“L’espresso jihadista” degli Stati Uniti: Indonesia-Afghanistan- Siria -Filippine

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“L’espresso jihadista” degli Stati Uniti: Indonesia-Afghanistan- Siria -Filippine

Di Andre Vltchek

9 giugno 2017

Era notte fonda, ma il nuovo Terminal 3 all’aeroporto Soekarno-Hatta fuori Giacarta, era ancora movimentato da famiglie e amici che erano in attesa dei loro cari di ritorno dall’estero.

Il mio amico Noor Huda Ismail stava arrivando da Singapore e avevo deciso di andare a prenderlo e di discutere con lui su ‘certi argomenti’ in macchina, sulla strada per la capitale. Ultimamente lui ed io eravamo occupati, terribilmente occupati, e un tragitto di un’ora sembrava essere l’ambito più adatta per scambiare almeno delle idee e delle informazioni essenziali.

Huda poteva essere considerato facilmente l’Indonesiano “esperto di terrorismo”, più informato; è un musulmano che è cresciuto ed è stato istruito nelle màdrase (le scuole coraniche, n.d.t.) che hanno prodotto alcuni dei quadri jihadisti più famigerati del paese. In seguito è diventato l’uomo che è riuscito a ‘fuggire’ dall’estremismo, a studiare e infine a diventare un rispettato regista e intellettuale.

Da anni, entrambi abbiamo studiato una complessa rete prodotta dall’imperialismo occidentale, una rete che ha letteralmente distrutto interi paesi, contemporaneamente rinchiudendone altri ‘dietro le sbarre’, praticamente in una schiavitù neo-colonialista. Tutto questo è fatto in nome della ‘libertà’ e della democrazia, naturalmente, e spesso usando varie religioni come strumenti, anche come armi.

In macchina siamo riusciti a scambiarci rapidamente delle opinioni. Huda mi ha aggiornato  sul suo film   rivoluzionario  ‘Jihad Selfie’, mentre io l’ho informato sul mio romanzo rivoluzionario ‘Aurora’ e sulla mia grande opera in corso, cioè un libro sull’Afghanistan. Ho anche fatto cenno al mio futuro film ‘Afgano’, una oscura storia d’amore, un film che sto preparando per produrlo e dirigerlo nel corso del prossimo anno.

“L’Afghanistan,” dice, “è il luogo dove ci sono le radici di così tante cose…Ti ricordi che negli anni ’80 gli Stati Uniti usavano dei gruppi locali, indonesiani, per mandarli in Afghanistan…”

Lo sapevo; sapevo qualcosa, ma non tutto. Il fatto che sia i cittadini indonesiani che quelli malesi fossero  andati a combattere contro il governo dell’Unione Sovietica di Karmal e poi di Mohammad Najibullah, in Afghanistan era un qualcosa che non ho ancora affrontato nei miei libri o nei miei film. Ora, improvvisamente, sentivo che era importante, estremamente importante prenderlo in esame.

“Haida,” ho chiesto, mentre stavamo lentamente andando avanti nel perpetuo ingorgo del traffico di Giacarta: “quanti uomini indonesiani sono andati a combattere in Afghanistan dopo l’intervento sovietico del 1979?”

Hada non esitò. Sa sempre le cifre.

“Soltanto in un gruppo ci sono stati 350 combattenti. Gli Indonesiani hanno combattuto in Afghanistan ed erano di base in un campo che apparteneva alla Ittehad-al-Islami (Unione Islamica). Ustad Abdul Rab Rasul Sayyaf gestiva il campo. Naturalmente Rab Rasul Sayyaf è Wahhabita, e i Wahhabiti sono stati completamente finanziati dagli Stati Uniti. Quello che vediamo adesso, tutte quelle ‘minacce terroriste’, sono un effetto di reazioni negative inaspettate, il blowback, di quello che gli Stati Uniti hanno fatto nella regione, specificamente in Afghanistan. E anche l’ISIS ora: nel 2003 sono arrivati  per deporre Saddam…

Potrei incontrare uno degli ‘alumni’ afgani qui a Giacarta?

“Naturalmente”, annuì; “organizzerò l’incontro mentre sei qui.

Prima dell’incontro con un  quadro  jihadista “afgano”, sono andato nella città di Bandung, dove ho incontrato Iman Soleh, professore alla Facoltà di Scienze Sociali e Politiche dell’Università di Padjadjaran (UNPAD). E’ ancora un’altra celebre autorità

sul ‘terrorismo’. E’ venuto nel mio albergo, accompagnato da sua moglie, la Professoressa Antik Bintari, un’esperta di gestione del conflitto che insegna nella stessa università.

Per un bel po’ il Professor Soleh ed io, abbiamo discusso del collegamento la ‘vecchia guardia’ dei quadri jihadisti del Sudest Asiatico (principalmente Indonesiani e Malesi), i cosiddetti ‘alumni afgani’, e l’avanguardia, una ‘nuova ondata’ che sta ora tentando di destabilizzare, perfino distruggere sia la Siria che le Filippine.

Mentre il nome ‘jihad’ stesso è stato usato abitualmente e ‘abbondantemente’ in tutti i normali media occidentali, è stato chiaro a tutti noi che dietro il brutale combattimento e anche dietro la maggior parte dell’orrore che è stato scatenato in posti come la Siria e le Filippine, ci sono nascosti gli interessi geopolitici dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare.

Il Professore Soleh mi ha spiegato le ‘dinamiche’ più recenti:

Fin dalla II Guerra Mondiale gli Stati Uniti hanno avuto paura del cosiddetto ‘effetto domino’. Tre le altre cose che stanno accadendo ora nelle Filippine con il presidente Duarte, il governo sta frenando le attività dei conglomerati minerari multi-nazionali    e l’Occidente non può accettarlo. Le Filippine stanno mettendo le loro preoccupazioni ambientali al di sopra dei profitti a breve termine! Per i milioni di attivisti di sinistra qui in Indonesia, e in  tutta l’Asia di Sudest, Duarte è un esempio.”

Perciò, seguendo la logica imperialista, le Filippine devono essere attaccate e destabilizzate, come è stato già fatto alla Siria. La ribellione è punibile con la morte. E in che altro modo farlo, se non tramite le armi più efficaci che l’Occidente ha utilizzato per anni e decenni: i gruppi religioso estremisti terroristi. Quale migliore adunata di combattenti da cui scegliere per quel difficile compito, se non gli jihadisti dei gruppi che si erano già dimostrati così efficaci e letali in posti come l’Afghanistan?

Oramai, quasi nessuno che sia informato almeno in una certa misura sull’argomento, non ha alcun dubbio che l’Occidente è principalmente interessato a mantenere ‘il conflitto perpetuo’ in varie zone del mondo. Come osserva il professor Soleh:

“Penso che  tutto questo non si faccia soltanto per destabilizzare le Filippine, ma anche perché il paese ha delle zone di conflitto che potrebbero essere ‘coltivate’. L’esempio migliore è l’isola musulmana di Mindanao in confronto al resto delle Filippine che sono prevalentemente un paese cattolico. Come sappiamo, le Filippine sono anche coinvolte nella disputa con la Repubblica Popolare Cinese per il Mar Cinese Meridionale, e gli Stati Uniti stanno cercando di dominare completamente la regione…”

Inoltre il Presidente Dutarte sta commettendo un ‘crimine imperdonabile’ agli occhi di Washington  e di Londra,, cercando di risolvere il conflitto territoriale con la Cina nel modo più veloce ed efficace possibile.

Torniamo però all’ Epresso Jihadista…” E’ importante comprendere il contesto:

La jihad indonesiana, il gruppo Salafita Darul Islam, ha combattuto per un califfato e contro lo stato laico e socialista con a capo il Presidente Sukarno, negli anni ’50 e fino al 1967. Erano soliti dire: “Il terrore è lecito.”

Il Professor Soleh chiarisce ulteriormente:

“Alla fine lo Stato indonesiano ha smantellato ‘Darul Islam’, ma  c’era un ramo

di questo che si creò subito, il ‘Komando Jihad’.”

In seguito Komando Jihad si è trasformato in un gruppo transnazionale del Sudest Asiatico, Jamaah Islamiyah (con il suo leader spirituale Abu Bakar Bashir). Il, gruppo ha mantenuto sempre collegamenti attivi e cooperazione con al-Qaida e il Fronte dil Liberazione Islamico Moro nelle Filippine, tanto per nominare proprio due gruppi religiosi di guerriglieri.

“I combattenti del Komando Jihad sono allora andati in Afghanistan. Ideologicamente erano Salafiti tenaci, ma con appoggio occidentale. Hanno ricevuto aiuto dall’Occidente per procurarsi armi ed altre dotazioni di base. Secondo i  miei contatti, nella comunità dell’intelligence indonesiana, gli Stati Uniti stavano appoggiano questa infiltrazione in Afghanistan da parte del ‘Komando Jihad’ e di altri. Sono anche in possesso di un’informazione che il comandante dell’esercito indonesiano (TNI) negli anni ’80, il Generale Moerdani, appoggiava gli jihadisti indonesiani e afgani, fornendo loro le armi (compresi gli AK-47).”

Di nuovo, secondo le mie fonti dell’intelligence indonesiana, anche la ‘partenza’ stessa degli jihadisti per l’Afghanistan era direttamente aiutata dagli Stati Uniti, sotto la copertura di ‘gruppi di studio islamici’ e di altre ‘comunità’, e l’itinerario che veniva utilizzata era: Indonesia-Malesia-Filippine-Afghanistan.

Questi non sono fatti ben pubblicizzati, ma non dovrebbero stupire nessuno che sia esperto di storia indonesiana:  dopo il brutale colpo di stato militare/religioso del 1965, sponsorizzato dagli Stati Uniti l’Indonesia si è rapidamente trasformata da paese anti-imperialista, internazionalista e progressista, nel più stretto alleato dell’Occidente in tutta l’Asia di Sudest. La principale ‘ideologia’ del nuovo regime fascista favorevole all’Occidente, del Generale Suharto divenne lo ‘anti-Comunismo’. Per mesi e anni, i Comunisti e anche i presunti Comunisti, sono stati massacrati in tutto l’arcipelago, mentre l’ideologia comunista è stata bandita, così come lo sono state la lingua e la cultura cinese, compresi i dragoni e i dolci. La propaganda anti-Comunista divenne il principale campione della dieta “intellettuale’. Il quarto paese più popoloso della Terra, subì un    totale, divenne uno dei luoghi più ‘religiosi’ della Terra, e subito dopo crollò sia dal punto di vista sociale che intellettuale.

Le accuse di “ateismo” contro i Comunisti sono state usate in Indonesia per provocare e radicalizzare migliaia di potenziali quadri jihadisti già esistenti. L’anti-ateismo, anche l’anti-laicismo, sono diventati il grido di battaglia di coloro che erano pronti a sacrificare le loro vite per il massimo obiettivo e  sogno; un califfato.

L’Occidente in Afghanistan ha fatto lo stesso ‘gioco’, durante la “era Sovietica”  come ha farro in Indonesia dopo il 1965, e altrove. E’ chiaro e ovvio che lo schema imperialista programmato a Washington e a Londra, è stato intercambiabile e applicabile con successo in molti diversi luoghi geografici.

A Kabul, nel marzo 2017, un leggendario intellettuale afgano, il Dottor Omara Khan Masoudi, mi ha spiegato:

“L’errore più grosso che ha fatto l’Unione Sovietica qui è stato di attaccare la religione immediatamente. Se prima fossero  si fossero concentrati  sui pari diritti, e lentamente avessero progredito  verso le contraddizioni della religione, forse avrebbe funzionato… Hanno invece cominciato a dare la colpa alla religione per la nostra arretratezza, in realtà per tutto.

O, per lo meno, questo è il modo in cui è stata interpretata dalla coalizione dei nostri nemici, e, naturalmente, dall’Occidente.

Ora, perché l’attuale invasione occidentale è così riuscita? Perché c’è così poco in termini di opposizione intellettuale? Guardate il regime a Kabul…Durante il suo governo, gli Stati Uniti hanno convinto le persone che l’intervento occidentale era ‘positivo’, ‘rispettoso della loro religione e delle loro culture’. Continuavano a ripetere ‘in base a queste e a quella convenzione dell’ONU’, e, ancora, ‘come deciso dall’ONU’… Usavano la NATO, un enorme gruppo di paesi, come una protezione. C’era un protocollo ‘brillantemente efficace’ che hanno sviluppato…Secondo loro, non hanno mai fatto nulla unilateralmente, sempre con il ‘consenso internazionale’ e allo scopo di ‘aiutare il popolo afgano’. Dall’altra parte, l’Unione Sovietica non ha mai avuto la minima possibilità di spiegarsi. E’ stata attaccata immediatamente, e su tutti i fronti.

In realtà, l’Occidente ha sempre usato (e infine è riuscito a sviare)  l’Islam. Alcuni grandi studiosi musulmani, compresi quelli che ho incontrato a Teheran, in realtà credono che Washington, Londra, Parigi e altri centri dell’imperialismo e del neo-colonialismo occidentale, in effetti sono riusciti, in molte parti del mondo, a creare una religione totalmente nuova e (per molti musulmani veri e intellettuali) irriconoscibile.

I gruppi jihadisti indonesiani che si sono temprati in Afghanistan e che sono stati addestrati dai Pachistani, alla fine sono ritornati al loro paese dove sono andati a “lavorare”, partecipando alle stragi e alle uccisioni come quelle ad Ambon (nelle Isole Molucche) e a Poso (nell’ isola di Sulawesi). Ad Ambon il conflitto è durato dal 1999 al 2002, e mentre continuava si presume che siano morte 8.000 persone, mentre migliaia di entrambi i sessi sono stati involontariamente e brutalmente circoncisi e mutilati dei loro genitali. Ad Ambon ho visto in azione i gruppi jihadisti, che hanno massacrato e ucciso  un ragazzo, proprio di fronte a una folla di spettatori acclamanti. In seguito ho descritto l’orrore di questo episodio nel mio romanzo: “Point of No Return” (Punto di non ritorno).”

Allora sapevo poco di quello di cui ero realmente testimone e che cercavo di documentare. Soltanto molto tempo dopo, a Bandung, nel maggio 2017, due professori, Iman Soleh e Antik Bintari mi hanno spiegato:

“Poso ed Ambon sono il “Collegamento afgano”. Durante quei massacri, c’erano ancora dei ‘vecchi jihadisti’ dei giorni afgani che partecipavano ai veri combattimenti. C’erano, tuttavia, anche dei combattenti ‘nuovi’, molti dei quali si sottoponevano ad esercitazioni con gli ‘Afgani’ indonesiani. Di fatto i conflitti di Poso e di Ambon servivano da terreno di addestramento. Dopo di ciò, una nuova generazione di combattenti era nata.”

Quella stessa notte, molto tardi – dopo aver guidato per ore sull’autostrada   che collega le città di Bandung e di Giacarta, ho incontrato Mr Farihin, un membro attivo del gruppo terrorista islamista estremista,  “ JI” ( Jamaah Islamiyah) messo fuori legge, un uomo che aveva incontrato personalmente Osama bin Laden, un guerriero che aveva combattuto nella Provincia di Paktia e in altre province dell’Afghanistan, ed ex Mujahedeen, uno jihadista non pentito.

Desideravo molto di sapere, di capire, che cosa pensavano i vecchi “alumni afgani”, come consideravano il mondo, e quali erano i loro obiettivi.

Mr Farihini era realmente un essere umano notevole: dritto, forte, virile, orgoglioso, estremamente gentile e totalmente indottrinato.

Il suo odio per il Comunismo non conosceva confini: era epico. Sognava, ‘vedeva’ comunisti dappertutto, in tutto il mondo: in Siria, nella Russia attuale, perfino nell’Afghanistan di Karzai e di Ghani. Qualsiasi cosa lontanamente laica, qualsiasi cosa che non era un califfato era “comunista” ,nella sua mente semplice, ma determinata di combattente.

Abbiamo cominciato con Osama bin Laden:

“Ho incontrato Osama  brevemente    nel 1987 e nel 1988, ma in quei giorni non era un dotto di scienze teologiche, un ‘ulema’. Finanziava i Mujahedeen. Era un contractor nella Provincia di Paktia ed era di base nel nord di quella provincia, in un campo arabo, e aiutava i Mujahedeen e aiutava anche a costruire le strade. Dopo che i Sovietici sono entrati in Afghanistan, i  seguaci di Osama hanno creato un ‘consiglio’ che era una specie di governo ombra dei Mujahedeen.

Mister Farihin era arrivato in Afghanistan nel 1987, dopo che il suo gruppo NII (Negara Islam Indonesia – Stato Islamico dell’Indonesia) ricevette un invito dai Mujahedeen.

Che cosa lo aveva spinto ad andare in Afghanistan?

“C’erano notizie in tutta l’Indonesia che un paese musulmano veniva attaccato dall’Unione Sovietica. Il mio desiderio iniziale è stato di combattere l’URSS. All’inizio non mi è stato permesso di combattere e non sono stato mandato in Afghanistan, ma in Pakistan. Mi hanno ordinato di studiare All’Accademia Militare

Ethiad Islami in quel paese. A un certo punto, tutti gli jihadisti stranieri hanno dovuto lasciare il Pakistan e così siamo stati trasferiti direttamente in Afghanistan. Nella Provincia di Paktia hanno costruito un intero campo per noi. Siamo stati attaccati dai Sovietici in varie occasioni, sia noi che il ‘Campo Arabo’. Venivano usati i caccia da combattimento MIG-21. Oramai, però, i Russi stavano già cominciando  ritirarsi. Dopo che i Sovietici sono andati via, in l’Afghanistan c’era ancora un governo  Comunista e coì abbiamo combattuto anche contro quello. Ero sempre pronto a combattere: prima contro i Sovietici e poi contro i governi afgani comunisti. In Pakistan ho visto prigionieri russi, piloti, in catene. Non avevo paura di loro.

Ho notato rapidamente che Mister Farihin non era orgoglioso dell’appoggio che il suo gruppo e i Mujahedeen in generale stavano ricevendo dagli Stati Uniti e dal resto dell’Occidente. Continuava a ripetere che non “vedeva” nessun appoggio americano diretto, che i rifornimenti continuavano ad arrivare dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dal Kuwait e da altri paesi musulmani. Per lui era essenziale che la sua lotta in Afghanistan venisse considerata come ‘pura’ e panislamica.

Non ero lì per contraddirlo, ero lì per ascoltare.

Mi ha parlato dei fronti sui quali aveva combattuto: Nangarhar, Jalalabad, tra gli altri: “Mi alternavo tra un fronte e l’altro. La guerra, le battaglie, erano ‘ordinate’”.

“Ma quale era lo scopo?” ho domandato.

Non ha esitato un solo momento.

“Lo scopo era semplice: in Afghanistan volevamo impedire che venisse accettata un’ideologia comunista.”

Quanto ne sapeva di Comunismo?

“In realtà la mia conoscenza al riguardo era molto superficiale, Va bene: eravamo macchine da guerra per i Mujahedeen. Quello che ci dicevano era che i Comunisti non credono in Dio e che professano il laicismo.”

Mi chiedevo se sapessero  qualcosa riguardo al miglioramento del sistema sanitario, della improvvisa istruzione decente, dell’edilizia pubblica, dei trasporti e della cultura.

“Quasi tutte le cose fatte dai Comunisti erano buone, lo so…Ma poiché credevano nel Comunismo e nel socialismo, non era giusto, era ‘proibito’. Il nostro impegno verso Dio era quello che realmente contava. In termini di importanza, Dio era il Numero 1, e solo dopo veniva il mondo degli umani.”

Gli ho chiesto come vedeva ora l’Afghanistan.

“Fino a quando il loro governo è comunista, lo combatteremo… E prego che i Talebani vincano.”

Per un momento ho pensato di avere capito male. Non sa nulla degli Stati Uniti, dell’occupazione occidentale?

“ Sì, ma gli Stati Uniti sono andati in Afghanistan a combattere i Talebani, non il Comunismo. Il governo è ancora comunista; un regime fantoccio della Russia.”

Ho cambiato rapidamente argomento, ma le cose non sono migliorate. Gli ho chiesto della Siria, dell’Iraq. Ha risposto gentilmente:

“Faccio addestramento, addestriamo i volontari che sono pronti ad andare a combattere in Siria, perché la Siria non è soltanto Comunista, sai, Assad e i Russi , ma è anche Sciita.”

Essere Sciita è un super crimine nell’Indonesia di oggi. Le persone vengono uccise, ostracizzate, minacciate se sono sciite. Una volta Sono stato testimone di questo sull’isola di Madura.

“Gli ‘alumni afgani’ addestrano sia ideologicamente che militarmente, i combattenti che sono pronti ad andare all’estero. Non sono sicuro che il governo lo sappia. Forse l’intelligence lo sa. Durante l’era di Suharto la lotta contro il Comunismo veniva appoggiata. Ho visto l’intelligence indonesiana operare nei campi di rifugiati afgani a Peshawar, in Pakistan. Ci è staro detto dall’intelligence pachistana che l’intelligence

indonesiana veniva impiegata nella regione. L’Indonesia allora appoggiava i Mujahedeen e  ricevevamo delle scorte dall’Indonesia, compreso il cibo. L’Indonesia e il Pakistan allora erano ottimi amici; l’intelligence pakistana ci ha facilitato molto la vita; andavano avanti e indietro tra Afghanistan e Pakistan, attraverso il confine, mentre ai civili non era permesso…”

E quale era il  loro compenso? Certamente la jihad non si combatte gratuitamente?

“La paga più bassa era allora di 150 dollari al mese, un sacco di soldi nell’Indonesia povera, alla fine degli anni ’80. Tra i 300 e i 400 dollari americani per gli ufficiali.”

Prima di separarci, abbiamo parlato dell’Afghanistan, del paese. Lo ricordava con affetto:

“Mi piace il paese, è bello. Mi piaceva la vita religiosa di lì. Gli Afgani erano molto genti con noi, ci trattavano come ospiti… Ci venivano offerte anche le loro donne, per sposarle, ma la dote era troppo alta. Alcune avevano gli occhi azzurri e volevamo davvero sposarle, ma non potevamo permetterci le loro donne con i nostri modesti salari.

Le manca l’Afghanistan?

“Sì”.

“Anche a me,” ho annuito. “Ma ci tornerò presto.”

Non ci siamo abbracciati. Oramai sentivo che appartenevamo ai lati opposti della barricata e che molto probabilmente eravamo ultra-nemici. Ma fino a quando non ci siamo separati, siamo stati gentili, eccessivamente gentili: alla maniera afgana.

“La jihad in Indonesia, contro l’imperialismo occidentale? Oh, no, neanche per idea…” sorride Dina Y. Sulaeman, un’analista politica indonesiana , autrice del libro “Salju Di Aleppo” (Neve di Aleppo):

“La jihad alla quale vogliono partecipare gli Indonesiani, è basata sull’odio… Nel mio libro spiego che i combattenti indonesiani in Siria sono principalmente affiliati a vari gruppi: Ikhwanul Muslimin’, ‘Hizbut Tahrir’ e Al Qaeda/ISIS. Purtroppo questi gruppi hanno dei sostenitori in Indonesia. Continuano a diffondere foto e video falsi sulla Siria, per accendere la compassione e anche la rabbia del popolo indonesiano, in modo che tali sostenitori gli danno dei contributi in denaro o addirittura si uniscono alla jihad. E’ un buon “affare” per loro. Fanno la ‘guerra santa’, andranno in paradiso e inoltre vengono pagati. Accusano il presidente Assad di essere  ‘ìnfedele’. Questo è il loro grido di battaglia.”

“La ‘copertura’ fornita dai mass media indonesiani sta soltanto traducendo direttamente ciò che viene detto dai media occidentali: la CNN, la BBC e altri…Se non quelli, allora almeno Al-Jazeera che spesso è anche peggiore…Di conseguenza gli Indonesiani sono ‘molto preoccupati’ riguardo alla Siria.’ Naturalmente, nei miei libri sto cercando di correggere le idee sbagliate, ma l’apparato propagandistico è molto potente.”

“Come in Afghanistan,” aggiungo.

In precedenza avevo chiesto a  Noor Huda Ismail: “Ma gli ‘alumni’ afgani e l’ISIS non si amano reciprocamente, è vero?”

Huda annuisce e poi aggiunge: “Al-Qaida e l’ISIS non vanno molto d’accordo. Nel complesso, la maggior parte dei combattenti, coloro che appoggiano l’ISIS, si sono sempre radunati nella stessa moschea. Usano i media sociali. Può darsi che gli ‘alumni’ afgani e i sostenitori dell’ISIS non si amino, ma condividono la stessa ideologia; la radice, il soggetto sono gli stessi, cioè far cadere e sfidare i sistemi laici.”

“Compreso quello in Indonesia.”

“Sì, compreso quello di qui.”

L’Espresso Jihadista  sta ora viaggiando e  guadagnando velocità, Un paese dopo l’altro vengono fatti a pezzi sotto le sue ruote spietate.

Chi pensa che si “tratti soltanto di petrolio” si sbaglia. Naturalmente l’Occidente cerca di controllare del tutto e brutalmente  tutto quello che si muove in Medio Oriente, in Nord Africa e fino all’Iran e all’Afghanistan. Ma certamente non è tutto: i gruppi jihadisti creati dall’Occidente e dai suoi alleati nel Golfo, sono stati usto per destabilizzare i due più grandi avversari dell’Occidente: la Russia e la Cina.

L’Unione Sovietica è stata ingannata per andare in Afghanistan nel 1979 e poi brutalmente distrutta. L’Afghanistan stesso è stato ‘sacrificato’ nel corso dei fatti, le sue strutture sono state distrutte e tutta la speranza di cui il suo popolo godeva, è stata soffocata. La Cina ora soffre moltissimo per le operazioni di vari gruppi terroristi musulmani e di altre   religiosi che sono, senza eccezione, sostenuti dall’Occidente.

E’ estremamente probabile che il prossimo ‘fronte’ siano le Filippine.    Da anni e decenni, ma mentre questo articolo va in stampa, la situazione si sta deteriorando e diventando sempre più disperata.

Combattere il terrorismo in luoghi come la Siria e l’Afghanistan, è stato e sarà sempre di più uno dei principali obiettivi di politica estera sia di Mosca che di Pechino; allo scopo di aiutare quei paesi sotto assedio, ma anche per impedire che diventino il terreno di addestramento degli eserciti terroristi ‘anti-comunisti’ e ‘anti-laicisti’.

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha scritto articoli sulle guerre e i conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi libri più recenti sono: Il romanzo rivoluzionario “Aurora”, e due opere di successo di saggistica:  “Exposing Lies of the Empire” [Smascherare le menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism [Lotta contro l’imperialismo occidentale] Guardate altri suoi libri su: http://andrevltchek.weebly.com/books.html. Andre sta realizzando documentari per teleSUR e Al-Mayadeen. Guardate Rwanda Gambit, il suo documentario  sul Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo.

Dopo aver vissuto in America Latina, in Africa  e in Oceania, Vltchek attualmente risiede  in Asia Orientale e in Medio Oriente  e continua a lavorare in tutto il mondo. Può essere raggiunto sul suo sito web http://andrevltchek.weebly.com

 e su Twitter: https://twitter.com/AndreVltchek

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://www.counterpunch.org/2017/06/09/u-s-jihadi-express-indonesia-afghanistan-syria-philippines

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

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Un commento su ““L’espresso jihadista” degli Stati Uniti: Indonesia-Afghanistan- Siria -Filippine

  1. attilio cotroneo il said:

    USA e vassalli non imparano dai conflitti perché per imparare servirebbe non volerne fare e invece la volontà di mantenerli e ipocrita e

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