Evitare l’apocalisse sulla Penisola di Corea

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Evitare l’apocalisse sulla Penisola di  Corea

Di Rajan Menon

5 giugno  2017

Il Segretario alla Difesa James Mattis ha osservato di recente che una guerra con la Corea del Nord sarebbe “tragica di una misura incredibile.” Sul serio. L’aggettivo “tragico” non comincia neanche a descrivere gli orrori che seguirebbero a questo conflitto.

La penisola coreana, tutti i suoi 220.848 km2, è grande quasi come lo stato dell’Idhao. Contiene più soldati (2,8, senza contare le riserve) e armamenti (circa 6.000 carri armati, 31.000 pezzi di artiglieria e 1,134 velivoli da combattimento) di qualsiasi altra parte del pianeta. Gli eserciti della Corea del Nord e della Corea del Sud si fronteggiano al di là della zona smilitarizzata, o DMZ, e Seul, la capitale della Corea del Sud è a soli 56, 32 km. di distanza, quano i proiettili  dell’artiglieria volano.

Più di 25 milioni di persone abitano nell’area metropolitana  grande della città, che ospita circa la metà della popolazione della Corea del Sud. Come è prevedibile, numeri taciuti di missili nord-coreani e di pezzi di artiglieria vengono testati su quella città. Una volta che le armi iniziassero a sparare, migliaia di suoi abitanti morirebbero senza dubbio nel giro di poche ore. Naturalmente, anche i  nordcoreani verrebbero afferrati in un vortice di morte quasi istantaneo.

La guerra non sarebbe una faccenda bilaterale. La Corea del Sud ospita 28.500 soldati americani. Inoltre ci sono 200.000 civili americani nel paese, la maggior parte dei quali a Seul. Molti in entrambe le categorie potrebbero essere uccisi da attacchi nord-coreani e gli Stati Uniti, a loro volta, colpirebbero molteplici obiettivi in quel paese. Pyongyang  potrebbe vendicarsi lanciando missili al Giappone, dove  39.000 soldati americani sono di stanza, concentrandosi sulla rete di basi americane e di centri di comando che ci sono là, specialmente il Quartier Generale dei Servizi statunitensi,  presso la base aerea Yokota vicino a Tokyo.

E questo senza neanche considerare il probabile uso di armi nucleari. Semmai, la descrizione di Mattis è una sottovalutazione. E non presumete che il pericolo di una conflagrazione coreana sia passato, ora che il presidente Trump è intrappolato nella serie più recente di scandali politici che assillano la sua amministrazione. Proprio il contrario: uno scontro tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti potrebbe essere diventato più probabile esattamente perché il presidente è assediato politicamente.

Trump non sarebbe il primo leader che, di fronte ai guai in patria, inneschi una crisi all’estero e poi faccia appello all’unità e dipinga i suoi critici come non patriottici. Tenete a mente, dopo tutto, che questo è l’uomo che ha già avvisato di una “guerra molto seria” con la Corea del Nord.

Trump contro Kim

Finora le tattiche coercitive che Trump ha usato per costringere la Corea del Nord a smantellare il programma di armi nucleari e di smettere di testare i missili balistici, hanno incluso sanzioni e congelamento di beni, minacce nucleari e dimostrazioni di forza – sia serie come nelle recenti esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, denominate  Key Resolve   e Operazione Max Thunder e farsesche nel caso di una “flotta” ipoteticamente diretta a nord che in realtà è salpata nella direzione opposta.

Mosse di questo tipo implicano tutte la stessa scommessa presidenziale: che la pressione economica e militare possa piegare Pyongyang alla sua volontà. Naturalmente, altri presidenti americani hanno adottato lo stesso approccio, e hanno fallito per decenni, cosa che sembra importare poco a Trump, anche se si presenta come un anticonformista  che esce dagli schemi, pronto a negoziare patti senza precedenti con i leader stranieri.

Oramai, questo dovrebbe essere sicuro perfino per Trump: la Corea del Nord non si è fatta intimidire fino all’ accondiscendenza dagli avvertimenti di Washington e dall’uso delle maniere forti. Nel 2003, dopo che i tentativi diplomatici multilaterali per denuclearizzare la Corea del Nord, si arenarono, Pyongyang ha lasciato perdere il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) e due anni dopo ha dichiarato che possedeva armi nucleari. Nell’ottobre 2006, ha fatto esplodere il suo primo dispositivo nucleare, cioè una bomba di una chilotone  (mille tonnellate). Seguirono altri quattro test, nel maggio 2009, nel febbraio 2013, nel gennaio 2016 e nel settembre 2016, con una forza esplosiva compresa tra i quattro ai 10 kilotoni.  Tre di questi, si sono fatti dopo che l’attuale leader nord-coreano Kim Jong-un andò al potere nell’aprile 2012.

Un modello simile vale per i missili balistici che la Corea del Nord è andata testando fin dal 1993. Le cifre sono aumentate costantemente sotto Kim Jung-un con 4 test, nel 2012, fino a 25 nel 2016.

Chiaramente, i leader del Nord rifiutano l’affermazione che per loro è necessaria l’approvazione americana per costruire bombe nucleari e missili balistici. Come suo padre Kim Yong-il e suo nonno, Kim II-Sung, il fondatore della Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord o DPKK, il nome ufficiale della Corea del Nord), Kim Jong-un è u nazionalista ardente che replica regolarmente alle minacce alzando la posta in gioco. Il consigliere di Trump per la Sicurezza Nazionale, il Generale H.R. McMaster, ha descritto Kim come “inaffidabile”. In realtà, il leader coreano, come suo padre e suo nonno prima di lui, è stato notevolmente coerente: si è rifiutato fermamente di smettere di testare o le armi nucleari o i loro possibili sistemi di lancio, non parliamo poi di “denuclearizzare” la penisola coreana, come ha richiesto McMaster.

In effetti, in base alla prospettiva di Pyongyang, Trump può essere la persona inaffidabile. Un giorno, tra i comunicati stampa secondo i quali il Pentagono stava considerando un  attacco preventivo compiuto con mezzi che andavano dai missili cruise Tomahawk agli attacchi informatici, il presidente dichiarò minacciosamente che la Corea del Nord “è un problema, un problema di cui bisognerà occuparsi.” Ha continuato avvertendo il Presidente cinese Xi Jinping, che allora stava ospitando nella sua residenza di Mar-a-Lago, che se la Cina non avesse tenuto a freno Kim, gli Stati Uniti avrebbero agito da soli. Non molto tempo dopo, Trump ha improvvisamente lodato Kim, chiamandolo ”un tipetto molto intelligente”  presumibilmente colpito dal fatto che il leader nordcoreano non aveva neanche 30 anni quando era succeduto a suo padre. Un altro giorno il presidente ha annunciato che sarebbe stato “onorato” di incontrare Kim nelle giuste circostanze e che lo avrebbe fatto “assolutamente.”

Il giro sulle montagne russe, altrimenti noto come la presidenza di Donald Trump, ha lasciato perplesse molte persone. I sostenitori  di Trump credono che l’inaffidabilità del Presidente gli  può dare potere contro gli avversari. Nel caso di una crisi militare, però, per la Penisola Coreana, il comportamento “oscillante” di Trump potrebbe portare i leader della Corea del Nord a concludere che facevano bene a prepararsi al peggio e quindi ad attaccare prima. Quella prospettiva rende la combinazione Kim-Trump non soltanto pericolosa, ma molto probabilmente mortale.

Vecchie rivendicazioni, nuove possibilità

A ostacolare una nuova politica verso la Corea del Nord, ci sono una serie di presupposti molto amati all’interno della Beltway di Washington (cioè il governo federale) e dall’establishment della politica estera al di là di quella – e raramente contestate nei media ordinari.

Forse il più comune di questi è che la diplomazia e la conciliazione verso la Corea del Nord, non funzioneranno perché i suoi leader reagiscono soltanto alla pressione. Questa opinione è così pervasiva e radicata, che rende delle idee nuove su Pyongyang  quasi impossibili.

Tuttavia, dato il fallimento sia delle sanzioni che delle minacce di guerra, un nuovo approccio dovrebbe implicare la diplomazia ( nel caso abbiate dimenticato quella parola) e seri negoziati con il Nord. Ecco una possibile strada da percorrere che potrebbe, in realtà, fare la differenza.

La Corea del Nord sarebbe d’accordo, in linea di principio, a smantellare le sue installazioni  per le armi nucleari, rientrare nell’NPT (Il trattato di non Proliferazione delle Armi Nucleari), e a permettere ispezioni complete da parte dell’Agenzia  Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) per verificarne la conformità. Contemporaneamente, gli Stati Uniti prometterebbero di non attaccare la Corea del Nord o di far cadere il suo regime e di avanzare verso la normalizzazione delle relazioni politiche.

I passi importanti fatti dalla Corea del Nord sulla strada della denuclearizzazione, sarebbero accompagnati da tagli nelle forze armate americane nella Corea del Sud. Una volta che Pyongyang venisse completamente assestata, gli Stati Uniti rimuoverebbero tutte le loro forze e abolirebbero completamente le sanzioni economiche alla Corea del Nord.

Gli Stati Uniti, la Corea del Sud, la Cina, il Giappone e la Russia  si impegnerebbero  a finanziare e, per alcune delle sue future necessità di energia, a costruire i nuovi Reattori ad Acqua Leggera (LWR) che riducono il rischio di produzione di bomba al plutonio. Tali reattori sarebbero soggetti a regolari ispezioni e a sorveglianza elettronica da parte dell’IAEA, e tutto il combustibile nucleare esaurito verrebbe trasportato fuori dalla Corea del Nord. Lo smantellamento delle strutture nucleari della Corea del Nord, verificate da ispezioni cicliche e da continuo monitoraggio elettronico – eviterebbero – come nel patto nucleare con l’Iran – la produzione di plutonio (PU-239) o di uranio (UR-235) per uso militare.

Una volta completati questi passi, entrambe le Coree comincerebbero a ritirare le loro truppe ammassate lungo la Zona Smilitarizzata, e a creare quindi una regione anche più ampia priva di armi e di truppe tra i due paesi. Sarebbero d’accordo a non introdurre di nuovo truppe e armamenti nelle zone sgomberate e a permettere il monitoraggio da parte degli osservatori internazionali. Nel giro di forse 10 anni i due stati si impegnerebbero in ulteriori ritiri di militari, più in riduzioni del numero di armi che ognuno possedeva, focalizzandosi sul ritiro di quelle più adatte a una guerra di attacco.

Se Trump è davvero preparato a incontrare Kim, dovrebbe esserlo per fare un accordo che segua queste linee, non per consegnare  i tipi di ultimatum che il Nord ha rifiutato per anni.

La frase: la diplomazia non funzionerà

Di solito proposte come queste vengono respinte poiché hanno tutti gli svantaggi possibili:  l’accomodamento con un regime dispotico e l’ingenuità incosciente.

Cominciamo con l’accusa di accomodamento la cui idea sembra essere che le crudeltà di Pyonyang vietano l’impegno diplomatico con questa. Questa affermazione equivale a  una sviolinata ipocrita e all’ amnesia della storia. Gli Stati Uniti, in varie forme, hanno appoggiato una vasta gamma i regimi dispotici, compresa la Grecia durante il brutale “regime dei colonnelli” (1965-1966), l’Indonesia di Suharto (che era stato a capo del massacro di mezzo milione di persone nel 1965-66) e l’Iraq  di Saddam Hussein negli anni ’80, quando il suo governo uccideva con il gas i Curdi e radeva al suolo i loro villaggi. E, naturalmente in Corea del Sud c’era il governo,  appoggiato dagli Stati Uniti, di Syngman Rhee (1948-1960) le cui forze di sicurezza hanno ucciso più di 100.000 persone, di cui un numero compreso tra i 30.000 e i 60.000, soltanto nel famigerato massacro di Cheju del 1948, come parte di un tentativo di decimare qualsiasi tipo di opposizione di sinistra nel paese.

Lo stato della Corea del Nord, innegabilmente repressivo, è però durato per oltre 60 anni e deve fare parte di qualsiasi piano per ridurre il rischio di guerra nella penisola. Tentare un “cambiamento di regime” come in Iraq nel 2003 o in Libia nel 2011, si dimostrerebbe certamente disastroso. Al confronto, la sollevazione e la morte seguite alle cacciate  di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, sembrerebbero meno importanti e la risonanza sanguinaria di un tale evento si estenderebbe molto al di là della penisola.

Fare affidamento sulla Cina, la principale benefattrice di Pyongyang, o sulla Russia, per  fare pressioni sulla Corea del Nord in modo che si impegni a fare riforme di vasta portata, è una pia illusione.

Nessuno dei due paesi vuole innescare l’instabilità lì, per paura che il paese possa crollare, creando il caos  ai suoi confini e creando una marea crescente di rifugiati ai suoi confini dei quali dovrebbero occuparsi. Inoltre la Cina considera la Corea del Nord un intermediario con la Corea del Sud, un alleato americano,  e una base avanzata per la potenza militare degli Stati Uniti. Dal punto di osservazione di Pechino, se i cambiamenti nella Corea del Nord andassero fuori controllo, il risultato finale potrebbe essere uno stato coreano unificato e alleato con Washington. Per i cinesi, lo status quo sulla penisola, anche se sarebbe tutt’altro che ideale,  vale un tale  lancio di dadi. Pechino è stata disposta a imporre sanzioni a Pyongyang e la considera volubile e incauta ma non sta per strangolarla economicamente.

In quanto all’accusa di ingenuità, quando si tratta di una proposta per iniziare la parziale smilitarizzazione della penisola, questa è parte integrante della prevalente ortodossia di Washington, la profonda convinzione che la Corea del Nord non rinuncerà mai alle sue armi nucleari come parte di un affare grandioso. Di fatto, questo progresso verso la denuclearizzazione era stato fatto durante la presidenza di Bill Clinton quando il bastone era stato messo brevemente da parte e si metteva in uso la carota. Nell’ottobre 1994, i negoziati portarono a quello che venne definito l’Agreed Framework (Accordo Quadro).

I dettagli sono complicati, quindi  preparatevi a  un sunto dei fatti più salienti. La Corea del Nord ha accettato di chiudere il suo reattore a Yongbyon, di mettere il combustibile esaurito in contenitori sigillati da spedire fuori dal paese, fermare la costruzione dei due reattori più grandi (a Yongbyon e a Taechon), rimanere     all’NPT e permettere all’IAEA di ispezionare i suoi siti nucleari per verificare l’attuazione dell’accordo. In cambio, Stati Uniti, Giappone, e Corea del Sud, si sono impegnati, attraverso un consorzio, a costruire due LWR, adatti a generare elettricità, ma non a produrre plutonio, e a fornire a Pyongyang  di 500.000 tonnellate metriche di olio combustibile pesante,  in attesa del completamento dei reattori.

Alla fine l’Accordo Quadro è andato in pezzi, un evento di cui tutte le parti condividono la colpa. I  continui test di  missili della Corea del Nord, mentre non venivano banditi dall’accordo, rafforzavano i critici del patto a Washington. Ha anche affrontato l’opposizione sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti che nel 1994, per la prima volta in 40 anni,  erano in mani Repubblicane, mentre l’amministrazione Clinton si dimostrava incapace di difendere l’accordo. Avendo smesso di produrre il plutonio a Yongbyon, la Corea del Nord, si è lamentata del ritardo della costruzione degli LWR. (Il lavoro sul primo reattore non cominciò fino all’agosto 2002). Anche  il governo sud-coreano, bloccato nel finanziare parzialmente quegli impianti, non era entusiasta.

L’amministrazione Bush entrò in carica nel 2001, pronta a distruggere l’Accordo Quadro.  Ben presto, tuttavia, cercò di riesumare una versione di quell’accordo durante i “Colloqui a Sei”, che iniziarono nel 2003  e comprendevano le due Coree,

gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Giappone.

Anche in questo caso i dettagli sono labirintici, ma la formula di base che è emersa, somigliava davvero all’Accordo Quadro: la Corea del Nord doveva ricevere entrambi gli LWR ed aiuti economici in cambio di congelare e poi smantellare il proprio programma nucleare. I Nordcoreani hanno anche permesso agli americani e ad altri esperti tecnici di osservare la chiusura del reattore di Yongbyon. La Corea del Nord ha fornito anche una quantità di carta  – 18.000 pagine, per essere precisi – di documentazione del suo programma nucleare. Soprattutto, avendo congelato la produzione di plutonio nel 1994, ha continuato a fare così fino al 2003.

Da parte sua, l’amministrazione Bush ha rimosso la Corea del Nord dalla lista compilata dal Dipartimento di Stato, dei paesi accusati di appoggiare il terrorismo e  l’ha esentata da alcune restrizioni imposte al commercio internazionale impostele dal  Trading with the Enemy Act.*

Ci sono state anche minacce, drammi e  battute d’arresto in abbondanza. Alla fine i Colloqui a Sei sono falliti per ragioni analoghe a quelle che hanno ucciso l’Accordo  Quadro: litigi sulla natura e  lo scopo delle procedure di verifica , i test missilistici della Corea del Nord e la conferma di rapporti che questa si era avventurata in tentativi di costruire armi nucleari a base di uranio, e le sanzioni dell’ONU.  Il Presidente George W. Bush, naturalmente, ha incluso quel paese, insieme all’Iran e all’Iraq, in quello che ignobilmente ha definito “l’asse del male,” e che chiamò “un serio e crescente pericolo” nel suo discorso sullo  Stato dell’Unione del gennaio 2002. La sua amministrazione ha inserito la Corea del Nord anche nella Nuclear Posture Review (Documento di revisione della strategia nucleare) del 2002, come uno degli stati che potrebbero diventare l’obiettivo di un attacco preventivo.

Le lezioni che si possono ricavare da questa difficile documentazione non sono che la Corea del Nord non negozierà, non parliamo poi che non accetterà mai di congelare o anche di terminare, il suo programma nucleare. Invece, si dovrebbe  guardare alla storia di questi accordi falliti per avere delle idee su modi migliori di raggiungere una soluzione basata sul consenso.

Tutto questo rimane chiaro: più Pyongyang sospetta che il vero obiettivo di Washington sia il cambiamento di regime, meno probabile sarà che rinunci alle sue armi nucleari per paura di subire il destino di Muammar Gheddafi che ha messo fine al suo programma nucleare soltanto per poi essere deposto in quello che era cominciato come intervento umanitario degli Stati Uniti e della NATO per proteggere i civili, ma che poi si è trasformato rapidamente in una campagna per eliminarlo.

La Corea del Nord e l’eredità della guerra

L’idea che la Corea del Nord non potesse verosimilmente temere un attacco americano e che le sue dichiarazioni contrarie equivalgono a una paranoia, riflette

un’ignoranza scioccante della storia. Tra il 1950 e il 1953, la Corea del Nord ha sperimentato di prima mano la devastazione che la macchina militare americana era in grado di infliggere. Come  ha scritto Charles Armstrong,  uno storico della Corea, in quegli anni  “gli aerei americani hanno fatto cadere 635,000 tonnellate di  bombe sulla  Corea —cioè,  essenzialmente la Corea del Nord, comprese  32,557 tonnellate di  napalm, paragonate alle  503,000 tonnellate di bombe fatte cadere in tutto il teatro del Pacifico della II Guerra mondiale.” Armstrong stima che il 12%-15$ della popolazione nordcoreana è possibile che sia  morta, “una cifra vicina o che supera la percentuale dei cittadini sovietici uccisi nella II Guerra mondiale.

Come è accaduto durante i bombardamenti terrificanti degli Anglo-Americani in Germania e in Giappone, la distinzione tra civili e soldati, così fondamentale per la Legge Umanitaria Internazionale e per la Teoria della Guerra Giusta, è stata buttata dalla finestra. Molti Americani conoscono i  bombardamenti di Dresda, Berlino, Amburgo, Hiroshima e Nagasaki e prendere di mira deliberatamente i civili nel tentativo di fargli a pezzi il morale. Pochi, però, sanno che cosa è accaduto alla Corea del Nord all’inizio degli anni ’50. Nel suo inquietante libro,  On the Natural History of Destruction, W.G. Sebald scrive che i tedeschi non discutevano dei bombardamenti del periodo di guerra, perché i crimini nazisti li rendevano esitanti a emettere un giudizio su altri stati, indipendentemente da che cosa avevano fatto alla Germania. Non c’è stata una simile rimozione dei ricordi o la reticenza da parte dello stato per la popolazione della Corea del Nord.

Di conseguenza, il solito rifiuto dei timori di Pyongyang riguardo a che cosa potrebbero fare gli Stati Uniti a un paese denuclearizzato, è sia brutale che stupido. Dei negoziati riusciti significherebbero prendere sul serio le sue preoccupazioni per la sicurezza, non rigettandole come richieste paranoiche, specialmente dato che il potere militare americano rimane così vicino, che Washington ha minacciato più di una volta di attaccare la Corea del Nord, e che il presidente americano solo di recente si è vantato con il Presidente delle Filippine (durante una conversazione fatta trapelare online) per i due sottomarini nucleari statunitensi che evidentemente in quel momento  erano da qualche parte al largo della costa Nordcoreana.

Tagliare il cordone ombelicale

Un accordo grandioso che unisca aiuti e normalizzazione politica in cambio di denuclearizzazione e il ritiro e la riduzione delle truppe sulla penisola coreana, si sarebbe potuto rendere anche più attraente per Pyongyang se avesse incluso un ritiro frazionato dei 28.500 soldati americani in Corea del Sud. L’affermazione standard, che questo avrebbe lasciato senza difese la Corea del Sud, è ridicola.

La Corea del Sud ha il doppio di popolazione dei quella del Nord: 50,6 milioni rispetto a 25,2 milioni; gli abitanti sono istruiti meglio, di gran lunga meglio alimentati, e molto più sani. Guardate i dati circa l’aspettativa di vita, la mortalità

infantile, la quantità e qualità delle calorie consumate. Il Sud ha, quindi, un capitale umano di gran lunga maggiore e migliore.

Il divario di potere economico è gigantesco. La Corea del Sud, una  potenza  industriale e tecnologica, ha un PIL di 1,5 trilioni di dollari, il 12° più grande del mondo. Valutato in 30 miliardi, il PIL della Corea del Nord, si colloca la 115° posto nella classifica internazionale, appena davanti al Senegal. In altre parole, l’economia della Corea del Sud è circa 50 volte più grande di quella del Nord e il suo  PIL pro capite (37.900 dollari) supera quello della Corea del Nord (1,800 dollari – paragonabile quindi a quello del Sud Sudan) di un fattore di 21. Non importa se si parla di investimenti nell’istruzione o nella tecnologia o di livelli di vita, la Corea del Sud abita in un universo differente rispetto al Nord.

Di fronte a tali paragoni economici,   gli esperti militari  Washington potrebbero fare la battuta: “Bene, ma il PIL non combatte.” Va bene, a rigor di termini. Ignoriamo quindi i molteplici modi in cui la ricchezza modella il potere militare e considera soltanto i dati militari. I risultati potrebbero sorprendervi.

Secondo la stima più recente del Dipartimento di Stato, la Corea del Sud spende più di sette volte quello che spende  la Corea del Nord per le sue forze armate. E considerata l’abilità tecnologica della Corea del Sud, e gli acquisti di armi americane, ha un esercito molto più moderno rispetto alla Corea del Nord, che usa ancora equipaggiamento e velivoli sviluppati negli anni ’50 e ’60. C’è poi il relativo peso delle spese militari. La Corea del Sud stanzia il 2,6% del suo PIL per le forze armate, la Corea del Nord il 23,3%. In altre parole, la Corea del Sud può facilmente aumentare le spese militari senza eccessive difficoltà. Non così la Corea del Nord.

Ricordatevi questo, la prossima volta che sentite dire che la Corea  del Nord ha molte truppe, carri armati, artiglieria e sottomarini. Ricordatevi anche che l’equilibrio numerico è quasi pari o fondamentalmente è a favore del Sud per quanto riguarda altri armamenti, come velivoli da combattimento, fregate e cacciatorpediniere.

In altre parole, in un accordo futuro patto che comprenda un ritiro   delle forze armate statunitensi, la Corea del Sud difficilmente sarà lasciata priva di difese.

Evitare l’Apocalisse?

Dalla fine della Guerra di Corea, le crisi sulla penisola sono andate e venute. Alcune sono state davvero pericolose. Nel periodo precedente all’Accordo Quadro del 1994, per esempio, il Segretario alla Difesa William Perry ha proposto opzioni militari che comprendevano l’aumento del numero di truppe americane nella Corea del Sud, e

la preparazione di bombardieri a  lungo raggio  e gruppi  da battaglia delle portaerei   per colpire il reattore di  Yongbyon.

Tuttavia,  la crisi attuale non ha uguali. Alla Casa Bianca c’è un presidente il cui narcisismo non conosce limiti, la cui ignoranza del mondo è sconcertante,  che parla

allegramente della guerra e delle armi nucleari e che è assediato dagli scandali politici. Nel frattempo, il governante della Corea del Nord, come i suoi predecessori,

si rifiuta di essere intimidito dalle dimostrazioni di forza americane, e continua a testare missili balistici: tre nel solo mese di maggio.

Un accordo che rassomigli a quello abbozzato qui sopra, potrebbe non essere mai raggiunto e, data la storia passata, non ci si arriverà facilmente. Tuttavia le minacce e le manifestazioni di potenza militare da parte degli Stati Uniti, non hanno funzionato. Mai. Se il Presidente Trump agisce in base alla supposizione che lui e i “suoi” generali possono farli funzionare e che la Corea del Nord  diventerà ragionevole soltanto quando si troverà di fronte alla certezza della guerra, ci potrebbe essere una conflagrazione sulla penisola coreana, il cui calibro sarebbe quasi inimmaginabile.

*https://it.wikipedia.org/wiki/Trading_with_the_Enemy_Act

Rajan Menon, che collabora regolarmente a TomDispatch, è  Professore di  Relazioni Internazionali alla cattedra intitolata ad Anne e Bernard Spitzer, alla Powel School, City College  di New York, e  Direttore di Ricerca alla Columbia University, presso l’Istituto di Studi  Saltzman sulla Guerra e la pace.. E’ autore del recente libro, The Conceit of Humanitarian Intervention.

Questo articolo è apparso per la prima volta  su  TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo  di fonti  alternative, di notizie e di opinion di Tom Engelhardt, da lungo tempo direttore editoriale, cofondatore  dell’American Empire Project, autore  di The End of Victory Culture, [La fine della cultura della vittoria]  e anche di un romanzo, The Last Days of Publishing [Gli ultimi giorni dell’editoria]. Il suo libro più recente è: Shadow Government: Surveillance, Secret Wars, and a Global Security State in a Single-Superpower World [Il governo ombra:  sorveglianza, guerre segrete, e uno stato di sicurezza globale in un mondo con un’unica superpotenza] (Haymarket Books).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/avoiding-apocalypse-on-the-korean-peninsula

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

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Un commento su “Evitare l’apocalisse sulla Penisola di Corea

  1. attilio cotroneo il said:

    Una guerra in Corea del Nord non sarebbe mondiale ma capace di causare una catastrofe per tutti

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