Trump e l’Arabia Saudita

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Mohammed Bin Salman

Mohammed Bin Salman

di Patrick Cockburn – 15 maggio 2017

Molti considerano Donald Trump l’uomo più pericoloso del pianeta, ma la prossima settimana egli vola in Arabia Saudita per una visita di tre giorni nel corso della quale incontrerà un uomo che certamente gli è prossimo secondo come fonte d’instabilità. E’ il vice principe della corona Mohammed bin Salman, trentunenne – il sovrano di fatto, dopo che suo padre, il re Salman, ottantunenne, è stato reso inabile dall’età avanzata – che si è conquistato una reputazione di impulsività, aggressività e scarso giudizio nei due anni e mezzo in cui ha detenuto il potere. Già all’inizio ha intensificato il ruolo saudita in Siria, contribuendo così a precipitare l’intervento militare russo e ha avviato una guerra in Yemen che è tuttora in corso e ha ridotto sull’orlo della carestia 17 milioni di persone. Sommate i suoi difetti con quelli di Trump, un uomo ugualmente incurante o ignorante delle conseguenze delle sue azioni, e avrete una miscela esplosiva che minaccia la regione più volatile del mondo.

Il principe Mohammed, che è anche ministro della difesa, non è un uomo che impari dai suoi errori o che addirittura si renda conto di averne commessi. Meno di un anno dopo che suo padre era divenuto re nel gennaio del 2015, i servizi segreti tedeschi, BND, hanno diffuso un avvertimento che l’Arabia Saudita aveva adottato “una politica d’intervento impulsiva” all’estero e ne avevano attribuito la responsabilità al vice principe della corona che avevano dipinto come un giocatore politico d’azzardo naif. Il livello di allarme nel BND riguardo al suo impatto sulla regione deve essere stato elevato perché l’agenzia diffondesse un tale documento che è stato rapidamente ritirato su insistenza del ministro tedesco degli esteri, ma le sue predizioni si sono avverate disastrosamente nei diciotto mesi successivi.

Il vice principe della corona si sta rivelando non solo un giocatore d’azzardo, ma uno che sconsideratamente alza la posta quando è in difficoltà. Prova di ciò è venuta da un’intervista straordinaria ma poco riportata da lui concessa in precedenza questo mesi, trasmessa sulla televisione al-Arabiya e sulla televisione saudita, in cui egli minaccia un intervento militare in Iran. “Non aspetteremo che lo scontro abbia luogo in Arabia Saudita, ma opereremo in modo che la battaglia si svolta là, in Iran”, afferma. Parlando in termini fortemente settari, egli afferma che i capi sciiti iraniani stanno pianificando di conquistare la Mecca e di stabilire il loro dominio sugli 1,6 miliardi di mussulmani del mondo. Egli ritiene che “la loro logica è basata sull’idea che verrà l’Imam Mahdi e che loro devono preparare l’ambiente fertile per il suo arrivato e devono controllare il mondo mussulmano”. La sua diatriba è anti-sciita così come è anti-iraniana ed è probabile che provochi timori di essere vittime future della crociata anti-sciita tra gli sciiti in Iraq, Libano, Pakistan e nella stessa Arabia Saudita, dove la Shia costituisce un decimo della popolazione.

E’ assurdo immaginare che i quattro o cinque paesi sciiti abbiano l’ambizione o la capacità di attaccare i cinquanta o più che sono sunniti, anche se i fondamentalisti sunniti accusano minoranze sciite in paesi come Egitto, Tunisia e Indonesia di complottare ciò. Il principe Mohammed pare dar credito alla teoria di una grandiosa cospirazione anti-sunnita orchestrata dall’Iran, affermando che dopo la rivoluzione iraniana del 1979 l’Iran ha tentato di “controllare i mussulmani del mondo islamico e di diffondere la setta Twelver Jaafari (Shia) nel mondo islamico in modo che ci sia l’avvento dell’Imam Mahdi”.

Qui c’è in gioco più del fatto che il principe Mohammed monta sentimenti religiosi e nazionalisti in Arabia Saudita per garantirsi la propria base di potere e cacciare i suoi rivali all’interno della famiglia reale. Nessuna delle sue avventure all’estero ha sinora conseguito il suo scopo: in Siria nella primavera del 2015 l’Arabia Saudita ha offerto sostegno al cosiddetto Esercito della Conquista, composto principalmente dal Fronte al-Nusra, affiliato di al-Qaeda, e del suo allora alleato Ahrar al-Sham. Esso ha conseguito una serie di vittorie contro le forze filo-Assad nella provincia di Idlib, ma i suoi successi hanno determinato l’intervento militare russo in seguito nello stesso anno che è stato un punto di svolta nella guerra. L’influenza saudita è stata emarginata, cosa di cui egli incolpa “l’ex presidente statunitense Barack Obama [che] ha sprecato molte considerevoli occasioni che avrebbe potuto cogliere per realizzare un grande cambiamento in Siria”. In pratica l’Arabia Saudita sperava in un intervento militare statunitense per forzare un cambiamento di regime in Siria in stile Iraq 2003 o Libia 2011. Obama era in privato critico delle azioni saudite e della tradizione della dirigenza della politica estera di Washington di dare sostegno automatico all’Arabia Saudita e ai suoi alleati.

Ciò nonostante in Yemen Obama, fino agli ultimi giorni della sua presidenza, ha dato sostegno alla campagna di bombardamenti a guida saudita che sta devastando il paese dal marzo del 2015 ma che sinora non ha vinto la guerra a favore degli alleati locali dei sauditi. Ha causato terribili sofferenze alla popolazione yemenita di 27 milioni di persone, dei quali l’ONU stima che 17 milioni soffrano di “insicurezza alimentare”, compresi 3,3 milioni di donne incinte e allattanti e bambini, circa 462.000 di età inferiore ai cinque anni, che sono “acutamente malnutriti” o, in altre parole, stanno morendo di fame. Le forze appoggiate dai sauditi sono in procinto di attaccare il porto di Hodeida, nel Mar Rosso, attraverso il quale arriva l’80 per cento delle importazioni yemenite che costituiscono la maggior parte del suo approvvigionamento di cibo. Se il porto sarà chiuso allora gli yemeniti subiranno la peggior carestia causata dall’uomo dopo il Grande Balzo in Avanti di Mao Tse-Tung. Il principe Mohammed afferma che la guerra pressoché vinta anche se, misteriosamente, nel distruggere l’altro schieramento “migliaia di nostri soldati cadranno vittime. Ci saranno funerali in tutte le città saudite”.

Trump ha già ordinato un maggiore sostegno statunitense allo sforzo bellico saudita in Yemen, ma il vice principe della corona solleciterà un sostegno statunitense al suo scontro con l’Iran. Le parole si stanno già trasformando in azioni con notizie che gli USA e l’Arabia Saudita sono uniti nel fare piani per aizzare un’insurrezione antigovernativa tra le minoranze in Iran, quali i beluci nel sud-est, cosa che stata fatta in precedenza ma con un impatto limitato.

I leader sauditi gongolano per l’elezione di Trump che considerano solidale con loro e con i capi del Golfo che incontrerà dopo l’arrivo in Arabia Saudita il 19 maggio, prima di recarsi in Israele. E’ un agghiacciante tributo agli istinti autoritari di Trump che la sua prima visita all’estero da presidente debba essere alle ultime monarchie arbitrarie rimaste al mondo e a uno stato dove alle donne non è neppure permesso di guidare l’automobile. Sulla questione dell’attacco all’Iran è improbabile che egli sarà trattenuto dal suo Segretario alla Difesa, James Mattis, e dal suo Consigliere della Sicurezza Nazionale, HR McMaster, entrambi ex generali segnati dalla guerra statunitense in Iraq, dove considerano l’Iran il nemico principale.

La Casa Bianca è indubbiamente consapevole che l’unica volta in cui Trump ha ottenuto applausi universali negli Stati Uniti è stata quando ha lanciato missili contro la Siria e sganciato una grande bomba in Afghanistan. Trump e il principe Mohammed possono essere molto diverso per certi aspetti, ma entrambi sanno che combattere nemici stranieri e agitare la bandiera puntella un sostegno vacillante in patria.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trump-saudi-arabia/

Originale: The Independent

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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One thought on “Trump e l’Arabia Saudita

  1. attilio cotroneo il said:

    In un tempo di desideri indotti ed immagini é ovvio che i politici appaiano come ridicoli ragazzini esaltati