Una sanguinosa storia della Corea

Redazione 17 maggio 2017 1
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NorthKorea

di Bruce Cumings  – 16 maggio 2017

Più di quattro decenni fa mi recai a cena con uno storico della diplomazia che, come me, stava esaminando documenti relativi alla Corea presso gli Archivi Nazionali di Washington. Gli capitò di osservare che qualche volta si chiedeva se la Zona Smilitarizzata Coreana potesse costituire l’epicentro della fine del mondo. In questo aprile Kim In-ryong, un diplomatico nordcoreano all’ONU, ha segnalato “una situazione pericolosa in cui una guerra termonucleare può scoppiare in qualsiasi momento”. Pochi giorni dopo il presidente Trump ha dichiarato alla Reuters che “potremmo finire con l’avere un grosso, grosso conflitto con la Corea del Nord”. Gli scienziati statunitensi dell’atmosfera hanno dimostrato che anche una guerra nucleare relativamente contenuta scaglierebbe nell’atmosfera fumi e detriti sufficienti a minacciare la popolazione globale: “Una guerra regionale tra India e Pakistan, ad esempio, ha il potenziale di danneggiare enormemente l’Europa, gli Stati Uniti e altre regioni mediante una perdita globale di ozono e un cambiamento climatico”. Com’è possibile che siamo arrivati a questo? Come è arrivato un tronfio, vanaglorioso narcisista le cui parole, una volta sì e una no, possono ben essere delle menzogne (ciò si applica a entrambi, Trump e Kim Jong-un) non solo ad avere in mano la pace del mondo ma forse il futuro del pianeta? Siamo arrivati a questo punto a causa di un’inveterata indisponibilità da parte degli statunitensi a guardare in faccia la storia e a una concentrazione al laser sulla stessa storia da parte della Corea del Nord.

La Corea del Nord ha festeggiato il 25 aprile l’ottantacinquesimo anniversario della fondazione dell’Esercito Popolare Coreano, in mezzo a una copertura mediatica giorno e notte di parate a Pyongyang a e un’enorme tensione globale. Nessun giornalista è sembrato interessato a chiedere perché si trattava dell’ottantacinquesimo anniversario, quando la Repubblica Popolare Democratica della Corea è stata fondata solo nel 1948. Quello che è stato celebrato, in realtà, è stato l’inizio della guerriglia coreana contro i giapponesi nella Cina nord-orientale, ufficialmente datato 25 aprile 1932. Dopo che i giapponesi avevano annesso la Corea nel 1910, molti coreani erano fuggiti oltreconfine; tra loro i genitori di Kim Il-sung, ma non fu che quando il Giappone creò il suo stato fantoccio di Manchukuo nel marzo 1932 che il movimento d’indipendenza passò alla resistenza armata. Kim e i suoi compagni lanciarono una campagna che durò tredici difficili anni, fino a quando il Giappone alla fine abbandonò il controllo della Corea come parte delle condizioni di resa del 1945. Questa è la fonte della legittimità della dirigenza coreana agli occhi del suo popolo; sono nazionalisti rivoluzionari che si sono opposti ai colonizzatori del loro paese; hanno resistito di nuovo quando un enorme attacco dell’aviazione statunitense durante la guerra di Corea rase al suolo tutte le loro città, spingendo la popolazione a vivere, lavorare e studiare in rifugi sottoterra; hanno continuato a opporsi agli Stati Uniti da allora; e hanno resistito al crollo del comunismo occidentale; a settembre di quest’anno la Repubblica Popolare Democratica della Corea (DPRK) sarà in esistenza tanto a lungo quanto l’Unione Sovietica. Ma è meno un paese comunista di quanto sia uno stato di guarnigione, diverso da qualsiasi altro il mondo abbia visto. Tratto da una popolazione di solo 25 milioni di abitanti, l’esercito nordcoreano è il quarto maggiore del mondo, con 1,3 milioni di soldati, appena dopo il terzo esercito più grande, che capita essere quello degli Stati Uniti. La maggior parte della popolazione coreana adulta, uomini e donne, ha trascorso molti anni in questo esercito: le sue riserve sono limitate solo dalla dimensione della popolazione.

La storia della resistenza di Kim Il-sung contro i giapponesi è circondata da leggende ed esagerazioni al nord, e da un generale negazionismo al sud. Ma fu riconoscibilmente un eroe: combatté per un decennio nell’ambiente invernale più duro immaginabile, con temperature a volte scese a meno cinquanta gradi. Studi recenti hanno mostrato che i coreani costituivano la grande maggioranza dei guerriglieri di Manchukuo, anche se molti di loro erano comandati da ufficiali cinesi (Kim era membro del Partito Comunista Cinese). Anche altri guerriglieri coreani comandarono distaccamenti – tra loro Choe Yong-on, Kim Chaek e Choe Hyon – e quando tornarono a Pyongyang nel 1945 formarono il nucleo centrale del nuovo regime. La loro progenie costituisce una élite innumerevole; il numero due del governo oggi, Choe Ryong-hae, è figlio di Choe Hyon.

La reputazione di Kim fu inconsapevolmente accresciuta dai giapponesi, i cui giornali sguazzavano nella battaglia tra lui e i collaborazionisti coreani che i giapponesi impiegavano per scovarlo e ucciderlo, tutti operando sotto il comando del generale Nozoe Shotoku, che guidava la “Divisione Speciale Kim” dell’Esercito Imperiale. Nell’aprile del 1940 le forze di Nozoe catturarono Kim Hye-sun, ritenuta la prima moglie di Kim; i giapponesi tentarono invano di usarla per attirare Kim fuori dalla clandestinità, e poi la uccisero. Maeda Takashi guidava un’altra forza speciale di polizia giapponese, comprendente molti coreani; nel marzo del 1940 le sue forze finirono sotto attacco dei guerriglieri di Kim, con entrambi gli schieramenti che subirono pesanti perdite. Maeda inseguì Kim per quasi due settimane, prima di finire in una trappola. Kim scagliò 250 guerriglieri contro 150 soldati dell’unità di Maeda uccidendo Maeda, 58 giapponesi, 17 altri affiancati alla forza e facendo 13 prigionieri e impossessandosi di grandi quantità di armi e munizioni.

Nel settembre 1939, quando Hitler stava invadendo la Polonia, i giapponesi mobilitarono quella che lo studioso Dae-Sook Suh ha descritto come una “massiccia spedizione punitiva” composta da sei battaglioni dell’esercito giapponese Kwantung e ventimila uomini dell’esercito e della polizia della Manciuria in una campagna di repressione durata sei mesi contro i guerriglieri guidati da Kim e Ch’oe Hyon. Nel settembre del 1940 una forza ancor più vasta s’imbarcò in una campagna antinsurrezionale contro i guerriglieri cinesi e coreani: “L’operazione punitiva fu condotta per un anno e otto mesi fino alla fine del marzo del 1941” scrive Suh, “e i banditi, esclusi quelli guidati da Kim Il-sung, furono completamente annientati. I leader dei banditi furono uccisi o costretti alla resa”. Una figura vitale nel lungo sforzo antinsurrezionale giapponese fu Kishi Nobusoke, che si era fatto un nome gestendo fabbriche di munizioni. Definito un criminale di guerra di prima classe nel corso dell’occupazione statunitense, Kishi evitò il carcere e divenne uno dei padri fondatori del Giappone postbellico e del suo duraturo organo di governo, il Partito Liberaldemocratico; fu primo ministro due volte tra il 1957 e il 1960. L’attuale primo ministro giapponese, Abe Shinzo, è nipote di Kishi e lo venera più di tutti i leader giapponesi. Trump stava cenando a Mar-a-Lago con Abe l’11 febbraio quando a metà pasto è arrivato un tagliente messaggio, per gentile concessione di Pyongyang: era stato appena sperimentato con successo un nuovo missile a combustibile solido, lanciato da un’unità mobile. Kim Il-sung e Kishi si stanno incontrando di nuovo attraverso i loro nipoti. Otto decenni sono passati, e la funesta, irreconciliabile ostilità tra la Corea del Nord e il Giappone fluttua tuttora nell’aria.

In occidente il trattamento della Corea del Nord è unilaterale e astorico. Nessuno capisce nemmeno correttamente i nomi. Nel corso della visita di Abe in Florida Trump si è riferito a lui come al “primo ministro Shinzo”. Il 29 aprile Ana Navarro, una giornalista di spicco della CNN, ha affermato: “Il ragazzino Un è un maniaco”. La demonizzazione della Core del Nord trascende gli schieramenti di partito, attingendo a un’armata di immaginari subliminali razzisti e orientalisti; nessuno è disposto ad accettare che i nordcoreani possano avere motivi validi per non accettare la definizione statunitense della realtà. Il loro rifiuto della visione del mondo statunitense – generalmente percepito come indifferenza, persino insolenza di fronte alla schiacciante potenza statunitense – fa apparire la Corea del Nord irrazionale, impossibile da controllare e perciò fondamentalmente pericolosa.

Ma se i giornalisti e i politici statunitensi sono ignoranti della storia della Corea, dovrebbero almeno essere consapevoli della propria. Il coinvolgimento statunitense in Corea cominciò alla fine della seconda guerra mondiale, quando i pianificatori del Dipartimento di Stato temettero che soldati sovietici, che stavano entrando nella parte settentrionale della penisola, avrebbero portato con sé fino a trentamila guerriglieri coreani che avevano combattuto i giapponesi nel nord-est della Cina. Cominciarono a prendere in considerazione una completa occupazione militare che avrebbe assicurato che gli Stati Uniti avessero la voce più forte negli affari postbellici coreani; il punto principale era che nessun’altra potenza doveva avere in Corea un ruolo tale che “la forza proporzionale degli USA” fosse ridotta a “un punto in cui la sua efficacia sia indebolita”. Il Congresso e il popolo statunitense non sapevano nulla di questo. Numerosi pianificatori simpatizzavano per i giapponesi e non avevano mai contestato le pretese coloniali giapponesi sulla Corea e a quel punto speravano di costruire un Giappone postbellico pacifico e accondiscendente.  Temevano che l’occupazione sovietica della Corea avrebbe compromesso tale obiettivo e danneggiato la sicurezza postbellica del Pacifico. Seguendo questa logica, il giorno dopo l’annientamento di Nagasaki, John J. McCloy del Dipartimento della Guerra chiese a Dean Rusk e a un collega di occupare un ufficio libero e di pensare a come dividere la Corea. Scelsero il trentottesimo parallelo e tre settimane dopo 25.000 soldati statunitensi entrarono nella Corea del Sud e crearono un governo militare.

Durò tre anni. Per sostenere la loro occupazione gli statunitensi impiegarono ogni ultimo mercenario dei giapponesi che riuscirono a trovare, compresi ex ufficiale dell’esercito giapponese come Park Chung Hee e Kim Chae-gyu, entrambi diplomati presso l’accademia militare statunitense di Seoul nel 1946. (Dopo un golpe militare nel 1961 Park divenne presidente della Corea del Sud, durando un decennio e mezzo fino a quando il suo ex compagno di classe Kim, a quel punto capo della CIA coreana, lo uccise una sera dopo cena). Dopo che gli statunitensi se ne andarono nel 1948 l’area di confine attorno al trentottesimo parallelo fu sotto il comando di Kim Sok-won, un altro ex ufficiale dell’Esercito Imperiale, e non fu una sorpresa che dopo una serie di incursioni sudcoreane nel nord, il 25 giugno 1950 scoppiasse una guerra civile a tutto campo. All’interno dello stesso sud – i cui capi si sentivano insicuri e consapevoli della minaccia di quello che chiamavano “il vento del nord” – ci fu un’orgia di violenze di stato contro chiunque potesse in qualche modo essere associato alla sinistra o al comunismo. Lo storico Hun Joon Kim ha scoperto che almeno 300.000 persone furono incarcerate  e giustiziate o semplicemente fatte scomparire dal governo sudcoreano nei primi pochi mesi dall’inizio della guerra convenzionale. Il mio stesso lavoro e quello di John Merrill indicano che tra 100.000 e 200.000 persone morirono in conseguenze di violenze politiche prima del 1950 per mano o del governo sudcoreano o delle forze di occupazione statunitensi. Nel suo recente libro Korea’s Grievous War [L’atroce guerra di Corea] che somma ricerche d’archivio, dati di fosse comuni e interviste con parenti dei morti e dei fuggiaschi trasferitisi a Osaka, Su-kyoung Hwang documenta le uccisioni di massa in villaggi attorno alla costa meridionale. In breve la Repubblica di Corea fu una delle dittature più sanguinarie del primo periodo della Guerra Fredda; molti dei responsabili dei massacri hanno servito i giapponesi nel loro lavoro sporco e furono poi messi al potere dagli statunitensi.

Gli statunitensi amano considerarsi meri spettatori nella storia delle Corea postbellica. E sempre descritta al passivo: “La Corea fu divisa nel 1945”, senza alcuna menzione del fatto che McCloy e Rusk, due degli uomini più influenti della politica estera postbellica, tracciarono la loro linea senza consultare nessuno. Ci furono due colpi di stato militari nel sud mentre gli Stati Uniti avevano il controllo operativo dell’esercito coreano, nel 1961 e nel 1980; gli statunitensi rimasero a guardare, per timore di essere accusati di interferire nella politica coreana. La stabile democrazia e la vivace economia della Corea dal 1988 in poi sembrano aver superato qualsiasi necessità di riconoscere i precedenti quarant’anni di storia, durante i quali il nord poteva ragionevolmente affermare che la propria autocrazia era necessaria per contrastare il governo militare di Seoul. E’ solo nel contesto attuale che il nord appare al meglio come un anacronismo che cammina, al peggio come una malvagia tirannia. Da venticinque anni a oggi il mondo è stato sottoposto allo spauracchio delle armi nucleari nordcoreane, ma a malapena qualcuno segnala che furono gli Stati Uniti a introdurre le armi nucleari nella penisola coreana nel 1958; centinaia ne furono tenute là fino a un ritiro mondiale delle atomiche tattiche sotto George H.W.Bush. Ma ogni amministrazione statunitense dal 1991 ha sfidato la Corea del Nord con voli frequenti di bombardieri in grado di trasportare armi nucleari nello spazio aereo sudcoreano. Oggi ci sono 28.000 soldati statunitensi di stazione in Corea, perpetuando uno stallo che non può essere superato con il nord dotato di armi nucleari. L’occupazione risulta effettivamente essere di “considerevole durata”, ma è anche la conseguenza di un colossale fallimento strategico, che oggi entra nel suo ottavo decennio. E’ comune tra i guru affermare che Washington semplicemente non può prendere sul serio la Corea del Nord, ma la Corea del Nord ha preso la sua misura più di una volta. E non sa come reagire.

A sentire Trump e la sua squadra della sicurezza nazionale, l’attuale crisi si è determinata perché la Corea del Nord è sull’orlo di sviluppare missili balistici intercontinentali (ICBM) in grado di colpire il cuore degli Stati Uniti. La maggior parte degli esperti ritiene che ci vorranno quattro o cinque anni prima che la minaccia diventi operativa ma, davvero, che differenza fa? La Corea del Nord ha sperimentato il suo primo razzo a lunga gittata nel 1998, per commemorare il cinquantesimo anniversario della fondazione della DPRK. Il primo missile a medio raggio era stato sperimentato nel 1992; volò per molte centinaia di miglia e colpì il bersaglio giusto al centro. La Corea del Nord ha ora missili a medio raggio più sofisticati che utilizzano combustibile solido, rendendoli difficili da localizzare e facili da lanciare. Circa duecento milioni di persone in Corea e in Giappone sono entro la portata di tali missili, per non citare centinaia di milioni di cinesi, per non citare l’unica divisione della marina statunitense permanentemente di stanza all’estero, a Okinawa. Non è chiaro se la Corea del Nord può effettivamente adattare una testata nucleare a uno di tali missili, ma se ciò accadesse ed esso fosse lanciato per rabbia il paese sarebbe immediatamente trasformato in quella che Colin Powell famosamente definì “una mattonella di carbone”.

Ma all’epoca, come il generale Powell sapeva bene, avevamo già trasformato la Corea del Nord in una mattonella di carbone. Il regista Chris Marker visitò il paesi nel 1957, quattro anni dopo la fine dei bombardamenti a tappeto statunitensi e scrisse: “Lo sterminio ha attraversato questa terra. Chi potrebbe contare che cosa è bruciato assieme alle case? … Quando un paese è diviso in due da un confine artificiale ed è esercitata da ciascuna parte una propaganda irreconciliabile, è ingenuo chiedere da dove viene la guerra: il confine è la guerra.” Avendo riconosciuto la principale verità di tale guerra, una verità ancora estranea al racconto statunitense di essa (anche se furono gli statunitensi a tracciare il confine), egli osservò: “L’idea che i nordcoreani hanno in generale degli statunitensi può essere strana, ma devo dire, avendo vissuto negli Stati Uniti verso la fine della guerra di Corea, che nulla può uguagliare la stupidità e il sadismo dell’immaginario bellico che entrò in circolazione all’epoca: ‘I rossi bruciano, arrostiscono e abbrustoliscono’”.

Fin dall’inizio la politica statunitense ha attraversato cicli di un menu di opzioni per cercare di controllare la DPRK: sanzioni, in vigore dal 1950, senza alcuna evidenza di risultati positivi; mancato riconoscimento, in vigore dal 1948, di nuovo senza risultati positivi; cambiamento di regime, tentato nel 1950 quando le forze statunitensi invasero il nord, solo per finire in una guerra con la Cina; e colloqui diretti, il solo metodo che ha funzionato, che hanno prodotto un congelamento di otto anni – tra il 1994 e il 2002 – di tutte le strutture di plutonio del nord e sono quasi riusciti a far ritirare i loro missili. Il 1° maggio Donald Trump ha dichiarato a Bloomberg News: “Se fosse appropriato un mio incontro [con Kim Jong-un] lo farei assolutamente; sarei onorato di farlo”. Non c’è modo di dire se fosse serio o se si sia trattato di un altro tentativo di Trump di avere i titoli sui giornali. Ma qualsiasi altra cosa egli possa essere, egli è indiscutibilmente un anticonformista, il primo presidente dal 1945 non facente parte dei pezzi grossi della capitale. Forse può parlare con Kim e salvare il pianeta.

 

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/a-murderous-history-of-korea/

Originale: London Review of Books

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 17 maggio 2017 alle 15:11 - Reply

    Il mondo si è talmente abituato a una visione cinematografica della realtà che non riesce più a realizzare la potenzialità di un pericolo reale e lo reputa remoto e comunque lontano

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