Un chirurgo mediorientale parla della “Ecologia di guerra” –Seconda parte

Redazione 2 maggio 2017 1
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Un chirurgo mediorientale parla della “Ecologia di guerra” –Seconda parte

Di Andre Vltchek

28 aprile 2017

Gus Abu-Sitta: la chirurgia di guerra ha avuto origine dalle Guerre napoleoniche. Nel corso di queste, si incontravano due eserciti, di solito sulla linea del fronte. Si attaccavano reciprocamente, si sparavano o si pugnalavano a vicenda. La maggior parte dei feriti erano combattenti e venivano curati in ospedali militari. C’è stata un’evoluzione della chirurgia di guerra. Quello che c’è in questa regione, crediamo, è che l’intensità e la natura prolungata di queste guerre, o di questi conflitti, non sono battaglie transitorie, non hanno un inizio e una fine. E sono sufficientemente prolungate che cambiano l’ecologia biologica, l’ecologia in cui vivono le persone. Creano l’ecologia di guerra, che si mantiene ben oltre quello che sappiamo delle sparatorie perché alterano l’ambiente di vita delle persone. Le ferite sono fisiche, psicologiche e sociali; l’ambiente è modificato in modo da diventare ostile per chi ha una costituzione robusta e ancora più ostile per i feriti. E come nei casi di questi organismi resistenti a molteplici farmaci, che sono ora un grosso problema, come anche i batteri resistenti a molteplici farmaci, l’85% dei feriti nella guerra in Iraq hanno batteri resistenti a molteplici farmaci e il 70% dei feriti nella guerra siriana ce li hanno… Diciamo quindi questo: questa ecologia, questa biosfera creata dal conflitto è anche alterata  al livello basilare del DNA dei batteri. Abbiamo varie teorie in proposito; in parte è il ruolo dei metalli pesanti negli armamenti moderni che possono innescare una mutazione in questi batteri che li rende resistenti agli antibiotici. La vostra biosfera, quindi, la vostra bolla, la vostra bolla ecologica in cui si vive, è in perpetuo cambiamento. E non scompare il giorno in cui scompaiono le bombe. Deve essere smantellata e per fare questo si deve comprendere la dinamica dell’ecologia di guerra. Questo è il motivo per cui il nostro programma è stato organizzato all’università che era stato fondamentalmente il maggior centro di insegnamento durante la guerra civile e l’invasione israeliana del 1982. E poi, mentre si sviluppavano le guerre in Iraq e in Siria, abbiamo cominciato ad avere pazienti di questi paesi e a curarli qui. Abbiamo scoperto che dobbiamo comprendere la dinamica della medicina del conflitto e comprendere l’ecologia di guerra, cioè in che modo si verificano le manifestazioni fisiche, biologiche, psicologiche e sociali del ferimento in guerra, e in che modo si crea questa ecologia di guerra; ogni cosa, dai batteri  al modo in cui cambiano l’acqua e i cicli dell’acqua, ai ricordi tossici del passato, a come reagisce il corpo delle persone… molti dei miei pazienti iracheni che visito hanno vari familiari feriti.

AV: Il Centro Medico ABU è ora il pioniere in questa ricerca: l’ecologia di guerra?

G.A.S: Sì,  a causa dell’eredità della guerra civile…delle guerre regionali.

AV: Nulla di meno che un conflitto regionale perpetuo. .

G.A.S:  Sì, conflitto perpetuo: prima nel paese  e poi regionale. Siamo il centro  di riferimento per il Ministero della Sanità iracheno,  il centro  di riferimento  per il Ministero dell’Interno iracheno, quindi funzioniamo da centro regionale e lo scopo del nostro programma è di dedicare più tempo, spazio ed energia alla comprensione del modo in cui si verifica  questa ecologia di guerra.

AV: Nei miei scritti e nei miei film spesso traccio un parallelo tra la guerra e la povertà estrema. Ho lavorato in alcuni peggiori quartieri degradati sulla terra: quelli in Africa, America Centrale, Caraibi, Asia Meridionale, le Filippine e altri luoghi. Ho concluso che molte società che in teoria vivono in pace,  in realtà vivono in guerre prolungate o perfino perpetue. La miseria estrema è una forma di guerra, anche se non c’è alcuna ‘dichiarazione di guerra’ e non c’è nessuna linea del fronte definita. Ho coperto sia guerre innumerevoli che innumerevoli luoghi di estrema miseria e il parallelo, specialmente con l’impatto fisico, psicologico e sociale sugli esseri umani sembra essere  impressionante. Sarebbe d’accordo,  in base alla sua ricerca? Considera l’estrema miseria come un tipo di guerra?

G.A.S: Sì. Assolutamente. Al centro di questo c’è la disumanizzazione della gente. La povertà estrema è una forma di violenza. Più diventa estrema la povertà, più si avvicina alla natura fisica della violenza. La guerra è il degrado accelerato della vita delle persone verso il raggiungimento di questa povertà estrema alla quale si può però arrivare con un processo più graduale. La guerra le porta lì soltanto più in fretta.

AV: Uno stato perpetuo di estrema povertà in un certo senso è simile a uno stato perpetuo di conflitto, di guerra.

G.A.S: Sicuramente, ed è una guerra principalmente contro coloro che sono costretti a vivere  in queste circostanze. E’ la guerra contro i poveri e il Sud. E’ la guerra contro i poveri nei ghetti dell’Occidente.

AV: Quando definisce l’ecologia di guerra, prende anche in considerazione quello che diciamo adesso? Ricerca l’impatto della povertà estrema sui corpi umani e sulle vite umane? In questa regione la povertà estrema si può spesso trovare negli enormi campi per i rifugiati, mentre in altre parti del mondo risiede in innumerevoli quartieri poveri.

G.A.S: Questa estrema povertà fa parte dell’ecologia di cui stiamo discutendo. Una delle componenti dell’ecologia è quando si prende un corpo ferito e si mette in ambiente fisico violento e di vede che questo corpo viene ripetutamente ferito, e questo ambiente diventa un seguito di quel campo di battaglia, perché quello che vedete è un  processo di ulteriore ferimento. Non accade perché siete ancora sulla linea del fronte in qualche posto della Siria, ma perché i vostri figli ora vivono in una tenda con altre 8 persone e sono a rischio di diventare vittime dell’epidemia di ustioni che ci sono ora nei campi per i rifugiati, a causa  degli alloggi miseri e non sicuri.

Consideriamo questo da un’angolatura diversa: che cosa costituisce una ferita di guerra o un danno collegata al conflitto? La ferita più elementare collegata al conflitto è quella causata da uno sparo e il danno  causato un’esplosione di frammenti di proiettili. Ma che cosa succede quando si raccoglie quel corpo ferito e lo si butta in una tenda? Quali sono le complicazioni per questo corpo ferito che vive in un ambiente ostile? Questo costituisce un danno collegato alla guerra? Quando si rovina la popolazione al punto che ci sono bambini che soffrono del tipo di danni che sappiamo essere conseguenza di alloggi miseri e non sicuri, è questo un danno collegato al conflitto? Oppure adesso ci sono bambini con danni collegati  al lavoro perché devono uscire e diventare le persone che portano a casa il pane lavorando come meccanici o facchini o altro. Oppure considerate anche il fatto che se si arriva da un paese dove una certa malattia di solito era trattabile lì, ma che a causa della distruzione del sistema sanitario non è più curabile perché gli ospedali non ci sono più o perché i dottori se ne sono dovuti andare, questo costituisce un danno collegato al conflitto? Dobbiamo quindi considerare tutta l’ecologia, al di là di una pallottola o di un frammento di proiettile che sono cose che hanno i titoli in prima pagina per 20 secondi.

AV: La sua ricerca appare essere notevole per moltissime parti del mondo.

G.A.S: Assolutamente. Sappiamo infatti che questa crisi umanitarie esistono soltanto nell’immaginazione dei media e nelle agenzie dell’ONU. Non ci sono crisi.

AV: Di nuovo, è uno stato perpetuo.

G.A.S: G.A.S: Esattamente, è perpetuo. Non si ferma. E’ lì per tutto il tempo e perciò non c’è il concetto di ‘temporaneità delle crisi’. Quando le te   si spengono, i media e poi il mondo decidono che le crisi sono finite. Sapete, però, che il popolo del Laos, per esempio, ha ancora una delle più alte percentuali di amputazioni al mondo?

AV: Lo so. Ho lavorato nella Piana delle giare  che è un enorme campo minato ancora adesso.

G.A.S: Oppure in Vietnam dove ci sono le più grandi deformità  facciali del mondo, come conseguenza dell’Agente Orange.

AV: Lei ha lavorato in questi paesi.

G.A.S: Sì.

AV: Anche io. Un tempo vivevo in Vietnam. Tutta quella zona soffre ancora per

quella che era nota come la Guerra Segreta. In Laos la povertà è così dilagante che le persone sono costrette a vendere bombe americane inesplose che periodicamente esplodono. In Cambogia, anche tra la città di Seam Reap e il confine thailandese, ci sono villaggi dove la gente muore ancora o perde gli arti.

G.A.S: Ora molte cose dipendono dal modo in cui le definiamo. E’ spesso un gioco di parole.

AV: L’India è una zona di guerra, dal Kashmir a Nordest, al Bihar e ai quartieri poveri di Mumbai.

G:A.S: Se si considera il modo più esplicito di misurare il conflitto, cioè il numero di persone uccise dalle armi, il Guatemala e El Salvador ora hanno più persone massacrate di quante ne avessero durante la guerra. Dato che, però, è cambiata la natura in cui viene mostrata la violenza, perché ora non ha un’etichetta politica, non  viene dibattuta. In realtà, però, è esibita dalle stesse persone contro le stesse persone.

AV: In varie occasioni ho scritto su Salvador, Honduras e Nicaragua e ho fatto delle riprese. La violenza estrema  che c’è lì è conseguenza diretta del conflitto     innescato dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti. Lo stesso si potrebbe dire di posti come Giamaica, Repubblica Dominicana e Haiti. Ha portato a un collasso sociale quasi assoluto.

G.A.S: Sì, a Giamaica la CIA ha svolto un ruolo importante negli anni ’70.

AV: In quella parte del mondo non parliamo soltanto di povertà…

G.A.S: No, no. Parliamo di AK-47! (i fucili d’assalto Kalashnikov, n.d.t.).

AV: Esattamente. Una volta ho fatto delle riprese a San Salvador, nel mondo della malavita…Un amico, un sacerdote locale della teologia della liberazione mi ha gentilmente portato in giro in macchina. Abbiamo fatto due giri completi. Il primo è andato bene. Durante il secondo hanno aperto il fuoco contro la nostra Land Cruiser, usando “roba pesante”. Il lato della macchina era pieno di fori di pallottole, e hanno fatto scoppiare due gomme.  Siamo scappati proprio sui cerchioni delle ruote. Nei villaggi le bande arrivano, saccheggiano e violentano. Prendono quello che vogliono. E’ una guerra.

G.A.S: Il Comitato Internazionale della Croce Rossa prepara i chirurghi in questi paesi e quindi ha introdotto la chirurgia di guerra nel curriculum medico nelle facoltà di medicina in Colombia e in Honduras, perché, effettivamente questi paesi sono in guerra e quindi si devono preparare i chirurghi in modo che sappiano che cosa fare quando ogni giorno ricevono 4-5 pazienti con ferite da arma da fuoco.

AV: Mi permetta di dire di che cosa sono stato testimone ad Haiti, proprio per illustrare quello che ha detto. Anni fa lavoravo nel comune di Cité Soleil, a Port-au-Prince, Haiti. Dicono che sia il quartiere o ghetto più pericoloso che esista sulla terra. Il detto locale è: “potete entrare,  ma non uscirete mai vivi”. Ci sono andato con un camion, con due guardie armate che però erano così spaventate che mi hanno proprio abbandonato lì, con le mie grosse macchine fotografiche

e tutto il resto, in piedi in mezzo alla strada. Ho continuato a lavorare; non avevo scelta. A un certo punto ho visto una lunga fila di fronte a un complesso circondato da mura. Sono entrato e quello che  improvvisamente mi si è presentato davanti era del tutto scioccante: parecchie persone del luogo su dei tavoli di legno, sangue dappertutto e numerosi infermieri e dottori militari americani eseguivano operazioni chirurgiche a cielo aperto. Era molto caldo, mosche e sporcizia dappertutto…Un uomo mi ha detto che sua moglie aveva un tumore enorme. Senza neanche controllare che cosa era, i medici l’hanno messa su un tavolo le hanno fatto l’anestesia locale e hanno cominciato a rimuovere la “roba”. Dopo che l’operazione era finita, il marito e la moglie si sono avviati lentamente a piedi verso una fermata di autobus e sono andati a casa. A un paio di chilometri da lì, ho trovato un struttura sanitaria statunitense, bene attrezzata e pulita, ma soltanto per le truppe americane e per il personale. Ho domandato ai dottori che cosa stessero davvero facendo ad Haiti e sono stati molto franchi al riguardo; hanno risposto: “Ci stiamo preparando per uno scenario da combattimento… questo è lo scenario più simile a una guerra che possiamo avere.”  Stavano facendo esperimenti su essere umani, naturalmente, imparando a come operare durante un combattimento…

G.A.S: La distinzione, quindi è soltanto nelle definizioni.

AV: In quanto chirurgo che ha lavorato in tutto il Medio Oriente, ma anche in molte altre parti del mondo, che paragone farebbe tra il conflitto qui e i conflitti in Asia, nella zona dei Grandi Laghi dell’Africa e altri luoghi?

G.A.S: In Medio Oriente ci sono ancora persone che si ricordano di quando avevano gli ospedali. Gli Iracheni che vengono nel mio ambulatorio si ricordano gli anni ’80. Sanno che la vita era diversa e che avrebbe potuto essere diversa. E hanno un’alfabetizzazione sanitaria. L’altro problema è che soltanto nel 2014, circa 30.000 iracheni sono stati feriti. Le cifre sono eccezionali. Non conosciamo bene le cifre della Libia, la portata della pulizia etnica e delle uccisioni che accadono in quel paese. In termini numerici, sono gravi, ma in termini di effetto, siamo all’inizio della fase di de-medicalizzazione. Quindi il problema non è che questi sistemi sanitari non si sono sviluppati. Non c’è sviluppo.  Stanno arretrando.

AV: Dà la colpa di questa situazione all’imperialismo occidentale?

G.A.S: Se si guarda alle sanzioni e a quello che hanno fatto al loro sistema sanitario, naturalmente, se si guarda alla Libia, naturalmente! L’idea che questi stati si sono disintegrati è una falsità. Sappiamo quale era la dinamica delle sanzioni in Iraq, e che cosa è accaduto in Iraq nel 2003. Sappiamo che cosa è accaduto in Libia.

AV: O in Afghanistan…

G.A.S: La prima cosa che hanno detto di fare ai Mujahedeen in Afghanistan o ai Contras del Nicaragua, è stato di attaccare gli ambulatori. Gli Americani hanno sempre capito che si distrugge lo stato impedendogli di fornire questi poteri non coercitivi dei quali ho parlato.

AV: Lei considera che  questa parte del mondo sia la più  colpita, la più danneggiata?

G.A.S: Certamente, in questo momento e periodo, e le statistiche lo dimostrano. Penso che circa il 60% delle persone che muoiono per le guerre, vengono uccise in questa regione…

AV: Come definisce questa regione dal punto di vista geografico?

G.A.S: Dall’Afghanistan alla Mauritania e questo comprende il confine tra Mali e Algeria. Il confine libico…La catastrofe della divisione del Sudan, ciò che accade nel Sud Sudan, quello che accade in Somalia, Libia, Egitto, nel Deserto del Sinai, in Siria, Yemen, Afghanistan, Pakistan, comprese le persone che lì vengono uccise dai droni…

AV: Abbiamo, però, anche circa 10 milioni di persone che sono morte nella Repubblica democratica del Congo (DRC), fin dall’invasione del Ruanda nel 1995…

G.A.S: Quello è un po’ diverso. Quella è la ‘fase più avanzata, quando si è portato via completamente lo stato…Nel mondo arabo la Libia è il paese che si avvicina di più a questo scenario. Là le compagnie petrolifere hanno preso il controllo del paese. Le compagnie minerarie stanno occupando la DRC e gestiscono le guerre direttamente, invece che tramite gli eserciti occidentali. Si erode lo stato, completamente, fino a quando sparisce, e poi le grosse aziende, direttamente, come facevano nella fase coloniale, all’epoca della Compagnia Britannica delle Indie Orientali e delle compagnie olandesi, diventano di nuovo i principali protagonisti.

AV: Quale è lo scopo della sua ricerca, l’enorme progetto che si chiama  “Ecologia di guerra”?

G.A.S: Uno dei punti su cui insistiamo è questo approccio olistico. La categorizzazione fa parte del processo di censura. “Sei un microbiologo e quindi considera soltanto cosa succede con i batteri…Sei un chirurgo ortopedico, quindi devi guardare soltanto alle ferite provocate da esplosioni, alle ferite causate da bombe, da mine…” Questa compartimentazione quindi impedisce di riunire le persone che sono in grado di vedere il quadro completo. Stiamo perciò insistendo affinché questo programma abbia anche dei sociologhi, politologi, antropologi, microbiologi, chirurghi…Altrimenti, avremmo soltanto una scienza a scala ridotta. Stiamo cercando di mettere insieme le scienze per aver un quadro più ampio. Cerchiamo di mettere insieme i pezzi del puzzle e di vedere quel tipo di quadro.

AV: E ora c’è una grossa conferenza, il 15 maggio…

G.A.S: Ora abbiamo questa importante conferenza, in sostanza il primo congresso che prenderà in considerazione tutti questi aspetti del conflitto e della sanità; dall’aspetto chirurgico, alla ricostruzione di corpi danneggiati, al problema della resistenza dei batteri ai farmaci, alla malattie infettive, ad alcuni problemi assolutamente fondamentali. Per esempio, prima della guerra, in Yemen ci sono stati più di 30.000 pazienti con insufficienza renale. La maggior parte dei pazienti in dialisi  hanno due settimane di vita se non vi si sottopongono. C’è quindi una sessione che considera come fornire la dialisi in mezzo ai conflitti? Che cosa fare se i servizi di diali sono così centralizzati? Spostare i pazienti non è facile, e le sanzioni…Un argomento sarà: il cancro e la guerra’… Questa conferenza, quindi, sarà il più olistica possibile circa il rapporto tra il conflitto e la salute.

Ci aspettiamo di avere oltre 300 delegati, e avremo oratori dall’India, Yemen, Palestina, Siria e dal Regno Unito. Avremo persone che provengono dal settore umanitario, dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), e poi persone che hanno lavorato in Africa e in Medio Oriente, persone che hanno lavorato nelle guerre precedenti e che ora lavorano nelle guerre attuali, e quindi abbiamo un misto di persone da campi diversi.

AV: Quale è il massimo obiettivo del programma?

G.A.S: Dobbiamo immaginare la sanità della regione al di là dello stato. A livello concettuale è necessario cercare di comprendere che cosa sta succedendo. Riusciamo già a vedere certi schemi. Uno di questi è la regionalizzazione dell’assistenza sanitaria, cioè il fatto che i Libici vengano curati in Tunisia, gli iracheni e i siriani vengano curati a Beirut, gli yemeniti vengano curati  in Giordania, C’è già la disintegrazione di questi stati e la migrazione della gente nei centri regionali. Lo stato non è più un protagonista importante, perché lo stato è sostanzialmente distrutto. Pensiamo che questa è una malattia del futuro immediato, di quello a medio termine, e di quello a lungo termine. Dobbiamo quindi capirla per curarla meglio, dobbiamo mettere in atto dei meccanismi che questa conoscenza trasferisce nel sistema dell’educazione sanitaria e che produrrà operatori sanitari che sono meglio attrezzati per occuparsi di questo sistema sanitario. Dobbiamo assicurarci che le persone siano consapevoli delle molte sfumature del conflitto, oltre  i frammenti di proiettile e oltre le pallottole. Più facciamo ricerca in questa zona di conflitto e di sanità, più sviluppiamo tecnologie trasferibili – più ci sarà permesso di offrure migliore assistenza medica in queste situazioni, se i nostri studenti e laureati riceveranno una migliore preparazione, e svolgeranno un lavoro migliore in questa zona nei prossimi 10 o 15 anni.

AV: E se tutto va bene altre vite potrebbero essere salvate…

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha scritto articoli sulle guerre e i conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi libri più recenti sono: Il romanzo rivoluzionario “Aurora”, e due opere di successo di saggistica:  “Exposing Lies of the Empire” [Smascheramento delle menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism [Lotta contro l’imperialismo occidentale] Guardate altri suoi libri su: http://andrevltchek.weebly.com/books.html

Andre sta realizzando documentari per teleSUR e Al-Mayadeen. Guardate Rwanda Gambit, il suo rivoluzionario documentario sul Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo.

Dopo aver vissuto in America Latina, in Africa  e in Oceania, Vltchek attualmente risiede  in Asia Orientale e in Medio Oriente  e continua a lavorare in tutto il mondo. Può essere raggiunto sul suo sito web http://andrevltchek.weebly.com/ e su Twitter https://twitter.com/AndreVltchekrile 2017 –

Nella foto il Dottor Gus Abu-Sitta

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2017/04/28/middle-eastern-surgeon-speaks-about-ecology-of-war/

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 2 maggio 2017 alle 17:58 - Reply

    La guerra non finisce quando il telegiornale smette di darne notizia, capire questo significa perdere la nostra stupida visione scenica della guerra e capire che è il peggio che possa capitare.

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