Gli afgani stanno arrivando

Print Friendly

Gli afgani stanno arrivando

Di  Justin Podur

19 maggio 2017

C’è un’espressione che continua a saltare fuori nelle discussioni sulla Siria. E’ una sequenza di parole che appaiono sempre insieme, senza variazione, il che è una caratteristica per le frasi di propaganda e per gli argomenti di conversazione. Nel contesto della Libia c’era una riga sui “mercenari africani.” Quella che sento sulla Siria è che Assad ha le “milizie sciite afgane” che combattono per lui.

La frase ha attirato la mia attenzione perché quando la sentivo,  era usata da persone che non conoscono l’Afghanistan. Il paese ha differenze di sette e di lingua: ci sono due lingue ufficiali (il Dari e il Pashto), ci sono gruppi etnici  differenti che si auto-identificano (Pashtun, Uzbechi, Hazara), ci sono differenza tra rurali e cittadini, e ci sono differenze di setta all’interno della religione principale (Islam sunnita e sciita).

Per i primi secoli della loro esistenza, compreso i primi decenni del 20° secolo, i leader dell’Afghanistan hanno tentato di creare un nazionalismo che trascendesse queste differenze. Poi è arrivata la guerra e gli interventi stranieri che hanno amplificato le differenze per guadagni a breve termine, distruggendo il paese così totalmente che ora si trova quasi in fondo all’Indice dello Sviluppo Umano (HDI).

L’espressione “Sciismo afgano” non significa molto in Afghanistan. Ci sono rare eccezioni, ma se si parla di “Sciismo afgano”, probabilmente si parla degli Hazara, un gruppo etnico tradizionalmente oppresso lungo linee di casta e di etnia. L’unico libro che molti occidentali hanno letto sull’Afghanistan, “Il cacciatore di aquiloni”, di Khaled Hosseini,  presenta  preminentemente l’oppressione e la violenza contro un ragazzo afgano, un amico del protagonista. Durante le guerre afgane, i signori della guerra settari e i Talebani hanno scelto le comunità Hazara per massacri e atrocità. Milioni di afgani fuggirono in Iran durante queste guerre – molti di loro erano Hazara che lì vennero maltrattati, spesso accusati di reati inventati e  anche uccisi in massa. Ciononostante, c’è una comunità di afgani che vivono da lungo tempo in Iran, molti dei quali sono Hazara.

Fin dal rovesciamento dei talebani, in Afghanistan si sono sviluppati gruppi armati di Hazara, anche di signori della guerra Hazara. Questi gruppi si preoccupano specialmente della loro autodifesa e sopravvivenza: contro i talebani, contro altri signori della guerra settari e ora anche contro l’ISIS in Afghanistan, motivo per cui ero sospettoso delle dichiarazioni su “Milizia afgana sciita”  che combatte in Siria. Ho chiesto a degli amici della diaspora afgana se pensavano che fosse possibile. Alcuni pensavano di sì, anche se nessuno aveva sentito parlare del fenomeno dai media afgani o dalla comunità.

Mi sono imbattuto in due fonti circa questa milizia afgana sciita nelle note a piè di pagina del libro di Christopher Phillips, “The Battle for Syria.” Una cita un articolo dell’11 maggio 2015 di Christoph Reuter sul giornale tedesco  Der Spiegel, ed  è intitolato: “Gli Afgani che combattono la guerra di Assad.” E’ difficile dire se il fatto che la Germania ospiti una grossa comunità di rifugiati e immigrati afgani o se il rancore razzista contro i rifugiati musulmani in Germania, spesso focalizzato sulla  comunità afgana, abbia svolto un ruolo utile nel trovare un aggancio per questo, ma la sua dubbia analisi è mostrata più chiaramente in altri modi. Dopo una scena evocativa con “Murad” tremante su un cumulo di macerie, dopo aver seguito gli ordini del suo ufficiale iraniano, Reuter fornisce alcuni paragrafi di contesto.

“La dittatura della famiglia Assad sta per esaurire i soldati e sta diventando sempre più dipendente dai mercenari. In effetti, proprio dall’inizio il regime di Assad ha avuto un rivale che non ha mai potuto davvero sconfiggere: la demografia della Siria.

“Allo scopo di impedire il crollo delle forze governative siriane, delle unità esperte della milizia libanese di Hezbollah, hanno cominciato a combattere per Assad già nel 2012. In seguito si unirono a loro Iraniani, Iracheni, Pachistani e Yemeniti, Sciiti di tutte le parti dai quali il regime è sempre più dipendente. Ma più a lungo continua la guerra senza vittoria, più difficile è diventato per gli alleati di Assad giustificare il crescente conteggio dei morti.”

Naturalmente, “la demografia della Siria” è soltanto un nemico invincibile se il demografo è un devoto settario che suppone che tutti i sunniti siriani siano contro Assad e che tutti gli Sciiti, Alawiti o Siriani cristiani siano a favore di Assad. Un tale demografo si troverebbe a suo agio nell’ISIS, in al-Qaida o nel regno Saudita se soltanto fosse corretto, sì, perché i siriani sunniti sono la maggioranza e la demografia vince. Ma una completa frattura settaria in Siria resta un’aspirazione dell’ISIS e di al-Qaida, non una realtà, malgrado ciò che scrive Reuter.

In quanto all’immagine che  dà Reuter di “Iraniani, Iracheni, Pachistanie Yemeniti, Sciiti di qualunque luogo,” è un’immagine speculare deformata della realtà che è: i combattenti stranieri “provenienti da tutte le parti”, sono arrivati in Siria per unirsi all’ISIS e per combattere contro il governo siriano. Avendo assorbito il settarismo degli ecclesiastici Wahhibiti del Regno Saudita, odiano gli Sciiti e trovano basi logiche per ogni tipo di atrocità contro di loro. Dall’altro lato, le milizie sciite dell’Iraq sono ben documentate in Siria e, date le connessioni tra i due paesi ( e il fatto  che il loro nemico, l’ISIS, opera in entrambi i paesi), ha un senso e così anche il coinvolgimento di Hezbollah in Libano. Però il reclutamento dei combattenti stranieri  “da ogni parte?” Quella è una causa di ISIS/al-Qaida, non sciita.

Tuttavia, è soltanto pochi paragrafi dopo, che Reuter si interessa a delle immagini

realmente brutte.

Fino a 2 milioni di Hazara vivono in Iran e la maggior parte di questi sono immigrati illegali. E’ un serbatoio inesauribile di disperati da cui i Pasdaran, come si chiamano in persiano le Guardie della Rivoluzione, ne hanno reclutati migliaia per la guerra in Siria nello scorso anno e mezzo.”

Un “serbatoio inesauribile di disperati”! Con quella logica, sicuramente la popolazione dell’Iran di oltre 79 milioni di persone, sarebbe ancora più inesauribile. Alcuni di questi milioni potrebbero essere bambini, anziani, persone non in età di servizio militare, ma non importa. L’Iran, a cui preme che Assad vinca davvero la guerra, potrebbe essere interessato a mandare alcuni soldati del suo esercito forte di un milione e mezzo di militari che hanno un po’ di addestramento, equipaggiamento, perfino abilità linguistiche, invece che reclutarli dai campi dei rifugiati afgani? Ovviamente no, dato che nel mondo di Reuter, l’unica qualifica è la disperazione.

Reuter ritorna poi alla storia di Murad: un rifugiato arrestato per un reato insignificante in Iran e al quale hanno offerto l’amnistia se avesse servito come carne da cannone. https://it.wikipedia.org/wiki/Carne_da_cannone in Siria. Ripete poi la descrizione di un anonimo ribelle siriano che dice che gli Afgani sono “incredibilmente tenaci, che corrono più velocemente di noi e che continuano a sparare anche dopo che sono stati circondati” – come macchine, aggiunge Reuter per aggiungere un poco di colore. Accenna a che cosa è successo a Murad per finire sotto le macerie e a come voglia ora tornare in Afghanistan “all’infelicità da cui una volta ha tentato di scappare.” Mentre frequenta i comandanti ribelli che cercano di organizzare lo scambio di prigionieri – ribelli in cambio di prigionieri afgani – Reuter sente che l’ufficiale del governo siriano, il Colonello Suhail al-Hassan, alias la Tigre, dice: “Potete ucciderli, sono soltanto mercenari. Possiamo mandarvene a migliaia.” Una risposta davvero interessante per un comandante il cui esercito “sta esaurendo i suoi soldati.”

Alla fine, le sole fonti di Reuter sono i ribelli anonimi e “Murad”, la cui storia non può essere controllata. Il resto sono affermazioni audaci e la frase allarmistica “gli Sciiti stanno arrivando”.

Un’altra fonte è il rapporto del Washington Institute for Near East Policy (WINEP)

(Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente, che lo studioso  della Lobby Israeliana,  Stephen M. Walt ha chiamato “un’organizzazione fondamentale nella Lobby di Israele.” Questo rapporto intitolato “Iran’s Afghan Shiite Fighters in Syria,” è scritto da Phillip Smith che ha anche un blog che si chiama Hizbillah Cavalcade che è focalizzato sul militarismo islamista sciita in Medio Oriente”; è anche autore di un’altra monografia che si chiama: “The Shiite Jihad in Syria and its Regional Effects.” In altre parole, aspettatevi di essere giusti ed equilibrati su questo argomento.

Smyth inizia citando il Wall Street Journal (WSJ) del 14 maggio 2014 che scrive che l’Iran stava reclutando “rifugiati afgani sciiti per combattere in Siria, con la promessa della residenza in Iran e 500 dollari al mese. Nel 2012, continua Smith, l’Esercito Siriano Libero aveva postato dei video su YouTube degli interrogatori del “Combattente sciita afgano” Mortada Hussein; nel 2013, “l’opposizione e i media sociali del regime hanno fatto circolare immagini ufficiose di afgani in uniforme che sono in posa insieme e che imbracciano delle armi. In moli casi, le loro facce che tendevano a essere etnicamente diverse – venivano mostrate chiaramente…Tuttavia questi caduti israeliani non hanno mai avuto un nome.

Malgrado la mancanza di nomi, Smyth ha più di poche “facce etnicamente diverse” da mostrare. Cita lo scrittore afgano Ahmad Shuja, che aveva scritto su una piccola comunità di rifugiati afgani ( specialmente Hazara) che avevano vissuto in Siria prima che scoppiasse il conflitto. “La loro migrazione in Siria è avvenuta in parecchie piccole ondate,” ha scritto Shuja, “dove la maggior parte fuggiva dall’Afghanistan per sfuggire alla persecuzione etno-religiosa e pochi si sono sistemati nel paese dopo il loro pellegrinaggio ai luoghi santi sciiti del paese.”

L’articolo di Shuja descrive la disperata situazione umanitaria di questi rifugiati afgani che sono stati trasferiti dal  loro quartiere di Syeda Zainab nel 2012 , facilmente identificabili per i loro lineamenti asiatici e gli accenti stranieri, rendendoli facili obiettivi per attacchi da tutti i lati.” Shuja cita parti di una lettera di un rifugiato afgano che riferisce che “i rifugiati afgani sono vittime di torture e sono stati minacciati proprio perché sono diversi e perché credono in un religione che si chiama ‘Sciita’.” In base al pezzo di Shuja, Smyth dà il seguente suggerimento: I  combattenti di questa popolazione di rifugiati sembra che abbiano seguito un modello di organizzazione simile al Liwa Fadl al-Abbas (LAFA), la principale brigata sciita pro-regime in Siria. Quella che segue nel pezzo di Smyth è una descrizione della LAFA che si scopre che comprende degli iracheni e non degli afgani.

Un’altra fonte, dice Smyth, è quella che Reuter ha chiamato “le riserve inesauribili dei disperati, cioè la popolazione di rifugiati afgani in Iran. Per questa affermazione Smyth cita “i giornali iraniani appoggiati dal governo e fonti sciite afgane.” E “una terza e più discutibile fonte dei combattenti afgani sciiti sono le popolazioni di rifugiati in paesi diversi dall’Iran e dalla Siria,” ma la “vera prova di un reclutamento diretto in Afghanistan deve ancora emergere.

Il resto dell’articolo è principalmente congettura di ciò che l’Iran potrebbe  pensare quando usa questi combattenti. Si menzionano degli afgani catturati dai ribelli siriani, e si offrono tre nomi: Reza Ismail che “aveva frequentato l’Università dell’Iran a Mashad” e che è stato decapitato dai ribelli sunniti jihadisti,” Ali Saleihi, un rifugiato afgano in Siria che si è unito alla lotta ed è stato ucciso nei dintorni di Damasco,  e il sopraccitato Mortada Hossein. In altre parole, il rapporto è un misto di video di ribelli, di testimonianze di ribelli, di citazioni di “giornali iraniani e di fonti sciite afgane” e di congetture.

Nel 2016 vengono diffuse  delle cifre sorprendenti. Apparentemente una legione iraniana comprende 20.000 “combattenti afgani sciiti,” secondo Al Jazeera. La fonte? Anas al-Abdah, “il segretario del comitato politico di opposizione della Coalizione Siriana. Un rapporto del Guardian del giugno 2016, come molti altri cita “un alto funzionario iraniano” che dice che la Legione Straniera dell’Iran, denominata la Fatimeyou ha 18.000 afgani che combattono in Siria. Il rapporto riconosce che il numero potrebbe essere “esagerato” e cita “un analista afgano indipendente” che pensa che ci “siano un paio di migliaia di afgani che combattono in Siria.

Può darsi, ma resta impossibile ottenere informazioni verificabili che arrivano dalle aree nelle mani dei ribelli, come ha scritto l’anno scorso Patrick Cockburn. E in quanto al telefono rotto che ha portato un “esperto ufficiale iraniano” a riferire che c’erano stati diecine di migliaia di combattenti afgani che operavano in Siria e dei quali si riferiva sugli organi di stampa occidentali come il Guardian e organi di stampa di tipo occidentali del Golfo, come Al-Jazeera? Ripeto: forse. Ma la certezza con cui queste ipotesi vengono discusse  e la qualità di disponibilità della frase “Milizie afgane sciite” fanno pensare che ci sia insita qualche altra funzione.

Gli Hazara dell’Afghanistan nel loro paese sono discriminati in quanto Hazara. Sono attaccati dai talebani, massacrati dall’ISIS, e sotto attacco da parte di altri signori della guerra settari in perché sono sciiti. Sono discriminati in Iran in quanto afgani. Sono maltrattati in Europa e in Nord America perché sono migranti, rifugiati e musulmani. Mi sembra che la frase “Milizie afgane sciite” riguardi il contagiare con un po’ di quel marchio razziale il governo siriano e i suoi sostenitori. In quel senso, le “Milizie afgane sciite” svolgono un ruolo simbolico analogo al mito dei “Mercenari Africani” che era stato usato per deporre Gheddafi in Libia. Patrick Cockburn all’epoca ha scritto su questo argomento:

“L’uccisione dei cosiddetti mercenari a Tripoli è un esempio tipico. Fin da febbraio, gli insorti, spesso appoggiati da potenze straniere, sostenevano che la battaglia era tra Gheddafi e la sua famiglia fa una parte e il popolo libico dall’altra. La loro spiegazione delle grosse forze pro-Gheddafi è stata che erano tutti mercenari, per lo più dell’Africa Nera, il cui unico motivo era il denaro. Nei primi giorni del conflitto, alcuni soldati di Gheddafi che erano stati catturati, sono stati “esibiti” alle conferenze  stampa come mercenari. Gli investigatori di Amnesty International hanno scoperto che in seguito sono stati tutti tranquillamente liberati dato che erano tutti, di fatto, lavoratori privi di documenti provenienti dal Ciad, dal Mali e dall’Africa Occidentale. Ma l’effetto di questa propaganda è stato di mettere in pericolo molti migranti africani e libici con la carnagione scura.”

Anche Maximilien  Forte, autore di Sloucing Towwrs Sirte, ha scritto sui “Mercenari Africani della Libia nel 2011:

Il mito del “mercenario africano” continua ad essere uno dei più violenti di tutti i miti e il più razzista. Anche in giorni recenti dei giornali come il Boston Globe mostrano, in modo acritico e fiduciosamente, delle fotografie di vittime o di detenuti di colore con l’affermazione immediata che dovevano essere dei mercenari, malgrado l’assenza di qualsiasi prova. Invece di solito ci vengono fornite affermazioni casuali che si sa che “in passato Gheddafi aveva reclutato” degli Africani di altri stati, senza neanche preoccuparsi di scoprire se quelli mostrati nelle foto erano Libici di colore. Il linciaggio nei riguardi sia Libici di colore che di lavoratori immigrati dell’Africa Sub-Sahariana, è stato continuo e non ha ricevuto nessuna espressione di preoccupazione anche nominale da parte degli Stati Uniti e da membri della NATO, né ha sollevato l’interesse della cosiddetta “Corte Penale Internazionale”.

I “mercenari africani” di ieri, le milizie afgane sciite di oggi. Il significato sottinteso è lo stesso di quello dei tempi di Gheddafi: se Assad ha le “milizie sciite afgane” che combattono per lui, di quale atrocità è incapace?

La verità è una vittima della guerra. Le operazioni di propaganda sono alcune delle più importanti strategie di guerra e nessuna ribellioni potrebbe permettersi di trascurarle. L’espressione “Milizie afgane sciite” è uno strumento della guerra e non è un mistero il motivo per cui la usano le monarchie del Golfo e i ribelli che queste sostengono. Quello che è più difficile da digerire è che le persone che non hanno mai incontrato uno “sciita afgano” e che non hanno nessuna conoscenza dell’Afghanistan, ripetano quell’espressione.

Nella foto: Dimostranti della minoranza Hazara partecipano a una protesta a Kabul.

Justin Podur è uno scrittore e blogger di base a Toronto. Ha fatto servizi giornalistici dall’India (regione del Kashmir e di Chhattisgarh), Afghanistan, Pakistan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Venezuela, Messico (regione del Chiapas), e da  Israele e Palestina. E’ l’autore  dei  libri: Haiti’s New Dictatorship (2012) and the Demands of the Dead (2014).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-afghans-are-coming/

Originale : TeleSUR English

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 afghanistan-protests

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Il vero scopo del viaggio di Trump in Arabia Saudita Successivo Rivoluzione in contrasto con passività

Un commento su “Gli afgani stanno arrivando

  1. attilio cotroneo il said:

    Viviamo nel tempo delle idiozie somministrate per renderci immuni allo spirito critico

I commenti sono chiusi.