Il femminicidio è un patto collettivo tra uomini sessisti

Print Friendly

Il femminicidio è un patto collettivo tra uomini sessisti

Del Collettivo  Ni Una Menos

6 maggio  2017

Avrebbero dovuto trovarla prima. La mancanza di repliche ufficiali alle vittime di violenza sessista, non sorprende più ma fa ancora infuriare. Invece di guidare l’indagine di giustizia penale, un pubblico ministero donna l’ha passata alla polizia di Buenos Aires, aprendo la strada per la complicità per omissione di dovere d’ufficio.

Le forze di polizia avevano dovuto licenziare tre dei suoi membri, due dei quali avevano preso parte ai gruppi per la ricerca e l’avevano ostacolata. Uno di loro era fratello dei due uomini arrestati.

Per settimane i genitori, gli amici e i vicini di Araceli erano disperati: nessuno  dava loro  informazioni. Hanno dovuto organizzare una dimostrazione davanti all’ufficio del procuratore che rifiutava l’assistenza esterna e insisteva nel classificare il caso come una ”inchiesta sui luoghi”.  Così  tante volte la risposta ufficiale all’emergenza è stata pigra e indifferente. Non l’hanno cercata nel momento giusto o nel modo in cui avrebbero dovuto. Lo hanno fatto in ritardo e con inefficienza. Si sono preoccupati dei titoli sui giornali, non di Araceli. Questo genere di inazione non soltanto causa alle famiglie, agli amici e ai vicini maggio dolore e si aggiunge al loro senso di ingiustizia, ma ha un impatto anche sulle indagini penali e crea impunità. Porta a meno piste  e informazioni e oscura ciò che è successo. Araceli non l’hanno trovata.

Sette persone sono state arrestate per l’uccisione di Araceli e tre poliziotti sono stati sollevati dai loro compiti. Tutti loro sono uomini.  Non vale la pena  far notare il patto sessista tra gli assassini di donne, la polizia e le corti di giustizia? Accade ripetutamente: quando la polizia dà un colpetto sulla mano a un uomo che ha violato il divieto di contatto, e invece di arrestarlo gli dice di non fare storie e di andarsene. Accade  in ogni rapporto della polizia non fatto e in ogni precedente incidente non riportato, negli insabbiamenti, nelle piste false, nelle soffiate ai sospetti per fare in modo che scappino. Il femminicida non ammazza mai da solo. E’ un gruppo criminale, sostenuto dalla lealtà di genere e dalla complicità tra uomini. In certi casi è anche sostenuto economicamente dai legami finanziari che uniscono la polizia e gli spacciatori le cui transazioni controllano e sfruttano la precarietà dei quartieri poveri.

Noi che facciamo parte del movimento di donne, di lesbiche e di trans, abbiamo denunciato e politicizzato questo. Al grido di “Nessuna Meno” abbiamo fatto uno sciopero di donne in ottobre e uno sciopero internazionale in marzo. I maschi è necessario che siano dei guastafeste tra di voi e smettere di essere complici del sessismo, proprio come i vostri fratelli anti-patriarcali.

Continueremo a chiedere che venga impiegata una prospettiva di genere proprio all’inizio di un’indagine penale. Quando una donne sparisce, l’ipotesi di femminicidio è la prima cosa di cui si deve sospettare e che va indagata. Questo è dimostrato dalla realtà: nel nostro paese una donna viene uccisa ogni giorno proprio perché è una donna. E’ un contesto crudele che procuratori, giudici e funzionari della magistratura negano sempre quando dicono che le ragazze si sono suicidate o che sono semplicemente andate a una festa e che torneranno a casa. Non si tratta di essere inefficaci o inefficienti; infangano le vittime e le loro famiglie ogni volta che succede un fatto del genere. Voltano le spalle a quello che urliamo ogni volta che usciamo sulle strade e le riempiamo di ragazze, di donne, di trans, e di uomini anti-patriarcali e non sessisti.

Questa volta è Araceli; nel 2014 è stata Melina. Negli ultimi 9 anni, almeno 329 ragazze di età comprese tra i 16 e i 21 anni sono state uccise [in Argentina]. Questi crimini dimostrano le caratteristiche comuni di un nuovo tipo di femminicidio  che ha come scenario i quartieri cittadini. Le ragazze vengono uccise da maschi che le hanno viste crescere, ragazzi come loro che hanno condiviso lo stesso angolo di strada, gli stessi momenti di divertimento e di tempo libero nei quartieri dove vivono le ragazze. Dove sono le politiche odierne mirate a impedire questi delitti? Come si possono sostenere queste ragazze che riconoscono la violenza maschile e che  sentono più forti quando si trovano di fronte all’aggressione dei maschi?

Non hanno neanche cercato Dario Baradacco. E’ stata una donna incinta che ha trovato e seguito il presunto assassino di Araceli nel quartiere Ridavia I, il 1° novembre 2014. Gli agenti federali non l’hanno trovato, come ha annunciato cautamente il governo nazionale. Mentre le istituzioni guardavano dall’altra parte e la polizia illudeva i movimenti, i gruppi sociali guidati dalle donne hanno organizzato gruppi per cercare Araceli. Di fronte alla complicità e all’insabbiamento, noi donne

abbiamo resistito, ci siamo prese cura l’una dell’altra, abbiamo cercato la giustizia e continuiamo a chiedere di prevenire questi fatti, in modo da non dover piangere un’altra donna.

Dobbiamo denunciare un sistema giudiziario che si precipita a criminalizzare noi donne per l’aborto, per protestare e difenderci, ed è, invece, disinteressato a mettere in atto strategie per salvaguardarci e proteggerci. Saremo nelle strade il 3 giugno, forti e unite, per le ragazze che sono state uccise, per tutte quelle che sono vive e per ogni cosa che stiamo facendo per essere vive e libere. Per Micaela ed Araceli. Per tutte le ragazze e per ognuna singolarmente. Per le ragazze da discoteca e per le attiviste entusiaste, per le ragazze che sognano di sposarsi e per quelle che amano la vita notturna, per quelle che cercano lavoro e quelle che vanno all’università o alla scuola superiore, per quelle che vanno d’accordo con i loro genitori e per quelle che odiano i loro. Per tutte noi. Il 12 maggio, alle 6 di sera, terremo la nostra prima assemblea organizzativa per il 3 giugno, che sarà un momento per incontrarsi e unire le forze. La nostra passione ci spinge. Ni una menos. Non una donna di meno. Vogliamo essere vive e libere.

Tradotto dallo spagnolo in inglese da Danica Jorden che è una scrittrice e traduttrice da: inglese, spagnolo, francese, portoghese, e italiano.

danicajorden1 (at) gmail (dot) com.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/femicide-is-a-collective-pact-among-sexist-men

Originale: Collettivo Ni Una Menos

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

sciopero_nazionale_argentina_copia (1)

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Il Brasile in sciopero Successivo La storia ripete se stessa? La nuova assemblea costituente del Venezuela

Un commento su “Il femminicidio è un patto collettivo tra uomini sessisti

  1. attilio cotroneo il said:

    La visione competitiva del successo che in atto impera è più pericolosa delle logiche patriarcali sociali e religiose perché insieme a una rabbia frenetica afferma un concetto di forza virile che legittima la violenza intellettuale , verbale e fisica

I commenti sono chiusi.