amministrazione Bush ha cominciato ha preparare la propria invasione dell’Iraq. Il Principe della Corona, Abdullah bin Abdul Aziz, dell’Arabia Saudita, reggitore di fatto all’epoca, si era rifiutato di consentire al Pentagono di utilizzare la struttura operativa d’avanguardia della base aerea di al-Kharj che aveva costruito per attacchi aerei contro l’Iraq.

E’ stato allora che l’emiro del Qatar è venuto in soccorso di Washington. Ha permesso al Pentagono di trasferire tutto il suo equipaggiamento dalla base aerea di al-Kharj a quella di al-Udeid, 25 miglia a sud-ovest di Doha, la capitale del Qatar. Sarebbe divenuta la struttura chiave dell’esercito statunitense nella regione. All’epoca della crisi più recente al-Udeid ospitava non meno di 10.000 soldati statunitensi e 100 membri del personale di servizio della Royal Air Force britannica, equipaggiati con 100 aerei da combattimento e droni. Gli attacchi aerei contro bersagli dell’ISIS in Afghanistan, Siria e Iraq sono lanciati da questa base.

Nella sua avventatezza Trump ha messo a rischio tutto questo, nonostante gli sforzi di mediazione del Segretario alla Difesa James Mattis e del Segretario di Stato Rex Tillerson. Il suo entusiastico appoggio ai sauditi nella loro pericolosa ricerca di attaccare l’Iran, che può finire per destabilizzare la stessa Arabia Saudita, include anche la possibilità di un conflitto armato tra le due principali potenze nucleari del pianeta.

 

Il grosso problema dei sauditi con un vicino minuscolo

Peggio ancora, i decisori della politica a Washington hanno mancato di notare un fondamentale difetto nei termini settari con cui l’Arabia Saudita ha impostato la sua rivalità con l’Iran; un forte scontro sunnita contro gli sciiti. Teheran rifiuta di accettare un simile copione. Diversamente dai sauditi, i suoi capi sottolineano costantemente la fede comune di tutti i mussulmani. Ogni anno, ad esempio, l’Iran osserva la settimana dell’Unità Islamica, una festività intesa a colmare il divario tra le due date di nascita del profeta Maometto, una accettata dagli studiosi sunniti e l’altra da quelli sciiti.

A questo riguardo la storia dell’Iran parla da sola. Con denaro e armi ha aiutato il gruppo palestinese di Hamas, che è puramente sunnita poiché non ci sono sciiti nella Striscia di Gaza o nella West Bank. Ha mantenuto relazioni cordiali con la Fratellanza Mussulmana transnazionale, un movimento islamico originato nel 1928 nell’Egitto prevalentemente sunnita. I sauditi, un tempo i suoi principali sostenitori finanziari e ideologici, hanno litigato con la dirigenza della Fratellanza nel 1991 quando questa si è opposta allo stazionamento di forze statunitensi sul suolo saudita alla vigilia della prima Guerra del Golfo.

Da allora la Fratellanza ha ripudiato la violenza. Nel giugno del 2012 il suo candidato, Mohamed Morsi, ha vinto le prime elezioni presidenziali libere ed eque della storia egiziana. Il suo rovesciamento da parte dei generali egiziani un anno dopo è stato applaudito da Riyadh, che ha prontamente annunciato un pacchetto di soccorso da 12 miliardi di dollari per il regime militare. Per contro Teheran ha condannato il colpo di stato militare contro il presidente eletto dal popolo.

Nel marzo del 2014 l’Arabia Saudita ha dichiarato organizzazione terrorista la Fratellanza, cosa che gli Stati Uniti non hanno ancora fatto (anche se l’amministrazione Trump è impegnata in un dibattito sull’argomento). L’ostilità di Riyadh nei confronti della Fratellanza nasce del fatto che i suoi seguaci sono antimonarchici, ritenendo che il potere ultimo è nelle mani del popolo, non di una dinastia. In conseguenza la Fratellanza sunnita ha relazioni cordiali con la Repubblica Islamica dell’Iran che ha tenuto elezioni parlamentari e presidenziali persino nel corso dei suoi otto anni di guerra con l’Iraq negli anni ’80. Nelle elezioni presidenziali più recenti, condotte alla vigilia dell’arrivo di Trump a Riyadh, il moderato presidente iraniano in carica, Hassan Rouhani, ha vinto, battendo in misura decisiva il suo rivale conservatore.

Riyadh ha recentemente diffuso un’aggressiva lista di richieste al Qatar, tra cui la chiusura dell’influente rete mediatica di al-Jazeera, con sede a Doha, la limitazione di suoi rapporti con l’Iran al solo commercio, e il ritiro dei soldati turchi da una base nel suo territorio. Questo ultimatum è destinato a fallire per soli motivi economici. Il Qatar condivide con l’Iran il giacimento di gas naturale North Dome-South Pars. E’ il più vasto giacimento di questo tipo al mondo. La sua sezione South Pars, circa un terzo del totale, si trova in acque territoriali iraniane. Le riserve complessive di gas ricavabile da questo giacimento sono l’equivalente di 230 miliardi di barili di petrolio, seconde solo alle riserve di petrolio convenzionale dell’Arabia Saudita. Le entrate da gas e petrolio assicurano più di tre quinti del prodotto interno lordo (PIL) nazionale e la maggior parte delle sue entrate da esportazioni. Con una popolazione di 2,4 milioni il Qatar ha un PIL pro capite di 74.667 dollari, il più elevato del mondo. Considerato tutto questo, Doha non può permettersi di essere in conflitto con Teheran.

Il fondo sovrano del Qatar, esistente da dodici anni e che opera come Agenzia d’Investimenti del Qatar, ha attivi pari a 335 miliardi di dollari. Un terzo di essi è investito nell’emirato, ma il grosso è sparpagliato in tutto il mondo. E’ proprietario della casa di produzione cinematografica Miramax, con sede a Santa Monica. E’ il quarto maggiore investitore negli spazi per uffici negli Stati Uniti, principalmente a New York e Los Angeles. E’ anche proprietario del più alto edificio di Londra, i famosi magazzini Harrods e di un quarto delle proprietà nel quartiere esclusivo di Mayfair a Londra. La sua squadra di calcio Paris Saint-Germain ha vinto quattro titoli della lega calcio francese ed è il più vasto azionista della Volkswagen AG tedesca. Poco da meravigliarsi se, in reazione al blocco del Qatar a guida saudita, nessun leader occidentale, a parte Trump, si è schierato con Riyadh, che è rimasta stordita da questo ostacolo diplomatico.

Significativamente Riyadh non è riuscita a persuadere nemmeno le sue più piccole monarchie confinanti del Kuwait e dell’Oman, membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, a mettersi sotto la sua guida nel boicottare il Qatar. Inoltre, qualsiasi cosa twitti Trump, Riyahd ha un problema nell’aumentare la sua pressione su Doha a causa della massiccia presenza militare statunitense in tale paese, un elemento cruciale della campagna del Pentagono contro l’ISIS, tra l’altro.

 

Formula per il disastro

A posteriori è chiaro che i quattro membri dell’asse anti Qatar si sono affrettati alla loro drastica iniziativa senza valutare le forze di quel minuscolo paese, tra cui il potere morbido esercitato dalla rete televisiva satellitare pan-araba al-Jazeera. Non sorprendentemente i loro governi hanno bandito le trasmissioni e i siti web di al-Jazeera e chiuso i suoi uffici. Altrove nel mondo arabo, tuttavia, il popolare canale resta facilmente accessibile.

Come stato litoraneo il Qatar ha un grande porto sul Golfo Persico. Nel giro di una settimana dal boicottaggio a guida saudita del Qatar tre navi, con un carico di 350 tonnellate di frutta e verdura, sono state fatte partire dal porto iraniano di Dayyer per Doha, mentre cinque aerei cargo, carichi di 450 tonnellate di verdura, erano già atterrati nella capitale del Qatar.

Finora nulla è andato a finire come i sauditi (o Trump) prevedevano. Il Qatar sta resistendo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è categoricamente rifiutato di ritirare i suoi soldati dall’emirato, aumentandovi invece la presenza militare turca.

Da tutto questo emerge un quadro complessivo: che l’impulsivo Donald Trump ha incontrato il suo omologo più giovane, il principe Muhammad bin Salman, ugualmente impulsivo e cieco persino alle conseguenze di medio termine delle sue iniziative aggressive. Inoltre, in una monarchia autocratica senza libertà di parola, elezioni o governo rappresentativo (e con una storia abominevole di violazioni dei diritti umani) è priva di pesi e contrappesi. L’ossessione condivisa del principe e del presidente nei confronti dell’Iran, che nessuno dei due è in grado di comprendere nella sua complessità, ha il potenziale di creare una vera crisi globale. Semmai sta solo crescendo la pressione su Trump nel suo immaginario nuovo ordine mondiale per fare di più dei sauditi e spingere un programma di cambiamento di regime in grande stile quando si tratta dell’Iran. E’ una formula per il disastro di portata mozzafiato.

Dilip Hiro è un collaboratore regolare di TomDispatch; è autore di ‘A Comprehensive Dictionary of the Middle East’. I suo ultimo e trentaseiesimo libro è ‘The Age of Aspiration: Power, Wealth, and Conflict in Globalizing India’.

Questo articolo è apparso in origine su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute che offre un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative a cura di Tom Engelhardt, a lungo direttore di edizione, cofondatore dell’American Empire Project, autore di ‘The End of Victory Culture’ e di un romanzo ‘The Last Days of Publishing’. Il suo libro più recente è ‘Shadow Government: Surveillance, Secret Wars, and a Global Security State in a Single-Superpower World’ (Haymarket Books).

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-enemy-of-my-enemy-is-my/

Originale: TomDispatch.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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